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Mi chiedi, caro Direttore, “qualche riflessione” su Papa Leone XIV. Sono tentato, per l’amore che porto alla terra degli Avi miei, di darti ponderose argomentazioni per risposta e ne avrei, forse, la possibilità. Ma molteplici ragioni, che non so qui a dire, per oggi, me lo impediscono.

Sulla congerie domestica, ormai purtroppo di pubblico dominio, di iniziative pseudoreligiose, di sapore burocratico-campanilistico meno che provinciale – ma che hanno intenti inequivocabilmente prevaricatori (disciplinati e penalmente sanzionati dal nostro antico Legislatore con la normativa della de ambitu) e gravidi di egotismo – si staglia, potente e significativo il risultato dell’ultimo concláve. Tra le prime solenni affermazioni fatte dal novello Vescovo di Roma ve n’è stata una, fondamentale, che riguarda molto da vicino e per un duplice motivo Torremaggiore: e ciò, ritengo, possa interessare i tuoi lettori, laici e chierici, anche se l’argomento presuppone una solida conoscenza di base.

Orbene papa Leone ha tenuto a rimarcare di essere “figlio di Sant’Agostino”; a quelle parole ho pensato che la mia Fiorentino, sta richiamando l’attenzione degli umani con una rinnovata singolare (e … pericolosa per gli indegni!) attrazione magnetica: uno degli ultimi atti del defunto Pontefice fu, infatti, quello di nominarne il vescovo titolare (col titolo di arcivescovo pro-hac vice); il suo Successore, ricordando di essere un agostiniano, riporta alla memoria l’ultimo solenne atto del Puer Apuliæ che – nel nome di Gesù Cristo, Dio eterno e nostro Salvatore (amen), l’anno milleduecentocinquantesimo della Sua incarnazione, nel giorno di sabato, diciassette dicembre, indizione nona – scelse quel magico luogo per dettare le sempre attuali sue ultime volontà. Me ne occupai ex professo nell’ultima comparsa stesa nel giudizio iniziato nell’anno 2008 dinanzi alla Corte d’Appello di Bari e terminato con un arresto del 2013, ove, al proposito dell’incipit-protocollo del testamento, ebbi modo di rammentare che vi viene compendiato definitivamente e fissa l’etica fridericiana, ribadendo sotto il profilo escatologico la corruttibilità ontologica della natura umana:
«Primi parentis incauta transgressio sic posteris legem conditionis indixit, ut eam nec diluvii proclivis ad penam effusio effrenis abduceret nec baptismatis tam celebris tam salubris unda liniret, quin fatalitatis eventus mortalibus, senescentis evi precinctis lascivia, transgressionis in penam culpa transfusa, tanquam cicatrix ex vulnere remaneret. Nos igitur Fridericus secundus divina favente clementia Romanorum imperator semper augustus, Hierusalem et Sicilie rex, memores conditionis humane quam semper comitatur innata fragilitas, dum vite nobis instaret terminus…». Traduco per i tuoi amici e lettori: «l’insolente disubbidienza del primo progenitore s’impresse così a fondo nella condizione del genere umano che nè l’impetuosa punizione del diluvio riuscì a cassarne la colpa, nè potè lenirla il lavacro inclito e salutifero del battesimo; talchè l’umanità è stata sventuratamente condannata ad espiare il fallo originale e, come castigo per l’invereconda mancanza di Adamo, qual ricordo doloroso di una mai sanata ferita, gli uomini vennero condannati ad invecchiare. Perciò noi Federico secondo, per divina clemenza imperatore dei Romani, sempre augusto, re di Sicilia e di Gerusalemme, memore della condizione umana, che sempre si accompagna all’innata fragilità, davanti alla morte …»

Federico mutuò l’indirizzo di codesto suo pensiero teologico e morale da Agostino, del quale ripete, quasi alla lettera, l’eloquio: «la natura umana risulta corrotta dalla volontà del primo trasgressore … e non v’è cristiano che non sappia che chi ha fatto il primo uomo dalla polvere, fa tutti gli altri dal seme; da un seme, però, già viziato e condannato, che in parte resterà, secondo la verità, nel supplizio, ed in parte, in virtù della misericordia, verrà liberato dal male … La natura, corrotta dalla volontà di quel primo trasgressore, non la purificano le tue parole vane per mezzo del vostro novello dogma, ma la grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore».

