In una lettera aperta, un ricordo di Marcello Ariano a cura del dott Walter Scudero

Marcello,

caro compagno di viaggio della nostra comune infanzia e adolescenza, quasi coetaneo, di alcuni mesi più grande di me. Sono appena tornato a casa dalla chiesa; non ce l’ho fatta a saperti chiuso … … beh, hai capito. Mi sono accorto appena in tempo che la mia mente aveva preso a divagare attorno all’idea folle che fosse impossibile che la tua testa, sempre in continuo fermento, non si fosse … del tutto sopita. E sono scappato via, col pianto in gola, prima ancora che iniziasse la funzione religiosa. Da più parti m’avevano chiesto, ieri, di scrivere un tuo “elogio funebre”… Stai ridendo, eh? Lo so, lo so! Cosa potrei dire di più di te che tutti non conoscano già? Raffinato e sensibile poeta, saggista accorto ed acuto, giornalista penetrante e tant’altro ancora con cui, forse, avevi in programma di coinvolgerci con la seduzione accattivante della tua penna. No, non un “elogio”, luogo comune a te avverso: più d’una volta, con la tua arguzia, mi hai divertito sentendoti metterlo in farsa. E poi, ieri, non avevamo, forse, io e Mariantonietta, scritto a tua sorella Elisa che le inviavamo l’attonito silenzio del nostro dolore? E, dunque, come faccio ad uscire da questo dolore che sembra non saper trovare parole? Ecco, le troverò scrivendoti, le parole. Ed è inevitabile, allora, che io vada indietro negli anni … Ricordi? Avendo io frequentato la 1ª elementare da privatista, ti conobbi – Dio, ma quanto tempo è trascorso! – in 2ª. Se ci penso! La maestra Romano mi assegnò il primo banco assieme a te, indispettendo – e fu guerra aperta – l’altro nostro carissimo amico cui, mio malgrado, avevo rubato il posto. Ma mi fu facile entrare in amicizia con Marcello: tu avevi il dono, con la tua allegria coinvolgente, di mettere a proprio agio anche un figlio unico come me. E la nostra esperienza di compagni di banco continuò sino alle medie. Sì, dico bene, eri coinvolgente col tuo faccino accattivante, gli occhi brillanti e scuri e quel ciuffetto ritto sulla fronte tra due vortici di capelli. Eri – ah se lo rammento! – una sintesi di opposti: turbolento e riservato, sorridente e pensoso, furbo e innocente, appassionato (e, la passionalità avrebbe anche, poi, aperto la via alla militanza politica) e timido, irritabile e tranquillo … insomma, uno che non passava inosservato, di quelli che, quando spariscono per un po’, ne senti la mancanza e ti chiedi: “Dove s’è cacciato?!”. Povero Marcello! Costretto in una casa di femmine, con sei sorelle, la madre, la zia e, a parte un fratello maggiore, temuto alla pari del padre, solo un altro maschio minore d’età ed un fratellino che morì poco dopo la nascita. C’era poco da stare allegri! Si doveva rigar dritti! Nessuna remissione! … A scuola? Bene l’Italiano, bene la Storia, male, anzi malissimo, la Matematica. C’erano già le premesse del futuro poeta-saggista-scrittore. E, tuttavia, non ricordo tue poesie in quell’epoca, né nell’adolescenza; forse te le tenevi chiuse in un cassetto, palesandone il contenuto (e non ho parlato, forse, di una tua certa riservatezza?) solo alle tue fidanzatine, improvvise infatuazioni per qualcuna di quelle ragazzine con cui si era soliti passeggiare, tra amici, lungo i viali della villa comunale. Poi, da poeta adulto, avresti aperto lo scrigno dei ricordi, rammentando fugaci amori, a sera, nell’oscurità della pineta («la pineta delle coppiette’») … Erano i tempi in cui si cantava: “Possiedi personalità/ Una personalità/ Dolce personalità/ Guardi, hai