

uguccione! Chi era costui?
Per la microstoria torremaggiorese: la porta di Cʉccionë – Cøccionë
(quarta parte)
ζητήσατε εἰς εἰρήνην τῆς γῆς, εἰς ἣν ἀπῴκισα ὑμᾶς ἐκεῖ
καὶ προσεύξασθε περὶ αὐτῶν πρὸς Κύριον
ὅτι ἐν εἰρήνῃ αὐτῆς ἔσται εἰρήνη ὑμῖν
῾Ιερεμίας· (Οʹ) Λϛʹ, ζʹ
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Industriatevi per il benessere della Terra in cui ho permesso che vi deportassero, e pregate per essa il Signore, perchè dal suo benessere verrà la vostra pace: ed io, non nato in codesto Luogo, riservatomi dal Fato, sulla scorta del precetto dell’Ineffabile a Geremia (Vulgata Clementina, 29, 7) ho, da sempre, ambìto al progresso, al benessere ed alla pace di questa che fu e rimane l’amata patria degli Avi miei materni, che continuerò per sempre a declamare, col poeta di Zante, anch’io:
questa
bella d’erbe famiglia e d’animali…
ed…i tuoi colli
per vendemmia festanti, e le convalli
popolate di case e d’oliveti
È di grande attualità non solo in ambito locale ma in buona parte d’Europa pensare ad una società globalizzata con la necessità di una integrazione etnica vôlta a favorire la pacifica convivenza anche tra individui di origini diverse, come se ciò rappresentasse un pensiero innovatore originale. Malgrado il sussistente peccaminoso orgoglio discriminante, non può esservi dubbio che, tra le mura paesane – a malgrado il retrivo atteggiamento degli ambienti, di volta in volta, dominanti – si è fin dalle origini registrata, quasi in modalità del tutto naturale, l’incessante formazione di una società multietnica, i cui membri, originarî e nuovi arrivati, si industriarono, all’unisono, a contribuire al pacifico mutuo progresso. E ciò avvenne, in particolar modo, per effetto e conseguenza della transumanza, sul cui fenomeno ritengo sia utile anche in quest’occasione spendere qualche parola.
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È attestato che, fin dalla più remota antichità, i pastori, quando le nevi ricoprivano gli aspri monti abruzzesi, menavano greggi ed armenti verso la pianura in cerca di pascoli e di clima più mite; e ritornavano in Abruzzo quando l’afosa estate ardeva sulla sitibonda pianura pugliese. La montagna e la pianura, perciò, furono, da quella gente, sempre considerate complementari.
L’aragonese Alfonso V, detto il Magnanimo (… ogni periodo ha sempre avuto la sua croce) al quale, a quanto pare, il denaro fu sempre insufficiente, e quindi a soli fini fiscali, escogitò il sistema di rendere obbligatoria la transumanza, ma, per converso, valorizzò pure le due zone limitrofe a quel tempo scarsamente produttive, dando luogo a quell’immenso demanio fiscale denominato Tavoliere di Puglia e facente capo alla Dogana di Foggia, centro organizzativo del vasto movimento d’interessi fiscali e privati connessi alla transumanza delle greggi, che si recavano nei pascoli invernali di Puglia e Basilicata. I transumanti – uomini ed animali – si dirigevano, muovendosi sui tratturi, tra un Sant’Angelo – ovvero: San Michele – di autunno (29 settembre) e l’altro (8 maggio: il Sant’Angelo di primavera) dagli Abruzzi alle Puglie e, quindi, durante il periodo estivo, ritornavano nei territori di provenienza.
Tre erano i tratturi principali che collegavano le regioni degli Abruzzi a quelle pugliesi. Il primo, che fu anche il preminente, chiamato Strada Regia – perchè annoverato tra le regalie (proprietà) del sovrano, ovvero regio demanio – prendeva l’avvio dall’Aquila e raggiungeva Foggia attraversando i territori delle attuali province di Pescara, Chieti e Campobasso. Un altro tratturo interessava solo la provincia di Chieti, partendo da Lanciano e raggiungendo Cupello. Il terzo, denominato Centurelle-Montesecco, partiva da Caporciano in provincia dell’Aquila e – attraversando le province di L’Aquila, Pescara, Chieti e Campobasso – terminava il tragitto a Serracapriola, ove i ventiquattro cavallari, ufficiali fiscali della Regia Dohana menapecudum, controllavano l’ingresso del bestiame transumante nel Tavoliere. Vi erano, poi, numerosi tratturi secondari, tra i quali rammento il Celano – Foggia, il Foggia – Ofanto, il Castel di Sangro – Lucera, il Pescasseroli – Candela, il Melfi – Castellaneta, l’Ateleta – Biferno.
I pascoli del Tavoliere vennero ripartiti in zone, le cosiddette locazioni, e queste si distinsero in ventitre originarie, dette ordinarie, e venti aggiunte successivamente.
Dai tratturi, per raggiungere le quattrocento poste, costituite nell’ambito delle locazioni (all’interno di ogni posta erano dislocati i cc. dd. iacci, ossia gli ovili ed i pagliari, per il ricovero degli umani) si dipartivano numerose diramazioni, chiamate bracci e tratturelli. Il territorio di Torremaggiore era percorso sia dal tratturo regio, largo sessanta passi (metrilineari 111,111), che dal tratturo Celano – Foggia, ed ancora dal braccio Nunziatella-Stignano – che partendo dalla località Nunziatella, in territorio di Casalvecchio di Puglia, raggiungeva Stignano, in territorio di San Marco in Lamis – ed, altresì, dal braccio Pozzo delle capre – Fiume Triolo, che partendo dal territorio di San Severo raggiungeva quello di Lucera.
Il Doganiere, a volte chiamato Presidente ed anche Governatore della Dogana, posto a capo della struttura, stabilì, agli inizi, la sua sede a Lucera, capoluogo della Capitanata, e soltanto ai tempi di Re Ferrante, il temibile figlio spurio di Alfonso, si trasferì a Foggia.
Le ventitre locazioni originarie furono:
Andria, Apricena-Castel Pagano-Sant’Antonio Arignano, Camarda, Candelaro, Canosa, Casalnuovo, Castiglione, Cave, Cornito, Feudo, Guardiola, Lesina, Ordona, Orta, Ponte Albanito, Salpi, Salsola, San Giuliano, Sant’Andrea, Tressanti, Trinità, Valle Cannella.
Le venti locazioni aggiunte furono: San Giovanni e Rodi Garganico, San Giacomo e Monte San Nicandro, Lama Ciprana, San Chirico, Fontanelle, Veresentino, Farano, San Lorenzo, Fabrica, Correa (grande e piccola), Siponto, Stornara, Stornarella, Camarelle, Quarto delle Torri, San Giovanni in Fonte, San Giovanni di Cerignola, Canne, Gaudiano, Parasacco.
Torremaggiore era compreso nella locazione di Casalnuovo, detta anche Casone, mentre l’attigua zona di Fiorentino faceva parte di Guardiola.
È stato calcolato che i locati provenissero da trecentocinquanta paesi, tra gli Abruzzi (ultra e citra) ed il Contado di Molise, ed appartenessero a duemila trecentoquindici famiglie.
Si rimarca che i locati della locazione di S. Andrea provenienti dalla terra di Pescocostanzo, facessero capo, per le loro esigenze spirituali, al clero di Torremaggiore e non a quello di Sansevero, principale centro di quella locazione. Infatti – nella chiesa parrocchiale di S. Maria della Strada, in cornu epistolæ in prossimità dell’ingresso – quella comunità fece erigere l’altare dedicato a S. Maria del Popolo, volgarmente indicato con l’appellativo di Altare degli Abruzzesi, con annessa una fossa sepolcrale, donando a quei preti una casa, che s’affitta docati sei in circa l’anno, delli quali paga al nostro clero nel dì del Santo Natale del Signore per la Messa cantata in aurora carlini quindeci; il rimanente de i quali serve per la sua riparazione, ed ha la sua propria sepoltura (cfr. Statuti del Clero di S. Maria della Strada del 1716, capitolo 25; in: La Ricettizia di Torremaggiore, atti e documenti … coordinati, presentati ed illustrati da Mario A. Fiore, p. 105 , Torremaggiore, 1966).
