Riflessione dell’Avvocato Mario Fiore in occasione del 1700°anniversario del Concilio di Nicea, ovvero il primo concilio ecumenico della storia della Chiesa cristiana

Il Concilio di Nicea, primo nella storia tra le assise ecumeniche, fu voluto e sancito dall’imperatore Costantino, il quale, preoccupato dalle eresie che si andavano realizzando all’interno della cristianità – che si profilavano quali movimenti omnipervasivi, in grado di insidiare l’assetto dell’impero – si determinò a ristabilire la pace religiosa e raggiungere l’unità del dogma, minata in quel momento dalle teorie del prete Ario di Alessandria d’Egitto.

L’intento dell’imperatore fu, quindi, soprattutto politico, dal momento che i forti contrasti tra i cristiani indebolivano anche la società e la pacifica convivenza tra i diversi popoli dello Stato. Con queste premesse, il concilio venne convocato, secondo quanto ci ha tramandato Epifanio di Salamina, con editto imperiale del 20 maggio del 325 (cfr. The Panarion of Epiphanius of Salamis, Books II and III (Sects 47-80), De Fide. Section VI, Verses 1,1 and 1,3. Translated by Frank Williams, E.J. Brill, New York 1994, pp. 471-472; ed, ancora: Joseph Francis Kelly, The Ecumenical Councils of the Catholic Church: A History, Liturgical Press, Collegeville 2009, p. 21]: tale data coincide con quella stabilita dal calendario “Giuliano”, corrispondente al 22 maggio, per effetti del cosiddetto adeguamento “prolettico” , a quello “Gregoriano”, attualmente in uso.

Il Concilio – che ebbe sede nel palazzo imperiale di Nicea e si svolse dal 19 (21 secondo il calcolo prolettico) giugno al 25 (27) luglio del 325 (cfr. G. Gharib, E. Toniolo, Testi mariani del primo Millennio, a cura di Gerardo Di Nola, Georges Gharib, Luigi Gambero, Ermanno M. Toniolo, Città Nuova, Roma 2001) – fu presieduto dallo stesso Costantino (quantunque non fosse stato ancora battezzato: infatti ricevette il sacramento dell’iniziazione cristiana sul letto di morte amministratogli dal suo parente, il vescovo (eretico) Eusebio di Nicomedia). Il Monarca svolse una grande influenza sulle decisioni che vennero adottate dai Padri conciliari, che intervennero, di persona o per rappresentanza, dall’Oriente e dall’Occidente e vennero riguardati alla stregua di tutti gli altri alti funzionari dello Stato. Il vescovo di Roma, Silvestro, delegò in sua vece due presbiteri dell’Urbe. Il documento conclusivo venne ratificato dal plenipotenziario imperiale, Ossio, vescovo di Cordova. L’atmosfera fu alquanto burrascosa; il dibattito sulle tesi di Ario degenerò a tal punto che, si dice, il vescovo di Mira, il nostro S. Nicola, avrebbe, in piena assemblea, schiaffeggiato l’eresiarca Ario.

L’edizione critica delle liste conciliari richiamano soltanto 220 vescovi presenti al concilio: cfr. Heinrich Karl Gelzer, Sextus Julius Africanus und die byzantinische Chronographie: Die Chronographie des Julius Africanus, 1. Theil, Leipzig 1880; nonchè: Patrum nicaenorum nomina Latine Graece Coptice Syriace Arabice Armeniace (a cura di) Heinrich Karl Gelzer, Heinrich Hilgenfeld,Otto Cuntz, (sta in: Scriptores sacri et profani, auspiciis et munificentia serenissimorum nutritorum Almae Matris Ienensis, ediderunt Seminarii Philologorum Ienensis Magistri et qui olim sodales fuere, fasciculus II, Lipsiae MDCCCXCVIII). Una tarda tradizione riporta che i Padri fossero molto più numerosi (superiori ai trecento).

Il Concilio si pronunziò su venti argomenti. Qui ne rammento la data dell’equinozio di primavera, fissandolo al 21 marzo 325.

