
Potranno passare anni, potrà essere volata via la memoria, ma del Corso chiunque ha una immagine preferita. Sul Corso hanno camminato tutti, ma proprio tutti. Le abitudini del passeggio o struscio, gli affari, le confidenze, gli ammiccamenti, le “zinghirarìe” ed ogni sorta di pateracchio politico, oltreché le processioni, i cortei, gli studenti che andavano a scuola, la gente a fare spesa nei vecchi e (meno) nei nuovi negozi, i SUV color carro funebre… tutto è passato e passa dal Rettifilo.


Ma si vede che è il posto ad attirare le mire di chi è al governo locale, se è vero come è vero che il Corso ha subito già un tentativo di stupro clamoroso anni fa, quando, insieme a pochi altri, diventati in fretta molti, mi sono battuto contro i “cessi” appoggiati sul nobile lastricato a fare da “arredo urbano”. Erano pesanti obbrobri che avrebbero, secondo quelli di allora, dato “un nuovo volto al Corso”. Impeccabile : sfregiare qualcuno, infatti, è cambiargli i connotati. Una delle tante forme espressive della mente contorta di architetti psicopatici che passano da eroi (accade solo in Italia, Patria del bello) e venditori di fumo collusi con amministratori convinti di innovare. Liberato il Corso da quelle porcherie ignobili, inguardabili ed inutili, non poteva mancare un “intervento” che ha del turpe oltreché del dannoso. Sospinti da questa non meglio identificata corsa ai “finanziamenti”, nata con l’estinguersi del Covid, gli amministratori di tutta Italia scialacquano in nome di una innovazione che ha lo stesso amaro sapore di altri interventi di imbruttimento. Sfregio alle armonie ed ai caratteri delle costruzioni, delle vie, delle piazze. Non sono il solo ad aver notato che il tempo per i “lavori” (l’arte muraria e di pavimentazione è altro, fidatevi) è superiore a quello che fu necessario per il Ponte di Brooklyn, la costruzione del Chrysler Building e la asfaltatura di tutta la Route 66. Ma, quel che è più grave, è l’offesa, plateale e reiterata, alla identità del Corso. A nessuno dei coinvolti nell’ennesima devastazione è venuto in mente un intervento di restauro, ripristino e recupero reali, a regola d’arte. Oltretutto , possibile. Accade in Campania, in Sicilia, in Abruzzo, in Molise da sempre: manutenzione.

E invece ecco sul deturpando Rettifilo la comparsa di una soletta di cemento, armato da una rete elettrosaldata, sotto le “kianghette”, un prezioso materiale calcareo (quelle bianche) o vulcanico (quelle nere) che poggiavano, in origine, su una struttura sottostante non certo studiata da qualche povero nescio, ma da ingegneri (seguiti da maestranze abili) che avevano guardato con cura all’unico esempio, poi seguito da mille altri operatori, di posa in opera di una Via. Intesa come Via Romana, sia essa consolare o meno. Opere dalla maestosità ed utilità che sono e rimangono il più alto esempio di architettura urbana. Struttura semplice, fatica tanta. Basta guardare una sezione di una delle Viae per capirlo.