personalità/ Ridi, hai personalità” ecc. E tutti noi ci sforzavamo di avercela, la personalità; e, se non l’avevamo, ci atteggiavamo ad esistenzialisti col maglione nero Poi, le canzoni di Endrigo, Io che amo solo te, e Cuore della Pavone, e i ‘balli in casa’ in giacca e cravatta, che strazio! … Vorrei, ora, tu ricordassi con me, come all’epoca del liceo – mi pare – t’eri letteralmente perduto dietro una passione per una ragazza bionda, che veniva a Torremaggiore solo nel periodo delle festività ‘comandate’ e che aveva, oltre al fascino, anche il nome da maga. Lei non si curava di te; ma, una sera, passeggiando sul corso tra pochi amici intimi, ci raccontasti che l’avevi baciata e che lei ti corrispondeva … Subito dopo, nel tuo racconto, passasti dall’incanto alla tristezza e ci dicesti, lasciandoci esterrefatti, che avevi inventato, per noi e per te stesso, solo un sogno … Non c’è che dire: un vero poeta! … Poi, per un lungo lasso temporale, la scuola ci divise ed iniziammo a rifrequentarci, ormai da uomini sposati con figli, dopo il tuo ritorno da Torino, dov’eri stato funzionario della FIAT. Così cominciasti a farmi conoscere le tue poesie, all’inizio in timide plaquette, e prendesti a coinvolgermi con l’incanto di Terra dove; e imparai di te il tuo viscerale sentimento d’appartenenza alla nostra terra: «Non c’è terra che amiamo/ più di questa/ ormai affidata/ ai segmenti della memoria/ e dove il mio passo/ calcava il tuo, padre,/ sicuro e tranquillo.» E, tramite le tue poesie conobbi momenti della tua vita che, distante, non avresti potuto narrarmi: (in Minuta di versi) la tua solitudine in una città così diversa dalle nostre, dal nostro calore umano, e l’amore per Maria, la tua donna lontana: «Un giorno ti racconterò questo paese,/ i suoi palazzi, le vie e le piazze/ un po’ come nell’Ottocento, dai nomi severi,/ e l’assurdità di certi sabati sera a immaginare/ se spuntassi tu sotto i portici del corso». Maria, colei che t’avrebbe dato Matteo, lo splendido tuo unico figlio che, assieme a lei ti ha assistito nel crudo calvario degli ultimi tuoi giorni. A proposito di lui, di tuo figlio, voglio confessarti, Marcello, un piccolo particolare (sai, quelli piccoli, alle volte, dicono più di quelli grandi) che risale ad un altro triste momento, quello della dipartita di tuo fratello Gino. Eravamo, come oggi, riuniti in chiesa e, quando porsi la mia mano a Matteo per le condoglianze, egli me la strinse caldamente tra le sue … E volli pensare che ciò fosse dovuto al fatto che tu gli avessi parlato bene di me e della nostra amicizia. E, dunque, tu non ti fermasti più con le tue meravigliose liriche e, dal canto mio, neppure io mi arrestai nella mia passione per la scrittura. Così avvenne, più d’una volta, che io presentassi al pubblico dei lettori qualcosa di tuo e tu qualcosa di mio. Questi comuni interessi rinsaldarono la nostra vecchia amicizia e, assieme, producemmo anche qualcosa che riunì e fuse i tuoi versi con un’altra mia passione, quella per la grafica. E ne stavamo progettando un’altra di queste nostre piccole ‘cose’, ma non v’è stato più tempo. Ricordi? Scrivevi: Alla clessidra c’è rimedio … Ma non ve n’è stato … Ho cercato, nelle mie ultime telefonate, di ridestare in te la voglia di farcela nonostante tutto; ti ho detto: “Devi farcela per tutti noi che ti vogliamo bene! … Mi ascolti? …”… Ed ora, dimmi, mentre ti scrivo e penso a te, dimmi, mi ascolti?…

Perdutamente ti abbraccio, come s’abbraccerebbe il fiore degli anni che più non tornano.

Walter

Torremaggiore, 17 maggio 2021