
Riceviamo e pubblichiamo nota dell’Avvocato Mario A. Fiore con riferimento alla presentazione della Mostra “Dal Cristo Bruciato” al “Cristo Rivelato” che si è svolta lunedì 14 aprile 2025 a Torremaggiore. Il video intervento dell’Avv Fiore è visibile dal minuto 1.27 al minuto 1.44.
Al signor Direttore di “Torremaggiore on line” a margine di una “mostra” dislalica
Riscontro volentieri, anche se in maniera forzosamente sintetica, alle domande che ha voluto pormi riguardo al mio intervento – troncato, purtroppo, con procedimento assai discutibile (arrogante?) – all’inaugurazione della mostra nel locale palazzo (e non castello) de’ Sangro sulle opere d’arte rappresentanti i malamente definiti “Cristo bruciato” e “Cristo rivelato”.
Durante un’amabile visita, resami il 18 marzo p. p. previo appuntamento telefonico, la dott.ssa Angela Sacco, nella veste di dirigente con pieni poteri dell’Ufficio cultura del Comune di Torremaggiore, mi metteva al corrente dell’intrapresa iniziativa di procedere ad una mostra dei suddetti reperti: poichè, per contintingenze verificatesi negli ultimi tempi e, dal mio punto di vista, mistificatrici della verità, durante la grande e santa Settimana della Chiesa Greca del 2024 mi ero indotto, mentre mi trovavo nell’isola di Egina a dare alle stampe un saggio illustrativo che rendesse testimonianza alla prima delle due opere, venivo richiesto di partecipare all’evento per contribuire, nei miei limiti alla sua buona riuscita. Attesa la mia non più tenera età ed il malfermo stato di salute che, giusta Publio Terenzio Afro, alla senilità sempre si accompagna, pur encomiando il progetto mi riservavo di accettare, manifestando da subito, che avrei avuto bisogno, onde conseguire un’esaustivo risultato, di accostare il combusto reperto riposto nella chiesa di Sant’Anna (volgarmente intesa come chiesa “del Rosario”) ed oggetto della mostra all’ágalma, di ben altro spessore semiotico e culturale per Torremaggiore, anch’esso rapportato alla famiglia de’ Sangro, ed esposto nella chiesa dell’Addolorata (localmente intesa sub titulo “del Carmine”). Rappresentavo, pertanto, che per un miglior esito dell’avvenimento sarebbe stata sufficiente l’esibizione anche di una fotografia di quest’Opera del magistero settecentesco della scultura in legno napoletana, che, per quanto di mia conoscenza, costituisce la più antica rappresentazione del soggetto, rappresentandone l’archetipo e della quale mi ero occupato in un saggio che vide la luce nell’ormai lontano 1995; fotografia da potersi richiedere direttamente ai rappresentanti del sodalizio dei Morti proprietario-possessore a pieno titolo. Con malcelata diplomazia mi si prometteva di fare il possibile per accontentarmi, compatibilmente con gli assillanti incombenti relativi alla mostra.
Nel prosieguo venni ufficialmente invitato ad intervenire con e-mail a firma del Sindaco, Di Pumpo, in data 5 aprile u. s., prot. 7707, all’apparenza proveniente dall’Ufficio Servizi Culturali del Comune, del seguente tenore: “con la presente porgo a nome mio e di tutta l’Amministrazione l’invito a partecipare con un suo intervento alla cerimonia di inaugurazione della Mostra Dal Cristo Bruciato al Cristo Rivelato, che si terrà il 14 aprile prossimo alle ore 18.30. Il suo contributo riguardo la storia della statua è per noi prezioso e indispensabile per conservarne e tramandarne la memoria.
“La mostra si inserisce in un percorso di valorizzazione anche dal punto vista turistico, dei nostri Beni Culturali di interesse storico, e vuole essere un tentativo ambizioso di alzare la qualità dell’offerta culturale del nostro territorio, a beneficio della comunità e di tutti coloro che vogliano fruirne”.