L’ordinamento della Dogana, imposto dal governo Aragonese, almeno sugli inizi, recò giovamento all’erario dello Stato (che non si distingueva da quello del Sovrano), ed, entro certi limiti, anche alla consorteria dei proprietarî degli ovini e bovini transumati (i locati). Allorchè, però, venne abolito, per disposizione del vicerè Toledo, il sistema del conteggio effettivo degli animali che venivano condotti al pascolo nelle locazioni e sostituito con quello della professazione, ovvero professione volontaria, detta anche professione in alia, furono poste le basi per la rovina del ceto dei locati. Dapprincipio, infatti, il locato quanto più professava tanto più pascolo si riceveva e quando non fossero stati sufficienti i pascoli del Tavoliere, l’amministrazione della Dogana provvedeva ad acquistare altre erbe dai baroni e monasteri. Fu icasticamente osservato che l’avidità del governo e l’astuzia dei rapaci doganieri resero la professione volontaria un sistema di sfruttamento crudele e cinico che spogliava anche del pensum diei i malcapitati locati abruzzesi. Per la professione in alia ogni pastore, ascritto ad una locazione, aveva diritto alla sua porzione di erbaggio, ma non in proporzione del numero reale dei capi di bestiame che introduceva nella locazione, bensì di quello professato, ovvero dichiarato. Chi più professava più pagava. D’altra parte, però, se il fisco realizzava maggiori introiti, l’estensione della locazione destinata a quel determinato numero, chiamato collettiva, di locati non variava; chi professava di più non faceva altro che restringere il pascolo a chi professava di meno; e quest’ultimo, per procurarsi l’erba necessaria al proprio gregge era costretto a trattare con i locati delle contigue poste ed a pagare una seconda volta a costoro la stessa erba che già aveva acquistato dal fisco. Ne derivò che ogni locato cercò di professare più dell’altro, preferendo pagare una maggior somma in Dogana, piuttosto che versare il doppio ed ottenere i terreni che i locati vicini rifiutavano; e ne sortivano, come ben si può immaginare, aspri antagonismi che finirono per rovinare la pastorizia, in particolar modo negli anni in cui l’erba era scarsa.
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Allorchè greggi ed armenti dai pascoli estivi transumavano verso il Tavoliere, sia i locati che i loro dipendenti, necessitavano, in particolar modo durante il tragitto, dell’opera di una molteplicità di artigiani e sovente avvenne che alcuni di quesi ultimi si stabilissero sugli ubertosi pendii a cavaliere del nostro Ferrante, specialmente a motivo di sponsali con avvenenti donzelle locali. Per gli emigrati dalla terra di Agnone accadde nella prima metà del XVIII secolo all’ultracinquantenne Sebastiano Marinelli che condusse all’altare la ventenne oriunda torremaggiorese Felicia Carbone; nel secolo successivo, avvenne per Concezio Galassi – il cui cognome, unitamente a quello di tutti i suoi figli, venne travisato dai superficiali anagrafisti torremaggioresi in Galasso e successivamente emendato per via breve – dalla cui scheda, redatta nell’insieme sicuramente dopo il 1897 (foglio di famiglia n° 133 – Via La Piazza 4), si evince che nacque ad Agnone il 30 novembre 1835 da Luigi ed Argenzia Camperchioli, che di professione facesse il calzolaio [maestro] che fosse marito di Filomena Rizzelli e che venne a mancare ai vivi in Torremaggiore il 25 Ottobre 1906 (di anni 70 e mesi 11); che la consorte, Filomena Rizzelli fu Giuseppe e Maria Giovanna Pettinicchio, nacque il 22 Marzo 1838 a Torremaggiore, ed ivi morì il 16 ottobre 1895; che dal coniugio nacquero sei figli, tutti a Torremaggiore: Giovanna, nata il 3 Maggio 1863, emigrata a Sansevero il 23 settembre 1882; Felice, nato il 26 Dicembre 1870, coniugato con Ranieri Elvira; Maria Giuseppa, nata il 14 marzo 1873 (sposa Michele Pesante, da Sansevero, ma non risulta dal prospetto anagrafico surrichiamato); Rosa, nata il 16 Maggio 1876, emigrata a Sansevero il 29 Ottobre 1894; Luigi, nato il 9 Febbraio 1878, emigrato a S. Marco in Lamis il 18 Luglio 1911; Assunta, nata il 19 Giugno 1879, deceduta il 14 luglio successivo; e che della famiglia, come si accennava, fosse entrata a far parte, quale nuora, Ranieri Elvira di Vincenzo e di Angiolina Celeste, Gentildonna, nata ad Apricena l’11 Novembre 1874.
Concezio Galassi, nell’immaginario livoroso e denigratore degli indigeni – neoarricchiti sulle spoglie dei de’ Sangro – rappresentò il ciabattino abbruzzese – diventato in pochi anni il maestro-calzolaio, dell’arte del quale quasi tutti, però, andarono avvalendosi per la realizzazione di calzature e stivali – che, da analfabeta, si consentì di far conseguire ai figli, oriundi, concreti titoli di scuole superiori; e, surrettiziamente, se ne andò sussurrando la relazione con gli accoliti del brigantaggio post-unitario, sorvolando sull’altro particolare, effettivamente fondato, probabile e verosimile, che era stata una famigerata “donna Celeste”, appartenente a lignaggio ben in vista a quell’epoca, a segnalare ai briganti, comunicando nottetempo con una lanterna, se la via d’ingresso al paese fosse o meno libera dalla vigilanza della Guardia Nazionale (ho approfondito in un mio tuttora inedito gli argomenti de quibus sui quali in questa sede non mi aggrada indugiare oltre).
L’acume dei miei tre pazienti lettori avrà ora sicuramente già intuito a qual Personaggio nel gergo del Quarto Stato torremaggiorese (la pleraque pars dei codacchiari) fu attribuito l’epiteto Cøccionë; e, se non gli fosse ancora chiaro, gli potrei suggerire di pensare al rampollo primogenito di Concezio Galassi.
Eccone, preliminarmente, l’atto di nascita:
Registro delle nascite dell’anno 1870; fol. 128:
“L’anno milleottocento settanta, il giorno Ventisette Decembre, nella casa comunale, alle ore diciotto in Torremaggiore, Dinanzi a me Cesare Trematore Assessore Anziano, funzionante da Sindaco, ed Uffiziale dello Stato Civile di questo Comune suddetto, Circondario di Sansevero, Provincia di Capitanata è comparso Concezio Galassi di Luigi, e di Argenta Capecchione, di anni trentasei, calzolaio, domiciliato in questo Comune nella strada Santa Maria, il quale mi ha presentato un Bambino di Sesso Maschile che dichiara essergli nato il giorno Ventisei Decembre alle ore dieci, dalla di lui moglie legittima Filomena Rizzelli del fu Giuseppe e di Maria Giovanna Pettinicchio di anni ventotto, contadina secolui domiciliata, e nella propria casa di abitazione posta come sopra nella strada Santa Maria, al quale esso dichiarante intende di dare il nome di Felice.
“La quale dichiarazione viene fatta alla presenza di Vincenzo Landolfi del fu Pasquale di anni sessantatre proprietario, domiciliato in questo Comune nella seconda strada Borgo Nuovo, e di Onofrio de Gregorio di Michele di anni trentatre, fruttivendolo, qui pure domiciliato nella strada Santa Maria testimonj scelti dal dichiarante medesimo, i quali dopo di aver avuto lettura del presente processo verbale, steso in pari tempo su i due Registri originali, è stato da me soltanto sottoscritto, avendo il dichiarante, e testimonj asserito di non saper scrivere.”