Resta, poi, impossibile indagare le ragioni per cui Dio interviene a favore di alcuni e non di altri. Agostino si rifà in proposito alle parole di Paolo: «O uomo, chi sei tu per disputare con Dio? Oserà forse dire il vaso plasmato a colui che lo plasmò: “perché mi hai fatto così?”. Forse il vasaio non è padrone dell’argilla, per fare con la medesima pasta un vaso per uso nobile e uno per uso volgare?». La Grazia Divina, adunque, è per Agostino – e, quindi, anche per Federico II – fondamentale elemento della libertà dell’uomo, perchè solo con la Grazia l’uomo diventa capace di dare attuazione alle proprie scelte morali.

Negli ultimi istanti della sua esistenza terrena, Federico, mostrando di aver condiviso la tesi dell’Ipponense, manifesta di non considerare il dolore come una punizione divina per le azioni umane immorali. Il male fisico, infatti, è lo stesso che persino Cristo dovette subire. Il problema del male si connette con quello della libertà umana. Se l’uomo non fosse libero, egli non avrebbe meriti, nè colpe. Il dilemma che si pone con questa affermazione è se esista il libero arbitrio oppure la predestinazione, problema che si è venuto a creare in seguito al peccato originale. Dio, conoscendo le possibili scelte dell’uomo verso il male o verso il bene, dona ad alcuni, con la Grazia, la possibilità di salvarsi, mentre ad altri lascia la libertà di dannarsi; tuttavia, questa non è una scelta divina arbitraria, ma è semplicemente la prescienza di Dio che, nell’eternità (cioè oltre il tempo), vede coloro che possono ricevere la Grazia e coloro che non possono. Questi ultimi anche se la ricevessero non solo non si salverebbero, ma ancor più si dannerebbero. Donde la polemica tra Agostino e Pelagio. Affermava il primo: essendo l’uomo corrotto dal peccato originale di Adamo, e quindi magari animato da buone intenzioni ma facilmente preda di tentazioni malvagie, Dio non solo interviene per illuminare l’uomo su cosa è il bene, ma anche per infondergli la volontà effettiva di perseguirlo: Cfr. Aurelii Augustini, Contra Iulianum libri sex: liber III, 17. 33; in J. P. Migne, PL, t. 44, Parisiis, 1844). Questo scritto, rappresenta, temporalmente, l’ultimo frutto del pensiero agostiniano, a confutazione dell’eresia pelagiana. Per il momento, per chi volesse (e potesse) approfondire, mi limito a ricordare il Contra Faustum Manichaeum (lib. XXII) ed, ancora, Sancti Aureli Augustini, De gratia Christi et de peccato originali, Liber primus (in: Corpus Scriptorum ecclesiasticorum latinorum editum consilio et impensis Academiae Litterarum Caesareae Vindobonensis, vol. XXXXII … sect. VIII, pars II, ex recensione Caroli F. Urba et Iosephi Zycha, Vindobonae 1866 : Apud C. Giroldi Filium Bibliopolam Academiae.

Un più recente richiamo al pensiero agostiniano che influenzò ex mis Federico II, l’ho fatto in: Fiore, Et iterum … in quel di Fiorentino in “Capitinata”, Soc. di St. Patria per la Puglia (Convegni XXXV), Bari 2025, p. 254 (p. 28 dell’estratto).


Il secondo motivo riguardante Torremaggiore, è stato da me portato alla conoscenza del pubblico nell’ormai lontano 1967, in un volumetto, ormai introvabile, dedicato a La Chiesa Matrice di Torremaggiore (Torremaggiore con i tipi di Nicola Caputo), ove tra le pagine 45 e 48 ritrascrissi un diploma-decreto esistente nell’archivio romano della Curia generalizia del Convento di Sant’Agostino dell’Urbe, con il quale, il 10 aprile 1720 fr. Francesco Maria Querni, Vicario generale Apostolico fondava, con numerosi privilegi, in Torremaggiore (nel documento località indicata ancora con il toponimo Terramaggiore) la confraternita della Cintura, dedicata a Sant’Agostino e Santa Monica (Sua Madre) nella cappella in seguito dedicata a Santa Gemellina.
Per oggi penso che basti.
A presto
Mario Fiore



