La figura dell’ultimo leader del Partito comunista dell’Unione sovietica, scomparso il 30 agosto all’età di 91 anni, merita di essere guardata con attenzione. A dispetto intenzionale di ogni pregiudizio. O, meglio, di ogni riduttiva ricostruzione in bianco e nero del suo breve operato. Che, certo, non comprende solo aspetti positivi e degni di encomio. Ma riflessione attenta vuole, quando parliamo di un importante personaggio della storia, che si vadano ad individuare prima di tutto i benefici saliti sul carro di una storia che non può essere sempre e solo quella dei vincitori.
A mio sommesso parere non e’ infondato un accostamento con il nostro Enrico Berlinguer. Come lui Michail Gorbaciov ha tentato la via della ricostruzione dell’immagine (e del percorso) del socialismo. Sapendo che ogni organismo, anche quello politico, ha bisogno di assistenza e di nutrimento pena la decadenza e la fine. Aveva, e non da visionario con la testa fuori della storia, intravisto la possibilita’ di dar vita ad un’ Europa sottratta alla logica dei blocchi. A una rete, come dice Luciana Castellina, che piano piano avrebbe dovuto reinserire la Russia in quel contesto europeo di cui, nel bene e nel male, e’ stata sempre parte. Gorbaciov merita rispetto per la proposta di una “Casa comune europea dall’Atlantico agli Urali”. In una prospettiva di coesistenza e collaborazione dei popoli. Per raggiungere tale scopo era necessaria, tra l’ altro, l’assicurazione americana e atlantica , che pure c’e’ stata, salvo poi ad essere burlescamente e irresponsabilmente tradita, che la Nato non si sarebbe allargata ad Est dell’Europa. Decentralizzando il potere al fine di riformare l’URSS, Gorbaciov ha azzardato la carta della “Grande Politica”, come la chiamava Nietzsche. E del Grande Rilancio. Non solo di una Nazione proteiforme, ma di un’idea e di un sogno. Ha fallito. Ha perso sul campo, come suol dirsi, venendo destituito nell’ agosto del 1991 da un avventato golpe dei “falchi” del vecchio regime. E “salvato” dal suo inconfrontabile nemico. Il sempre ubriaco e barcollante Eltsin, fautore del nazionalismo russo in seno alla svuotata Unione sovietica, precipitata ormai nel torrente di risorgenti particolarismi etnici. Eltsin ha salvato l’Unione sovietica dal golpe per consegnarla alla babele delle mai sopite spinte identitarie. E spianare poi la strada nefasta della presidenza e della leadership di Putin. Gorbaciov ha perso la sua Grande Partita. Ma egli non e’, a giudizio dello scrivente, uno sconfitto. Perche’ il suo fallimento ha radici nella nascita stessa e nei percorsi della vecchia Unione sovietica. Incapace di svolgere un ruolo di amalgama e di integrazione. Refrattaria al più elementare concepimento di un socialismo possibilmente coniugabile con la democrazia. Non e’ uno sconfitto l’ inventore della glasnost e della perestroika. Intenzionato a dare la parola alla società civile sovietica. Capace di avviare il ritiro dell”Armata rossa dall’Afghanistan e di porre la parola fine all’avventurismo di Breznev. Di smantellare la sua dottrina nefasta che, come molti ricorderanno, prevedeva l’ ingerenza armata nei Paesi satelliti. Non è uno sconfitto imprudente e sprovveduto Gorbaciov. Perche’ chi indica un Grande Cammino traccia le linee ragionevolmente vincenti e innovative della storia. Pensa l’ impensabile. Tenta, per dirla con Max Weber, l’impossibile. L’Europa non l’ ha “aiutato” per il semplice motivo che non c’ era, come non c’ e’ oggi. Schiava e succube dell’americanismo piu’ sedizioso e decadente. Tanto piu’ insidioso quanto piu’ consapevole del tramonto progrediente della sua un tempo incontrastata egemonia. Gorbaciov ha intravisto una prospettiva, illusoria quanto si vuole, fallimentare forse sul piano operativo. Ma indispensabile per porre fine all’attuale “devastazione, questa si’ da fine della storia” ( T. Di Francesco, sul manifesto di ieri) Riscrivendo, proprio come Enrico Berlinguer, le coordinate della ripresa su nuove basi, democratiche e partecipative, del sogno infinito del socialismo.
Prof. Michele Marinelli