( a margine destro): Il suddetto è morto a Torremaggiore il 3 marzo 1951.
(a margine sinistro): Numero d’ordine trecentocinque – 305 – il controscritto Felice Galassi nel 19 maggio 1897 sposò innanzi all’Uffiziale dello stato civile di Apricena Elvira, Anna Maria Ranieri, di Vincenzo, nata in Apricena nel giorno undici Novembre 1874, numero d’ordine 199. Torremaggiore ventitre Agosto 1897.
Dallo schedario dell’Ufficio anagrafe si rileva inoltre che al censimento del 1936 (sezione 5, n° 101) fosse domiciliato in Via Fiani, 46 (in prossimità, quindi, della porta occidentale del borgo, sulla quale mi son soffermato nella prima parte di questa memoria), che il 19 maggio 1897 fosse convolato a nozze con Ranieri Elvira da Apricena e che avesse praticato sul principio la professione di Geometra e successivamente quella di Direttore di Banca.
Dai registri parrocchiali di S. Maria della Strada se ne rileva l’atto di Battesimo:
sul margine sinistro: n° d’ordine del registro 225 – Felice Galassi:
“Die vigesima octava Decembris 1870. Reverendus Sacerdos Dominicus Landolfi Œconomus Parochialis Ecclesiæ Sanctæ Mariæ Turrismajoris baptizavit infantem heri natum hora 10ª ex conjugibus Concetio Galassi, et Philumena Rizzelli, cui Felicis nomen fuit impositum. Patrini fuere Constantinus Galassi, et Maria Nicolaa Vitale. Obstetrix Maria Michaëla Basile
“Franciscus Santoro Vicarius Curatus”.
Se ne può desumere, pertanto, la presenza in loco di altri rami della famiglia Galassi.
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Si è visto che il 15 dicembre 1905 Elisa Croghan fece pervenire agli amministratori della Congregazione di Carità di Torremaggiore la proposta con la quale, a definire e prevenire ogni motivo di ulteriori contese, dichiarava di offrire in via transattiva due cospicui cespiti immobili le cui rendite dovessero essere destinate sia in prò dei poveri che all’erezione ed al mantenimento di un asilo infantile. Con deliberazione dell’11 febbraio 1906 la Congregazione accettava l’offerta e sottoponeva ritualmente la decisione alla Commissione Provinciale di Beneficenza, che, nella tornata del 2 gennaio 1907 la approvava, ponendone l’esito sotto la responsabilità personale degli amministratori, che avrebbero dovuto provvedere a porla in esecuzione.
È bene rimarcare, prima di proseguire la narrazione, che la normativa istitutiva delle Congregazioni di Carità – Legge 3 agosto 1862, n.753 (c. d. Legge Rattazzi sulle opere pie), e il relativo regolamento attuativo portato nel regio decreto 27 novembre 1862 n. 1007 – stabilì che il consesso fosse guidato da una commissione composta da un presidente e da un numero di membri, variabile in base alla popolazione del comune, la cui nomina e sostituzione furono demandate ai relativi consigli comunali e soggette all’approvazione prefettizia. La durata in carica del presidente venne stabilita per un quadriennio mentre i membri si sarebbero rinnovati, per un quarto della complessiva consistenza, ogni anno.
A fronte dell’approvazione sub conditione della Commissione Provinciale di Beneficenza, che responsabilizzava, circa l’esito delle trattative con la Croghan, personalmente gli Amministratori della Congregazione, quei bravi neo-signori, del ceto liberale – alcuni dei quali di dichiarata fede massonica, ma distanti le mille miglia dai Principî della Fratellanza – dopo aver adottato alcuni provvedimenti autoremunerativi, tentarono di disimpegnarsi da ogni eventuale futura perniciosa conseguenza; tra l’altro, e ciò sembra scaturire dagli atti, il Presidente pro-tempore si dimise anzitempo e venne chiamato a rimpiazzarlo il geometra-compassatore Felice Galassi, sicuramente ritenuto ingenuo ed inesperto: l’incarico, forse con sorpresa di qualcuno, venne accettato.
Ma sin dalla prima riunione della Congregazione, tenutasi l’8 maggio 1907, l’eletto neopresidente manifestò senza tentennamenti un carattere deciso ed autorevole, ben conscio di quanto si stava per porre in essere, e non mancava di far rilevare che … “questo consesso nella precedente tornata del 22 aprile u. s. n° 182 quando cioè approvò la bozza del contratto di transazione a stipularsi con la Croghan erede del defunto Principe di S.Severo, non pose mente che specie nel caso di costruzione del collegio arbitrale la nomina a perito del membro Grassi Luigi potrebbe dar luogo ad inconvenienti ed eccezioni.Comunque sia il mandato affidato al Grassi si deve intendere assolutamente gratuito e come tale sarebbe accettato da lui giacchè è nell’interesse dei poveri e trattasi di persona appartenente all’amministrazione. Ond’è che … il Presidente propone: 1°) che sia deferita alla sola Presidenza la scelta del Perito, che dovrà rappresentare, curare e tutelare gl’interessi della Congrega nel distacco materiale della quota del latifondo S. Maria … Parimenti alla Presidenza sia deferita la scelta del terzo perito arbitrale … La Congrega – ritenuto la necessità di dare ampio mandato al Presidente … udite e ponderate le su trascritte proposte, … all’unanimità le adotta.”
La Croghan – di religione anglicana, che mai apostatò, convertendosi al cattolicesimo – ebbe modo di apprezzare le qualità morali e professionali (spirito laico, onesto e preparato) del Galassi, tanto che con le disposizioni delle sue ultime volontà – sulla scheda delle quali appare la controfirma del Nostro – lasciò un cospicuo cespite per la fondazione ed il mantenimento di un ospedale a Torremaggiore, che, per le leggi Crispi e Rattazzi avrebbe dovuto essere amministrato dalla Congregazione di Carità, della quale il Galassi era presidente. Ho fondati motivi per ritenere che tra la Croghan ed il Galassi – sterile l’una, improle l’altro – sia insorto un rapporto psicologico di simpatia-empatia.
Negli anni successivi la perspicacia del Nostro e l’indefessa sua volontà di portare soccorso ai poveri gli suggerirono di fondare nel paese un secondo Istituto di Credito, che favorisse i ceti più deboli e contrastasse il più possibile il dilagante fenomeno dell’usura (che da sempre afflisse le genti meno abbienti della contrada). Si rese, in quest’ottica, promotore e fondatore (unitamente al congiunto Pesante), nel 1924, del Banco di Torremaggiore (fondazione agli atti del not. Tommaso Lipartiti, in Archivio notarile di Lucera). L’istituto venne inteso localmente dal popolo come la Banca Rossa, in contrapposizione alla Banca Bianca già esistente da qualche decennio (Banca popolare cooperativa agricola e commerciale di Torremaggiore), oggi, per molteplici motivi entrambe dissoltesi nel nulla. Fin sullo scorcio della sua esistenza ne svolse anche le mansioni di direttore. Dopo il decesso del Nostro, l’istituto subì diverse volte variazione nell’intestazione, diventando dapprima Banco di Torremaggiore e Sansevero, quindi di Sansevero e Torremaggiore e, da ultimo, Banca Apulia: alfine venne incorporata in un primo momento da Veneto Banca e dal 27 maggio 2019 da Banca Intesa-Sanpaolo.