Di riscontro, con e-mail del 6 aprile mi dichiaravo onorato dell’invito e disposto a partecipare all’evento. Il 14 aprile, con rincrescimento dovetti rendermi conto che nessun seguito era stato dato alla sollecitazione di esibire la riproduzione fotografica del Cristo deposto della confraternita dei Morti. Per edulcorare la pillola mi si disse che vi sarebbero state altre occasioni per poter affrontare l’argomento specifico; la, per me, callida argomentazione non riuscì a convincermi anche perchè, come si dice fra noi, le frittelle o si consumano a Natale, o mai più.
Stante, ad ogni modo, la inequivoca dichiarazione di voler valorizzare i nostri Beni Culturali di interesse storico ho sentito l’obbligo (morale e personale) di iniziare il mio dire rievocando la figura del Puer Apuliae che volle (e non per caso), tra il 17 ed il 26 dicembre 1250, incontrare i Novissimi nella domus di Fiorentino, da pochi anni, anche mercè il mestiere dello scrivente, acquistata (definitivamente?: …voglio auspicarlo) al demanio storico-archeologico del Comune di Torremaggiore, sottraendolo a quello della vicina Lucera. In quella domus in cui il terzo vento di Soave cessò di subire le iatture imposte al Potere civile da Gregorio VII col dictatus Papae e volle dettare quei principî che permearono, e permeano tuttora, il vivere civile dei popoli; preconizzando, con visione altamente profetica, l’Europa Unita, libera da lacci e lacciuoli imposti dalle Potenze esterne, particolarmente rappresentate dalla Chiesa di Roma, della quale Federico, nonostante tutte le calunnie, anatemi e persecuzioni, si professò figlio devoto imponendo ai sudditi i medesimi sentimenti (clausola 17: Item statuimus, ut sancte Romane ecclesie matri nostre restituantur omnia iura sua, salvis in omnibus et per omnia iure et honore imperii et heredum nostrorum et aliorum nostrorum fidelium, si ipsa ecclesia restituat iura imperii); situazione che si perpetuò fino all’epoca del Risorgimento, tanto da far formulare dal conte di Cavour, nella seduta del primo Parlamento del Regno d’Italia del 27 marzo 1861, il famoso assioma libera Chiesa in libero Stato, e che venne riconsacrato in maniera oltremodo (ma giustamente) più drastica nel Manifesto di Ventotene del 1941, laddove (parte terza) Altiero Spinelli così volle esprimersi: “la Chiesa cattolica continua inflessibilmente a considerarsi unica società perfetta, a cui lo Stato dovrebbe sottomettersi, fornendole le armi temporali per imporre il rispetto della sua ortodossia. Si presenta come naturale alleata di tutti i regimi reazionari, di cui cerca approfittare per ottenere esenzioni e privilegi … Il concordato con cui in Italia il Vaticano ha concluso l’alleanza col fascismo andrà senz’altro abolito, per affermare il carattere puramente laico dello Stato, e per fissare in modo inequivocabile la supremazia dello Stato sulla vita civile”.
Valorizzazione di quel sito, ed ancor più, come rappresentavo, delle ultime volontà dell’Imperatore, tema di pregnante attualità oltremodo dopo che, in questi ultimi giorni, la Regione Puglia ha riconosciuto la importantissima fondazione a fini precipuamente culturali “Secondo Federico”, promossa a Manfredonia dall’avvocato Paolo Campo ed avente sede nel nostro capoluogo provinciale.
Ho potuto toccare con mano, quella sera del 14 aprile, che si era voluto apprestare una sembianza di talk show, ove, in un clima d’incontinente vocazione esibizionistica ed autoreferenziale, andavano trionfando, hic et inde, sia l’apoftegma espresso dal filosofo Hegel che “l’umanità non gradisce i doni”, che il più attuale insegnamento del sociologo Richard Sennet, secondo il quale “è più facile persuadersi del falso che del vero”.
