
Iustitia est constans et perpetua voluntas ius suum cuique tribuendi.
Iuris praecepta sunt haec: …suum cuique tribuere
Iuris prudentia est divinarum atque humanarum rerum notitia
iusti atque iniusti scientia
(Ulpianus, Liber secundus regularum, in: D. 1.1.10. pr.
Prima di avviarmi nel vivo dell’indagine, avverto la necessità di soffermarmi sui particolari di uomini ed avvenimenti che, unitamente a quanto già si osservato nella prima parte, hanno contribuito a formare l’ambiente nel quale si formò e seppe vivere il nostro Cøccionë: mi riferisco, innanzitutto, a Michele de Sangro ed Elisa Croghan, la grande, appassionata ed appassionante Dama Forestiera, della quale volle scrivere romanticamente l’indimenticato Antonio (Nino) Casiglio.
Emendo in questa sede quanto già ebbi a scrivere di Michele de’ Sangro, nella parte del lavoro – secondo volume de I de’Sangro, feudatari in Capitanata, Nicola Caputo, Torremaggiore, 1971, pp. 109, ss. – pubblicata in occasione delle celebrazioni del secondo centenario dalla morte del principe Raimondo, non riuscendo agevole ripetermi sull’argomento allo stesso modo che a quel tempo.
È frustraneo far riflettere che il motivo principale che mi spinge a mutare punto di vista dipende in primo luogo dall’approfondimento del tema che ho potuto maturare successivamente con la conoscenza di ulteriori più cospicue fonti; oltre che alla nausea generata dalle sdilinquite sviolinate, ridondanti negli scritti coevi, nei confronti dei potenti di turno, o ritenuti tali, fra i quali, non ultimo, il nostro Michele de’ Sangro – degli antichi duchi di Borgogna, Conte dei Marsi, principe di San Severo e di Castelfranco, duca di Torremaggiore, marchese di Castelnuovo e di Casalvecchio, Barone di Fiorentino e di Dragonara, utile di Cantigliano, di Torre e Porto di Fortore e di Sant’Andrea, Grande di Spagna di prima classe e chi più ne ha, più ne metta. – Tanto personaggio, nella prima giovinezza (tra i sedici ed i diciotto anni) restò orfano di entrambi i genitori e venne praticamente educato dalla egocentrica e forte nonna Teresa Carafa, dei conti di Policastro (i cui resti mortali, in uno a quelli del marito, riposano nella chiesa matrice torremaggiorese).
Quantunque non abbia mancato di recarsi nelle più note località europee del suo tempo (più per forza di cose, sembra, che di spontanea sua volontà), per quel che è mi è dato evincere dagli scritti (ex. gr. i due olografi), denota prima facie una scarsa acculturazione. Mentre era all’estero o, comunque, lontano dalle redditizie proprietà pugliesi, curavano i suoi interessi dapprima la ridetta ava paterna, che risiedeva stabilmente a Torremaggiore, dopo che venne giustiziato il fratello Antonio (che prese parte ai moti del 1799) e, successivamente, la germana Teresa (che viveva tra Napoli e Firenze), col marito principe di Caramanico.
È utile e necessario premettere che, nel mio piccolo, sto tentando, con scarso successo ne son certo, di adeguarmi, con la guida degli studî di Jacques Le Goff, ad una ricerca che abbia per metodo quello indicato da Marc Bloc e Lucien Febvre, fondatori e prodromi dell’École des Annales.
Michele de Sangro intraprese e portò a termine numerosi giudizi, tra i quali quello contro i Gaetani – d’Aragona, duchi di Laurenzana, iniziato dal suo famoso trisavolo Raimondo Maria, per i diritti sulla dote della nonna di codest’ultimo, Aurora Sanseverino.
