
DOVE NON FURONO BOMBE, È LA DEVASTAZIONE DELL’UOMO. Ma Il dio Odopoiò non si fermerà
Due bombardamenti alleati, tra il 28 maggio e la fine di agosto 1943 sventrarono la città di Foggia. La storia ricorda quello del 13 luglio 1943, in particolare. Centinaia di morti in poco tempo. Si erano rifugiati nel sottopasso della stazione ferroviaria, nodo importantissimo allora. Quelle tragedie dovrebbero essere ricordate più spesso, furono determinate dalla guerra, un esercizio che gli uomini, di tanto in tanto, amano praticare a danno di altri uomini.
Alla tristezza della perdita di persone spesso innocenti e non coinvolte, si aggiungeva la devastazione. Le macerie. Qualche nozione e informazioni facilmente assumibili fanno capire che, dopo un bombardamento, le fasi passano dal BDA (Bomb Damage Assestment) teso a documentare il danno con foto aeree da parte di chi colpisce, alla evidenza della distruzione vera e propria, oltreché alla conta delle vittime. Una conseguenza, per chi sopravvive, studiata da un secolo con particolare attenzione, è quella dell’impatto psicologico. I civili superstiti avanzano tra i resti, non hanno più punti di riferimento, sono depressi e vedono solo il peggiorare della situazione. Uno scenario che, per fortuna, a Torremaggiore in quegli anni non ci fu. Eppure lo Sterparone Airfield, a un tiro di schioppo dall’ area urbana, era un grosso rischio.
I tedeschi preferirono ripiegare alla svelta sulle rive del Sangro, dove le buscarono di santa ragione dopo aspri e cruentissimi combattimenti.
Gli dei, si sa, nella loro bizzarria decidono le sorti di chi è in terra. Così Gianni Brera si inventò, da genio della scrittura, la imprevedibile Eupàlla, la dea che decide il come e quando delle partite di calcio. Qualche erede di Ares, se non lui in persona, ha deciso di consegnare alla visione le conseguenze di un bombardamento da incoscienza umana (eufemismo) sull’interminabile cantiere del Rettifilo. Si sarà incazzato non poco, Marte. Avrà delegato un collega? Ho immaginato una divinità addetta alla tutela degli antichi manufatti. Un dio dall’aspetto di un antico artigiano muratore, inferocito come facevano i muratori veri che vedevano lavori fatti male da altri. Lo chiameremo Odopoiò, un nome tronco, come usa nella gran parte dei nomi del nostro dialetto.
Ares ha pure reclamato, in un cielo gonfio di nuvole, una velocità di esecuzione che in altri casi e in altre terre faceva innalzare in un amen templi in omaggio a lui o ad altri suoi colleghi. Niente.
Avrà alzato la voce presso le nuvole più in alto e financo padre Zeus si sarà deciso ad impugnare la saetta per scagliarne gli effetti sul Corso. E, si badi, non a lastricato completato e rifinito (due voci finora assenti, nel caso di specie) ma sul cantiere che fine non ha. Ecco comparire, col sereno conseguente, le voragini, i crateri. L’acqua tanto attesa si insinua tra gli ignoti camminamenti scavati dal tempo e da piccoli animali nel terrapieno preesistente, la robusta spalla originaria che ha sostenuto il Rettifilo per un secolo e passa, emerge ferita a morte dalle angherie subite nella sua offesa Bellezza.
Il segno dall’alto doveva arrivare. Mastro Odopoiò (il nome è evidentemente derivato da ὁδοποιός, colui che crea la strada) ha il fisico di un lottatore, porta il cappellino ricavato dalla carta della busta di cemento, ha nel curriculum un’infinità di vie costruite con cura. Ama sporcarsi e lavorare con gli umani, li sgrida, li minaccia ma è bravissimo nel suo. Niente corone di alloro.
Quando attacca, non molla.
La benefica pioggia ha intanto denudato l’inefficacia di quanto si va combinando.


Tecnici esperti del mestiere, come il bravo ingegnere Antonio Palma, affezionato al suo e nostro paese pur vivendo altrove, hanno rilevato con dovizia di particolari le criticità (siamo buoni, dai) di quanto è tuttora in opera.
Lo sventramento per volontà degli dei è però solo conseguente e comunque inferiore a quello causato dall’uomo. Arriva tardi ma evidenzia cosa era stato fatto quando il riferimento per chi lavorava in quel campo erano, ci ripetiamo, le Viae Romane. Si capisce da qui che qualcuno, alle medie, era come minimo distratto, durante la lezione di storia romana.
E quell’effetto depressivo di cui si parlava, causato dalla presenza ingombrante e triste di rovine e detriti, somigliante a quello del dopo-bombardamento, è evidente a molti. O almeno a quelli che hanno un concerto semplice di bellezza, quella dell’ordinarietà che racconta il passato, che, in quanto tale, va rispettato e non offeso.
Sfogatisi gli dei (ma a nessuno è dato sapere se ripeteranno il lancio di strali), le evidenze affiorano. È come lo sciogliersi della neve dopo l’ imbiancata. Nelle citazioni popolari, in quel caso, affiora altro.
Odopoiò torna a sedersi sull’impalcatura, dichiara di voler cambiare nome e chiamarsi Mastro Antidevàsto e stappa una trequarti gelata, urlando alle maestranze di darsi una mossa.
Ha il viso decisamente teso dai nervi, gli ribolle il sangue. La buona creanza delle divinità gli proibisce di farcire con nutrite maleparole l’azione appena portata a termine. Sottolinea solo con un “e pp’ mmò…!” il momento.
Ora tutti, finalmente, vedono.
Ma ahimè non ci sarà, a segnare l’agognato rinascimento, una nascita di Venere, come pare accadde dalla spuma del mare di Πέτρα του Ρωμιού, dalle parti di Paphos a Cipro. Inutile sperare in Afrodite e nelle sue forme meravigliose da bonazza, raccontate da migliaia di scultori e pittori che ci educarono alla visione del bello soprannaturale e insieme umano.
E a noi Goliardi non rimane che concentrarci tristemente sulle altre due divinità della triade nostra sacra. Servirà a dimenticare. Ormai il bello ha perduto il suo originario vigore. L’abbondanza di danneggiatori in nome di un fallimentare rinnovamento è maggioranza quanto turpe abitudine. Noi che siamo stati abituati ed indirizzati alla bellezza ed al rispetto di quanto altri ci hanno lasciato, dovremmo arrenderci. Invece no. Dal gesto dell’ombrello in avanti, si dia fondo a tutto quanto possiamo esprimere contro i barbari irrispettosi, che passano perfino per virtuosi.
Ingraziamoci piuttosto Odopoiò Mastro Antidevasto, bruciando nei bracieri le fragranze migliori e sacrificando il caciocavallo più grosso e maturo per il suo tradizionale spuntino.
Ma che profonda ferita sarà lasciata in chi prova rispetto ed amore per il nostro dialetto architettonico!
Giorgio Barassi
Consulente d’arte, curatore & presentatore

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