
(TMOL) – Ottorino Barassi è stato uno dei massimi dirigenti del calcio italiano, incaricato di organizzare i mondiali del 1934. Segretario generale della FIGC nel 1933, poi Presidente delle Federcalcio, contribuì alla Fondazione dell’UEFA e fu ai vertici della FIFA per i primi mondiali del dopoguerra, 1950, in Brasile. Il luogo di nascita è Napoli, 1898 ma le origini sono torremaggioresi. Suo padre, ufficiale della Artiglieria a cavallo, arrivò a Cremona, dove nasce la carriera del dirigente calcistico che ha contribuito, e molto, alla crescita del pallone che fu.

A Torremaggiore non era solito passare, contrariamente a suo padre, ma la vicenda della Coppa Rimet nascosta per evitare il sequestro da parte dei tedeschi lega Barassi alla nostra comunità in maniera storica.
I nazisti avevano già provveduto a perquisire la sua abitazione a Roma, ma la furbizia di Barassi ebbe il sopravvento : una scatola di scarpe custodiva il tesoro, la Coppa Rimet che era nelle mani della dirigenza italiana dopo la vittoria del 1938, era al sicuro. Alla Federazione si fidavano di lui: “Diamo la coppa a Barassi, saprà nasconderla ai tedeschi”.
Ottorino, dopo un paio di perquisizioni subite, decide di riagganciare i rapporti con una vecchia zia, lontana da Roma, che aveva conosciuto da ragazzino, prima di laurearsi in ingegneria ed intraprendere la carriera da dirigente. Molti sono i punti discussi della vicenda, ma la Rimet, questo è certo, rimase proprio a Torremaggiore per un paio di anni, lontana da occhi indiscreti, nella sua scatola di scarpe e non in “un fusto di Olio d’oliva” come si evince dalle molte voci del web.


Un nostro concittadino, Giorgio Barassi, consulente e perito d’arte, presentatore di fortunate trasmissioni sul mondo dell’ arte, racconta quanto sa :
“Era un parente di mio nonno Leonardo, che lo teneva in ottima considerazione. Leggo molte imprecisioni sul web al riguardo della vicenda della Coppa. Intanto fu custodita nella abitazione dei miei nonni Leonardo e Antonietta in via Cavour, 58 e non in Via Montegrappa. E fu affidata alla zia di mio padre, Elisa detta Lisetta, nubile, sorella di mia nonna Antonietta. Ottorino Barassi cercava un posto sicuro e quello lo era. Una scatola (di scarpe o biancheria) custodiva il trofeo, non un fusto di olio d’oliva. Di sicuro so che Ottorino scrisse a Zia Lisetta (che ricordo bene) e chiese la massima segretezza. La faccenda rimase così segreta che nemmeno mio nonno e sua moglie, sapevano cosa ci fosse in quel pacco portato (o inviato ?) da quel lontano parente. Non lo seppe nemmeno mio padre, in quegli anni tragicamente impegnato da ufficiale del Genio insieme a moltissimi suoi coetanei nelle brutte vicende della seconda guerra mondiale. Zia Lisetta custodì quella scatola dal 43 al 45 per poi restituirla a quel parente illustre. Quello che mi meraviglia e mi indigna è il fatto che a Torremaggiore non hanno mai intitolato una via o qualcosa d’altro a Ottorino Barassi. Altrove, Milano compresa, quel nome è sulle targhe di vie ed impianti sportivi. Quel che so è quanto mi raccontava mio padre o mio zio Dante, che si arrabbiarono molto con la zia Elisa perché lei, fermissima nell’ impegno preso, non ha mai consentito a nessuno di sapere né della scatola né del suo contenuto. Altri tempi. Nella casa di Via Cavour ho giocato da piccolo insieme a mio fratello Dino e, a proposito di grande calcio, fu lì che vidi la finale dei mondiali del 1970, quando l’Italia perse contro lo stellare Brasile di Pelé”.

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