Lo scultore nascosto a Torremaggiore: nota pubblica di Giorgio Barassi su Giacomo Negri e sullo stanzino maledetto

Dappertutto, fuorché a Torremaggiore, un motivo di orgoglio delle genti di un luogo, fosse il più piccolo e sperduto, sono gli artisti locali. Gastone Biggi, a mio parere uno dei più grandi astrattisti italiani (lo è stato perché non era semplicemente un astrattista), di cui sono stato amico, era solito dire, col bofonchio da romano del Rione Monti : “Noi artisti serviamo ar sìnnaco solo quando dice che semo nati là. Epperò o dice dopo che semo morti!”. Amara constatazione ma malcostume italico quello di innalzare lodi agli artisti solo dopo la loro scomparsa. E il Maestro Califano, con la sua proverbiale durezza efficace, ribadiva spesso: “in Italia pe’ diventá n’artista famoso, te tocca morí”. Torremaggiore, che è maestra-matrigna del Nemo propheta in Patria, prende invece una direzione peggiore. Rinchiude le opere di un grande e vero scultore in uno stanzino umido e maleodorante, preferendogli altro, di livello miseramente inferiore. Peggiorando il tutto con una brutta specie di restauro di una delle opere pubbliche di quell’Artista (maiuscola doverosa), “il Vittorioso”, in Piazza dei Martiri. È decisamente più grave il fatto che, dopo aver sbandierato l’apertura della Sezione Museale Giacomo Negri al Castello Ducale, gli amministratori di allora e quella torbida struttura chiamata Ufficio Cultura (bisognerebbe chiuderli, in tutta Italia) hanno “mn’t u sfragliy’t” (chiuso col catenaccio, per i non praticanti il dialetto) a quello stanzino. Quando avvenne l’inaugurazione, le altre sale del pianterreno del Palazzo Ducale erano o vuote o adibite a magazzino. Dunque, a logica, non ci si spiega perché le sculture del nostro Artista, dalle dimensioni grandi seppur non gigantesche, siano stipate in un piccolo spazio, mentre, nel tempo, negli altri più ampi ambienti  ci sono finiti oggetti grandi al massimo come un’anfora o un po’ di monete. Allammèrz, praticamente (e qua, per i non ortodossi del nostro dialetto, vuol dire “al contrario”). Oltretutto, e varrebbe la pena di capire come e chi, la Sezione Museale, (ci vuole fegato a chiamarla così) evidentemente, vìola le elementari regole espositive delle sculture, che, essendo tridimensionali, debbono essere visibili nella loro totalità, dai 360° della loro bellezza. Altrimenti ci saremmo persi, ad esempio, culi favolosi della storia della scultura e questo non è corretto né lecito. Si tratta di una occlusione volontaria della vista totale di un’opera d’arte. Un delitto. 

A tutta altezza del vano, nell’umido sgabuzzino, un pannello di ferro, raddoppiato alla sua metà in larghezza per fare spazio a faretti cimiteriali, pare sia stato il massimo sforzo elaborativo dell’allestitore. Un concetto vecchio di almeno cinquanta anni ma spacciato, all’epoca, per nuovo. Applausi, ovvio, dei concorrenti in reato di diffusione della bruttezza. Meno male che è solo su una parete, altrimenti avremmo avuto l’effetto di una camera mortuaria dal sapore tragico-neorealista. 

L’opera “Parata in porta” di Giacomo Negri, una creta preparatoria dedicata ai trionfi del Torremaggiore Calcio nel 1954, è ridossata alla prima parete, nascondendo le terga dell’atleta raffigurato, e così buona parte del resto: busti, altre sculture. Una porcheria. Ma il dramma vero è la condizione in cui si trovano i gessi di Negri, rinchiusi in quella deplorevole cella. Ormai gravemente lesi dalle umidità, mostrano efflorescenze giallastre, vale a dire il contrario esatto delle funzioni naturali del Gesso di Bologna o Gesso di Meudon o Alabastrino, materiali in uso a scultori veri per le modellatura, il fondo e per la preparazione alla fusione a cera persa, dal biancore ineguagliabile quanto abbacinante. 