Altra decisione importante fu di fissare una data per la Pasqua, festa principale della cristianità, in ordine alla quale si stabilì che venisse celebrata la prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera. Venne, all’uopo, demandato al vescovo-patriarca di Alessandria il compito di indicare, per il futuro, secondo tali norme, la data per tutto l’ecumene cristiana.

Resta fondamentale nella storia successiva del Cristianesimo l’adozione da parte dei Padri conciliari della confessione della fede, che ancor oggi vien definita Simbolo Niceno (-costantinopolitano) sulla quale fa mestieri soffermarmi.

Scrissi sul tema (Cristiani d’Oriente in Puglia Dauna, contributo allo studio dell’immigrazione arbëresh – prolegomeni d’indagine, vol. I, Società di Storia patria per la Puglia, Bari 2024, cap. I, pp. CI, ss., passim):

«Nella chiesa delle origini, ogni comunità locale professava la fede in maniera libera. Solo a partire dal Concilio di Nicea si era conseguita la formula di un credo comune avendo particolare riguardo alla seconda persona della Trinità ed all’incarnazione del Verbo. I Padri … di Nicea, usarono i verbi al plurale, come pare giusto, essendo tutti uniti nel proclamare lo stesso simbolo – σύμβολον, ovvero segno di riconoscimento della comunità – : πιστεύομεν; ὁμολογοῦμεν; προσδοκοῦμεν (crediamo; professiamo; aspettiamo), e giustamente, perchè la professione di fede racchiusa nel simbolo è di tutta l’Ecclesia dei fedeli prima ancora che del singolo credente: è tutta la Chiesa che si pone di fronte alla divinità ed al mondo. Al presente sia la Chiesa di Roma che quella di Costantinopoli usano, purtroppo, il più egopatico e meno empatico singolare: credo, confiteor, expecto; πιστεύω, ὁμολογῶ, προσδοκῶ.

«Le dispute all’interno della Chiesa continuarono anche dopo il concilio di Nicea e diedero luogo a varie eresie – tra le quali quella di Macedonio di Costantinopoli, che negava la divinità dello Spirito Santo – al punto che Teodosio I convocò, nel 381, il primo concilio di Costantinopoli, secondo dei concili ecumenici, ove vennero condannate le eresie, riaffermate le decisioni del precedente Concilio di Nicea e proclamata la divinità dello Spirito Santo e la sua processione dal Padre, e non anche dal Figlio, definendosi una volta per tutte il Credo della Chiesa universale, che prese il nome di simbolo niceno-costantinopolitano. Sembra che il Concilio ecumenico di Costantinopoli, sebbene convocato ed indetto da Teodosio, sia stato presieduto da Melezio e poi dal di lui successore sul trono patriarcale di Costantinopoli, San Gregorio Nazianzeno. Esso venne consacrato originariamente in greco, che transilitterato ad amussim in italiano fu del seguente tenore:

Crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili.

“E in un solo Signore, Gesù Cristo, Unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre; per mezzo di Lui tutte le cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e si è incarnato dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria e si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato e venne mandato al supplizio e posto nel sepolcro ed è risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture. Ed è salito al cielo e siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine. 

“E nello Spirito Santo, il Signore datore di vita, il quale procede dal Padre e con il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti.

“E nell’una, santa, cattolica ed apostolica Chiesa. Professiamo un solo Battesimo per il perdono dei peccati. Aspettiamo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen.”

«Nell’VIII secolo, Paolino, patriarca d’Aquileia, interpolò nel testo del Simbolo, laddove si tratta della processione dello Spirito Santo, la locuzione filioque, tal che, da allora il credo, presso Carlo Magno, fu del seguente tenore (in latino):

“Credo in unum Deum, Patrem omnipoténtem, Factorem cæli et terræ, visibílium ómnium et invisibílium.

“Et in unum Dóminum Iesum Christum, Filium Dei unigénitum et ex Patre natum ante ómnia sǽcula: Deum de Deo, Lumen de Lúmine, Deum verum de Deo vero, génitum, non factum, consubstantiálem Patri: per quem ómnia facta sunt; qui propter nos hómines et propter nostram salútem, descéndit de cælis, et incarnátus est de Spíritu Sancto ex Maria Vírgine et homo factus est, crucifíxus étiam pro nobis sub Póntio Piláto, passus et sepúltus est, et resurréxit tértia die secúndum Scriptúras, et ascéndit in cælum, sedet ad déxteram Patris, et íterum ventúrus est cum glória, iudicáre vivos et mórtuos, cuius regni non erit finis.

