Riflessione storica dell’Avv Mario Fiore per Ferragosto 2026 (feriae Augusti): Guccione! Chi era costui? Per la microstoria torremaggiorese: la porta di Cʉccionë – Cøccionë

Odi profanum volgus et arceo: favete linguis
Non resta più ricordo degli antichi, ma neppure di coloro che saranno si conserverà memoria presso coloro che verranno in seguito:
οὐκ ἔστιν μνήμη τοῖς πρώτοις καί γε τοῖς ἐσχάτοις γενομένοις
οὐκ ἔσται αὐτοῖς μνήμη μετὰ τῶν γενησομένων εἰς τὴν ἐσχάτην

A fronte del persistente contegno ostico dei rappresentanti della civitas mi ero riproposto di continuare a tener ben custodito in archivio quanto sto per esporre e le relative fonti, non rendendo il dovuto merito a personalità di spicco che hanno, in silenzio, validamente contri-buito al benessere cittadino, senza trarne alcun profitto; ma la lettura su codesto giornale della “riflessione pubblica dell’ottimo polemista Giorgio Barassi (buon sangue non mente) in merito alla storia triste della toponomastica locale, del 3 agosto u. s., mi ha indotto a ripetere misereor super turbam ed a recedere dalla presa determinazione. Tuttavia, non ho potuto non riflettere sul particolare che la Pubblica Amministrazione, dappertutto, è frutto della felicissima (?) opzione per il suffragio universale. Mi son, però, consolato premettendo alle mie senili elucubrazioni, a monito di quei Signori, il severo distico del Qohèlet. Da poco più di un decennio tra la pseudoerudizione paesana – ansiosa di conseguire un’improbabile blasonata tradizione: la storia, comunque, anche se con parvenze e per versi diversi, si ripete – è invalso il tristo e nefasto malvezzo di indicare l’antico ingresso al borgo dalla parte occidentale – che fino a quel momento era stato con sentire unanime, indicato in gergo come a’ portȝ́ [dë] cøccionë – come porta di “Uguccione”; e, tanto, sulla scia di una inostensibile – in quanto sfornita di alcun ulteriore ragguaglio sull’identità di tal fantomatico manzoniano Carneade – dotta proposta folklorica.