Giacomo Negri, torremaggiorese, classe 1900, fu allievo di Domenico Trentacoste alla Accademia delle Belle Arti di Firenze. A soli 23 anni portò a compimento il Vittorioso (altro titolo: Con la Vittoria, il progresso), monumento ai Caduti della Grande Guerra di cui per decreto, si badi, pre-fascista, tutti i comuni italiani dovevano dotarsi. Per capirci, Giacomo Negri fu autore anche del Monumento ai Caduti di San Salvo (CH), tenuto, manco a dirlo, in ottimo stato di conservazione.

Dovrei rivelare particolari a dir poco vomitevoli, al riguardo delle vicende di mancate attenzioni verso il Vittorioso. Prima da solo, poi con altri, mi sono impegnato per 40 anni reclamando un decoro ed un restauro che, qualche tempo fa, sono diventati una sottospecie di restauro dagli effetti evidenti. Il bronzo, materiale di cui il Vittorioso è fatto, non è nero neppure per sbaglio. O meglio, se sbagli proprio i lavori di restauro, diventa nero. Il popolo, ignaro ma uso alle inaugurazioni con suonatori, claque e lacchè, applaude al restituito Vittorioso e perfino ringrazia il Borgomastro. Sembra un film comico. Posso vantarmi di aver fatto togliere le palme orripilanti che decoravano (eufemismo) l’aiuola, violando l’elementare senso di discrezione e rispetto che il luogo deve evocare. Lì fu bravo l’allora sindaco Costanzo Di Iorio, che provvide a far sistemare dei piccoli bossi italiani a corredo di una aiuola spesso vittima di calpestio da vilipendio. Si fermò, Di Iorio, di fronte alla mia richiesta di restauro. “Mancano i fondi”. Aridàje.

Ricordo di aver maltrattato un “ciaonè” (sono gli emigranti al nord che tornano esibendo un dialetto torremaggiorese italianizzato da cabaret: andavano, e vanno, dal “mi dai un ettaro di mortadella ?” a “ciao neh, ci vediamo al pintòne”) che aveva spedito il suo cane a fare i bisogni nell’aiuola del Monumento. Con modi per nulla gentili gli promisi che avrei fatto lo stesso a casa sua, sul divano, e che non ho un cane. Per cui avrei provveduto di persona. La gravità, invece, dello stivaggio nello sgabuzzino malsano in cui sono confinate le opere di Negri, è assoluta. Da manette. I politici sono soliti promettere, si sa. La storiella della moglie del politico che si dice delusa dal marito, amministratore comunale, che promette e poi, a letto, non mantiene, è letteratura. Quando fanno qualcosa, il solo fatto di aver reso veritiera la promessa li accontenta. Che marcisca tutto, dopo. Chi se ne frega. E così è. Il gesso, date le sue proprietà, col tempo perde la resistenza, si sgretola, forma muffe e si distacca dal suo stesso corpo, se non manutenuto con semplici accorgimenti. In ambiente umido, tutto ciò si aggrava. Non serve essere esperti. Basta la maledetta logica. A salvezza della scelta fatta, quella di un ingiusto confino delle opere di Giacomo Negri, qualcuno disse “non abbiamo personale per praticare aperture regolari”. Per evitare il mio pensiero in merito, molto greve, lasciai perdere. Mi limitai a dire che i quattrini da spendere in clamorose e ridondanti stronzate pubbliche, pagliacciate in costume e convegni tritamaròni, però, ci sono sempre. Chissà mai perché.

Sul Vittorioso non voglio più tornare con specifiche argomentazioni, perché il carico di maleparole e le ragioni della mia incazzatura sono così pesanti da schiacciare in un sol colpo il Monumento stesso, compreso il tronco di piramide che lo sostiene. Evito per tutela del Patrimonio. Che è di tutti, per cui non dovrei essere il solo a reclamare giustizia e correttezza nella gestione di ciò che ci arriva dal passato.