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Felice Galassi: nell’immaginario collettivo degli acrimoniosi arrampicatori della prima decade del XX secolo ilpresidente indigesto, ma imposto dalle circostanze, della Congregazione di Carità locale; intimamente disprezzato, tuttavia temuto da quella anodina e vanesia microborghesia che mal ne tollerò il legame con la Croghan, sul testamento della quale appariva – e resta impresso – l’autografo; per il quale in tutti i modi si concertò la damnatio memoriae; ma, d’altra parte, magnificato dal proletariato, il diseredato “quarto stato”, per il quale rappresentò l’affrancamento dall’antico (ma sempre riemergente) latifondismo; ergo: coccione – cøccionë, soltanto in senso figurato (perspicace, intelligente al massimo grado e, pertanto, grande testa equivalente a grande mente e, per sineddoche, grande personalità); dovendosi revocare in dubbio che sia stato applicato in senso fisico – rapportandolo anche alla figura del Genitore, così come ritratta nel marmoreo medaglione firmato da Giuseppe Sartorio, del sacello funerario, vero capolavoro astretto a soccombere a causa dell’iperfetazione edilizia cimiteriale, ascrivibile al brulicante politichese del suffragio – perchè non è ammissibile che coloro che per primi adottarono l’epiteto siano stati ispirati dai principî della fisiognomica e delle stravaganti, inapplicabili, teorie del Lombroso.
Al proposito di quel monumento funerario, nella monografia del 2006, di Walter Scudero, finanziata dal Comune di Torremaggiore, dal titolo Giuseppe Sartorio, scultore, un mito d’altri tempi, L’avventura artistica e la statuaria cimiteriale a Torremaggiore, a pp. 52-54, per la Tomba Galassi – Pesante (La donna orante) tra l’altro si legge:
“La tomba Galassi-Pisante (sic), sita sul viale nuovo, è un monumento che indubbiamente esercita una profonda impressione in chi lo osservi per la prima volta, vuoi per il grande impatto emotivo prodotto dalle sue ragguardevoli dimensioni, vuoi per i contenuti simbolici che racchiude nel suo messaggio di morte e di speranza. ……
“Qui il cumulo [di pietra grezza] non fa, però, solo da supporto alle sovrastanti strutture, bensì contorna, delimita e descrive il finto ingresso alla camera funeraria ipogea (che ha, invece, il suo accesso reale posto posteriormente alla tomba), cosicchè questo, incastonato nella viva e scura roccia, ci si presenta come l’imbocco di un avello che non è difficile immaginare orrido e tenebroso, così sigillato com’è da un immane lastrone di pietra bianca che nessuno ardirebbe rimuovere, nonostante la presenza di due grossi maniglioni bronzei, che, posti ai lati delle grandi scritte incise sulla pietra e riportanti i cognomi della famiglia, suggeriscono di non essere mai stati toccati dal lontano 1910 ……”.
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Per completare i dati anagrafici del Nostro ne trascrivo l’atto di morte, dal quale traspare la sua solitudine:
“Comune di Torremaggiore, Ufficio Anagrafe, Libro dei Morti, anno 1951. Numero 24. Galassi Felice
“L’anno millenovecentocinquantuno addì quattro del mese di marzo alle ore otto e minuti quindici nella Casa Comunale. Avanti di me Sacco Sabino, Ufficiale dello stato civile del Comune di Torremaggiore, Assessore delegato dal Sindaco con atto 17. 4. 46, approvato è comparso Di Pumpo Derio di Paolo di anni ventiquattro, commerciante residente in Torremaggiore, il quale alla presenza dei testimoni Piano Aurelio di Giuseppe di anni quarantuno impiegato, residente in Torremaggiore e Zifaro Antonio di Pasquale di anni quarantadue, custode del Cimitero, residente in Torremaggiore, mi ha dichiarato quanto segue:
“Il giorno tre del mese di marzo dell’anno corrente alle ore dieci nella casa posta in via Nicola Fiani al numero quarantesei è morto Galassi Felice dell’età di anni ottanta, residente in Torremaggiore, geometra, che era nato in Torremaggiore da fu Concezio, calzolaio, residente in vita a Torremaggiore e da fu Rizzelli Filomena, casalinga, residente in vita a Torremaggiore e che era marito di Ranieri Elvira.
Il presente atto viene letto agli intervenuti, i quali tutti, insieme con me, lo sottoscrivono.
Di Pumpo Derio — Aurelio Piano — Antonio Zifaro
L’Ufficiale dello Stato Civile:
Sacco.”
I registri parrocchiali della Matrice S. Nicola ne riportano il decesso sotto il n. 8 dell’anno 1951:
“L’anno 1951 il giorno 3 del mese di Marzo è morto non munito dei sacramenti perchè improvvisamente Galassi Felice figlio del fu Concezio e della fu Rizzelli Filomena, di anni 80 marito di Ranieri Elvira, di questa parrocchia di S. Nicola in Torremaggiore.
“Il cadavere è stato sepolto nel cimitero di questo Comune.
“Il Parroco: Arciprete Antonio Codipietro”.
Dopo il decesso del coniuge, il 25 agosto, la vedova Elvira Ranieri emigrò da Torremaggiore per Apricena, suo luogo natìo, ed ivi cessò di vivere nella dimora posta in Via Roma, 18, il 13 dicembre 1957.
⁂



In una società pulluleggiante di arroganti, arrivisti, cinici e presuntuosi il Galassi impersonò la vera umiltà: quella che proviene dalla grandezza d’animo, e che, come insegnò lo Stagirita, è figlia della magnanimità, virtù fondamentale dell’uomo. Ne resta, tangibile prova ed ammaestramento per la posterità la modestia della sua dimora, che ancora si può scorgere in via Nicola Fiani, che si stenta a ritenere potesse essere quella di un banchiere (non bancario): dimora che, dopo un’esistenza dedita al prossimo bisognoso, abbandonò solo col trapasso a miglior vita (per il Credente).
Ma, a questo punto, potrebbe obiettare il benevolo lettore, dotato di intelligenza critica (non lo affermo per captatio benevolentiæ): chi può assicurare che l’epiteto Cøccionë riguardasse proprio Felice Galassi e non altri? – Replico:
chiudevo la prima parte di questa memoria ricordando che …… fu data alle stampe una monografia, ritenuta dallo stesso suo Scrittore di scarso interesse sotto il profilo scientifico, ma per me illuminante e costituente, senza meno inconsapevolmente per lo stesso suo Autore, la prova – logica, definitiva e non equivoca – dell’origine del termine cøccionë ed a quale Personalità potesse esser stato a suo tempo riferito.
Mi riferisco alla monografia Il Codacchio: L’antico borgo di Torremaggiore con i suoi abitanti negli anni ’50 e ’60, di Luigi De Santis, fatto imprimere nel 2021 con il contributo dell’amministrazione civica.
Ne ripropongo i brani che riguardano dappresso questa indagine:
pagine 5-6: “Il Codacchio costituisce il nucleo abitativo più antico di Torremaggiore, formatosi a partire dalla seconda metà del XIII secolo. Questo nucleo … delimitato a nord da un decumano – Εἰς τί ἡ ἀπώλεια αὕτη; – (attuale via Nicola Fiani) con a est la «Porta degli zingari» (l’archë Borrellë) e a ovest «a Portë Chëccionë» …… In questi bassi e in questi vicoli si è forgiato nei secoli il temperamento dei torremaggioresi condizionato da una promiscuità vissuta in piccoli spazi abitativi e in stretti vicoli: in questa situazione tutto non poteva avvenire che alla luce del giorno.
“Per estensione appartengono al quartiere Codacchio anche le strade e le abitazioni adiacenti: Via Sant’Antonio Abate, Vico Carceri, Piazza Agostino Scorza, Vico Storto San Nicola, Via Rosario e Via Fiorentino.”
pagine 7-8: “Via Nicola Fiani – dalla Portë Chëccionë sino a l’archë Borrellë (Porta degli zingari); (lato destro) n° 15 dell’elencazione: Galàssë.” Qui il De Santis mostra chiaramente di aver avuto notizie di seconda mano e di non sapere che quella fu l’abitazione di Felice Galassi, personalità che resta fuori dall’arco temporale che l’A. afferma di aver preso in considerazione nella sua ricerca.
