Inaugurazione del Museo Sacco&Vanzetti a Torremaggiore: riflessione dell’ex sindaco Prof Michele Marinelli

LE RAGIONI DI SACCO E VANZETTI – IL LABORATORIO – MUSEO, LA STORIA E LE STORIE

Chi coltiva con serietà l’interesse per la storia, tenendosi a distanza da disinvolte manovre “revisionistiche”, chi antepone lo spessore inemendabile dei fatti e dei personaggi alla forza persuasiva delle finzioni, chi, e veniamo al punto, ha conosciuto in tutta la sua densità la vicenda di Sacco e Vanzetti e del suo epilogo nella non lontana America dell’agosto 1927, fa fatica a trattenere una giustificata perplessità di fronte ad una diffusa tendenza ad addomesticare l’eredità di due uomini – simbolo, insistentemente, e talvolta anche strumentalmente, espropriati della loro identità politica e del significato più autentico della loro condanna. Chi scrive ha già avuto modo di accennare, seppure indirettamente, ma in maniera esplicita, a questo problema in uno scritto apparso sulla rivista Il Presente e la Storia in occasione del Novantesimo Anniversario della scomparsa di Sacco e Vanzetti. (Lo si può leggere, anche, in riproduzione fotografica sul sito de I Fontanari torremaggioresi ).

Adesso però è venuto il momento di riprendere il discorso in forma più diretta e circostanziata. E l’opportunità è offerta dalla inaugurazione avvenuta il 17 settembre scorso di “Storia viva. LAB SACCO E VANZETTI”, iniziativa di cui il Comune di Torremaggiore sembra essere il principale patrocinante e promotore, potendo usufruire dei finanziamenti del Gal Daunia Rurale, “in un’ottica, come dichiarato dal presidente Pasqua Attanasio, di valorizzazione del patrimonio culturale del territorio…”.

Dalle dichiarazioni ufficiali del capo dell’amministrazione comunale apprendiamo che “nasce il primo museo – laboratorio in Italia dedicato a Sacco e Vanzetti, destinato soprattutto ai giovani, con l’augurio che possa presto diventare un incubatore di idee”. Si vuole così creare un “luogo” che “possa raccontare la storia di Sacco e Vanzetti con particolare attenzione a temi di grande attualità come giustizia, pena di morte, accoglienza, tolleranza, integrazione, rispetto dei diritti umani e civili e false notizie”.

Salvo a voler intendere in modo sperabilmente ottimistico quel “possa presto diventare un incubatore di idee” e, aggiungo, di proposte, spiace notare l’assenza, in questo elenco e in questa dichiarazione di intenti, di qualsivoglia riferimento, sia pure indiretto, alla fede politica e alla professione di anarchismo che, con ogni evidenza, costituiscono l’asse portante della vita e della morte di Sacco e Vanzetti. E ciò in perfetta consonanza con quanto a Torremaggiore si è visto e udito negli ultimi 15 anni ogni volta che si è parlato di loro, specialmente nelle ricorrenze annuali della loro criminale esecuzione.

Ora, prima ancora che un problema di ricostruzione storica degli eventi, qui si pone una questione concernente le modalità del raccontare e del trasmettere messaggi. Le quali hanno una capacità di incidenza sulla formazione delle convinzioni che il più delle volte sopravanza quella dei fatti, ovvero dei dati storici acquisiti. Il problema, insomma, sembra riguardare in primo luogo il tema della comunicazione: non cioè la storia in quanto tale, ma le storie. Esse sono capaci di determinare la struttura delle nostre società, preparano bambini e giovani alla costruzione del futuro concorrendo a determinare assetti sociali e legami comunitari, predispongono sin da piccoli alla libertà delle scelte future, anche di quelle politiche. Proprio per questo le narrazioni vanno sottratte agli influencers and decision makers, ai facitori cioè di influenze e decisioni . E restituite alla loro naturale consonanza con la storia per davvero accaduta. Quella cioè narrata dagli storici, pur nella differenza di giudizio e di interpretazione, e non già dai media.