Sono in obbligo, preliminarmente, di rammentare, sine ira et studio, i miei particolari, sofferti, trascorsi sia con la chiesa di Sant’Anna – ove si custodisce la statua semicombusta del Cristo deposto – che con la confraternita (giammai canonicamente decorata del titolo di arciconfratenita: e, qui, una volta per tutte, mi vedo obbligato a contestare le frustranee, assurde e trionfalistiche pretese, che il pio sodalizio – con la silente condiscendenza degli ecclesiastici posti, di tempo in tempo, alla guida – va millantando, richiamando, e solo per essi, le prescrizioni, mai abrogate ed a tutt’oggi in vigore, del c. j. c. piano-benedettino: Sodalitia quae iure pollent alias eiusdem speciei associationes sibi aggregandi, archisodalitia, vel archiconfraternitates, vel piae uniones, congregationes, societates primariae appellantur: can. 720; e: Nulla associatio potest sine apostolico indulto alias sibi valide aggregare: can. 721, §1) che, sotto il titolo del Rosario, in quel tempio ha sede.
Ed a niente vale, al nostro scopo, il Regio Decreto del 14 febbraio 1935, pubblicato nella G. U. dell’8 maggio di quell’anno, n° 108, registrato alla Corte dei Conti il 1° maggio successivo, ove, la nostra, viene definita arciconfraternita; tanto più che, con foglio n. 18533 del 28 giugno 1935, la Prefettura di Foggia – divisione culti – comunicava all’Ordinario diocesano del tempo, mons. Oronzo Durante, che “codesta confraternita del Rosario passa alla dipendenza dell’autorità ecclesiastica per quanto riguarda il funzionamento e l’amministrazione ai termini dell’art. 29, lettera c, del Concordato con la Santa Sede. Nè consta che nel prosieguo sia intervenuto valido ed efficace decreto del competente Dicastero della S. Sede vôlto a modificare tale stato di fatto.
Orbene, la nostra Chiesa, che non può, nè perciò deve, definirsi “cappella gentilizia” – con tal titolo sono indicate, per concorde convenzione giuridica civile e canonica, solo quelle esistenti nelle tombe private dei cimiteri cattolici – fu oggetto, nella seconda metà del secolo scorso, di ingiustificabili appetiti, che presero corpo nella avventizia definizione offerta da una inostensibile Storia di Torremaggiore, per la claudicante penna di un ecclesiastico del tempo, che vedeva la luce a Bari nel 1965 (pag. 79, sotto l’allotrio ed aporetico titolo: chiesa del rosario). Tanto che l’Ordinario diocesano del tempo, la fel. memoria di mons. Valentino Vailati, con i poteri straordinarî del Vescovo diocesano in S. Visita, nel 1964, decretava la revoca dell’ultrasecolare consuetudine di officiarvi le ss. quarantore. In quella problematica circostanza venni richiesto di preparare il testo di una petizione, con riferimenti storici, perchè l’Ordinario, anche con i più ridotti poteri a quelli rivestiti in S. Visita, volesse soprassedere nell’ostica decisione assunta: benevolmente e solo sub specie exceptionis il Prelato concedeva, con provvedimento del 7 dicembre 1964 (agli atti di Curia col n. 118/64 di protocollo) diretto a don Antonio Lamedica, quale rettore della Chiesa, ma solo ad experimentum “che nella Chiesa del Rosario (sic) … si svolgano le ss. quarantore nel tempo e nei modi già usati nel passato”. Ciò indusse i confratelli del tempo e particolarmente il benemerito Amministratore delegato Matteo Di Janni, a chiedermi di compilare un’esaustiva memoria relativa ai trascorsi storico-giuridici della congregazione: cosa che feci con l’ausilio di p. Leonardo Leonardi, priore dei Pp. Predicatori della Basilica di San Nicola in Bari, e dell’arcivescovo di Trani, mons. Reginaldo Addazi, o. p., che mi fu prodigo di suggerimenti: ne sortì la pubblicazione, nel 1966, con i tipi del compianto Nicola Caputo, del saggio Le associazioni laicali nella Chiesa Cattolica – La Confraternita del ss.mo Rosario di Torremaggiore, che con i sensi di devota riconoscenza, volli dedicare a mons. Vailati.