Continuando col De Santis:
pagine 15-16: “Piazza Agostino Scorza dittë u Làrië (a Chiazzèttë) ’u Càrcërë: n° 6 dell’elencazione: Famigljë Chëccionë (Loretë, Jtuccë).”
Non potè, tuttavia, sottrarsi anche il volenteroso Cronista dalla supponente contaminazione di taluno dei numerosi revisori del suo lavoro, che ha voluto suggerire di rendere in tutt’altra parte dello scritto (a pag. 45) in lingua katharevousa il lemma Portë Chëccionë rendendolo porta di Uguccione.
Fa d’uopo, quindi, soffermarci su quella che il De Santis ha voluto tramandarci come Loretë Chëccionë, già dimorante in Piazza Agostino Scorza.
Chiedo, come di regola, testimonianza ai documenti:
Comune di Torremaggiore – Ufficio anagrafe
Scheda relativa ai censimenti 1936: sezione 7, n° 184, Via 20 Settembre 67; e censimento1951 (dal 21. 9. 1934) : sezione 3, n° 317, Piazza A. Scorza, 9 (dal 21. 9. 1934); dal 18. 5. 1957: Matteotti 210:
“Galasso (emendato successivamente in Galassi) Loreta figlia di Giuseppantonio e di Santobuono Maria Giuseppa, nata a Torremaggiore il 21 luglio 1924 (N. 325 P. I^); stato civile: coniugata con Bonfitto Marco il 15. 2. 1958 (N. 13 P. II^, s. A) professione o condizione: Dottoressa, abraso e sostituito in: Insegnante Matematica.”
Atti di Nascita relativi all’anno 1924:
“L’anno millenovecentoventiquattro addì ventiquattro, di Luglio a ore […] dieci e minuti venti, nella casa comunale. Avanti di me Avvocato Giustiniano Venetucci Sindaco ed Ufficiale dello Stato Civile del Comune di Torremaggiore, è comparso Giuseppe Antonio Galasso di Vincenzo di anni trentasei, nato in Torremaggiore, carpentiere domiciliato a Torremaggiore, il quale mi ha dichiarato che a ore merid. dodici e minuti — del dì ventuno del suddetto mese, nella casa posta in Via Magenta al numero settantacinque, da Maria Giuseppa Santobuono fu Carlo di anni trentasette, casalinga, sua moglie legittima secolui convivente è nato un bambino di sesso femminile che egli mi presenta e a cui dà il nome di Loreta.
“A quanto sopra e a questo atto sono stati presenti quali testimoni Matteo De Santis fu Luigi, di anni quarantacinque, calzolaio e Matteo filio d’Ignoti di anni quarantadue spazzino entrambi residenti in questo Comune.
“Letto il presente agli intervenuti è stato meco sottoscritto meno dai testimoni perchè analfabeti.
“Galasso Giuseppe.
“L’Uffiziale dello Stato Civile:
“Venetucci
“A margine sinistro: (di traverso) A. Scorza 9
“Numero 325 – Galassi Loreta di Giuseppantonio – 3489 – Addì 15. 2. 1958, N. 13 – P II – S A
“La suddetta contrasse matrimonio in Torremaggiore con Bonfitto Marco. Torremaggiore, lì 21 febbraio 1958: L’Ufficiale dello Stato Civile: A(rduino) Ametta.
“Con sentenza del Tribunale Civ. e Pen. di Lucera emessa in data 25. 6. 1969 (trascritta nei registri di nascita di questo Comune anno 1969 – Parte II – Serie B – N. 8) è stata autorizzata la rettifica del suo cognome da Galasso a Galassi. – Torremaggiore 4 agosto 1969.
“L’Ufficiale dello Stato Civile: A(rduino) Ametta.
“Galassi Loreta è morta a Foggia il 04. 10. 2010 (atto di morte del Comune di Foggia Anno 2010, P. I, serie – N. 418) Addì 14. 10. 2010.”
L’attribuzione dell’epiteto da parte del De Santis a Loreta Galassi – che, anch’essa, ha preteso, addirittura giudizialmente, la correzione del cognome – è palesemente il risultato della combinazione di una sineddoche e di una metonimia.
– Resta, pertanto, stabilito:
a) che l’epiteto Cøccionë (Chëccionë nella trascrizione dal vernacolo optata dal De Santis: la fonìa, comunque, resta identica) e l’espressione correlata a’ portȝ́ [dë] cøccionë viene alla luce soltanto agli inizî del secolo XX;
b) che fino a quel momento il luogo venne indicato in tutt’altro modo: porta di Castelnuovo, nel 1908, dal Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Trani; porta di Sant’Antonio Abbate dai locali, e, per tutti, cfr.: Emanuele Jacovelli, Cenni Storici su Torremaggiore2, Dotoli, Sansevero, 1911, p. 84, ove è dato leggere “Attaccato al palazzo della Duchessa esisteva una porta di pietra dura, come pure si osservava un’altra detta di Sant’Antonio Abbate, alla parte occidentale del paese, e propriamente in fondo, poco dopo la via Nicola Fiani”.
c) Giammai troviamo indicato quel luogo come “porta di Uguccione” prima che se la inventasse di sana pianta il ghiribizzo dell’Autore della pubblicazione Toponomastica cittadina del 1987, ribadendola, con forme variate, negli scritti del 1996 e del 2007 (cfr. supra);
d) risulta da fonte inequivoca che l’epiteto stesso fosse stato attribuito alla famiglia Galassi;
e) Cøccionë fu ab initio riferito ed accostato alla porta occidentale del paese prospiciente sul quartiere “codacchio” e dalla quale si diparte via Nicola Fiani;
f) che al civico n° 46 di via Nicola Fiani, non lontano da quella porta, si trovasse fin dal principio del secolo XX (dato desunto dal catasto) l’abitazione di Felice Galassi; e che allo stesso fossero intestati numerosi cespiti nel “codacchio” (dato desunto dalla denunzia di successione);
g) che nei primi decenni del secolo XX Felice Galassi operò attivamente per il bene della parte della comunità cittadina meno fortunata come si è ampiamente detto e dimostrato.
Post haec omnia, censurabile al limite del ridicolo si appaleserebbe chiunque si ostinasse a ripetere, insieme a “sala del trono” et similia “porta di Uguccione – Ugaccione”: con tale pernicioso comportamento si continuerà a falcidiare irrimediabilmente il patrimonio culturale, morale e sociale della collettività, contribuendo alla totale dissoluzione dell’identità della stessa. E rammentino coloro che si gabellano cultori e maestri ad un tempo di verità che, concedendo ingresso a tali inverecondi farfugliamenti, non solo misconoscerebbero e rinnegherebbero le radici demiche, ma tradirebbero la loro stessa missione.
⁂
Pretendono, i politicanti di ogni tempo, con il codazzo dei loro lecca…piedi – quelli intrisi di trionfalismo, e questi anelanti ad immeritate prebende – assolutamente digiuni di politica, secondo gli indeclinabili principî di quell’Ipse, Autore dell’Etica al figlio – di far commemorare inutili ed ignoti quiqui e populo (talvolta anche grassatori e profittatori), con targhe di strade ed epigrafi ridondanti, condannando all’oblio chi, nel silenzio, operò per il bene ed il progresso della società. Ma, ben si intuisce che questi ultimi – costretti a vivere in una società amministrata da individui per i quali è più consono ed agevole governare l’indistinto ὄχλος, che reggere e guidare un responsabile δῆμος – non hanno mai rappresentato, nè lo avrebbero potuto, fonte di inonesti ed effimeri guadagni.