Credo in Spíritum Sanctum, Dóminum et vivificántem, qui ex PatreFilióque procédit, qui cum Patre et Fílio simul adorátur et conglorificátur, qui locútus est per prophétas.

“Et unam sanctam cathólicam et apostólicam Ecclésiam. Confíteor unum Baptísma in remissiónem peccatórum. Et exspécto resurrectiónem mortuórum, et vitam ventúri sǽculi. Amen”.

«L’uso di recitare il Credo con l’aggiunta del filioque sarebbe stato concesso da papa Leone III eccezionalmente solo per le regioni transalpine per le pressioni di Carlo Magno; la formula si impose nel rito romano soltanto nell’XI secolo quando fu approvata, sembra obtorto collo, da Benedetto VIII (1012 – 1024), per le sollecitazioni dell’imperatore Enrico II di Sassonia, allorchè intraprese la lotta contro i Bizantini (1022).

«In sintesi le rispettive posizioni delle due Chiese in relazione alla processione dello Spirito Santo furono le seguenti: Posizione latina: Il Padre genera il Figlio, il Padre ed il Figlio danno la vita allo Spirito, non tanto in quanto siano distinti, ma in quanto sono uno. La ragione non è capace di opporre tre termini tra di loro, perché si potrebbe opporre il Figlio all’unità del Padre e dello Spirito, ma la Scrittura non lo permette, perché parla di Spirito del Figlio e non di Figlio dello Spirito. —Posizione greco-ortodossa: Il Padre è il Padre non solo in quanto genera il Figlio (che procede dal Padre). Il Figlio è il Figlio non solo perché è colui che è nato, ma in quanto è colui sul quale va a riposarsi lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è Spirito Santo non soltanto in quanto procede dal Padre, ma anche in quanto riposa sul Figlio.

«La tradizione bizantina colloca la rottura con Roma sotto il Pontificato di Sergio IV (1009—1012) quando il suo nome non figurava più nei dittici della Chiesa di Santa Sofia, sede della cattedra patriarcale, in Costantinopoli. Certo è che la disputa sul filioque fu una delle ragioni, addotta già da qualche secolo dal patriarca di Costantinopoli Fozio nel conflitto con la sede di Roma, per giungere allo scisma tra le due Chiese.»

Devo, infine, ricordare che l’adozione della formula originaria (senza del Filioque) si fondò sul passo giovanneo 15, 26:

«Ὅταν δὲ ἔλϑῃ ὁ παράκλητος ὃν ἐγὼ πέμψω ὑμῖν παρὰ τοῦ πατρός͵ τὸ πνεῦμα τῆς ἀληϑείας ὃ παρὰ τοῦ πατρὸς ἐκπορεύεται͵ ἐκεῖνος μαρτυρήσει περὶ ἐμοῦ … (testo originale);

«Cum autem venerit Paraclitus, quem ego mittam vobis a Patre, Spiritum veritatis, qui a Patre procedit, ille testimonium perhibebit de me … (nella versione vulgata);

«Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza.»

Il significato recondito dell’affermazione è ostico da raggiungere perchè il Maestro, manifestandola solo ai Discepoli, ritenne di mantenere una morfologia esoterica, giusta quanto riporta Luca 8, 9-10 (cfr. anche Matteo 13, 10-17 e Marco 4, 10-12):

«I suoi discepoli lo interrogarono sul significato della parabola. Ed egli disse: “A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri (li manifesto) solo in parabole, perchè

vedendo non vedano

e udendo non intendano”.»

Non mi attardo, per ora, ad aggiungere altro intendendo continuare l’esistenza nella reciprocità del vivere in pace, e mai dimenticando che la convivenza nella pace richiede un impegno assiduo e la perseverante fatica di perseguire la cultura nell’istruzione.

Potremmo ritornare sull’argomento per la ricorrenza anniversaria della chiusura del Concilio (27 luglio).

Ti saluto caramente

Mario A. Fiore

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