Riflessione del dott Walter Scudero: senso della misura, dove sei finito?

  Siamo sempre al punto di partenza, alle solite, le abitudini, divenute ormai verminose (o, com’è in uso dire: virali), non cedono dinanzi a nulla. Ci tocca ancora essere informati dai media che a Milano, lo scorso sabato (8 maggio ’21) è toccato alla polizia e suoi rinforzi disperdere la folla – più di 1.500 persone in strada – che ad onta d’ogni divieto – irresponsabilmente bivaccava in gozzoviglia oltre le ore 23,30, difendendo anche le proprie posizioni, con lancio di bottiglie contro le forze dell’ordine; le stesse bottiglie appena … scolate.

   Che Santo Mangione, rispetto al collega Antonio, di grazie ne facesse quattordici al giorno e che Santo Beone, col fratello San Ricottaro, ne facessero ancora di più, lo si sapeva da tempo, ma che, a dispetto delle loro santità, potessero, nell’attuale contingenza, diffondere tra i propri fedeli la temibile insania di convincimenti ed abitudini potenzialmente dannosi a se stessi e alla comunità, questa è un’acquisizione del tutto nuova, appurata, nostro malgrado, in tempo di pandemia.

   In effetti, prescindendo dalla solidarietà doverosa nei riguardi degli esercenti di bar, ristoranti e pub, ai quali, dopo un lungo periodo di inattività, è stata consentita – nel trambusto delle aperture-chiusure-riaperture in zone rosse, gialle e arancioni – la ripresa dell’attività all’esterno, e pur condividendo la giustificabile ansia di libertà che tutti ci accomuna, appare, tuttavia, innegabile come la corsa irrefrenabile, ingiustificata e folle, al consumo di pasti, cicchetti e aperitivi (‘cenati’ o meno), si configuri come una vera e propria inopinabile fioritura di “bisogni inventati”.

   Che gli incontri presso i pubblici locali siano forieri di circolazione di idee e di nascite di amicizie e di amori, lo si sapeva e lo si condivideva; che l’affrontare un progetto discutendone a tavola o davanti a un bicchiere ‘di quello buono’ si risolvesse a tutto vantaggio delle parti, come si suole dire: ‘ci poteva stare’; che la convivialità rientri tra le esigenze dell’uomo sociale, transeat; ma, che queste manifestazioni si tramutassero in una ragione di vita, in una conditio sine qua non e in un rimedio opposto a … suicidio, femminicidio e maschicidio generati dall’isolamento in casa, ebbene, tutto questo – oltre che fotografare lo stato di inadeguatezza e pochezza cui, covid a prescindere, si è arrivati – immagino possa configurarsi come una vera e propria luogocomunista e deliberata insania che diviene insulsa giustificazione per assembramenti disordinati e chiassosi (più che ‘tana libera tutti’, vere e proprie ammucchiate …).

   Ma – vien da dire – è mai possibile che ai tavoli di ristoranti all’aperto (strade intere!), magari sotto gli ombrelloni che riparano dalla pioggia scrosciante, si debbano registrare frasi memorabili, del tipo: “Ero stufa di cucinare!” o “Questa è la vita vera! Nessuno può essere d’impedimento alla libertà!”o “Ben tornino  i bagni di folla!”, o che si debba assistere a furtive, rapide e squallide apposizioni di mascherine al viso, in presenza di inattese riprese delle telecamere dei servizi televisivi, accompagnate, magari, da sorrisetti ebeti del tipo “Te l’ho fatta!”?! E – si badi bene! – sorrisetti di adulti … non di bambini che siano stati scoperti mentre rubano la marmellata! E, adulti – dico – anche anziani, non solo giovani! Maschi e femmine, sì, parimenti.

   Benché, specie nelle giornate festive, in passato si accedesse numerosi a spiagge, navigli (dacché riscoperti) e vie dello shopping, mai prima, né come ora, il fenomeno s’era dilatato, con tutte le caratteristiche di un bisogno inventato – inventato ed omologato come tutto ciò che è eccessivo e ‘scopiazzato’- a scimmieggiare, col sovraffollamento immotivato, quello – che so io? – d’un religiosamente motivato pellegrinaggio annuale alla Mecca. E non si accampino motivazioni psicologiche spicciole e di comodo, vi prego! Piuttosto – siamo seri! – ditemi voi quanto debba ancora durare il giro  forsennato di questa ‘giostra’, o, almeno, come fermarla un attimo per chi – non essendosi ancora bevuto il cervello con uno spritz – abbia voglia di scenderne.

   Poi, quando il contagio riprende vigore e colpisce i propugnatori della libertà trasgressiva e ‘di tendenza’, allora, sotto il CPAP ci si risveglia alla cruda realtà e si constata e si riconosce la propria insana leggerezza.

   … E tocca allora a medici e infermieri – poveri Cristi che un caffè al bar se lo sognano – curare e curare e curare, senza fiatare e, se mai, venendo meno dalla fatica.

Dott. Walter Scudero