Di questi temi tratta adesso un importante libro di Jonathan Gottschall, storico e accademico statunitense della letteratura, dal titolo quanto mai significativo Il lato oscuro delle storie, Come lo storytelling cementa le società e talvolta le distrugge (in Italia pubblicato da Bollati Boringhieri), presentato appena qualche giorno fa a “Pordenonelegge”. L’autore fa altresì notare, in una recente intervista, che ormai “stiamo vivendo all’interno di un big bang tecnologico della narrazione, (il“supporto delle nuove tecnologie” di cui parla il sindaco presentando il museo-laboratorio?) un’espansione rapida dell’universo delle storie in ogni direzione: una persona media consuma quasi dodici ore al giorno di storie, per lo più in forma narrativa. Le tecnologie digitali hanno amplificato in modo massiccio il potere delle storie…”

Chi allora si accinge ad intraprendere un’impresa come quella del Comune di Torremaggiore su Sacco e Vanzetti non può fare a meno di confrontarsi con problematiche come quelle odierne riguardanti la completezza e la veridicità dei fatti raccontati (ancora le false notizie di cui alle dichiarazioni del sindaco?) Il timore di una “lettura”, resa intenzionalmente restrittiva al fine di renderla il più possibile unificante e consensuale, non è per nulla un timore ingiustificato. E costituisce un problema di vecchia data.

IL RUOLO DELL’ASSOCIAZIONE SACCO E VANZETTI

Come molti sanno, da quindici anni opera a Torremaggiore l’Associazione Sacco e Vanzetti, la cui nascita e progressiva vitalità si devono principalmente al lavoro instancabile e coraggioso di Fernanda Sacco, da poco scomparsa, nipote di Nicola. In questa Associazione, a sommesso parere di chi scrive, predomina , fino a divenire nel tempo pressochè esclusiva, una “lettura” della storia dei due italiani uccisi a Boston il 23 agosto 1927 che si concentra prevalentemente su questioni certo di grande spessore sociale e culturale, unificanti e non divisive, come, in primo luogo, la condanna della pena di morte ( pena tuttora vigente nella maggior parte dei civili e democratici Stati Uniti d’America) e l’attenzione per la spesso drammatica piaga dell’emigrazione determinata da ricorrenti, gravi problemi di carattere economico-sociale a cui si aggiunge, specie in tempi più recenti, lo sconquasso della geopolitica planetaria per via delle numerose guerre dislocate in più parti del mondo. Temi molto consistenti sono poi, nell’agenda operativa dell’Associazione, il ripudio della guerra, l’incontro e lo scambio di saperi e culture diverse, con annesso rifiuto dell’egemonia dell’American model of life, la ricerca della tolleranza nell’incontro con il diverso, l’altro studiato dagli antropologi.

Per esperienza diretta di chi scrive (e qui voglio precisare che queste riflessioni veicolano non solo un giudizio critico ma anche una personale testimonianza) in poca considerazione, sotto il profilo storico, politico e culturale, è stato tenuto chi in passato ha cercato di esporre un altro punto di vista non alternativo a quello dell’Associazione , ma integrativo e ricostruttivo di esso. Il punto di vista, si sarà ormai capito, di chi voleva far emergere e vitalizzare l’insegnamento e la fede politica dei due grandi italiani d’America, la loro professione esplicita di anarchismo (si ricorderà che le ultime parole di Sacco, prima che il dispositivo elettrico fulminasse il suo corpo, furono “Viva l’Anarchia”). Messaggio politico e fede di professione anarchica sono ancora adesso il convitato di pietra tra noidestinato a rimanere muto e immobile.

