Ancora e sempre loro Lavacca e Lamedica settantadue anni dopo, nota del Prof Michele Marinelli

Riceviamo nota dell’ex sindaco Prof Michele Marinelli, la responsabilità del contenuto è esclusivamente dell’autore.

Viviamo, anzi siamo costretti a vivere, nel bel mezzo di una crisi epocale della politica. E se la politica è, come volevano i greci antichi, la “tecnica regina” o “la più architettonica delle arti” allora vuol dire che essa sviluppa un effetto poderoso di trascinamento.

Sicchè dove e quando la politica entra in una condizione di sofferenza è l’intero sistema dei valori civili, sociali, pedagogici e culturali a scricchiolare e rischiare di sgretolarsi irreparabilmente.

Le passioni di un tempo costituiscono ormai, da svariati decenni, un ricordo nostalgico. Il loro spegnimento, determinato soprattutto dall’inarrestabile avanzare di un omologante neoliberismo economico che tutto assoggetta alla logica dell’uniformità, fa il paio con una indomabile catastrofe pandemica che ha tutto subordinato al principio di sicurezza. Espropriando proprio, in forme inusitate, la ricchezza e la produttività del fare politica.

I partiti di un tempo, che fungevano da bussola e da collettore di energie e prospettive gravide di futuro, non ci sono più. Le piazze di appena quarant’anni fa che ospitavano il confronto di idee, opinioni e progetti, sono sparite a beneficio, in larga misura prevalente, di teatri virtuali. Dove, come ci ricordava Umberto Eco poco prima di lasciarci, anche il più scemo del “villaggio globale” (l’espressione, come è noto, è di Marshall Mcluhan), il più sprovveduto avventore del bar vicino casa ha voce in capitolo, in nome di una malintesa e distorta libertà di parola, quando dice le sciocchezze più grossolane per la gioia effimera di una platea osannante, da tempo votata al vangelo del consumismo e di una beata inguaribile ignoranza.

La cultura e le conoscenze di un tempo sono confinate sprezzantemente nello scantinato del rimosso e dell’obsoleto. Tra i rottami e gli avanzi di un sapere ormai inefficace e privo di fruizione.

Volgarità, violenza, verbale e non solo, nostalgiche reviviscenze di pratiche paleofasciste, veicolate dalla crisi indotta dalla pandemia, hanno ormai da tempo messo a dura prova i dettami puliti di una Costituzione conquistata col sangue e col sacrificio di chi, sconfiggendo il fascismo storico, sognava un’Italia migliore, più giusta e felice.

Vien voglia di rileggere l’antica esortazione di Ugo Foscolo del 22 gennaio 1809, allorchè nell’Università di Pavia pronuncia l’orazione inaugurale Dell’origine e dell’ufficio della letteratura. In quell’occasione il grande compositore de I Sepolcri sottolineava la funzione civile della letteratura e del sapere, nutrimento benefico per gli abitatori italiani del tempo e della società di allora. In un passaggio fondamentale della Prolusione, che molti conoscono, così esclamava: “O Italiani, vi esorto alle storie, perché niun popolo più di voi può mostrare né più calamità da compiangere né più errori da evitare, né più virtù che vi facciano rispettare (…). Io vi esorto alle storie perché angusta è l’arena degli oratori”.

Sembra, questo passaggio dell’appassionato discorso di Foscolo, ritagliato per i nostri tempi e per le nostre negligenze. Prima tra tutte la negligenza della storia. Caratteristica saliente di improvvisati “sofisti” e “oratori” che imperversano sui canali TV e sulle piazze virtuali della comunicazione mediatica.

