
Dopo il disprezzo per la vita, quella altrui sempre più spesso ritenuta un inciampo, un ostacolo al raggiungimento dei propri obbiettivi che si concretizzano col perseguire solo i propri interessi
-guerre, omicidi, morti sul lavoro- e la propria sempre meritevole di essere vissuta solo quando soddisfacente o da chiudere bruscamente quando penosa, dolorosa e insopportabile, come un libro del quale decidiamo senza averne diritto quale sia l’ultima pagina da leggere ignorando le altre…dopo la negazione del diritto alla nascita e al futuro…dopo che il soccorso a chi è in difficoltà viene valutato solo come un costo per la società e non un beneficio che nutre l’anima di chi dona e da’ sollievo alla disperazione di chi non ha…dopo che il ricevere non è più gratuito e viene sporcato dall’umiliazione, dalla commiserazione e dalla riprovazione degli sguardi altrui… dopo che ogni attività umana viene pesata sulla bilancia della convenienza con i profitti su un piatto e le perdite sull’altro…dopo tutto questo…si è perso forse in modo irrimediabile anche l’ultimo dei valori etici e morali accettato da tutti gli esseri umani: il rispetto per i morti. Le città dei morti, ordinate, pulite, con le stradine intitolate, le file di alti cipressi, i marmi sempre lucidi e i fiori sempre presenti, sono il regno del silenzio e della pace.

Il desiderio di un cantuccio di terra dove riposare per l’eternità e per i posteri il luogo che custodisce le loro radici è il saggio pensiero della canuta maturità rivolto da tutti all’ultima dimora. Da abbellire e impreziosire per rendere gradevole allo sguardo l’esteriorità della morte e cercare di annullare l’immagine mentale del miserevole disfacimento di un corpo. L’esistenza umana, un cerchio perfetto con la vita e la morte in costante equilibrio. Tenere vivo il ricordo e il rispetto per un qualcuno che fu arricchiscono e ingentiliscono la nostra civiltà, la rendono completa. Ma nelle menti deboli, volutamente non uso epiteti anatomici volgari ma appropriati nella fattispecie, un posto di primo piano è sempre stato occupato dal malsano desiderio di sporcare la bellezza e di profanare il sacro col superamento immorale di confini virtuali ma visibili a tutti. E gli episodi di vandalismo senza senso messi in atto per la propria utilità, per rubare qualche modesto arredo funebre, che indignano e reclamano surreali controlli laddove le emozioni umane non hanno accesso e tutto è fermo, fanno svanire malamente la convinzione di aver raggiunto un buon grado di civismo e fanno riapparire la speranza che forse manca poco perché tutti, nessuno escluso, percepiscano, rispettino ed apprezzino il bello, il sacro….l’altrui. Potremmo fare spallucce o provare un forte rammarico più o meno finto oppure consolarci rammentando con amarezza la frase di Cicerone di duemila anni fa riferentisi alle nuove generazioni nell’antica Roma “ O tempora o mores “ ( Che tempi e che costumi ) ma gradirei venissero inchiodate nei cervelli degli sciocchi artefici di queste riprovevoli azioni due massime intrise di verità eterne.
“ Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te “ massima attribuita al rabbino
Hillel qualche secolo prima del Cristianesimo, riproposta da Gesù e narrata nel Vangelo di Matteo
e ancora ripresa da Maometto nel Corano 400 anni dopo. Questa frase è la Torah. Questa frase è
il Vangelo.
Questa frase è il Corano “ E tu fratello guarda dentro di te e vivi come un uomo che sa di dover morire perché io fui come tu sei e tu sarai come io sono “ frase scolpita nel 1500 sulla lapide del capitano catalano Ferret reggente di Alghero sepolto con tutti gli onori in una chiesa della città.
Lettera Aperta del Dr Alfonso Colacchio
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