E dire che da questa dimensione più propriamente politica, più biografica e umana di Sacco e Vanzetti scaturiscono le parole più belle che siano mai state scritte da un padre al proprio figlio. “Non dimenticarti giammai, Dante, ogni qualvolta nella vita sarai felice, di non essere egoista: dividi sempre le tue gioie con quelli più infelici, più poveri e più deboli di te e non essere mai sordo verso coloro che domandano soccorso. Aiuta i perseguitati e le vittime perché essi saranno i tuoi migliori amici, essi sono i compagni che lottano e cadono, come tuo padre e Bartolomeo lottarono e oggi cadono per aver reclamato felicità e libertà per tutte le povere cenciose folle del lavoro. In questa lotta per la vita tu troverai gioia e soddisfazione e sarai amato dai tuoi simili”. Parole che solo la densa e indefettibile umanità di un anarchico poteva pronunciare.

Per non parlare poi della narrazione autobiografica, successivamente pubblicata con il titolo Una vita proletaria, che Bartolomeo Vanzetti consegna alla storia della politica e delle peripezie di un uomo che cerca, e trova, le ragioni della sua identità e del suo stare al mondo. Per non parlare, infine, delle sue struggenti lettere ai parenti, ai genitori e alla sorella Luigina, tutte quante raccolte in un lontanissimo libro, ormai introvabile, pubblicato dagli Editori Riuniti nel 1962.

Si è perlopiù inserito questi accenti e questi insegnamenti di superiore umanità nel registro anodino e politicamente inoffensivo della commozione e della pietas per la propria famiglia e per i propri cari. Senza mai capire che, invece, essi sono legati a filo doppio alla coscienza e al patrimonio più genuino dell’anarchismo, che, sia detto subito, con le bombe e gli attentati non aveva nulla a che vedere.

Chi scrive ricorda volentieri di aver depositato il 23 agosto del 2007, nello studio notarile del dott. Cassano, la propria firma di adesione quale socio fondatore dell’Associazione Sacco e Vanzetti. E ricorda pure che tra quei soci fondatori, accanto a molti altri, c’erano i rappresentanti del Movimento sorto a difesa di Silvia Baraldini, condannata negli Stati Uniti per “associazione sovversiva” e scarcerata solo nel 2006 dopo circa 23 anni di carcere. E c’erano pure i rappresentanti del Movimento anarchico. Ma quando, subito dopo, si prese a considerare scopi, caratteristiche salienti e fisionomia complessiva dell’Associazione si sentì dire senza mezze parole che essa non solo non aveva nulla a che vedere con i partiti (cosa certo comprensibile e perfino accettabile), ma era squisitamente apolitica.

MA CHI HA PAURA DELLA POLITICA?

La costernazione iniziale si trasformò presto in una domanda, tanto semplice quanto cruciale. Chi ha paura della politica? Perché mai dissociare il nome di due uomini che in fin dei conti non sono morti, come tanti al giorno d’oggi, di politica, ma per la politica, per contribuire a edificare, con le loro forze e con quelle di tanti altri come loro, un mondo possibilmente migliore, riscattato alfine da ingiustizia, sfruttamento, sottomissione? Libero perché libero dal principio di obbedienza a un potere, dispotico eviolento che sovrasta e calpesta ogni diritto (ecco il principio cardinale dell’anarchismo!) che produce la sciagura peggiore per l’umanità, la guerra. Perche “noi crediamo che la guerra sia ingiusta” come ebbe a dichiarare Vanzetti nelle sue ultime parole ai giudici che lo condannavano a morte. E la guerra non nasce dalla cattiveria e dalla malvagità dell’uomo, secondo un refrain ricorrente e mistificante. Per cui cambiamo l’uomo con l’insegnargli i buoni sentimenti, con le buone parole e con la buona morale e il pacifismo che spesso sbandieriamo nelle piazze e nelle giostre oratorie delle ricorrenze, trionferà. No! Non è così.