Scrisse di lui il prete e panegirista Emanuele Jacovelli: “Principe di buon cuore, di bello ingegno, di larga cultura e molto caritatevole, passò la sua vita in Napoli, ora in Parigi, ora in Torremaggiore, ove possedeva i suoi ricchi beni di fortuna. In quelle due grandi metropoli non se la passò ozioso perchè si mise a studiare alacremente l’agricoltura, fonte principale di ricchezze per l’Italia, e specialmente per le nostre provincie … per il che gli piacque visitare i più celebri Istituti agrari della Francia, cominciando dalla scuola di Grignon ai metodi agrari della Gran Brettagna. E tanto si addentrò in queste sue speculazioni che rare volte egli veniva allora nella nostra provincia, anche allorchè fu invitato dal Gargano, Deputato al Parlamento. Finalmente egli si decise ritirarsi in queste Appule contrade, e prendere cura de’ suoi estesi fondi, non trasformando i metodi di coltivazione usati fra noi, ma migliorandoli con prudente accorgimento, giacchè sapeva come siano civili i pugliesi, come ciò che facevano era secondo che dettavano le antiche esperienze, e come fosse necessario tener conto del clima, della natura dei terreni, e forse ancora della scarsezza delle braccia e della deficienza dei concimi, vegnenti dal gregge e dagli armenti, essendosi provato che i concimi chimici fra noi hanno poca presa per l’aridità specialmente delle regioni, e per la mancanza delle acque pluviali ed irrigue.
Con questi criteri egli si ritirò fra noi, allorchè vide installarsi la Repubblica in Francia (1870), benchè avesse fatto costruire per sè in Parigi un magnifico palazzo, che è uno dei più splendidi di quella Capitale. Venuto qui, e tentata inutilmente la mezzadria si addisse alla seminagione dei cereali, la quale egli volle estesa fino a millecinquecento ettari. E perchè molto aveva appreso, molto voleva fare: alla forza dei cavalli e degli uomini egli sostituì la forza del vapore sia negli aratri principalmente che nelle trebbiatrici. Egli non risparmiava spese affinchè giungessero sopra i suoi poderi tutte le macchine agrarie, che l’Inghilterra principalmente e l’America inventasse. Egli fu il primo ad introdurre nelle Puglie e ad impiantare in Torremaggiore, per proprio uso, il Mulino a fuoco e i Torchi per trarne olio, tutti di felicissima invenzione, che venivano curiosati da non pochi abitanti dei paesi circonvicini, i quali, conosciutane la grande celerità ed utilità, hanno anche eretti molti mulini a fuoco, stabilimenti pastifici ed altri, modellati tutti su quelli portati fra noi”.
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La realtà, invece, nascondeva un episodio riposto nell’oblio per un senso di comprensibile riservatezza, ma che è stato registrato e trasmesso dai nostri più anziani, che lo riferivano piuttosto in sordina. Tale episodio, se reale, serve ad illuminare e a far comprendere in tutta la sua drammaticità umana la personalità del Nostro ed a gettar luce, altresì, non soltanto sui suoi anni di gioventù, ma, soprattutto, su quelli della avanzata maturità.
Durante uno dei suoi soggiorni nella Dominante partenopea s’infatuò della figlia del principe Ruffo – d’Espinosa, Elisabetta – il cui busto marmoreo, dalla fedelissima compagna Elisa, gli è stato posto accanto nell’ultima dimora e si può a tutt’oggi apprezzare nel camposanto torremaggiorese. Il rapporto tra i due “fidanzati” col passar del tempo si raffreddò. La principessina Ruffo, trascorso un po’ di tempo, convolava a in (?) nozze con un nobilissimo esponente del Regno delle due Sicilie.
Il de’ Sangro, volubile, ebbe un ritorno di fiamma ed iniziò nuovamente a corteggiare l’avvenente Elisabetta, sicché, dopo breve tempo, la donna, nella quale si era riaccesa la fiamma della passione (da rileggere la novella dell’abate Parini relativa all’Agnoletta), abbandonò il marito ed il tetto coniugale, seguendo il principe di San Severo nei suoi ex feudi pugliesi. Si vuole che, quivi, i due amanti si rifugiassero e nascondessero nella masseria Camerata (tale è la voce che mi è stato dato di raccogliere in loco) e vi concepirono due figli, che nacquero in ottima salute.
Si può ben immaginare in qual modo accettarono il dato di fatto le famiglie della Ruffo e del di lei marito: si ribellarono, minacciando vendetta ed, infine, si rivolsero alla Suprema giustizia del Sovrano: questi, di fronte all’estrema gravità dei fatti ed al rango dei personaggi implicati, non esitò ad esiliare il de’ Sangro, che fu costretto dopo poco tempo, specialmente perchè quasi tutti i membri della sua famiglia ne presero le distanze, a recarsi fuori dai confini del Regno.
Don Michele, accordatosi con l’amata, si recò dapprincipio a Firenze, ove dimorava la sorella Teresa; poi si recò in Francia – si era sullo scorcio degli anni cinquanta – ed a Parigi, acquistatone il suolo, come risulta da pubblici documenti, provvide a far costruire la villa San Severo.