Non posso qui sottrarmi di chiamare a mio soccorso la rovente eloquenza dell’Arpinate, che, per la prima volta nella storia della letteratura, nomina i cafoni, partigiani del triumviro Marco Antonio:
Tutti i Cafoni, tutti i Sassi e le altre pestifere casate … si assegnano da soli gli edifici e le case migliori, i giardini e le ville di Tuscolo ed Albano. Ed anche quegli uomini rustici – se uomini, e non piuttosto animali si devono ritenere – estendono le loro vane speranze fino alle acque di Pozzuoli.
Ad abundantiam riporto l’intero paragrafo nella irragiungibile madrelingua, esimendomi, tuttavia, dal fornirne la versione in italico idioma, potendone ogni interessato agevolmente procurarsele con l’ausilio di internet:
“In hac tam dispari ratione belli miserrimum illud est, quod ille latronibus suis pollicetur primum domos; urbem enim divisurum se confirmat, deinde omnibus portis, quo velint, deducturum. Omnes Cafones, omnes Saxae ceteraeque pestes, quae sequuntur Antonium, aedis sibi optimas, hortos, Tusculana, Albana definiunt. Atque etiam homines agrestes, si homines illi ac non pecudes potius, inani spe ad aquas usque et Puteolos provehuntur. Ergo habet Antonius, quod suis polliceatur; quid? nos num quid tale habemus? Di meliora! id enim ipsum agimus, ne quis posthac quicquam eius modi possit polliceri. Invitus dico, sed dicendum est. Hasta Caesaris, patres conscripti, multis inprobis et spem adfert et audaciam. Viderunt enim ex mendicis fieri repente divites, itaque semper hastam videre cupiunt ii, qui nostris bonis imminent; quibus omnia pollicetur Antonius.”
Confesso di aspirare a che il messaggio nascente da queste considerazioni possa raggiungere non solo le giovani generazioni, ma anche tutti quelli che brancolano tra i social-net, inseguiti dalla “paura di perdersi qualcosa” (fear of missing out) con l’intimo auspicio che possano, alfine, conseguire la “gioia di perdersi qualcosa” (Joy of Missing Out) e riguadagnare, con la conoscenza delle proprie radici, se stessi: quod est in votis.
All’ombra di codesti deprecati e deprecabili politicastri hanno vegetato (e proliferano) gli sparuti memorialisti, diplomati e laureati (triennale, magistrale e, perfino, incaricati accademici), pulci che si recano dal coiffeur per farsi l’acconciatura, ansiosi di apparire omniscienti e dare a tutti ed a tutto una risposta – anche a ciò che, onninamente impreparati, sconoscono – come ho notato sul principio: e così, tra l’altro, la magna aula del palazzo ducale (così veniva definita dalla principessa Teresa Carafa de’ Sangro al vescovo di Sansevero Rocco de Gregorio e nella documentazione di riferimento delle Congregazioni romane) o gran salone che dir si voglia (come si espresse la gran Dama Forestiera, Elisa Croghan, in vari luoghi ed anche nel testamento, ripetendo come, di certo, l’apprese dal compagno de’ Sangro) è stata servilmente travestita e trasformata (e lo è tuttora, anche da parte delle susseguentisi civiche amministrazioni autodefinitesi democratiche) in pomposa ed altisonante sala del trono; i greci Jachimi – Iachino, benefattori della cittadinanza in tempi calamitosi, sono stati fatti diventare un ufficiale spagnolo al servizio di imprecisati Re di Napoli o delle Due Sicilie; in cotal maniera Cøccionë – Chëccionë ha subìto la metamorfosi diventando un generico ed imprecisato Uguccione-Ugaccione.
Ed altro, ed altro ancora; exempli gratia il busto di Raimondo de’ Sangro nell’atrio del palazzo ducale, che non rappresenta affatto le sembianze del personaggio memorato, ma quelle del di lui primogenito, Vincenzo.
E che dire dell’aghiotoponomastica – posta a presidio e garanzia della stabilità della memoria liturgica e della consacrazione del luogo sacro – equivocata e stravolta dall’insipienza degli addetti – frati, presbiteri e laici devoti – per patologico amor di novità e, forse, per la somatizzazione dei noctis phantasmata? E tenendo in non cale il prescritto dal can. 1168 del codice di diritto canonico del 1917 e dal canone 1218 del codice attualmente in vigore. E mi riferisco ai titoli delle chiese-luoghi consacrati al divin culto di Santa Maria di Loreto, trasmutata in Madonna del Rito, e delle SS. Croci, propinata alle ultimissime generazioni quale Convento del S. Cuore. E non m’inoltro sul punto perchè già altrove invocai a soccorrermi padre Dante (De Monárchia, III, xiv, 7): fastidium etenim est in rebus manifestissimis probationes adducere. A meno che, da costoro, non si vorrà accogliere l’insensato presupposto di una molteplicità di verità. In tale deprecata ipotesi – constatando che mai come in questo caso la realtà quotidiana ammannita agli inconsapevoli e la verità si discostano – non posso che rammentar loro il prezioso insegnamento del teosofo-filosofo Krishnamurti sull’abisso esistente tra la verità e la realtà e sulla distinzione profonda tra ciò che percepiamo come reale e la Verità: non è possibile passare attraverso la realtà per arrivare alla verità; bisogna comprendere le limitazione della realtà [collegata alla res, sempre mutevole nel tempo e nello spazio] che è altamente condizionata dai processi di pensiero e delle tradizioni; per arrivare alla verità bisogna superare le limitazioni determinate dalla singolare combinazione tra effettività (ciò che accade oggettivamente) e realtà che rimane una costruzione mentale non oggettiva altamente condizionata dai nostri processi di pensiero, dal passato, dalle tradizioni e dalla cultura in cui siamo immersi; la mente filtra il mondo attraverso i propri pregiudizi e condizionamenti. Per Krishnamurti, la verità non è un concetto da raggiungere o una tradizione da seguire. Essa si rivela solo quando la mente riesce a superare i limiti sia dell’effettività che della realtà condizionata, liberandosi da ogni forma di identificazione e pensiero frammentario (Krishnamurti Jiddu, Verità e Realtà, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1978, passim).
Mi sia consentito, comunque, di concludere col Divin Maestro, prendendo l’abbrivio da Giovanni XVII, 17: Ἁγίασον αὐτοὺς ἐν τῇ ἀληθείᾳ· ὁ λόγος ὁ σὸς ἀλήθειά ἐστιν.
E devo, con grande rammarico, constatare che ancor oggi la Storia (una delle rare volte che può, e deve, apparire la S maiuscola) del paese subisce violenza.
Dal sito whatsapp del Comune ho modo di apprendere:
“Comune di Torremaggiore – 18 novembre 2025
“Inaugurato il busto bronzeo di Federico II a Palazzo di Città.
“Prosegue il percorso di valorizzazione delle figure storiche legate alla nostra comunità. Oggi, nella Sala Federico II di Palazzo di Città, è stato inaugurato il nuovo busto in bronzo dedicato all’imperatore Federico II di Svevia, che concluse la sua vita nel sito archeologico di Castelfiorentino nel 1250. L’opera arricchisce uno spazio già significativo, dove è esposta anche la copia del suo testamento.
“Un sentito ringraziamento va all’artista Dino Bilancia per la realizzazione del busto, alla ditta 2M Marmi di Torremaggiore per il supporto tecnico, nonché all’Ufficio Cultura, all’Assessorato alla Cultura e all’Assessorato alla Promozione Turistica per il prezioso contributo. Un nuovo tassello che rafforza la memoria storica e l’identità culturale della nostra città.”
Sul piedistallo marmoreo della fusione bronzea leggo questa scritta:
Dove regna
la ragione
fiorisce
la grandezza.