Occorre piuttosto, al fine di sradicare le guerre dal mondo, debellare le politiche di aggressione, di sottomissione e di comando per il possesso della Terra voluti da una geopolitica del dominio e dalla follia criminale del potere e del denaro. Questo avevano capito il poco istruito Nicola Ferdinando Sacco e il brillante autodidatta Bartolomeo Vanzetti. E dalla fede politica, dalla militanza, dalla lotta, essi speravano di ricavare le chances per estirpare le guerre ovunque sorgessero, smascherandone la subdola natura derivante dalle scelte del capitalismo e dell’imperialismo. Per edificare piano piano le condizioni di un diverso destino del mondo. Ecco il cuore pulsante del loro messaggio: Il convincimento che questo nuovo destino si potesse costruire solamente con la concretezza e la determinazione del gesto politico, a sua volta discendente dal “sogno di una cosa”, come lo chiama Marx in una lettera a Ruge del 1843, e non da uno spurio pacifismo alla moda predicato magari su quelle stesse piazze che insorsero nel mondo intero per protestare contro la loro condanna a morte.

Certo, a fronte dell’innegabile degrado della politica che imperversa da circa quarant’anni nel nostro e nell’altrui Paese, la tentazione del Grande Rifiuto, o del sostitutivo ripiego sul piano edificante ma inoffensivo dell’esortazione morale, è difficile da tenere a bada. Ma proprio questo rischio di cedimento ci spinge a non soccombere alla logica disarmante e smobilitante della rinuncia. Sapendo che, quando la politica sorge e prende forma nella testa e nelle decisioni dei greci antichi, essa si lega in maniera inseparabile, anche etimologicamente, alla nascita e al destino della Città. Sapendo che essa, anche nei momenti più bui della storia, non è mai stata la maledizione dei popoli. Bensì una risorsa preziosa che, come Sacco e Vanzetti credevano, può migliorare il mondo dopo che Dio se ne è ritirato definitivamente. Perciò sentir dire che le ragioni della politica non erano compatibili con gli scopi dell’Associazione è stato per lo scrivente uno scandalo concettuale inammissibile, una dichiarazione di rifiuto consapevole della storia, un voler quasi liberare la memoria di Sacco e Vanzetti da un fardello ingombrante che potesse appesantirne la vitalità. Che, così, veniva impropriamente relegata al piano fumoso e deviante delle più unanimistiche “battaglie di civiltà”.

L’esonero della dimensione politica voleva dire esplicitamente prendere congedo dalla radicalità della lotta che ha attraversato il pensiero e la militanza di Sacco e Vanzetti. Essi, nei pochi scritti che ci hanno lasciato, non si sono mai cimentati con il tema delle battaglie civili, con la condanna della pena di morte diventata poi il cavallo di battaglia di tante manifestazioni avvenute in loro nome. Mai affrontarono il problema dell’emigrazione che per loro, forse, non era neppure una piaga sociale, ma il diritto di ogni uomo ad essere cittadino del mondo secondo il più schietto e tradizionale internazionalismo predicato dai classici del marxismo e dell’anarchismo, ma già lontanamente anticipato dall’insegnamento degli Stoici antichi che probabilmente, nel suo inappagabile bisogno di sapere, l’autodidatta Vanzetti conosceva bene.

