
Riceviamo e pubblichiamo riflessione pubblica dell’Avvocato Mario Fiore sulla dipartita di Papa Francesco.
Caro Michele,
hai interrotto le mie solitarie cogitazioni con la ferale “notizia del giorno”, che, comunque, era da prevedere (attese le condizioni fisiche del Vegliardo scomparso). Con la parresía di cristiano “alla ricerca”, che mi viene dal quotidiano vissuto e da scelte, non condizionate ed assolutamente non condizionanti e mutuando il pensiero di Hans Küng, mi sento di poter affermare che non ho mai manifestato o scritto niente di diverso dal mio più intimo pensiero, ti dirò quel che penso: sia i laici che i chierici, fin dalla assunzione al Supremo Pontificato, non se lo meritarono:. Son certo di rappresentare una voce fuori dal coro, ma, per quanto attiene ai tonsurati (oggi non è più prescritto!), non potrò mai cancellare dalla mia memoria che non tutti sono della stessa indole: chi, infatti, potrà mai dimenticare il solidale e più che disponibile comportamento dell’ottimo Vescovo Don Michele Seccia (e chi, tra i viventi, non ricorda con quanta umana ed amorevole sollecitudine si accompagnasse quotidianamente col disabile Ciro – affranto ed amareggiato per la di Lui promozione alla sede Aprutina – ?); ma, d’altro canto, ti dirò pure che (nell’esercizio della mia professione) sono stato reso cognito, per diretta testimonianza, da persona più che attendibile, che la sera del Venerdì santo, 18 aprile 2014 (le date, per me significative le ho trascritte in agenda), mentre, tra le mura di un antico monastero, si era in attesa del sermone a chiusura della storica processione serotina, tenuto dinanzi ad una gremìta piazza antistante il Tempio, tra un presule (per l’occasione lautamente ricompensato) in seconda nomina (dalla sede originaria era stato promosso
per incompatibilità ambientale) ed un elevato rappresentante del clero locale, si discorreva dell’odierno
Defunto, commentando che la di Lui assunzione al massimo Soglio, avvenuta da poco più di un anno,
costituisse, per la Chiesa Cattolica, una immane iattura.


Da parte mia, fatte le debite eccezioni, non ho mai ritenuto che il clero, in generale, potesse costituire il
pleroma (πλήρωμα), la pienezza, della natura divina della Chiesa, che, invece, è da rapportarsi, giusta il
pensiero dei più raffinati Teologi contemporanei (che hanno suggerito che soprattutto i veri cristiani
dovrebbero essere contenti, perché Dio non lo possiede nessuno e siamo tutti impegnati a cercarlo) alla totalità dei poteri di Dio, manifestati agli uomini con l’Incarnazione del Risorto: Giovanni 1,15-16; Efesini 1 e Colossesi 2, 9: È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità. Il comportamento nei confronti degli altri Credo – e, specialmente, verso i Fratelli Ortodossi, ai quali sono in particolar modo legato – dell’inobliabile Defunto, mi ha, nel mio piccolo, persuaso a concedere che venisse dato alle stampe il saggio Cristiani d’Oriente. Quell’atteggiamento che riuscì a far dimenticare il comportamento che nella cosiddetta societas perfecta provocò il duolo del grande Gregorio Magno (il papa che, in effetti, per circostanze non da lui volute ma da altri determinate – i Bizantini avevano abbandonato Roma, trasferendo la corte a Ravenna – mise le basi per il potere temporale della Chiesa di Roma) espresso
con l’apoftegma corruptio optimi pessima: non c’è niente di peggio che la corruzione del Migliore.

Voglio sperare (ma, purtroppo … non lo spero) che tra i nostri concittadini voglia prevalere la dovuta
atmosfera di cordoglio, abbandonando le folkloristiche e poco convenienti manifestazione, dalle quali si
continuano ad attingere i cospicui compensi. Ad essi, per concludere, voglio dedicare e ricordare quel che il Fiorentino riserva ai simoniaci, esortandoli a ravvedersi (Inf., XIX, 90-117):
«Deh, or mi dì : quanto tesoro volle
Nostro Segnore in prima da san Pietro
ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
Certo non chiese se non ‘Viemmi retro’.
Né Pier né li altri tolsero a Matia
oro od argento, quando fu sortito
al loco che perdé l’anima ria.
Però ti sta, ché tu se’ ben punito;
e guarda ben la mal tolta moneta
ch’esser ti fece contra Carlo ardito.
E se non fosse ch’ancor lo mi vieta
la reverenza delle somme chiavi
che tu tenesti ne la vita lieta,
io userei parole ancor più gravi;
ché la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e sollevando i pravi.
Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
quando colei che siede sopra l’acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
quella che con le sette teste nacque,
e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito piacque.
Fatto v’avete Dio d’oro e d’argento;
e che altro è da voi a l’idolatre,
se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?
Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!».
Con affetto
Avv. Mario A. Fiore
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