Approntato che fu il nido d’amore chiamò a raggiungerlo la Ruffo con i figli. Costei s’imbarcò su di un piroscafo per raggiungere le coste francesi; ma, durante un violento fortunale nell’alto Tirreno, entrambi i bambini vennero scagliati in mare; la madre si tuffò nel tentativo di salvare i figli; ma, travolta anch’essa dalla furia delle onde, perirono tutti annegati.
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Dopo tale evento, sia per timore delle giustificabili e prevedibili rappresaglie, sia per non ritornare in quei luoghi che avevano assistito alla sua drammatica e tragica felicità, il Sansevero si guardò bene di far ritorno in Patria, fermandosi stabilmente nell’agio del suo palazzo parigino. Quivi si strinse in amicizia con Ugo Croghan, botanico eccellente, il quale gli aprì i misteri della propria scienza, che tanto gli sarebbero tornati di giovamento nella coltivazione dei suoi latifondi, una volta tornato in Italia.
La figlia giovinetta del Croghan (trecce bionde ed occhi azzurri), Elisa, attratta dal bel principe partenopeo, forse più per spirito di altruismo, acconsentì a – cosa che precorreva i tempi – far praticare al giovane signore, che versava in gravi condizioni di salute, una trasfusione del suo sangue. Il de’ Sangro – grato per il gesto e per altro ancora – si legò con vincolo in apparenza indissolubile (…more uxorio) alla fanciulla, facendone la compagna inseparabile dei suoi giorni.
Fonte principale di quanto ho riportato fu Mario Bellantuoni, che l’ha appreso dal padre Luigi, e dall’avo paterno, Michele, intimi del de’Sangro e, più ancora, della Croghan.
Essendo ancora in vita la germana Teresa, così dispose del suo patrimonio:
Oggi che sono li 30 Giugno 1881 dico trenta Giugno milleottocento ottantuno delego a favore della mia dilettissima sorella Teresa de Sangro vita sua durante la metà della mia disponibile.
Delego la mia proprietà denominata posta di S. Giusta il quartino in Torremaggiore alla Sig. Elisa Croghan più la casa a Parigi Boulevart Maillot 32 anche vita sua durante come tutto il contante che potrò rimanere all’epoca della mia morte. Il resto della mia proprietà mobili ed immobili una al ritorno che faranno i cespiti lasciati tanto a mia sorella che alla Sig. Elisa Croghan amo che se ne faccia un opera e che questa porti il nome della f[elice] memoria di mia madre. Sano di mente e di corpo.
Intento [sic] con questo mio testamento distruggerne ogni precedente.
Michele de Sangro – Principe di Sansevero
Cessata di vivere, il 18 giugno 1887, Teresa de’ Sangro, il Principe provvide a ridefinire, come qui di seguito, le sue ultime volontà:
“Oggi che sono li otto Agosto milleottocentoottantasette dico 8 Agosto 1887 delego a favore della Signora Elisa Croghan mia compagna vita sua durante la mia proprietà denominata S. Giusta la casa mobilio tanto in Torremaggiore che a Parigi come tutto il contante che potrò rimanere all’epoca della mia morte. Il resto della mia proprietà sarà amministrato dalla stessa sig.ª Elisa Croghan facendone opere di carità e specialmente a parenti che possano trovarsi nel bisogno. Queste mie disposizioni testamentarie distruggono l’altro mio testamento olografo del 30 giugno 1881 giacchè Iddio volle a se chiamare la mia dilettissima sorella Teresa de Sangro nel di cui favore io testava parte delle mie proprietà. Ai figli di mia Sorella Maria Angelica Michele Alessandro d’Aquino amo avessero come mio ricordo lire ventimila ciascuno come ancora a mio cugino Vincenzo Zurlo la Signora Croghan darà un vitalizio di lire tremila annue. Amo essere seppellito senza alcuna pompa il più modestamente possibile se non potrò avere sepoltura nella mia Cappella di Napoli allora amerei fosse nel Camposanto di Torremaggiore. Sano di mente e di corpo.
Con questo mio testamento distruggo ogni precedente.