Ritengo necessaria una digressione:
Socialmente l’umano consorzio locale fino alla prima metà dello scorso secolo si presen-tava coeso per nuclei, nel senso che l’appartenenza si poteva avvertire per consorterie o settori che rimanevanevano pur sempre estranei tra di loro: i possidenti con i possidenti; gli artigiani con gli artigiani; i braccianti con i braccianti; i praticanti un qualsivoglia credo (religioso, politico, ecc.) con i loro confratelli o correligionari; all’interno di ogni nucleo, benchè coeso, sorgeva tra i vari elementi forte spirito di emulazione che si definiva necessarimente con i soprannomi. Nomignoli che si riferifano quasi sempre alle attitudini ed alle predisposi-zioni individuali; talvolta con rapporto topico, a volte professionale o familiare: chi non avesse avuto un soprannome poteva considerarsi inesistente nell’ambito demico-sociale.
Nella mia, purtroppo non breve, esistenza ho cercato di rapportarmi quasi sempre al non facilmente accettabile principio, attribuito al Voltaire: I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it.: non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere (S. G. TALLENTYRE, The Friends of Voltaire, Smith Elder & Company, Oxford University, 1906).
D’altra parte, però, e pur senza porre in discussione l’Apostolo delle Genti (ad Hebr. 11, 1: Ἔστιν δὲ πίστις ἐλπιζομένων ὑπόστασις, πραγμάτων ἔλεγχος οὐ βλεπομένων, tradotto im-peccabilmente da padre Dante in Par. XXIV, 64-65), mi pongo il dilemma: la vera “cultura”, a bando ogni celia e ciancia ed in ogni campo, non può vivere di fede, ma essenzialmente di dubbi e l’incapacità di vedere, non dico di immedesimarsi, nelle ragioni altrui contiene, al fondo, una pigrizia mentale e, soprattutto, la mancanza del coraggio che sempre dovrebbe contraddistinguere l’uomo che pretende essere di cultura. A meno che non sussistano, come credo nel tema che sto per trattare, prove univoche e talmente incontrovertibili da non am-mettere amfibolie. Anche perchè le cronache paesane sono state benespesso infarcite di false storie da parte di quanti hanno ritenuto loro compito quello di dare una risposta assiomatica e definitiva ad ogni quesito (quem Juppiter vult perdere, dementat prius), dimenticando che l’etica professionale deve, in ogni campo, condurre ad astenersi dal pretendere ad ogni costo un risultato, consistente nella maggior parte dei casi in una risposta teorica; e, tanto, anche in mancanza di supporti documentali sostenibili o di altra prova. Col drammatico risultato di realizzare in corpore vili la massima di Mao Tse Tung: bastonate il cane che sta affogando.
Di certo, quella che diventerà nel XX secolo a’ portȝ́ cøccionë fu, in antico, la principale e più importante del borgo perchè posta a circa settanta metri dalla Chiesa Matrice e nelle immediate adiacenze del Seggio (la sede del Municipio seu Università) ov’era apposta la famigerata panetta con l’elencazione delle gabelle (MATTEO FRACCACRETA, Teatro … della Capitanata, tomo IV, pag. 321): altra analoga elencazione daziaria si trovava, molto proba-bilmente, murata, prospiciente al lato opposto della borgata, nei pressi della porta Est, alias degli Zingari, in prossimità dell’incrocio con l’attuale via Garibaldi, ancor oggi, per metatesi quantitativa-qualitativa frequente nel vernacolo paesano, indicata come a chiazzë a pëttëna-riȝ́ (sic, per panëttëriȝ́).
L’ingresso occidentale (a’ portȝ́ cøccionë) venne indicato, almeno fino al XIX secolo, come porta di “S. Antonio Abbate” ed anche del “Seggio” e, talvolta, del “Ferrante” e di Castelnuovo. E potrà agevolmente rilevarsi dal Topografo di Capitanata, che tramanda: «Il Seggio … confina all’Est collo stesso, e col Vico del suo nome, che sporge dietro il SS. Ro-sario alla Cancelleria del Regio Giudice al Nord; al Sud colla strada maestra che da S. Nicola scende alla porta di S. Antonio Abbate o del Ferrante …» (FRACCACRETA, o. l. cit., pag. 320). Lo stesso Autore annotava: «S. Antonio Abbate fu un Oratorio confinante a Ovest col pomerio esterno, al Sud colla porta,e strada che va a S. Nicola …» (p. 357).
Sullo scorcio del XIX – ed, ancora, nella seconda decade del secolo successivo – un altro Autore (di inferiore spessore del Fraccacreta, al quale, peraltro, si mostra del tutto tributario) così scriveva: «Attaccato al palazzo della Duchessa esisteva una porta di pietra dura, come pure si osservava un’altra detta di Sant’Antonio Abbate, alla parte occidentale del paese, e propriamente in fondo, poco dopo la via Nicola Fiani» (Sac. E. JACOVELLI, Cenni storici su Torremaggiore, Sansevero 18931, pag. 71; ivi 19112, pag. 84).


⁂


Il Comune di Torremaggiore nel 1987 ha fatto pubblicare, naturalmente a spese dell’ignaro contribuente, un opuscolo – vôlto, forse, ad appagare le voglie carrieristiche di qualche arrampicatore della nozionistica a pro di un confuso ὄχλος … e non, certamente, a soddisfare le esigenze di effettiva cultura di un ordinato δῆμος – dal titolo Toponomastica cittadina con la collaborazione di Pasquale Ricciardelli per la parte storica, ove si può leggere (didascalia ad una riproduzione fotografica tra le pagg. 34 e 35) che i «Meniali» del Codacchio si trovano nei pressi della porta di «Cuccione», senza ulteriore identificazione.
Il prelodato Ricciardelli, con due scritti successivi, all’evidenza con l’intento di interpre-tare ed italianizzare la corrente voce dialettale, ha dato luogo alla qui sopra lamentata impro-pria e, quindi, inaccettabile abitudine. Riscontriamo in scritti successivi le due differenti ver-sioni offerte: Ugaccione ed Uguccione: «Degni di rilievo: … il medioevale Arco degli Zingari (unica porta ancora in piedi delle quattro esistenti: quella del Principe, o di San Paolo di Civitate; quella di San Severo; quella di Ugaccione [Cùććiónẹ, in dialetto] o di Casalvecchio …» (P. RICCIARDELLI, ’I Prùjèrbẹ tùrmàġġiùrísẹ (I Proverbi Torremaggioresi), I, Foggia, 1996, p. 37).