Il passato, anche quello più o meno recente, si sgretola sotto i nostri occhi increduli. Spedita, anzi furiosa, procede la perdita della memoria collettiva. C’è ormai, nella società italiana di oggi, un passato sopraffatto dal peso dell’oblio. Il nostro sembra essere un tempo senza storia, come recita il titolo di un agile, utilissimo libro, di recente pubblicato presso l’editore Einaudi da Adriano Prosperi, illustre storico italiano, maestro di generazioni di studenti, professore emerito di storia moderna presso la Scuola Normale Superiore di Pisa.

Il nostro sembra essere, propriamente, il tempo di una società che vive di oblio. Un tempo dove la storia, come si legge nella quarta pagina di copertina del libro, “è vituperata e marginalizzata. E dove dimenticare il passato è un fenomeno connesso alla scomparsa del futuro nella prospettiva delle nuove generazioni, mentre le rinascenti mitologie nazistoidi si legano all’odio nei confronti di chi viene da fuori. E (…) l’offuscarsi della conoscenza storica sembra passare quasi inavvertita”.

La città di Torremaggiore ha alle spalle una storia capace di ripararsi dalle intemperie che affliggono la memoria nell’ora presente. Di questa storia è parte essenziale il sacrificio di Lamedica e Lavacca di cui ricorre quest’oggi il settantaduesimo anniversario della morte.

Due anni fa il sindaco di Torremaggiore, Emilio Di Pumpo, ebbe il merito di portare questa storia per la prima volta nelle aule scolastiche. Facendola conoscere al mondo dei giovani studenti, a quelli cioè che mai avevano sentito parlare dell’eccidio di Torremaggiore del 29 novembre 1949.

Fu quella del 2019 una iniziativa straordinaria, sorprendente, mai prima realizzata. In quell’occasione si capì benissimo quanto sia vero che la meraviglia e la sorpresa generano conoscenza specialmente nelle giovani menti in formazione. E oggi, vicino al Liceo Fiani, a prova significativa della contiguità dell’evento triste del novembre ’49 con il luogo dove si formano le nuove generazioni, sorge una stele, una pietra infissa, a perenne memoria della storia più amara degli anni in cui si moriva per il pane e per il lavoro.

Morirono, Lamedica e Lavacca, perché nel clima incandescente del secondo dopoguerra vigeva la logica perversa e omicida della “libertà del lavoro”. In nome della quale la polizia poteva impunemente sparare su manifestanti inermi, pestati e calpestati, in oltraggio alla recente Costituzione della Repubblica italiana “fondata sul lavoro”.

Se, come voleva Nietzsche, il compito della ricerca storica ha da essere quello non tanto di raggiungere il vero ma di smascherare il falso, oggi possiamo dire, con ferma convinzione, che quello del novembre 1949 fu un omicidio di tutto punto, conseguente a un assunto effettivamente falso, strumentale, ideologicamente ingannevole. L’assunto cioè di una malintesa e padronale “libertà del lavoro”. In nome della quale non si escludeva l’uso delle armi e della violenza in ossequio alla spiccia metodologia infame della recente storia del Ventennio. Della peggiore e rozza eredità fascista furono vittime i morti e i feriti del 29 novembre, in una Torremaggiore blindata e in stato di assedio, di settantadue anni fa.

Ha torto lo storico Ernesto Galli della Loggia, quando, in un editoriale del Corriere della Sera del 31 ottobre scorso, ritorna in maniera recidiva sulle “cose buone” del regime mussoliniano. Accusando chi non le riconosce di “negare la realtà”. Sì, ha torto, giacchè l’unica “grande” operazione del regime fascista fu il soffocamento e l’uccisione della nascente democrazia italiana.

E la polizia di Scelba, che spara sui lavoratori a Torremaggiore e altrove,è la più lugubre eredità del nefasto Ventennio. Nonostante proprio al nome del ministro Scelba sia legata, paradossalmente ma non troppo, la legge del giugno 1952 n.645 attuativa della XII Disposizione transitoria della giovane Costituzione repubblicana. Legge che comminava da sei mesi a due anni di reclusione per il reato di “riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.