Michele de Sangro – Principe di Sansevero”
Il giorno successivo alla morte, a richiesta della Croghan, depositaria, vennero pubblicati i surriportati testamenti ed il sette febbraio, ad istanza di alcuni nipoti del defunto, furono apposti i suggelli agli effetti mobili di pertinenza del defunto.
La Croghan, da parte sua, da un canto convenne, con atto di citazione del 24 febbraio 1891, i nipoti del de cujus davanti al Tribunale di Lucera, perchè quel Giudice dichiarasse la di lei qualità di erede universale; dall’altro, a due mesi di distanza, il 24 aprile, si presentò al notaio Raffaele De Pasquale, e procedette ad una dichiarazione esplicativa di fiducia nei seguenti termini:
Tenendo a guida le istruzioni ricevute dal testatore, manifesta che, secondo le intenzioni del defunto Principe, si debbono nel Comune di Torremaggioore, ove sorge il Castello degli illustri antenati della Casa S. Severo, fondare e dotare le seguenti opere pie:
1º Un’ospedale composto di non meno di venti letti, da servire per ogni specie di ammalati, cui si dovrà dare il nome di Michele De Sangro, Principe di S. Severo.
2º Due orfanotrofii, uno maschile e l’altro femminile per tutti gli orfani poveri del Comune di Torremaggiore, ai quali istituti, giusta la volontà espressa dal testatore nel primo testamento, si dovrà dare il nome della Pia Dama donna Mariantonia Capece – Zurlo, madre del testatore.
3º Un’asilo infantile cui si darà il nome di essa dichiarante Signora Croghan, corrispondente ai bisogni del luogo.
4º Un ricovero di mendicità per gl’inabili al lavoro sotto il titolo di San Francesco d’Assisi, da servire per non meno di venticinque poveri.
5º Un monte di beneficenza con un capitale non minore di lire centoventimila, che dovrà avere lo scopo di venire in soccorso degli agricoltori bisognosi di questo Comune, mercè piccoli prestiti con interesse non superiore al quattro per cento all’anno. Tale istituto dovrà portare il nome del Principe Gerardo De Sangro, padre del testatore.
Gl’interessi, tolte le spese di amministrazione, dovranno sempre andare in aumento del capitale.
6° Al Municipio di Napoli, città natia del defunto Principe deve assegnare la Cappella artistica della Casa S. Severo, affinchè sia conservata come monumento d’arte,ed alla Congregazione di Carità dello stesso Comune un’annua rendita non minore di lire tremila.
Dichiarava inoltre la Croghan che ella, secondo le segrete istruzioni ricevute dal testatore, avrebbe dovuto, in quella misura che avesse ritenuto opportuna, fare per una sola volta delle largizioni a favore dei poveri italiani di Parigi, città prediletta dal defunto Principe, e dei poveri italiani di Londra, nonchè a favore dei poveri dei Comuni di Campo di Giove, di Revisondoli e Pesco Costanzo, donde veniva ogni anno gran numero di operai per la estesa industria agricola del defunto Principe; e deve costituire a pro dell’Ospedale della città di S. Severo un’annua rendita non minore di lire quattromila. Si riservava, inoltre, sempre secondo le istruzioni segrete avute dal testatore, la facoltà di venire in soccorso dei parenti bisognosi di cui si parla nell’ultimo testamento del Principe, e di ricompensare coloro che alla morte del Principe si trovarono in Torremaggiore ed a Parigi al servizio della Casa S. Severo; come pure essa Croghan si riservava il diritto di sottoporre all’approvazione delle Autorità designate dalle leggi gli statuti ed i regolamenti che dovranno governare le opere pie da erigersi, nonchè il dritto di determinare, secondo i bisogni di ciascuna opera, la misura delle dotazioni da assegnarsi alle opere pie medesime.
Quanto al palazzo ducale o castello degli illustri antenati, voglio rimarcare che non tutto era di proprietà del Nostro. Il maniero, infatti, venne suddiviso a seguito delle gravi traversie economiche occorse a Michele Raimondo, nonno del Nostro ed ultimo de’ Sangro investito di feudi. Costui ereditò una situazione economica e patrimoniale assai dissestata, a seguito degli ingenti debiti contratti dal suo celebre nonno Raimondo, specialmente per affrontare le spese sostenute per gli interventi compiuti nella Pietatella di Napoli. Vincenzo, figlio di Raimondo e padre di Michele Raimondo, a prescindere dal tenore di vita (meramente di facciata), che conduceva, dovette ricorrere all’aiuto del suocero, Giuseppe Mirelli, principe di Teora, nel tentativo di risolvere i problemi che lo assillavano. Ma, sebbene il congiunto si prodigasse a dar vigore alle disastrate finanze, non vi riuscì granchè: infatti, dapprima si procedette, evidentemente con scarso risultato, all’arrendamento dei feudi; quindi gli venne dato un soprintendente in persona del Marchese Danza. La situazione, naturalmente, si aggravò al tempo del figlio Michele Raimondo, anche a motivo della congiuntura che accompagnò l’eversione della feudalità.