«Degni di rilievo: … il medioevale Arco degli Zingari (unica porta ancora in piedi delle quattro esistenti: quella del Principe, o di San Paolo di Civitate; quella di San Severo; quella di Uguccione [Cùććiónə, in dialetto] o di Casalvecchio …» (ID., Folklore torremaggiorese, Torremaggiore (Foggia), 2007, p. 25).
Naturalmente nè Ugaccione, nè Uguccione (nomi di allotria origine) hanno mai fatto parte della consuetudine paesana (tanto meno di quei ceti abituati a rifilare nomignoli), anche perchè, tradotto in dialetto suonerebbe g(ʉ)ccionë-gùććiónə e non cøccionë, come ogni au-tentico torremaggiorese pronuncia; epperò poco (rectius: niente affatto) convincente m’ap-parve l’attribuita interpretazione, continuando, me ignorante!, a supporre che quel cøccionë fosse qualche oscuro ed umile stanziato nei pressi dell’ingresso urbico.
⁂
A questo punto, per poter entrare nello specifico, si rende necessaria l’indagine su alcuni particolari, che, di primo acchito, ritenni – erratamente, invero – idonei a far luce sull’origine dell’epiteto de quo.
Vi è un documento dell’Archivio centrale dello Stato, Ministero di grazia e giustizia, Direzione Generale Affari Penali, anno 1908 (busta 119, foglio 142) – contenente un rap-porto del Procuratore Generale del Re presso la Corte d’Appello di Trani, sulla scorta di precedente relazione del Procuratore del Re presso il Tribunale di Lucera, inviato, nel no-vembre 1907, al ministro di Grazia e Giustizia, Vittorio Emanuele Orlando – dal quale, tra l’altro, si apprende testualmente che:
«La lega dei contadini di quel Comune» (Torremaggiore) «aveva proposto al Sindaco di convocare i proprietari, perchè riconoscessero un ufficio di collocamento di operai da sta-bilirsi nella lega istessa, regolassero le tariffe e gli orari dei lavoratori a mese, e curassero l’osservanza delle tariffe precedentemente accordate. Una commissione di proprietari, ed una di contadini discussero lungamente il primo corrente [mese] in presenza del sottopre-fetto di Sansevero e del capitano dei carabinieri e fu redatto verbale apposito, col quale l’ufficio di collocamento anzitutto veniva ritenuto facoltativo e non obbligatorio per i pro-prietari, i quali promettevano l’osservanza delle tariffe precedenti, nulla innovandosi per i lavoratori a mese.
«I contadini non rimasero di ciò molto soddisfatti, e una parte di essi promosse lo scio-pero nelle primissime ore del 2 corrente [mese] ponendosi a guardia delle vie d’ingresso dell’abitato e specialmente alla porta di Castelnuovo per impedire l’uscita dei lavoratori.
«Giunti rinforzi di carabinieri e soldati a cavallo da San Severo, con a capo il capitano dei carabinieri, si diressero fuori porta di Castelnuovo, ove agglomeravasi il maggior nu-mero di scioperanti, ed ivi il capitano dei carabinieri ed il sindaco si accinsero a persuadere con le buone gli scioperanti a ritirarsi e a lasciar passare i carretti che dovevano recarsi nella campagna. Ma nulla potevano ottenere, e mentre si avvicinava il carretto di Ariano Matteo, un gruppo di contadini si mise innanzi ad esso, e ne fermò il cavallo. Il capitano, il sindaco ed i carabinieri, che si trovavano da presso, rimasero circondati dalla folla, ed al-lora la cavalleria si avanzò per sgomberare il passo. Gli scioperanti che si trovavano in mezzo, aizzati da certo Nesta Giovanni, dettero di piglio a dei mattoni che trovavansi in quei pressi ammucchiati e li scagliarono contro la forza.»
(Aggiungo a questo punto una duplice chiosa:

  1. In quell’anno ricopriva l’incarico di Sindaco il ventinovenne avvocato Vincenzo Lamedica, liberale e massone, inteso tra la classe agiata come il cavaliere Lamedica ed anche il professore Lamedica; epitetato dal proletariato don Mingherlino. Fu poco incline a farsi carico delle esigenze dei meno fortunati; candidatosi al Parlamento nelle prime elezioni della Repubblica, naturalmente non venne eletto (altre notizie in: Personalità torremaggioresi, TorremaggioreOnLine plurisettimanale telematico; direttore responsabile Michele Antonucci Trib. Foggia 2523/2024).
  1. È attestato che nei paraggi dell’accaduto vi fosse una cava di argilla atta a realizzare mattoni. Cfr. FIORE, Antonio Lamedica da Torremaggiore …, Roma, 1995, Fonte LXXII: pag. 307, all. 43-4: Altre sei versure di terreni nel luogo detto la porta di Sant’Antonio una delle quali è censita a questa magnifica università ad uso di cavar creta; in: Archivio di Stato di Foggia; Amministrazione Int.; fascicolo 111 – busta 141. – c. innumerata) Inventario che si forma da noi qui sottoscritti Regio Luogotenente, e Mastrodatti del Circondario di San Paolo per disposizione di Sua Eccellenza il Ministro del Culto pervenuta per il canale di Sua Eccellenza il signor Consigliere di Stato Barone Nolli Intendente di Capitanata di tutti i beni appartenenti al convento dei reverendi padri Carmelitani del Comune di Torremaggiore, 7 agosto 1808.)
    Continua il rapporto del Procuratore Generale del Re presso la Corte d’Appello di Trani:
    «Uno dei mattoni, lanciato a breve distanza, ferì il capitano alla tempia destra, produ-cendogli lesione guaribile tra venti giorni con probabile sfregio: ma il feritore Vuono Matteo venne subito arrestato dal brigadiere Fanelli, mentre la sassaiuola facevasi più fitta …». Tale interessante documento è stato editato da G. NEPPI MODONA (Sciopero, potere politico e magistratura – 1870/1922, Bari, 1969, pp. 398, s.) ove si aggiunge che in quella occasione perse la vita Filomena Rubino insieme al bambino che portava in grembo. A questa testimone delle rivendicazioni bracciantili si è intestata la via di un moderno quartiere cittadino, ove accadde il nefasto episodio.
    Poichè intorno a quell’epoca appare nell’eloquio preminente del contado la denomina-zione cøccionë, ritenni che dicendo “a’ portȝ́ [dë] cøccionë”, si volle fare da parte del ceto interessato – senza forse, ironico, irriverente, salace e pronto al lazzo – riferimento al malca-pitato capitano, comandante della compagnia dei carabinieri di Sansevero (nunc: San Se-vero), attinto da un laterizio alla testa (dial. torremaggiorese: cocciȝ́ = coccia) e del quale sarebbe stato utile conoscere i dati anagrafici.
    L’esornativo cøccionë avrebbe, inoltre, potuto riferirsi alla persona del capitano, inteso quale grande capo dei carabinieri del capoluogo di mandamento; oppure riportarsi alla divisa di costui. Infatti un interessante articolo di Carmelo Burgio, dal titolo Carabinieri nel Regno delle due Sicilie e dei Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla e di Lucca (Notiziario storico dell’Arma dei Carabinieri, Anno IV, Numero 4, pp. 78-89. Periodico bimestrale a cura dell’Ufficio storico del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, redatto nell’anno 1919), riporta una minuziosa descrizione, corredata da immagini, delle divise in dotazione dei carabinieri all’epoca dei fatti qui presentati. Il vestiario in dotazione all’Arma era eredi-tato in parte dalla Gendarmeria del periodo napoleonico. Pantaloni rossi, bianchi in estate, giubba blu con spalline rosse, copricapi differenti a seconda del reparto (???) di appartenenza: berrettone di pelo d’orso con pennacchio e cordoni rossi per i carabinieri a piedi, elmo con cimiero, coda di cavallo e pennacchio rosso per la cavalleria. Si evince dalle immagini le notevoli dimensioni dei copricapi, dimensioni che potrebbero presentare un nesso non ca-suale con il rinominare la porta alludendo a un Cøccionë, termine che nell’idioma dialettale locale sta a significare “grande testa”, non trascurando il fatto che fu proprio alla testa che il comandante venne colpito dal mattone scagliato nel tumulto.
