Riceviamo e pubblichaimo nota del Prof Michele Marinelli, la responsabilità del contenuto è esclusivamente dell’autore.
Un vecchio e offensivo luogo comune dice che gli italiani si sa con chi iniziano una guerra e non si sa con chi la finiscono. I soldati della divisione Acqui vanno oltre questa miserabile sentenza. Dopo l’ annuncio dell’armistizio che porta, com’è noto, la data dell’otto settembre 1943 e la fuga, il giorno successivo, di Vittorio Emanuele e Badoglio a Brindisi, già sotto il controllo degli Alleati, l”Italia si ritrova allo sbando. Tutta la parte centro-settentrionale del paese viene consegnata nelle mani dell’ex alleato. Nessun ordine viene dato su come comportarsi con i tedeschi. Le conseguenze sono di una drammaticità da incubo. Molti soldati buttano via armi e divise e cercano di tornare a casa. Intere divisioni capitolano senza combattere. I tedeschi fanno centinaia di migliaia di prigionieri.
Ma i soldati italiani capitanati da Antonio Gandin, a Cefalonia, la mattina del 13 settembre 1943, dopo una rapida consultazione di militi e ufficiali voluta dal loro comandante, decidono di COMBATTERE. L’ episodio tragico di Cefalonia in sede storica ha sollevato numerose discussioni e in esso, come ha scritto lo storico Carlo Vallauri ” si rispecchia tutto il dramma nel quale quegli italiani – e con loro altre centinaia di migliaia- sono stati trascinati”. I soldati della divisione Acqui, 11.500 uomini e 625 ufficiali, di fronte all’imposizione del disarmo immediato da parte dei tedeschi di stanza nell’isola, decidono di rispondere con le armi. Per non svendersi come uomini, come soldati e come patrioti. La battaglia dura alcuni giorni. I tedeschi scatenano un bombardamento devastante. Nella battaglia cadono 65 ufficiali e 1250 soldati. Ma il grosso della tragedia deve ancora compiersi. Hitler in persona ordina, il 18 settembre, di massacrare i soldati prigionieri.
Vengono uccisi sul posto 189 ufficiali, compreso il generale Gandin, e 5000 fra sottufficiali e soldati, tutti dopo essere stati disarmati. I loro corpi gettati in mare o bruciati. Il comandante tedesco, generale Lanz, sarà condannato a dodici anni di reclusione dal tribunale di Norimberga. La Resistenza italiana inizia da qui. Da questo gesto eroico avvenuto dopo l’armistizio. Le prime formazioni partigiane si aggregano quasi per caso. E sono composte prevalentemente da militari e da esponenti antifascisti. Fra gli stessi militari ci sono quelli che rifiutano il fascismo e la sua folle guerra e si battono per la rigenerazione del Paese. Altro che “morte della patria” dopo il 9 settembre, come ha scritto in un suo discusso libro dal titolo omonimo Ernesto Galli della Loggia nel 1998. Una patria vecchia, quella obsoleta e criminale del fascismo, certo che muore indecorosamente. Ma un’altra sorge. Quella dell’ Italia antifascista e partigiana. Quella che esordisce a Cefalonia col sangue dei militi della divisione Acqui. E che testimonia, tra l’altro il volto complesso e composito della Resistenza. Che non fu solo comunista e neppure “egemonizzata” dai comunisti come vogliono i fascisti di ogni tempo per screditarla e derubricarla a immagine preventiva di un alternativo “totalitarismo” di stampo sovietico e staliniano. I libri di storia danno ampio spazio al sacrificio di Gandin e dei suoi soldati. Io stesso a scuola ne parlavo ogni anno con i miei studenti.
E non è vero che le Istituzioni hanno dimenticato Cefalonia. Nel 2001 l’allora presidente della Repubblica Ciampi, sì, la prima carica dello Stato, di quello Stato costruito anche sul sangue dei soldati trucidati a Cefalonia, li ha così ricordati, quasi in ideale risposta all’ ambiguo libro dell’anticomunista Della Loggia: “Decideste consapevolmente il destino, dimostraste che la Patria NON ERA MORTA (maiuscolo mio). Anzi con la vostra decisione ne riaffermaste l’esistenza. Su queste fondamenta risorse l’Italia. Quella scelta consapevole fu il PRIMO ATTO DELLA RESISTENZA (maiuscolo ancora mio) di un’ Italia libera dal fascismo”. E ancora probabilmente pensando alla carneficina infame di Cefalonia e sicuramente alla Resistenza che ringiovanisce l’Italia e permette con la sua illuminata Costituzione anche ai neofascisti di governare oggi questo ingrato Paese, Natalia Ginzburg poté scrivere: “Le parole “patria” e “Italia” che ci avevano tanto nauseato fra le pareti della scuola perché sempre accompagnate dall’aggettivo “fascista”, perché gonfie di vuoto, (maiuscolo per un’ultima volta mio) CI APPARVERO D’UN TRATTO SENZA AGGETTIVI e così trasformate che ci sembrò di AVERLE UDITE E PENSATE PER LA PRIMA VOLTA”.
Riflettere su queste parole e sul sacrificio della divisione Acqui, che con tutta certezza costituisce il frutto di una seppure tardiva presa di coscienza e di una iniziale eroica reazione al nazi-fascismo, giova alla formazione di tanti giovani, alla educazione civica e politica di moltissimi italiani che non hanno conosciuto neppure dai libri di storia gli orrori e le nefandezze della dittatura fascista. E che oggi inneggiano ad un sistema di governo che per molti aspetti si richiama al fascismo storico. Il quale, malgrado la Costituzione, negli orientamenti di fondo originari, nelle sue strutture politico- amministrative e nei suoi apparati, non è forse mai stato estromesso dalla successiva storia del nostro Paese.