Molti dei beni dell’ultimo feudatario vennero pignorati e staggiti. Il Tribunale di Lucera, il 30 luglio 1830, aggiudicò condizionalmente diversi cespiti ad alcuni creditori della casa Sansevero. Nel tempo stesso fu creduto utile staggire pure le rendite di quegli immobili esposti all’asta pubblica. Ed il Tribunale nominò amministratore giudiziario dapprima Raffaele Masselli e, quindi, Felice D’Ambrosio, entrambi di San Severo. Concorse, tra gli altri, all’asta pubblica la principessa Teresa Carafa, vedova del de’ Sangro (che, nel frattempo, era deceduto), la quale, avendo acquistato dal Tribunale parte dei beni staggiti, tra i quali il palazzo ducale, col proprio testamento, chiamò alla successione di quel cespite sia la figlia Gaetana, maritata Revertera, duchessa di Salandra, che il nipote Michele, del quale si sta trattando, figlio del predefunto Gerardo: anche quest’ultimo (Gerardo), a motivo dell’accettazione dell’eredità paterna, divenne debitore nei confronti della madre. In seguito a tali peripezie, la proprietà del castello si ritrovò in testa sia a Michele de’ Sangro, ultimo principe di San Severo, che dei di lui cugini – eredi della zia Gaetana – Revertera (Salandra) e Piscicelli.
⁂
Ritengo che un’indagine sistematica e razionale degli argomenti proprî del tema qui trattato non possa prescindere dal tentativo di delineare la personalità psicologico-morale del de’ Sangro, onde far affiorare le ragioni più intime delle sue laconiche disposizioni testamentarie, che, ad un primo ed approssimato esame, potrebbero sembrare, al di là di ogni conformistica e vieta retorica, a dir poco, superficiali ed avventate.
Passando a riflettere sulla personalità del nostro Principe, si deve immediatamente osservare che, al di là del ritratto stereotipato – che parte sempre dalla concezione idealizzata dell’uomo, anzi di un certo tipo di uomo – che se ne potrà tracciare, tanto in base al ricordo delle varie fonti (dall’immagine resaci dal Presidente del Tribunale di Lucera al conato descrittivo dell’ecclesiastico a lui contemporaneo, ed, infine, al ricordo mitizzante dei vecchi, che fino a qualche lustro addietro ne parlavano come di un uomo eccezionalmente munifico) l’ultimo principe di San Severo resta – storicamente, antropologicamente e psicologicamente – un uomo con due sostrati psichici: quello dell’uomo medievale e napoletano, con le caratteristiche distintive del suo rango; e quell’altro dell’individuo che, conscio delle proprie potenzialità, tenta di svincolarsi dalle pastoie di un passato, remoto e soprattutto prossimo, glorioso ed avvincente ma pur sempre opprimente ed anche miserevole e pietoso.
Le vicessitudini della vita influirono sul carattere di Michele de’ Sangro, definendone in modo esasperato il temperamento di base. Si è osservato che in lui agivano due anime: quella del feudarca e l’altra, comune un pò a tutti i suoi antenati, di uomo d’azione: quest’ultima poteva esplicitarsi, dati i tempi, nella organizzazione e coltivazione del suo vasto latifondo, assistito, sempre, dalla vigile figura della Croghan; la prima anima, invece, pur continuando ad esistere, veniva repressa dai tempi nuovi che sopraggiungevano implacabili e lo ponevano in condizione di forte conflittualità con se stesso: al di sotto di queste fisionomie agiva la dominante per gli uomini del suo tempo e, specialmente, del suo rango: la famiglia d’origine (familismo amorale). In essa, e, purtroppo, non nella Croghan, come s’è voluto molto spesso credere, egli ravvisava il rifugio sicuro: famiglia, però, che gli mancò fin dall’inizio: per la morte dei genitori, prima; per il venir meno dei figli dopo. E l’angoscia che lo oppresse traspare in maniera piana e chiara proprio non solo dalle parole del suo primo testamento, che, come osservò il Tribunale di Lucera, egli conservò, onde dar appassionata testimonianza della sua intima storia, ma anche da un’accurato esame grafologico.