Dirò di più: amici che ho avuto ospiti al mio paese in passato, tornando ad onorarmi della loro presenza, di fronte all’incompiuta del Corso, hanno fatto la faccia del bimbo a cui rubano la bici: delusi, amareggiati, incazzati. A sapere da che parte del Cielo sia oggi, perfino il Generale Abe Posner, Comandante del reparto militare alleato di stanza a Torremaggiore dal 29 settembre 1943 e poi Town Major si incazzerebbe. I suoi uomini, come raccontano gli anziani allora bambini, sfottevano quella nostrana maniera di camminare di continuo verso su o verso giù chiamandoci “Up and down”. Non nascondevano però l’ammirazione per un luogo davvero bello, architettonicamente concepito con una evidente unità concettuale. Ciò che da un po’ non esiste più a causa di interventi scellerati che costringeranno, e qui il dolore aumenta, le generazioni future a credere che “il bello” siano quelle porcate disarmoniche e pacchiane. Non più dunque i balconi dal ballatoio monolitico, né le velette di coronamento dal sapore neoclassico o le strutture solide, lineari e garbate dei palazzi ottocenteschi coi portali che erano autentici capolavori.
Non c’è bisogno di intendersi di ingegneria per leggere l’ offesa alla storia. Discendendo con orgoglio da una famiglia di muratori, l’allenamento dell’occhio su faccende di mattoni ed affini mi è perfino naturale. E nemmeno si ricorda una violazione così pesante della identità del Rettifilo, che aveva, come usava qui ed altrove, una parte centrale a schiena d’asino e i due lati esterni del piano stradale confinanti con il cordolo del marciapiede a formare una naturale “cunetta francese”, cioè un incrocio tra orizzontalitá e verticalità che permetteva alle acque di defluire senza danno. Ora, i chiusini di recupero delle acque piovane, dicono, risolveranno ogni problema. Falso. Nel settembre del 2024, ultimata la permanente lesione a Piazza Incoronazione, che oggi ha una pavimentazione da brutta discoteca anni 70, proprio quell’ incrocio, annullato dai lavori che pareggiarono il.piano-strada del Corso con quello della piazza peggio pavimentata d’Europa, provocò l’ingresso abbondante di acqua piovana nel Santuario dedicato alla Vergine della Fontana (… sarà stato il nome?). Cioè, dove e quando “mettono mano”, devastano. In gergo, ma credo anche in tecnica muraria scritta, esiste una espressione, “battere le quote”. Si tratta di punti di riferimento per le altezze sulle pareti rispetto al “piano di calpestio”. Vale anche per le Pubbliche Vie. Ma a guardare bene, la schiena d’asino è quella di un somaro cifotico o scoliotico se non “nu sàkk d ktúgn”, a causa delle variazioni determinate da una variazione in corso d’opera dei processi di stesura, infiniti e conseguenti a una mancata numerazione di ciascuna basola. Si chiama ordine: dare ad ogni cosa un posto e mettere ciascuna cosa al proprio posto.
I fabbricati e anche i lastricati, hanno un carattere, sissignori. E perfino un testo scritto da un architetto tedesco, badabèn, si chiama “Il carattere degli edifizi” (titolo originale) e fu scritto negli anni 30. È del 1931 la “Carta di Atene”, un documento internazionale, sottoscritto in seguito perfino da Hitler, che statuisce in merito al restauro ed alla conservazione di beni architettonici. Tra i principi assoluti di quella statuizione, pur accettando l’uso di materiali moderni, vi è la tutela dell’interesse pubblico per la conservazione dei monumenti che supera, è scritto, quello per la proprietà privata. Oltre ad altro, si raccomanda una “accurata manutenzione”. Già. E forse per quello che Leo Longanesi già negli anni 50 scrisse ” Alla manutenzione l’Italia preferisce l’inaugurazione “. Parafrasando il grande, astuto e intelligente perculatore letterario romagnolo, uso a scrivere in maniera cristallina, dico che oggi si preferisce la devastazione. Ma Longanesi non è studiato nei licei. Lì preferiscono ancora Pascoli e Carducci. Per cui chiunque abbia incontrato, in tempi belli e passati, amici o amori sul Rettifilo, non rimane che sorbirsi la devastazione, neppure imminente. Finora solo Enzo Palma, che di edilizia e di politica è pratico, ha alzato la voce. E gli altri ? Si accetta passivamente lo sfregio che sta danneggiando i commercianti, ad esempio. Sono circondari da ruspe, chiasso, polvere, accumuli di chianche e per accedere ai negozi serve aver fatto almeno una volta la Parigi-Dakar, ma a piedi. E aggiungo pure che, per me, il Corso va chiuso al traffico veicolare sine die, con buona pace della Signora (meglio dire S’ignora) che pretende il parcheggio davanti al negozio in cui intende, chissà, spendere. Un po’ di moto non le farà male, rassoda e tonifica. Parcheggerà nelle traverse dal basolato soffocato dall’ignobile asfalto per mano di altri devastatori di precedenti giunte. O in Via Sacco e Vanzetti, dove la bruttura è pericolosa, coi cordoli appuntiti che fanno la felicità dei gommisti e fanno rischiare grosso chi cade.
Tutto ciò, ed altro peggiore, senza che alcuno faccia, nelle sedi opportune, un ricorso per salvare il Corso.
Giorgio Barassi
Consulente d’arte, curatore & presentatore

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