Fondammo, con amici interessati ed attivi, fra cui il Direttore della testata Torremaggiore On Line , un’associazione (ovviamente non riconosciuta) che si chiamava Belle e Nascoste, dedicata alla riscoperta di opere d’arte fatte da artisti torremaggioresi di cui i compaesani non sanno. E ciò perché a nessuno dei giuntaroli né a nessun Sindaco interessa davvero vantarsi di quello che i nostri compaesani illustri, e Giacomo Negri lo è stato davvero, hanno fatto. Si sgretolino i suoi meravigliosi gessi, stia nascosta la sua opera, se ne perda la memoria. A questi certe cose non interessano. Men che meno interessa valorizzare la figura del fratello minore di Giacomo, Vittorio Negri, che fu docente e soprattutto pittore di doti uniche. Andava dal soffio leggero e prezioso dei suoi acquerelli allo scherno ed all’ammonimento pesante, senza inutili filtri, diretto. Grande Vittorio (quando diventai maggiorenne, il caro professore mi autorizzò a chiamarlo così), ti hanno capito in pochi!

A questi ed altri amministratori basta, a pensarci, esibire definizioni substaliniste come “Sezione” o “Ufficio Cultura”. Manca il Politburo, il KGB e il Soviet e così il Cremlino dei poveri è servito. 

Una volta ho provato a chiedere a dei ragazzi, compaesani, se sapevano chi fosse Giacomo Negri, torremaggiorese. Non lo sanno. Cosa gli insegnano a scuola, non so. Delle glorie locali non sanno, ignorano.

Del Vittorioso va detta però una cosa, che è storia. Alla partenza degli Alleati da Torremaggiore, con una azione che di certo fu congegnata da chi si occupava di Psychological War, la Vittoria Alata originaria, che era nella mano sinistra della fusione in bronzo creata da Giacomo Negri, fu recisa e portata via. Era come dire “ma quale vittoria? Siete degli sconfitti”. Nessuno mosse nulla, nemmeno allora. E sì che una, una sola Vittoria italiana vera ci fu. E fu proprio quella della Prima Guerra Mondiale, in cui persero la vita molti nostri concittadini, come accadde, tragicamente, nella seconda. Molti si distinsero per coraggio ed ardimento, furono decorati e tornarono vivi. Niente nomi, chi sa, sa.

Ma citarli, per certa sinistrella scialba, è scandaloso: alzano i cartelli e sbraitano come usava una volta, reagiscono con rituali triti, perché sono indietro come le palle dei cani. 

Giacomo Negri provvide a fare una copia della Vittoria Alata nel 1950, su invito del grande sindaco Michele Cammisa. Sembra di vedere, oggi, più che altro una sconfitta con le ali, ammantata da un colore che, ribadisco, non è quello del bronzo e nemmeno quello del bronzo restaurato alla regola dell’arte. 

Su Giacomo Negri va inoltre detto che il Sindaco (allora Podestà) di Torremaggiore, interpellò nel 1923 il Maestro Trentacoste per sapere se la sua scelta di far lavorare un giovane non ancora laureato fosse stata giusta. Il burbero docente, che fu scultore di marmi e bronzi meravigliosi, rispose che la scelta era caduta su un suo allievo preferito. Un gran lavoratore. E sì che da quelle aule, negli stessi tempi, girava un certo Marino Marini da Pistoia. 

Caro Maestro Califano, a Giacomo Negri non è toccata nemmeno la gloria dopo la morte. Anzi, gli tocca la reclusione per ingiusta causa (una cosaccia che ignobilmente il Califfo subì, due volte).

Una delle più alte violazioni della libertà personale per i vivi, la peggiore onta per gli artisti di valore.

Giorgio Barassi
Consulente d’arte, curatore & presentatore

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