Quella dei due grandi italiani assassinati in America fu una battaglia di più vasto respiro, cominciata con “l’amore per il socialismo” e diretta a creare le condizioni per “aiutare i perseguitati e le vittime”, “i compagni che lottano e cadono” per la libertà e per il lavoro, come scrive, si è visto, Sacco nell’ultima sua lettera al figlio. Fu, la loro, una lotta per “l’umanismo e l’uguaglianza dei diritti”, per combattere “l’ignoranza e la degenerazione dei sentimenti naturali”, “le piaghe che più straziano l’umanità”. Disprezzai, scrive Vanzetti, il motto ognuno per sé e Dio per tutti, che potrebbe essere la fotografia più fedele dell’odierno individualismo iperliberistico e “mi schierai dalla parte dei deboli, dei poveri, degli oppressi…”, sapendo che “chi benefica o danneggia un uomo benefica o danneggia la specie. Cercai la mia libertà nella libertà di tutti, la mia felicità nella felicità di tutti. Compresi che l’uguaglianza di fatto (…) di diritti e doveri è l’unica base morale su cui si può reggere l’umano consorzio”. Tutta una vita spesa per questo senza mai avere ”una goccia di sangue sulle mie mani, né sulla mia coscienza”. E la lotta per il bene contro il male, conclude, “mi fa essere, sino al supremo istante, comunista anarchico, perché credo che il comunismo sia la più umana forma di contratto sociale, perché so che solo con la libertà l’uomo si eleva, si nobilita e si completa” ( B. Vanzetti Il caso Sacco e Vanzetti, Roma, Editori Riuniti 1962, pp.30-33).

Tutto questo credo che non abbia riscontrato il dovuto riguardo, la necessaria attenzione nelle nostre coscienze. Ci dovremmo forse un po’ vergognare, perché sembra quasi che, a proposito di Sacco e Vanzetti, più di noi abbia capito chi fossero veramente l’ex governatore Dukakis quando nel 1977 “riabilitò” con il suo Proclama i due italiani scrivendo che “ogni stigma e ogni onta” fossero rimossi dal loro profilo, compresa, con ogni evidenza, la nomea di anarchici sediziosi. Noi, invece, non abbiamo fatto molto per far conoscere e far pensare i loro pensieri neppure ai cittadini di Torremaggiore, talora vittime di un qualunquismo politico e morale che in alcuni casi ha sfiorato il dileggio. Chi scrive fatica a togliersi dalla testa un episodio accaduto diversi anni fa, quando fu girato a Torremaggiore un cortometraggio sui luoghi di infanzia e sulla vita di Sacco prima che lasciasse il suo paese d’origine. A un componente della troupe che gli chiedeva cosa pensasse della disavventura del suo famoso concittadino, un signore rispose con una sgradevole e penosa battuta: “Se ne poteva stare a casa sua”!

LE NOSTRE COLPE E LA FORZA DELLA FEDE ANARCHICA

Nemmeno presso la popolazione studentesca, neppure tra le nuove generazioni abbiamo fatto tutto quanto era necessario per diffondere il pensiero e la statura politica di questi due grandi uomini. Qualche volta, anzi, siamo addirittura caduti in errore, lasciando tra i giovani una brutta impressione. E’ appena il caso di ricordare che il 15 febbraio del 2008, presso l’auditorium del Liceo N.Fiani, su iniziativa dello scrivente e con la collaborazione del preside, ebbe luogo un primo, che fu anche l’ultimo, tentativo di portare la storia di Sacco e Vanzetti in una Scuola superiore. Il tema della conferenza – dibattito era Sacco e Vanzetti vittime innocenti dell’odio e del pregiudizio razzista. Numerose furono le riflessioni degli studenti del Triennio, alcuni dei quali intervennero con domande e considerazioni proprie, altri con vere e proprie relazioni sui diversi aspetti della sciagurata storia di cui per la prima volta venivano a conoscenza. Tra gli invitati, oltre al sindaco e all’assessore provinciale alla Pubblica istruzione, la presidente onoraria dell’Associazione Sacco e Vanzetti. La quale, e spiace molto ricordare questo episodio, ad una precisa domanda di uno studente su cosa mai avesse a che fare con l’incriminazione e la pena capitale la professione di fede anarchica dei due imputati, rispose con queste parole: “Ma quale fede anarchica! Erano due poveracci sempre buttati su una nave”. Tralascio gli immaginabili commenti che, anche il giorno successivo a quello della conferenza, si moltiplicarono tra gli studenti increduli. E ritorno piuttosto alle nostre colpe e omissioni, alla funzione e alla responsabilità degli educatori in una Scuola che chiede di sapere e di conoscere per bene le vicende del Passato. Si è molte volte, troppe volte, voluto rimuovere il significato storico, politico e umano, dell’anarchismo, sistematicamente sommerso dai pregiudizi più grossolani e quasi sempre ostili e intrisi di veleno.