    Correva l’anno 2021 e con l’impagabile ed impagato ausilio della dottoressa Isabella Faienza – che, non fruendo di alcun endorsement, ci ha privato della sua preziosa collabora-tiva presenza – c’industriammo per sapere chi fosse il malcapitato Ufficiale “cøccionë” dal quale, con ogni probabilità, trasse l’appellativo l’antica porta occidentale del paese; e po-temmo appurare che si trattasse di Francesco Schemmari; la ferita riportata non fu esiziale, ma la sua audacia nell’affrontare in prima persona la folla gli valse un encomio solenne, così come riportato nel Bollettino Ufficiale dei Carabinieri Reali, dispensa 10, novembre 1908, alla voce Encomio solenne – Determinazione ministeriale 16 novembre 1908: “SCHEMMARI Francesco, da Comiso (Siracusa), capitano legione Ancona. – In occasione di gravi tumulti popolari diede bella prova di calma, di energia e di fermezza non abbandonando il suo posto, benchè ferito, fino a quando non furono cessati i disordini. – Torremaggiore (Foggia), 2 novembre 1907”. Non ritenni di pubblicare il risultato dell’indagine, da un canto perchè si presentava in-completa: non riuscimmo ad ottenere dai diversi uffici interpellati del Comune di Comiso, (comunali e parrocchiali) ulteriori notizie ritenute necessarie, dall’altro perchè la tesi che si andava a sostenere non era del tutto soddisfacente e convincente, attesa l’occasionale pre-senza a Torremaggiore dell’Ufficiale dei RR. Carabinieri ed, ancor più, la sua completa estra-neità, fisica e sociale, allo strato della popolazione autrice dell’epiteto. Quasi nel contempo, fu data alle stampe una monografia, ritenuta dallo stesso suo Scrit-tore di scarso interesse sotto il profilo scientifico, ma per me illuminante, e costituente, senza meno inconsapevolmente per lo stesso suo Autore, la prova – logica, definitiva e non equi-voca – dell’origine del termine ed a quale Personalità torremaggiorese fosse stato riferito. Ma di questo scriverò una prossima volta, appagandomi, per adesso, a pensare col saggio Imperatore, che, pur essendo romano di nascita, amò scrivere nel sacro idioma dello Stagirita: Ἕωθεν προλέγειν ἑαυτῷ· συντεύξομαι περιέργῳ, ἀχαρίστῳ, ὑβριστῇ, δολερῷ, βασκάνῳ, ἀκοινωνήτῳ· πάντα ταῦτα συμβέβηκεν ἐκείνοις παρὰ τὴν ἄγνοιαν τῶν ἀγαθῶν καὶ κακῶν.… αἰσχρῷ γάρ με οὐδεὶς περιβαλεῖ … γεγόναμεν γὰρ πρὸς συνεργίαν ὡς πόδες, ὡς χεῖρες, ὡς βλέφαρα, ὡς οἱ στοῖχοι τῶν ἄνω καὶ τῶν κάτω ὀδόντων. τὸ οὖν ἀντιπράσσειν ἀλλήλοις παρὰ φύσιν· ἀντιπρακτικὸν δὲ τὸ ἀγανακτεῖν καὶ ἀποστρέφεσθαι. (Μάρκος Αυρήλιος, Τὰ εἰς ἑαυ-τόν, II, 1, Ed. Farquharson, A.S.L., Oxford, Clarendon Press, 1944. Rist.: 1968.) E, per gli inevitabili malpensanti, traduco: Comincio la giornata dicendomi: incontrerò un indiscreto, un ingrato, un prepotente, un impostore, un invidioso, un individualista. Il loro comporta-mento deriva ogni volta dall’ignoranza di ciò che è bene e ciò che è male … ebbene, io non posso ricevere danno da nessuno di essi, perché nessuno potrà coinvolgermi in turpitudini … infatti siamo nati per la collaborazione, come i piedi, le mani, le palpebre, i denti superiori e gli inferiori. Pertanto agire l’uno contro l’altro è contro natura: e adirarsi e respingere sdegnosamente qualcuno è agire immoralmente.

    MARIO A. FIORE

Torremaggiore 14 agosto 2026

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