Il senso della sua famiglia, del suo cognome, dei suoi titoli permanevano in lui così potenti, da non permettergli di convolare a giuste nozze con la Croghan, semplice (ed, alla fin fine, umile) borghese, priva non solo dei quattro quarti di nobiltà, ma anche diun sol ventesimo di sangue bleu. E, d’altro canto, la società locale del suo tempo, preti compresi, pure se ancora tanto beghina, si guardava bene dal censurare simili atteggiamenti … provenendo essi da un de’ Sangro.
E non si pensi che fosse uomo che non conoscesse il significato (specie legale) delle parole, abituato com’era a frequentare quotidianamente il Foro, per le numerose cause che intraprese, riuscendone molto spesso vittorioso, durante la sua vita! E vien spontaneo, pure, considerare che non gli sarebbe stato affatto disagevole ricorrere ai lumi di uno dei suoi tanti avvocati, tra i quali abbiamo potuto scorgere le figure del Pessina, dello Zanardelli e di un principe del foro locale, veramente valente e scrupoloso in materia civile, Vincenzo Amicarelli. Egli, tanto impegnato, fin dalla sua gioventù a raccogliere le memorie e la documentazione della sua famiglia – ce lo attesta una lettera che la nonna, Teresa Carafa, indirizzava al vescovo di San Severo, monsignor Rocco de Gregorio – ben doveva conoscere lo stile dei testamenti, specialmente quelli dei suoi antenati, abituati ai fedecommessi e che danno l’idea di trattatelli giuridici; avrà avuto ben modo di riflettere, con la volgare prudenza,riconosciutagli persino dal collegio giudicante di Lucera, sul valore delle espressioni usate negli atti di ultima volontà.
Ma non lo fece. E non lo fece perchè non volle farlo! E non volle farlo perchè, nonostante l’apparente dinamismo dal quale fu caratterizzata la sua vita, egli si era, in realtà, estraniato dalla realtà che lo circondava.
Non necessariamente fu un cinico come lo avrebbe voluto vedere Francesco Saverio Bianco, se avesse di proposito voluto definire le sue ultime disposizioni, come traspaiono dalla lettera dei suoi testamenti; egli fu solo un disincantato ed un disilluso, che replicava alla vita e si poneva di fronte all’ultimo atto di essa con atteggiamenti analoghi a quelli che il fato gli aveva voluto riservare. E, umanamente ritengo, non a torto!
Se egli fu un cristiano – ma ho molte buone ragioni per dubitarne – lo fu in maniera scettica ed intrisa da una permanente autoironia, che faceva da specchio all’ironia riservatagli dalla sorte. Se egli avesse amato i nipoti, forse sarebbe stato più determinato nel suo testamento e li avrebbe beneficati di più e meglio, evitando loro la ventina di giudizi che dovettero affrontare. Ma, come riferisce la comparsa della congregazione di carità di Torremaggiore davanti alla Corte di Trani, non li amava. E non li amava perchè non poteva. E non poteva perchè erano tanto differenti da lui e lontani dal suo tipo di conformismo e, soprattutto, perchè non portavano il suo cognome, e nemmeno quello di sua madre. Ed, al proposito, è indicativo il particolare che in entrambi i testamenti indicò la sorella col cognome d’origine e non con l’altro che acquisì maritandosi (d’Aquino) o col suo titolo (principessa di Caramanico), come d’uso e di diritto a quei tempi.
Mi piace, al proposito, accennare di sfuggita che nell’episodio “I giocatori” del film L’oro di Napoli, Vittorio De Sica, regista ed interprete, impersonò un d’Aquino, rampollo di Teresa de Sangro, il Conte Prospero, assillato dal vizio del gioco, che non riesciva mai a vincere contro Gennarino, di otto anni, figlio del portiere dello stabile, arrivando a giocarsi tutti i propri beni: in realtà il d’Aquino, per tale suo atteggiamento, venne legalmente interdetto.