Dopo settantadue anni non cessiamo di interrogarci sul significato sempre nuovo e sempre più profondo della morte di due umili e indifesi lavoratori. Che tramandano alle nuove generazioni l’invincibile forza della lotta per il lavoro, per la giustizia, contro le disuguaglianze e la povertà, oggi aggravate dalla pandemia. Che rinnovano nel tempo il significato dell’imperitura lotta per la terra. Quella terra amara dove si susseguivano con coraggio quotidiano disperati scioperi a rovescio. Quella terra sempre agognata e mai posseduta, perché sottratta con la forza e la violenza a mani che pure quotidianamente la coltivavano. Quella terra in cui affondavano il viso e le mani i mille e mille Lamedica e Lavacca, figli di un destino crudele e spietato.

Essi però, ancora oggi e sempre, ci sorprendono con il loro messaggio perenne. Ci ricordano, come ebbe a scrivere una volta Oscar Wilde, che “siamo tutti nati nella terra e nel fango, ma solo alcuni di noi sono capaci di voltarsi e di guardare le stelle”.

Seppero rivolgere un ultimo sguardo al cielo che lasciavano per sempre i due umili lavoratori di quel triste 29 novembre mentre cadevano sotto i colpi di una perversa macchina da guerra che operava sotto le sembianze ingannevoli della custodia e della salvaguardia dell’ ”ordine pubblico”.

Sempre ci ricordano, Lamedica e Lavacca, che la terra è il bene supremo dell’uomo, la fonte del lavoro e della vita giusta e buona. Ci ricordano che la terra, tutta la Terra, grida per un dolore e una sofferenza interminabili. Geme per le ferite e il livello di sopportazione ormai giunto ad un punto di non ritorno. Insorge perché lacerata, depredata e ridotta in ginocchio dalla logica perversa del profitto, dello sfruttamento e della spoliazione più criminale. Il sacrificio dei due lavoratori di Torremaggiore anche se avvenuto settantadue anni fa, ci mette sempre addosso la tristezza del ricordo di un”appena ieri”. Ma anche la certezza che il futuro è di chi lotta per il diritto, la pace e la giustizia.

Ai giovani quel sacrificio rammemora la forza della “stella danzante”, immortalata dallo Zaratustra di Nietzsche. Immagine che richiama la parte più autentica di noi, la parte cioè che spesso non ascoltiamo perché catturati dal principio di prestazione, dalla forza alienante del risultato e del successo personale, mai a servizio della Comunità dei nostri simili.

Se usiamo la parte di noi più autentica, sembra dirci quel pazzo di Nietzsche che a Torino abbracciò per la commozione un cavallo frustato a sangue dal suo padrone; se usiamo la parte di noi più consona all’educazione sentimentale e refrattaria alla logica del calcolo e della mercificazione; se disponiamo della parte più vera di noi uomini, figli della terra (per inciso va ricordato che Uomo viene da Humus latino che vuol dire proprio terra), se diamo ascolto alla nostra parte più pulita allora possiamo riuscire a far danzare la stella che è dentro di noi. Ma danzare vuol significare scomodarsi, vuol dire abbandonare le abitudini più consolidate e perverse. Essere una stella danzante significa liberarsi di sentieri già tracciati, magari da altri, di costruzioni prefabbricate. Significa accettare il duro cimento della lotta e osare nuovi incerti percorsi. Sapendo, come Max Weber sapeva e insegnava, che “il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile”.

Lamedica e Lavacca in quel lontano e pur vicino novembre del 1949, hanno per una volta dato ascolto alla loro stella danzante pagando il coraggio con il sacrificio della vita. Ma la loro stella danzante brilla nei cuori di tutti quelli che non si rassegnano al destino di vedersi stritolati da un meccanismo perverso, divenuto sempre più planetario, che distrugge uomini e natura. Terra e Mondo.

Torremaggiore, 29 novembre 2021

Michele Marinelli