Dimessosi a motivo dell’età, e giubilato per la diligente solerzia, dimostrata nello svolgere i suoi compiti, l’amministratore delegato Matteo Di Janni, ritiratosi presso il nipote a Pescara; e chiamato a succedergli dal vescovo mons. Angelo Criscito, con decreto del 13 febbraio 1973 (prot. 9/73), il prof. Antonio Rotelli, sembrava che tutto dovesse scorrere per il meglio; ma, dopo qualche anno, una conventicola di autoproclamatosi confratelli, sostenuti da un partito politico in auge a quei tempi – con chiare mire ai cospicui patrimonî del Sodalizio, che già, in parte, avevano appresi – cominciarono a manifestare segni d’insofferenza sia verso l’Amministratore delegato che verso l’autorità ecclesiastica: insofferenza che si tradusse in aperta sedizione in occasione della processione svolta il Venerdì Santo del 1980. Il prof. Rotelli, esausto, si dimise dall’incarico ed il Vescovo, con decreto del 7 maggio 1980, nominò lo scrivente “commissario vescovile, con i poteri di rappresentanza, alla Chiesa e Confraternita del SS.mo Rosario di Torremaggiore”. – Con successivo decreto dell’11 febbraio 1981, protocollo 9/81 il medesimo ecc.mo Ordinario statuiva tra l’altro: [omissis …] “3)- Con la Nostra Autorità Ordinaria prescriviamo che fin da questo momento l’avv. Fiore Mario venga annoverato, senz’altra formalità nel numero dei confratelli; 4)- Nominiamo, ad nutum e con effetto immediato, l’avv. Mario Fiore, da Torremaggiore, nel quale riponiamo tutta la Nostra fiducia, delegato vescovile, con i diritti e gli obblighi inerenti alla carica, per la Confraternita del SS.mo Rosario di Torremaggiore, della quale assume la legale rappresentanza, e per la Chiesa, sede della Confraternita, sotto il titolo di Sant’Anna.”
I facenti parte della suddetta conventicola evocarono, nel contempo, in svariati giudizî il Rettore della Chiesa (sempre detta “del Rosario” e mai di Sant’Anna), cominciando a consentire al loro rappresentante di duplicare il timbro a sigillo della Confraternita, nonchè di alienare il diritto di sepoltura di alcuni loculi della cappella cimiteriale appartenente alla Confraternita; tanto da costringere anche il Vescovo ad intraprendere le vie giudiziali.
Tanto che venni chiamato a patrocinare sia il Rettore della chiesa e padre spirituale della Confraternita (don Antonio Lamedica) che il Vescovo diocesano (mons. Angelo Criscito) in numerosi procedimenti amministrativi e giudiziari, e qui mi limito a rammentare: dinanzi alla Pretura di Torremaggiore: 39/81 R.G.A.C.C.; 48/82 R.G.A.C.C.; 57/82 R.G.A.C.C.; 55/83 R.G.A.C.C. – Dinanzi al Tribunale civile di Lucera: 262/83 R.G.A.C.C. – Dinanzi al Tribunale penale di Lucera: 588/A/1981 R.G.P.M.; 439/A/1984 R.G.G.I.
Nel giugno 1985, ritenendo che la funzione di avvocato e patrocinatore del Vescovo, del Rettore, della chiesa di Sant’Anna e della Confraternita del ss.mo Rosario fosse incompatibile con l’incarico di Amministratore Delegato della stessa, rassegnai le dimissioni, nonostante la contrarietà del Vescovo.
È d’uopo, altresì, aggiungere che gli stessi soggetti ricorsero ripetutamente alle Congregazioni di Roma: ma non riuscirono a conseguire i loro intenti. Ed ancora che il Sommo Romano Pontefice S. Giovanni Paolo II si è degnato di decorare lo scrivente equitem commendatorem dell’Ordine di S. Silvestro papa, con brevetto a firma del cardinale Segretario di Stato, Agostino Casaroli, in data 28 ottobre 1985.
