Lettera aperta di Andrea Lariccia sulle feste religiose e sui nostri silenzi

Pubblichiamo la lettera aperta di uno studente universitario, Andrea Lariccia; la responsabilità del contenuto è ESCLUSIVAMENTE dell’autore.

Due giorni or sono che albergano nel mio animo due sentimenti forse poco contrastanti, ma sicuramente di diversa natura. Il primo è angoscia, dolore, per ciò che è potuto accadere alla giovane Melissa e ai giovani gravemente feriti all’ingresso del professionale di Brindisi. Un tremito quasi disperato mi fende il cuore al vedere le foto di questa giovane che aveva davanti ancora “tutta una vita da immaginare”. Il secondo è la consapevole speranza che non si sia trattato di un attentato compiuto da parte delle cosche mafiose locali. In tal caso ci troveremmo di fronte ad un vero e proprio salto di qualità che, pur nella conferma che la mafia in passato è stata capace di compiere gesti simili, avrebbe di mira l’anello debole della società civile, i giovani appunto. Guardo loro, i ragazzi di Brindisi, attoniti e sconcerti di fronte a un gesto così vile, e tuttavia ancora in piedi! Le loro bocche, dapprima silenti per lo sconcerto, già hanno dimostrato di esser pronte a far erompere grida di dissenso a una logica del terrore e dell’odio. E penso che è vera quanto ambigua l’affermazione che “i giovani sono il futuro della società”: è vera, cioè, solo nella misura in cui richiamano tutti al recupero dell’idealità sulla base della quale costruire un mondo più giusto! Strana coincidenza però ha voluto che nelle stesse ore a poco più di 300 Km di distanza, ma comunque nella stessa regione, a San Severo si festeggiasse l’annuale ricorrenza della Madonna del Soccorso. Il momento culminante di questa festa consiste nella tradizionale processione per le vie della città. Per chi non è avvezzo a questo tipo di manifestazione dico subito che si tratta di una forma assai singolare di festosità la cui vaga impressione si può ricavare anche attraverso una veloce ricerca su internet. Le analisi di carattere cultuale e tradizionale (la cui sostanza è a mio parere assai discutibile), nonché di impatto sociologico (mi spingo a dire, deleterio), le lascio a chi è sicuramente più esperto di me. Ciò che mi interessa rilevare – e mi sia consentito farlo – è la pertinenza e l’opportunità di cotanto entusiasmo all’indomani di una tragedia che ha minato le basi della nostra società civile. Uso di proposito il verbo minare, in quanto costituisce un’infausta analogia con quanto accaduto. Un esplosivo, infatti, ha troncato la vita sorridente di Melissa. Altri esplosivi, nelle stesse ore, di diversa natura e diversa finalità certamente, hanno incendiato le strade acclamanti della città del foggiano. Da una parte urla strazianti di dolore e acclamanti di giustizia, dall’altra urla voraci e indistinte di spensieratezza e di adrenalinico entusiasmo. Lo stesso è accaduto un mese fa nella mia cittadina di Torremaggiore, laddove si è festeggiato con la stessa modalità “tradizionale” il passaggio del simulacro della Madonna della Fontana. Coincidenza ha voluto che anche in quel contesto si festeggiasse all’indomani di una tragica fatalità che ha visto il crollo di una palazzina, a seguito di un’esplosione probabilmente dovuta a perdita di gas, in cui hanno perso la vita due persone, concittadine di chi, nello stesso periodo e nello stesso luogo, festeggiava.
Ora, se tale atteggiamento non vuole essere addotto ad un cieco cinismo, giustifica tuttavia una serie di interrogativi sui quali io stesso mi soffermo. Ne deduco alcune riflessioni. La prima: la necessità di esorcizzare – con tutti i rituali connessi – una realtà in sé dolorosa, in un tempo immediatamente successivo all’accadimento, al fine di dimenticare e dunque di non rielaborare coscientemente un’esperienza che ci riguarda da vicino. Penso che non ci sia bisogno di citare notevoli studi, concernenti il campo psicologico, per capire quanto sia necessario il contrario. Il prodotto di una società sempre più schizofrenica, in quanto incapace di raccoglimento, ne è forse il risultato. Seconda: preoccupante mancanza di responsabilità collettiva. Su questo punto invito tutti, me compreso, a riflettere. Sulla base di questo si gioca la vita autentica e libera dell’uomo contemporaneo. Mi ha sempre colpito ciò che scriveva, nel secolo scorso, il filosofo francese E. Mounier: “L’uomo libero è un uomo che il mondo interroga e che al mondo risponde: è l’uomo responsabile”. Di conseguenza, vedo in queste manifestazioni, e in maniera più lampante in questi giorni, un rischio fondato di “impermeabilizzazione” del tessuto sociale locale dal resto del mondo. Dio non voglia che il fumo dei cosiddetti “spari”, che si espande nelle vie al passaggio della festa, annebbi la nostra vista sui bisogni e sulle realtà di chi soffre, e il rombo del loro incedere rumoroso ci stordisca a tal punto da non essere più capaci di ascoltare la voce di chi implora giustizia e invece trova indifferenza generale! Sarebbe un imperdonabile errore e una colpevole omertà! Mi chiedo dunque: ci siamo lasciati sfuggire l’ennesima occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica alla logica della solidarietà fattiva e operosa, attraverso la rinuncia a una forma così eclatante di festeggiamento? Era davvero necessario festeggiare come se nulla fosse accaduto a pochi chilometri di distanza? E la Chiesa, la cara vecchia Chiesa, ha forse perso per strada quel carattere “profetico” che dovrebbe esserle imprescindibile? Ritengo che sia giunto il momento di fermarci a pensare, prima che sia troppo tardi, prima cioè che la distrazione esteriore provochi un’irreparabile distruzione interiore.

Andrea Lariccia
Studente Universitario