Nel caso poi di Sacco e Vanzetti si è preferito non parlarne o di parlarne sottovoce. Un tema mai affrontato apertamente e tematicamente presso il grande pubblico. Quasi a voler sottrarre il loro nome ad una sorta di marchio di infamia, a sollevarlo da un terreno infido su cui potessero franare la loro reputazione e la loro credibilità. E dire che storicamente gli anarchici hanno subìto più misfatti di quelli, pochi, commessi. Sono sempre stati malvisti, braccati, assassinati, fucilati. A parte la complessità teorica e ideologica di un movimento plurale, c’è da dire che al netto delle ripetute, proverbiali sconfitte, esso ha prodotto risultati che sono stati benefici per tutti. Fino a costituire delle norme – guida per il nostro comportamento e per la nostra visione della vita. Soprattutto, e questa è la cosa più importante, per il nostro modo di concepire la politica. Perché dalla visione anarchica discende, e la cosa può sembrare a tutta prima incredibile e sorprendente, l’esclusione per principio dal suo ambito di ogni forma di violenza. Per l’anarchismo il nemico più pericoloso è, come vuole la stessa etimologia della parola, il potere e il dominio in tutte le sue forme e manifestazioni. L’anarchico combatte con pari vigore la violenza del potere e il potere della violenza. Anche quando quest’ultima si ammanta della nobiltà dei fini per giustificarsi. L’anarchismo è la sentinella del potere poiché si colloca, come è stato detto, “sul margine esterno di ogni realtà istituzionale”. La stessa democrazia, nella sua più vera essenza, accoglie l’eredità dell’anarchismo perché rifiuta energicamente di ingessarsi in norme e principi immutabili, si mette ogni giorno in discussione perché rifiuta di inchiodarsi ad un Inamovibile Dato. E’ grazie alla sua sottostante e vitale componente anarchica che la democrazia non sta bene nei luoghi oscuri e periferici dei poteri occulti, ma respira nell’Aperto del Cielo e del Futuro. La stessa vita di ognuno di noi reca nel suo seno la potenza trasformativa di un principio costitutivamente anarchico. Che ci spinge a cambiare, a metterci costantemente in discussione, a divenire diversi e migliori. Quindi l’anarchismo non ha nulla, ma proprio nulla, a che vedere con il caos e la violenza.

“Gli anarchici li han sempre bastonati” cantava Guccini in una sua canzone del 1976. Ma a macchiarsi di crimini sono sempre stati i potenti bastonatori non gli umili e quasi sempre indifesi bastonati che, dal principio solenne della non violenza, hanno fatto scaturire quel pathos, quella mozione degli affetti che traspare dalle lettere di Sacco e Vanzetti ai loro cari. Ma anche dagli scritti di diversi autori anarchici, nonché dalle pagine del grande romanziere filoanarchico Lev Tolstoj, da molti ritenuto il maestro di Gandhi.

E, allora, plauso all’iniziativa del Comune di Torremaggiore e al sindaco per aver dato vita a un organismo che se, come è auspicabile, lascia aperta la porta alle differenze, alla discussione e alla pluralità delle voci, potrà non solo apportare beneficio alla cultura della nostra Comunità cittadina. Ma anche la possibilità di restituire Sacco e Vanzetti alla dimensione che è loro propria e che a loro spetta di diritto. Finalmente sottratta alle tentazioni anestetizzanti del pregiudizio e della paura.

Prof. Michele Marinelli