Ed è del tutto singolare l’atteggiamento del de’ Sangro – anche se ben spiegabile, dal momento che alla Gente d’Aquino, per il vero, veniva riconosciuta la più alta nobiltà non solo nel Regno, ma anche all’estero; e ciò soprattutto perchè da quella Gente nacque il santo doctor Angelicus. È qui corre l’obbligo rammentare che Alfonso I d’Aragona (il c. d. Magnanimo), con privilegio, concesso da Caramanico (della quale erano stati, i d’Aquino, insigniti del titolo principesco) il 28 novembre 1443, esonerò dalle tasse fiscali la città di cui portavano il nome in considerazione della grande et lunga antiquità di detta città et per affectione che porta ali magnati et Conti de la Casa d’Aquino et lloro fideltà et virtù anchura per la riverentia di Thomase d’Aquino. Il privilegio venne confermato da Ferrante I d’Aragona il 28 agosto 1458 e, poi, dal Gran Capitano, Consalvo de Cordoba, il 12 marzo 1507 e riconfermato da Carlo V nel 1536: inArch. St. Napoli, Esecut. 38, fol.18.
D’altra parte, però, non è assolutamente comprensibile il fatto, nè se ne vede il sostegno giuridico, sulla scorta del vigente ordinamento, che ai d’Aquino di Caramanico si attribuiscano a tutt’oggi i titoli dei de’ Sangro di San Severo, così come fa V. U. Crivelli – Visconti, Le Casate nobili d’Italia, Roma, 1955, il quale, a pag.77, riconosce alla linea primogenita dei d’Aquino di Caramanico anche i titoli di principe di San Severo, principe di Castelfranco e Duca di Torremaggiore. In ciò seguito da R. Cioffi, La Cappella Sansevero – Arte barocca ed ideologia massonica, s. l. nè data,– opuscolo in commercio presso la Pietatella a Napoli – ove leggo una genealogia dei principi di San Severo, per qualche verso incompleta ed errata nelle didascalie, che si prolunga (addirittura per…refute avvenute nel 1982: ?!) fino ai nostri giorni.
È certo ed indubitabile che la Croghan amasse il suo Principe; ma non giurerei che i sentimenti dell’amato nei confronti della Compagna fossero della stessa natura ed intensità. Egli, nel suo immaginario, continuava a ritenersi il Capo e Signore di tutta la sua Gente, così come è dato leggere negli ultimi decreti feudali emessi dal suo pur sfortunato nonno, Michele Raimondo. E che, quindi, anche dal sepolcro, potesse continuare a dirigere con la sua volontà tutti i sottoposti, nipoti, vassalli o chiunque altro, che si fosse trovato, anche per solo caso, a lambire quelli che egli riteneva ancora i suoi Stati e l’ambitus della sua famiglia.
Non necessariamente opere buone, come il dar sollievo ai torremaggioresi durante le nevicate, provengono sempre da persone buone!; le si potrà concepire e realizzare anche per mero spirito di egoità. Ed, in tale ottica penso che vada inquadrata e riguardata la disposizione testamentaria del 1881, con la quale intendeva far erigere un’opera. Con mero egoismo non si preoccupò d’indicare da chi quell’opera avrebbe dovuto essere materialmente eretta, nè a chi avrebbe dovuto recare sollievo; sua unica preoccupazione fu quella di poter consegnare alla memoria dei posteri il nome della madre, che, come al solito nei casi analoghi, per quel complesso edipico sempre latente nella generalità dei figli maschi, rappresentò per lui – altero e, ad un tempo, frustrato – l’unico modello e termine di paragone, col quale riusciva ad identificarsi.
Epperò, son costretto a pensare che, senza l’incontro con l’ultima donna della sua vita, ben diversa sarebbe stata anche la fortuna dell’ultimo principe di San Severo.
D’altra parte, per lo meno davanti a me, Michele de’ Sangro si disvela con personalità abbastanza intelligente e previdente – ed in ciò può aderirsi in pieno al giudizio datone da Francesco Saverio Bianco, presidente del Tribunale di Lucera, suo contemporaneo e che, senza dubbio, lo dovette personalmente conoscere – da non aver saputo prefigurarsi quali sarebbero state le conseguenze dei suoi testamenti: egli, che nell’ultimo di essi, prevedette persino l’impossibilità di essere tumulato nella sua cappella di Napoli, non poteva ignorare ciò che sarebbe occorso al suo patrimonio dopo la sua morte; ma, con spirito tutto desangriano – in tal senso, degno del suo grande antenato Raimondo – dovette molte volte ripetere a se stesso: “…après moi le déluge”: pur non riuscendo ad assurgere ad un equilibrato stoicismo, anelò, in maniera del tutto distorta, all’ἐκπύρωσις.