Senza dilungarmi ancora sul poco edificante passato, voglio (e devo) solo aggiungere che, in occasione dell’apertura della mostra, lo scorso 14 aprile, se avessi potuto soltanto immaginare che, dopo poco più di un quarto d’ora (interrotto reiteratamente da un imberrettato Personaggio, ritenuto e presentato quale giornalista di grido, il quale, in tal modo andava tentando d’impedirmi di argomentare: ed, alla fine, … riuscì ad essere appagato) sarei stato bruscamente e d’imperio privato, e con speciosa motivazione, di proseguire l’intervento, avrei, di sicuro, fatto a meno d’infastidire gli illustri Intervenuti con la mia, evidentemente non a fondo gradita ed idiosincrasica, presenza; ma se mi fosse stata concessa l’opportunità di continuare ad esternare il mio pensiero, ribadendo quanto affermato dai precedenti Oratori, avrei toccato i seguenti punti:
La Puglia non fu sempre pacifista nei confronti degli altri popoli, come andava sostenendo, con ominósa enunciazione il prelodato Giornalista; per quanto ci riguarda più da vicino, avrei ricordato le vessazioni esercitate sulla popolazione grecanica – ospite considerata cittadinanza di secondo livello – specialmente sotto il profilo religioso, rappresentando tal comportamento, degli oriundi verso gli ospitati, un punto di non ritorno sotto il profilo culturale e sociale. Avrei, tuttavia, proposto una lettura attenuante, e quasi a discolpa, di tale atteggiamento nella memorabile sentenza dell’Arpinate, che bene spesso vado ripetendo a me stesso: ipse autem homo, hortus est ad mundum contemplandum et imitandum, nullo modo perfectus, sed est quaedam particula perfecti (de natura deorum, II, 37).
Emendando quanto venne estemporaneamente sostenuto – uniformandomi al Qoelet (1, 2 e 12, 8) – avrei reso noto che la chiesa, in Torremaggiore, dedicata a Sant’Anna non venne mai ritenuta dai de’ Sangro una loro tomba (o cappella gentilizia che dir si voglia) – in tal caso, e per nessun motivo, Raimondo l’avrebbe donata all’estaurita del Rosario – ma venne, piuttosto, concepita (e molto raramente adibìta) quale locus depositi temporaneo delle spoglie mortali degli appartenenti alla feudale Famiglia, in vista del tempestivo trasloco in S. Maria della Pietà a Napoli. Avrei aggiunto, per il diletto dell’uditorio torremaggiorese, che nel periodo precedente alla costruzione di codest’ultima Chiesa i resti mortali dei de’ Sangro, che ivi decedevano, venivano tumulati, a Torremaggiore, nella Chiesa di Santa Lucia, andata distrutta al tempo del grande sisma del 1627, quando ormai era stata completamente disertata per tal sacro uso. E che, quindi, in quest’ultimo sacro luogo venne tumulata l’indimenticabile “duchessa” Violante. A locus depositi vennero di tempo in tempo adibìte le chiese annesse all’antico monastero dei Carmelitni e quella del Convento dei Cappuccini.
Avrei, inoltre, rappresentato che nessun merito, riguardo alla storia torremaggiorese, si sarebbe potuto attribuire al discutibile ultimo principe, Michele de’ Sangro, storicamente poco encomiabile (ed, in definitiva, assolutamente autoreferenziale e per niente eteroreferenziale): e che, a tal fine sarebbe bastato leggere, collazionandole, le due schede testamentarie che lo riguardano. E che ogni elogio si sarebbe dovuto attribuire, sotto ogni profilo: anche quello relativo alla coltivazione olivicola (c. d. peranzana), alla gran Dama Elisa Chrogan, vera ed unica benefattrice delle popolazioni di Napoli, San Severo e Torremaggiore, i resti della quale riposano nell’oblio della necropoli di quest’ultimo luogo.
Avrei, altresì, rimarcato che la “mostra” di Torremaggiore, che si andava, con notevole dispendio di energie umane ed economiche, ad inaugurare, contrariamente a quanto si andava blaterando, non rappresentasse un unicum dal quale partire per la valorizzazione del luogo; ed, infatti, è di questi giorni la mostra, di rilevanza nazionale, del Cristo velato di Albino Sirsi, organizzata ed allestita nella Capitale d’Italia, nella chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Prati.