Federico II
26-12-1194
13-12-1250
Per carità di patria mi sottraggo dall’onere di rammentare a chi di dovere le principali regole dell’epigrafia, qui del tutto mortificate: (O tempora, o mores! Senatus haec intellegit, consul videt; hic tamen vivit, mi permetto di ripetere con l’Arpinate) e, limitandomi ad una osservazione generale, mi chiedo e chiedo: in qual modo si potrà mai giustificare ad un attento visitatore di quella sala la palese discrasia della data dell’obitus del Puer Apuliæ, come appare su questo piedistallo e l’altra (17 dicembre 1250) riportata nel testamento, ov’è dato leggere: In nomine Dei eterni et salvatoris nostri Iesu Christi Anno ab incarnacione Eius millesimo ducentesimo quinquagesimo, die sabati, decimo septimo mensis Decembris, none indictionis) e la cui trascrizione (attestata nei Monumenta Germaniae Historica) si sostiene tuttora esposta nella stessa sala? Ripropongo al signor Sindaco di Torremaggiore, ai signori membri responsabili del settore della sua Giunta – Assessorato alla Cultura – nonchè, e soprattutto, dell’Ufficio Cultura un quesito già altrove avanzato: da quando in qua un de Cujus riesce a dettare le ultime volontà dopo il decesso?
Sull’ulteriore considerazione che documento è fonte sia scritta che orale (fondata, quest’ultima, su incontrovertibile tradizione) è doveroso rammentare a tutti coloro che vogliono crogiolarsi a tramandare le patrie memorie che la storiografia è fondata solo sul documento, mai sulla fantasia, generatrice di fantasmi; fantasia (φαντασία) idonea soltanto a costruire rappresentazioni di cose e fatti che di norma non corrispondono alla realtà e capace di rappresentare la storia in piena libertà e non a trasmettere quel che in effetti è accaduto. A tutti costoro mi vien fatto di ripetere: τίςὀμφαλητόμοςσετὸνδιοπλῆγαἔψησεκἀπέλουσενἀσκαρίζοντα; (Ipponatte, fr. 33).
Mi permetto, pertanto, di mutuare l’insegnamento di Confucio (Analetti, II, § 17): “il fondamento della conoscenza è questo: se lo possiedi, applicalo; se non lo possiedi, confessa la tua ignoranza (e, per il resto, taci)”. E di rammentar loro il pensiero di George Bernard Shaw, a commento dell’imperituro magistero socratico: Diffida della falsa conoscenza: è molto peggiore dell’ignoranza; chi possiede informazioni errate, parziali o distorte, ma è convinto che siano giuste, difficilmente metterà in discussione le proprie idee. Questo stato di illusione impedisce l’apprendimento autentico e rende più vulnerabili alla disinformazione e agli errori di giudizio.
E sento di dover aggiungere che ognuno di codesti Memorialisti in erba dovrebbe, prima di impugnare una penna o di sedersi davanti alla tastiera di un PC, abbandonare le proprie incrollabili certezze e chiedere lumi al Filosofo di La Haye-en-Touraine, il quale sostenne come fondamentale per la ricerca della verità il dubbio metodico ed il rigetto di tutto ciò che non fosse chiaro e certo:
“…non prendere mai niente per vero, se non ciò che potrai chiaramente riconoscere come tale; evita accuratamente sia il pregiudizio che la fretta nel giudicare; e non esprimere opinioni su quanto non fosse presente alla mente così chiaramente e distintamente da escludere ogni possibilità di dubbio”: cfr. Discours de la méthode pour bien conduire sa raison, et chercher la verité dans les sciences. Plus la Dioptrique, les Meteores, et la Geometrie qui sont des essais de cete Methode, a Leyde, de l’Imprimerie de Ian Maire. MDCXXXVII, Avec Privilege.
A dare consistenza a tale pensiero il Filosofo giunse a supporre l’esistenza di un genio maligno: “Io supporrò, dunque, che vi sia, non già un vero Dio, che è fonte sovrana di Verità, ma un certo cattivo genio [genium aliquem malignum], non meno astuto e ingannatore che possente, che abbia impiegato tutta la sua industria ad ingannarmi. Io penserò che il cielo, l’aria, la terra, i colori, le figure, i suoni e tutte le cose esterne che vediamo, non siano che illusioni e inganni, di cui egli si serve per sorprendere la mia credulità. Considererò me stesso come privo affatto di mani, di occhi, di carne, di sangue, come non avente alcun senso, pur credendo falsamente di aver tutte queste cose. Io resterò ostinatamente attaccato a questo pensiero; se, con questo mezzo, non è in mio potere di pervenire alla conoscenza di verità alcuna, almeno è in mio potere di sospendere il mio giudizio. Ecco perché baderò accuratamente a non accogliere alcuna falsità, e preparerò così bene il mio spirito a tutte le astuzie di questo grande ingannatore, che, per potente ed astuto ch’egli sia, non mi potrà mai imporre nulla.”: Renati Des-Cartes, Meditationes de prima philosophia, in qua Dei existentia et animæ immortalitas demonstratur, Parisiis, Apud Michaëlem Soly, viâ Iacobeâ, sub signo Phœnicis, MDCXLI. Cum Privilegio, & Approbatione Doctorum.
Per dubitare, pensare e ingannarsi bisogna, però, necessariamente esistere. Da qui nacque il celeberrimo Cogito, ergo sum (“penso, quindi esisto”), la prima pietra miliare della filosofia moderna da cui ricostruire tutto il sapere.
⁂
Imponendosi la conclusione, sento di poter sostenere che l’atto di transazione stipulato e sottoscritto da Felice Galassi il 10 maggio 1907 con la Dama forestiera, erede degli antichi despoti feudali, fu prodromico ed etiologico alla autoidentificazione di quel popolo responsabile – δῆμος o populus di ellenica e romana memoria – che, a distanza di qualche mese, il due di novembre, seppe, giungendo a versare il proprio sangue, dare tangibile prova e testimonianza di aver preso coscienza dei proprî diritti, con gli eventi già descritti ed avveratisi nei pressi di “porta Castelnuovo”, che, da quel momento, divenne nell’accezione comune, per i molteplici motivi fin qui illustrati, “porta di Cøccionë – Chëccionë”.
Chi lo conobbe da vicino mi assicurò che “don Felice Galassi”, pur lontano da partitismi e fazioni, fu esempio di una cultura autenticamente politica, improntata a dare uno sbocco alle frustrazioni sociali serpeggianti nel proletariato; si mantenne, insomma, da Uomo con sentimenti autenticamente liberali; la cui postura etica fu quella di un uomo di fede, ma non di un baciapile.
⁂
In questa Torremaggiore, precipuamente versata un tempo alla intelligente coltivazione delle sue rustiche contrade, il Nostro – che fino alla fine dei suoi giorni amò recarsi alle sue campagne su un calesse trainato da una mansueta “muletta” – va annoverato in quella sparuta schiera di agricoltori, sapienti e pazienti, che hanno reso, un tempo, rinomata la borgata non solo in altre italiche regioni, ma anche all’Estero per la esclusiva coltura di frutti della terra nell’avvicendarsi delle agricole stagioni, al giorno d’oggi mutate col mutar dei tempi; e come già mi piacque rievocare: giugno e luglio dedicati principalmente alla mietitura ed alla trebbia; e l’agosto, con la coglitura dei frutti, di cui si faceva commercio; la vendemmia e la raccolta delle melecotogne a settembre – ottobre; il periodo tra l’ottobre ed il novembre, dedicato alla seminagione dei cereali; la raccolta e la molitura delle olive nei mesi di dicembre e gennaio: i pomodori negli orti ubertosi ed era ancora da venire il tempo della loro coltivazione estensiva.
