Presentazione a Torremaggiore del libro Mezzogiorno Europeo di Michele De Cesare il 7 ottobre 2012

Sono nato al Sud, ho studiato al Nord, mi sono formato professionalmente a Bruxelles, sono tornato al Sud … per lavorare in Unione Europea”.

Questa frase rappresenta la dimensione di un collegamento intrinseco tra la dimensione locale a quelle nazionale ed europea, al servizio del localismo di partenza in ottica ormai globale. Per sottolineare il file en rouge che unisce un percorso di sviluppo che non può essere circoscritto all’interno dei suoi confini di partenza, ma che necessita, per la stessa ragione,[la sua crescita], di dimensioni e fattori esterni.

Il Sud dell’Italia non può essere pigro e incosciente delle dinamiche mondiali, incapace di far fronte alle sfide che si propongono su scala nazionale, europea, internazionale. In un momento in cui bisogna perseguire nella maniera più piena e efficiente l’integrazione europea, in cui solo unita l’UE può porsi sullo scacchiere internazionale, l’Italia purtroppo si presenta divisa e con marce diverse all’interno del suo sistema territoriale: un Nord che si propone più dinamico e veloce ed un Sud lento, più povero, con rilevanti problemi infrastrutturali, con servizi inadeguati e, soprattutto, con una governance spesso distratta e poco capace di far fronte alle sfide dei nuovi tempi, per non dire assolutamente autoreferenziale.

La crescita economica italiana non può che trovare risposte se non nello sviluppo del Mezzogiorno, di un Sud capace di stare al passo con l’Europa e di guardare al Mediterraneo, solo attraverso questa condizione l’Italia potrà di nuovo riprendere il suo prestigio tra le maggiori potenze industriali del mondo. Sicuramente il Sud dovrà partire da un grosso lavoro su se stesso. Dovrà con forza adoperarsi per trovare, innanzitutto al proprio interno, le necessarie capacità affinché le potenzialità di sviluppo di cui è dotato possano essere tradotti in fattori produttivi di sviluppo. Necessariamente, quindi, il riferimento è al capitale umano. Tale capitale – fatto di attitudini virtuose, cultura, disponibilità – è il fattore centrale al processo di socializzazione in cui si esprime l’economia di prossimità che caratterizza l’Europa e a cui tende il mondo intero.

L’Europa sta vivendo una fase di trasformazione. La crisi ha vanificato anni di progressi economici e sociali e messo in luce le carenze strutturali dell’economia europea. Nel frattempo il mondo si sta rapidamente trasformando e le sfide a lungo termine (globalizzazione, pressione sulle risorse, invecchiamento) si accentuano.
L’UE, i tempi della globalizzazione, invitano ad un lavoro più attento, accurato e analitico, più responsabile e ben costruito. Allora la domanda, siamo noi meridionali in grado di affrontare tutto questo? Oppure dobbiamo subire la balìa delle onde? Vogliamo impegnarci seriamente (e finalmente) per una seria costruzione del nostro futuro? Gli strumenti di sostegno offerti dall’UE esistono e sono a disposizione. E’ possibile, che non riusciamo ad adoperarli, nascondendoci dietro ad affermazioni di complessità degli strumenti, delle metodologie e di quant’altro, quando molto spesso basta solo conoscere il sistema per poterlo utilizzare efficacemente? Occorre solo volontà, impegno e la giusta capacità per ogni settore dell’agire.

Molto importanti saranno, in tal senso, i giovani. Le demagogie dei “farò”, “faremo”, “ci impegneremo”, dovranno essere sostituiti da “abbiamo fatto”, “abbiamo realizzato”, quindi … oggi siamo.La grande crisi mondiale sta sconvolgendo territori e nazioni di ogni dove. Certo non si può non constatare che essa, con le sue drammatiche conseguenze, ha suscitato un risveglio operativo nelle coscienze e nelle azioni che, purtroppo, da troppo tempo mancava. Forse è proprio vero che il bisogno aguzza l’ingegno?Se volessimo vedere nella crisi un orizzonte positivo, probabilmente è proprio quello di aver stimolato una reazione collettiva. Del resto, l’abbiamo già vissuta (la forza del reagire, della ricostruzione) dopo le “inutili stragi mondiali” della prima metà del ‘900.Se solo noi meridionali ci accorgessimo delle potenzialità di reazione e crescita a cui paradossalmente proprio questa crisi ci pone di fronte. Terra, clima, prodotti enogastronomici, natura, cultura, intelligenze certamente al Sud non difettano, anzi. Dovremmo semplicemente saper porre al servizio di questi territori quella forza e capacità dei meridionali che per anni hanno consentito la grande crescita del Nord.

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