Sul punto specifico avrei aggiunto una chiosa riguardante il titolo della mostra: dal Cristo bruciato al Cristo rivelato.
Quanto al primo dei reperti avrei osservato che non è il Cristo ad essere stato bruciato; bensì, per una imperdonabile disattenzione, la statua riposta nella Chiesa di Sant’Anna e precariamente affidata alla confraternita del Rosario – come lo scrivente, dopo annose ricerche d’archivio, potè accertare – dal principe Raimondo.
E per quanto attiene al titolo attribuito al bronzo dello scultore Domenico Sepe, rapportato esplicitamente dallo stesso Autore, nel suo apprezzabile intervento, al c. d. Cristo velato del Museo Sansevero di Napoli (già chiesa, ora dissacrata, intitolata a Santa Maria della Pietà), avrei, come sto per fare, richiamato le Sacre Scritture, premettendo dimessamente che nel caso di N. Signore non sarebbe stata condivisibile la tesi rivelare = togliere il velo (che in tal caso sarebbe rappresentato dalla sacra sindone) sebbene, nel senso più vero e profondo di “farsi conoscere” nella sua natura, celata sotto le sembianze umane. E, dunque, sembra a me che il nostro Salvatore (tal titolo ben si addice, per i credenti, durante la Grande e santa Settimana) non si “rivelò” nel momento della Resurrezione, bensì in altre occasioni:
una prima volta, prima della Passione, allorchè ricevette il battesimo di remissione e di missione da parte del Prodromo: “In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto»” (Marco 1, 9-11).
Una seconda volta il Maestro si “rivela” (rectius: viene rivelato dal Padrre) nel momento della “Trasfigurazione”, allorchè “Sul monte alto Dio dice ai tre discepoli (che sono i testimoni): “Questi è il Figlio mio, il prediletto: ascoltatelo!” (Mc 9,7).
Dopo la Resurrezione Gesù si “rivela” per prima alla Maddalena:
Maria di Magdala … si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!” – che significa: “Maestro!”. Gesù le disse: “Non mi trattenere {id est: non toccarmi: noli me tangere}, perché non sono ancora salito al Padre” (Giovanni, 20 – vulgata clementina, – 1, 14-17).
Subito dopo si verifica l’episodio dei discepoli di Emmaus:
… Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. … Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno gia volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. (Luca, 24, 13-16 e 28-31)
Dal mio modesto punto di vista, riflettendo sul particolare attimo voluto consacrare con l’Opera (ma, per la verità, mi professo del tutto inadeguato e fuori luogo) avrei optato per designarla con “Anastasi”.
Per terminare, e con riferimento al depliant-brochure con cui, con estremi ai limiti del plagio, si è voluta divulgare la mostra (agli Autori del quale ben si potrebbe applicare la terza delle “favole” del primo libro di Fedro) riferendomi alle mende ed alle omissioni che vi ho potuto riscontrare (e su cui, per carità di Patria mi piace, per adesso con ogni riserva però, sorvolare; ma mi dichiaro pronto, in ogni momento a darne delucidazione) voglio invocare – nei confronti dei moderni, attuali, Batilli – i versi, invero poco conosciuti, attribuiti all’immortale Mantovano:
Sic vos non vobis nidificatis aves
Sic vos non vobis vellera fertis oves,
Sic vos non vobis mellificatis apes,
Sic vos non vobis fertis aratra boves.
Unendomi a tutti quanti avranno modo di fermarsi su queste mie senili elucubrazioni, credenti e non credenti (e con l’immarcescibile Carlo Maria Martini, in questo mondo in cui il pensiero non risulta essere il primo dei pensieri, ripeto: non conta tanto la differenza tra credenti e non credenti, ma conta la differenza tra pensanti e non pensanti) e con i migliori auspici per una Pasqua cristianamente vissuta, particolarmente per il benvenuto tra noi, Michele, catecumeno, che sta per essere iniziato alla vita dello Spirito.
Feria quinta, in Cœna Domini, anno reparatæ salutis bismillesimo vicesimoquinto.
Avv Mario A. Fiore della Società di Storia Patria per la Puglia
Torremaggiore lì 18 aprile 2025

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