E non ritengo frustraneo rammentare, in queste pagine dedicate ad un Torremaggiorese esemplare, ancora una volta alle prossime generazioni la produzione nel territorio di Torremaggiore di grano duro denominato saragollo, avvenuta in maniera cospicua almeno fin dal secolo XV, stante il contenuto di un decreto della Camera Apostolica – emesso nel marzo del 1551 a conclusione di una lunga contesa che vide contrapposti i cleri di Castelnuovo (della Daunia) e quello di Torremaggiore – col quale venne riconosciuto ai partecipanti della ricettizia torremaggiorese il diritto ad esigere le decime dei cereali nell’agro della distrutta città di Fiorentino.
Produzione attestata, tra i tanti, da un atto solenne del 5 agosto 1626, mercè il quale il principe di Sansevero, Giovanfrancesco de’ Sangro (di lì a poco scomunicato dal vescovo di Sansevero), accettava e ratificava, nel maniero feudale di Castelluccio degli Schiavi (nunc Castelnuovo della Daunia), un sinallagma rogitato in Napoli il precedente 14 luglio, agli atti del notaro Giovanni Leonardo de Aucisio (in Curia Notarij Francisci Antonij Stinca), e stipulato da Alessandro de’ Sangro (arcivescovo-metropolita di Benevento e patriarca di Alessandria) e Carlo de’ Sangro (fratello spurio del prelato, che viene ricordato per aver partecipato alla battaglia di Nördlingen), quali coamministratori del pronipote Paolo, duca di Torremaggiore ancora in età minorile, e figlio del detto Giovanfrancesco. I de’ Sangro, a nome e per conto del diciasettenne duca, si obbligavano a vendere alla “fedelissima” città di Napoli, che – in persona degli Eletti e con l’intervento di don Giovanni Enriquez, Reggente della R. Cancelleria e rappresentante del Viceré nel governo dell’annona – si obbligava ad acquistare, centotrentamila tomoli di grano duro, della qualità ‘Saragollo forte’ di Puglia, dei quali centomila venivano detti ‘di fermo’ (oggetto di negozio concluso e definito e pronti per la consegna da avvenire tra il settembre 1626 ed il marzo 1627) e trentamila ‘di rispetto’ (soggetti a prelazione, ma sottoposti, altresì, alle circostanze legate agli esiti dell’incetta da parte dei de’ Sangro nei territorî del feudo torremaggiorese: in ogni caso da dichiararsi disponibili entro il successivo mese di novembre e da consegnarsi entro l’aprile del successivo 1627). Il corrispettivo, comprensivo del nolo, fu stabilito in diciassette carlini a tomolo, per l’importo complessivo di 221.000 ducati (molti milioni di euro).
Il frumento, prodotto dell’annata e senz’alcun difetto, sarebbe stato trasportato a spese e cura dei venditori, ma a rischio e pericolo degli acquirenti, fino al porto di Napoli, ove questi ultimi avrebbero provveduto “a’ sacchi, bastasi, misuratori e magazzini”.
Il raffronto tra il rogito principale stipulato a Napoli e quello di ratifica, preso in considerazione, fa agevolmente arguire che la qualità Saragollo fosse quella abitualmente messa a coltura nel territorio feudale del duca di Torremaggiore. Ed, infatti, nel mentre i rappresentanti della città di Napoli facevano attenzione a rimarcare, e per ben due volte, che la compravendita si riferisse a frumento saragollo forte di Puglia nell’istrumento di ratifica si faceva riferimento soltanto alla mera vendita di frumento. (Cfr. il mio: Saragollo, Triticum Apulum – la produzione cerealicola nel territorio di Torremaggiore nei secoli XVI e XVII, Cooperativa Agricola Fortore, Torremaggiore, 2013).
E come si fa a porre nel dimenticatoio, come purtroppo è accaduto, l’obliato olivo di Torremaggiore (detto anche olivo torremaggiorese) in ordine al quale ho potuto prender atto dell’esistenza di un rampollo di pianta (diversa dalla provenzale cervelloticamente trasformata in peranzana) esistente in una masseria didattica alla periferia di San Paolo di Civitate (Cfr. Mario A. Fiore, Ulivi ed olio in alta Daunia – notizie storico-giuridiche e paralipomeni del “Quaternus excadenciarum Capitinate”, con prefazione di Pasquale Corsi, Società di Storia Patria per la Puglia: Territori e Società, II, Bari, 2025).
Ed, ancora, come non ricordare il vino cacc’e mitt’, oggi peculiare di Lucera ove viene preparato con la preminenza di uve nere e rosse, ma a Torremaggiore esistente fin dal XVIII secolo e prodotto con uve bianche (moscato e malvasia bianca, originarî della Morea).
E, giacchè si è in argomento, non voglio preterire le barbabietole da zucchero, la cui coltivazione venne incoraggiata verso la metà dello scorso secolo dal geometra Emilio Di Janni (intrinseco di don Antonio Lamedica) che tentò, con insuccesso e grave danno pecuniario personale, di far sorgere in loco uno zuccherificio.
E che dire degli ortaggi, peperoni e pomodori, ormai dimenticati come colture originarie della nostra terra, ove per i vigneti, frutteti ed ortilizî vennero riservati fin dal quindicesimo secolo poco meno di 50 carra (mille ettari: notizie e mappe in Archivio di Stato di Foggia: Acta reintegrationis Pheudi Turris Maioris) di territorio? Quanto ai primi, nella qualità di rotondi e frigitelli commerciati, fino alla seconda metà dello scorso secolo in terra teutonica, ove a Monaco di Baviera venivano presentati sotto la dicitura Paprika aus Torremaggiore e Paprikaschoten aus Torremaggiore. Quanto ai secondi, erano e sono conosciuti con il nome di pomodori tondi di Torremaggiore, dalle bacche tonde e piccole, tenaci, dal colore giallo-verde, e maturi, dal colore rosso vivo, presentati come ottimali per il consumo in insalate e per la produzione di salsa e conserva, coltivati sia in pieno campo che in semenzaio grazie al microclima favorevole della zona di Torremaggiore, ma ora messi a coltura, per quanto a mia conoscenza, nell’agro di Lucera, ove alcune aziende ne producono una squisita salsa.
Spiace constatare che la cosiddetta (ed…autoreferenziata) élite paesana benespesso non ha saputo, e non sa, rammentare e, quindi, raccontare la storia del proprio luogo.
⁂
Si parva licet componere magnis, non mi pare eccessivo accostare la figura del Nostro a quella degli sfortunati fratelli Tiberio e Caio della gens Gracca, i quali, anch’essi aristocratici, ma non asserviti allo sterco del diavolo, non riuscirono a far durare nel tempo le agognate riforme a favore del popolo, mercè le quali avrebbero voluto operare la necessaria alchimia in grado di elevare i componenti della plebe al rango di consapevoli e responsabili cittadini.
E, nel mentre con queste pagine ho inteso sciogliere alla sua urna una ben modesta rievocazione, riconosco che ben ne fu concepito l’epitaffio:
fede e carità
furono fiamma
di generosi propositi
e di infiniti benefici
largiti ai derelitti
Il suo Spirito, dalla Sede dei Giusti, continua incessantemente ad esprimere col Profeta un inno di fiducia e di lode ed a celebrare la salvezza e la protezione dell’Ineffabile anche nei momenti difficili, ricordando all’umanità sfiduciata di non cessare la ricerca della Giustizia, sia nel buio della notte che con la luce del nuovo mattino:
… Ἐκ νυκτὸς ὀρθρίζει τὸ πνεῦμα μου πρός σε, ὁ Θεός,
διότι φῶς τὰ προστάγματά σου ἐπὶ τῆς γῆς.
Δικαιοσύνην μάθετε, οἱ ἐνοικοῦντες ἐπὶ τῆς γῆς
Ritengo sia giunto il momento di prendere commiato dal paziente lettore; al quale, pertanto, auguro il mio cordiale vale.
Mario A. Fiore
Torremaggiore 10 ottobre 2026
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