⁂
Michele de’ Sangro mi conduce, tra le ombre e le luci, a meditare sull’alone fatale incombente sulla sua famiglia e sul ruolo preminente e determinante, che alcune grandi donne che vissero a fianco degli esponenti di quel Casato, hanno esercitato in essa e sopra essa: e penso particolarmente a Violante ed Elisa Croghan. Donne che delimitano la parabola spazio – temporale ed, oserei dire, geometricamente simmetrica, che ne contraddistingue la storia. Violante dà lustro a Paolo, portando a termine la feudale turrita dimora, costruendo i conventi dei cappuccini a Castelnuovo e Torremaggiore, edificando quivi il palazzo della duchessa, abbellendo ed arredando la chiesa della Fontana, acquistando feudi e proprietà, spingendo il figlio Gianfrancesco ad innalzare la cappella monumentale della Pietatella e guidandolo, con l’autorità tutoria che esercitò, di diritto e per molti anni, su di lui perfino ad assicurare le attività dei banchieri, cosa rara a quei tempi per un signore feudale del regno di Napoli: in una parola ponendo le basi della fama e della potenza di Famiglia; Elisa, dapprima, con discrezione, mostra a Michele le modernissime vie per una razionale organizzazione delle immense proprietà terriere, dischiudendogli così più ampi orizzonti, poi amministra e fa fruttare saggiamente il compendio dei beni ricevutosi facendone opere che hanno consegnato alla memoria dei posteri il nome de’ Sangro, che, per molti secoli, riuscì solo a terrorizzare le popolazioni vassalle. A dimostrare che, come sempre, anche in questo caso, la donna fu e resta il cardine sul quale rotea la rovina o la fortuna dell’uomo a cui sta accanto; che rappresenta l’àncora di salvezza…o la perdizione della famiglia!
Ma anche a donne di tanto valore non fu possibile temperare la durezza del cuore di quegli uomini.
Violante, pia, lungimirante, energica e prudente, non riuscì a far desistere Gianfrancesco dalle vessazioni con cui angariò i torremaggioresi. Elisa, dinamica, moderna ed intelligente, con le sue elette doti consegnò positivamente alla storia il nome dei de’ Sangro di San Severo, anche se non le fu dato di poter convincere Michele che la vita trascende gli angusti e pretestuosi confini del cognome, per famoso che sia, e diventa gratificante sol quando vien spesa in funzione genuinamente altruistica.
Ed un’ultima considerazione: è sintomatico che sia le ceneri di Violante, che quelle di Elisa, anche se per motivazioni del tutto diverse, non riposino nella famosa – ma, per tanti versi, anche famigerata – cappella Sansevero di Napoli, ma a Torremaggiore: questa nella tomba da lei fatta erigere nel locale cimitero; quella nella Chiesa di Santa Lucia, da me altrove ricordata.
Elisa, nel mentre aveva sognato di vivere un’esistenza riservata, vicino al suo uomo, fu, invece, costretta dalle impreviste vicessitudini e numerose traversie che le vennero contro a chiudere i suoi giorni peregrinando tra Napoli, Roma e Parigi, ove si spense per neoplasia rettale. Eppure tutto di lei ci dice che l’unica aspirazione sua fu quella, abbandonata che ebbe la capitale della Francia, di trascorrere gli ultimi suoi giorni nella remota (almeno dalla sua Inghilterra) ed isolata Torremaggiore.
Ma le sue occupazioni ed i suoi doveri, verso i terzi, pur così scrupolosamente assolti, non le impedirono di far costruire il monumentale ed artistico sacello ove riposare per sempre accanto all’Amato. L’opera venne progettata e diretta dall’ingegnere napoletano Francesco Bianculli, verso il quale la Croghan dimostrò, fin con le sue disposizioni di ultima volontà, profonda gratitudine e riconoscenza, e realizzata per la parte marmorea dal valente lapicida, pure napoletano, Gaetano (“mastro” Aniello) Casella; per la parte muraria dal mº Michele Lariccia, che si avvalse della collaborazione dei suoi figliuoli, e venne condotta a termine nel 1893.
Mario A. Fiore
Torremaggiore 21 agosto 2026



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