Riflessione dell’Avvocato Mario Fiore: auguri di buon compleanno e di avvio del nuovo Ministero al Vescovo di Fiorentino e Nunzio Apostolico in Bielorussia Mons Ignazio Ceffalia. Il Santo Padre Francesco aveva effettuato questa nomina il 25 marzo 2025 durante la sua degenza al Policlinico Gemelli di Roma

Riceviamo e pubblichiamo nota dell’Avv. Mario A. Fiore

Stimato e caro Direttore, se lo riterrai utile ed opportuno, potrai dar seguito alla pubblicazione sul tuo giornale di questa mia nota, forse poco dilettevole (per alcuni), ma, dal mio modesto punto di vista, necessaria atteso che oggi, ventotto aprile, cade una ricorrenza per la comunità, civile ed ecclesiastica, aureo signanda lapillo. L’argomento meriterebbe una più approfondita trattazione di quella che sto per fare; cercherò, però, di essere il più succinto possibile per non tediare te ed i tuoi lettori. Sto scrivendo di getto, bensì ex imo corde, atteso il tema.


Papa Francesco, mentre sofferente, in attesa di sorella nostra morte corporale, si trovava degente all’ospedale Gemelli, manifestò, lo scorso 26 marzo, di aver fermato, con lo Spirito d’illuminata saggezza che sempre lo ha assistito, la sua attenzione di Pastore Universale della Cattolicità su quanto di più importante (ed impegnativo) costituisce l’odierno territorio demaniale, storico ed archeologico di Torremaggiore; e, naturalmente, come ben comprenderai, non posso che riferirmi alla nostra Fiorentino, di cui il Romano Pontefice si è compiaciuto nominanare arcivescovo titolare un suo ambasciatore (Nunzio Apostolico), mons. Ignazio Ceffalia, chiamandolo a ricoprire uno degli incarichi attualmente più delicati della diplomazia vaticana in un paese geopoliticamente chiave quale è la Bielorussia, governata da Alexander Lukashenko – il più pedissequo e devoto alleato di Putin – il quale, un paio di anni or sono ebbe ad esprimere vigorose rimostranze nei riguardi del Nunzio predecessore (a seguito delle posizioni assunte dalla Santa Sede in merito al conflitto russo – ukraino). Tanto mi sembra che basti a far posporre al posto che meritano le insulse, sterili, diatribe che ci hanno, contro ogni nostra aspettativa, impegnato in questi ultimi tempi intorno a mostre, trionfalisticamente coinvolgenti sculture, simulacri ed (arci)confraternite e che hanno generato, da più parti, improperî da settimana santa nei miei confronti: e mi permetto di ripetere, al proposito la stupenda, icastica, apostrofe del Nazareno, che si legge in Marco 8, 2pr.

E, senz’alcuna velleità autocelebrativa, sento di dover ricordare ancora una volta – non a te, ma all’ipotizzabile Lettore – il particolare interesse nutrito, lungo tutto l’arco della non breve mia esistenza, al luogo da dove continua a diffondersi nei secoli l’ultimo messaggio di giustizia, concordia e pace del Puer Apuliae; da quel luogo definito, ben a ragione, dallo scrittore Erodiano capitale di tutto l’impero (Ἡρωδιανοῦ, τῆς μετὰ Μᾶρκον βασιλείας Ἱστοριῶν, βιβλία η′ – ὀκτὼ… – Argentorati, MDCXCIV, I, 6, 14 e Βενετία, Νικόλαος Γλυκύς, 1790, p. 17), ove si potrà leggere che la Roma dell’Impero dovrà considerarsi, di volta in volta, il luogo ove trovasi l’Imperatore: ἐκεῖ τε ἡ Ῥώμη ὅπου ποτʹἂν ὅ ϐασιλεύς ᾖ (latinis verbis: Roma autem illic est, ubi imperator est). Ab annis teneris, dicevo, la mia attenzione venne attratta da quel luogo magico; da quanto, cioè, ebbi modo di leggere quanto ne scrisse il FRACCACRETA nel Teatro…della Capitanata…(Napoli, 1834, tom. III, Raps. IV, parafr. 61, pp. 110, ss.) ed il coinvolgente opuscolo Castel Fiorentino – nota storica di Oreste Dito (Lucera 1894) ed, ancora, del nostro TOMMASO LECCISOTTI, “…Apud Florentinum” (in «Archivio storico pugliese», anno IV, fascic. I); tanto che, imperterrito ed irriguardoso, decisi che anch’io dovessi cimentarmi con l’argomento e m’indussi a mandare sotto i torchi dell’amico Nicola Caputo il primo tentativo d’indagine con il Saggio storico sulla città di Fiorentino di Capitanata – ovvero dell’origine di Torremaggiore (Torremaggiore 1964); ne sortì l’interesse di alcuna delle pregresse Amministrazioni comunali che diede luogo agli scavi archeologici degli ultimi decenni del secolo scorso (e che si auspica possano nel breve periodo riprendere sotto l’egida e con finanziamenti europei, che, senza meno, non potranno mancare) ed ad una nutrita letteratura, italo-francese; e, qui, è doveroso ricordare l’apporto prezioso dell’accademico di Francia J. M. Martin, Fouilles de Fiorentino – Cinq ans de recherches archéologiques à Fiorentino (in Mélanges de l’école française de Rome – moyen age, Tome 101, an. 1989, n. 2, pp. 641 – 699). E molti altri avrei da aggiungere. Da parte mia, continuai ad affrontare l’avvincente tema fino ai nostri giorni in molteplici pubblicazioni che mi esimo dall’enumerare; ne ricordo soltanto Demani ed usi civici nel Regno di Napoli – il territorio di Torremaggiore in Capitanata, parte I (Torremaggiore, 2007, pp. CCCLIII – CDXXV); e, da ultimo, l’intervento al IX Convegno Nazionale di Studi su Federico II di Svevia: Et iterum … in quel di Fiorentino “in Capitanata” (Società di Storia Patria per la Puglia, “convegni” XXXV, Bari 2025). Per l’acquisizione al demanio cittadino dello storico territorio il Comune di Torremaggiore volle intraprendere, col patrocinio di chi ti sta scrivendo, diversi giudizî – sia dinanzi alla Magistratura Ordinaria che a quella Amministrativa – nei confronti del limitrofo (ahinoi, soccombente!) Comune di Lucera, che, con l’esborso di considerevole somma, aveva acquistato dal precedente proprietario la sede dell’arce, vulgariter dicta Castel Fiorentino, già nel patrimonio caduto nell’eredità dell’ultimo principe de’ Sangro; giudizî conclusisi dinanzi alla Corte d’Appello di Bari con l’arresto n° 128 dell’anno 2013, definitivo del giudizio inscritto al ruolo generale col n° 742 dell’anno 2008.


Nel contempo, con riferimento al nostro sito e sussidiata dal pubblico erario, a fini non proprio comprensibilmente culturali, veniva praticata una improbabile parata, pomposamente voluta definire “corteo storico”, che molto poco ossequio è riuscita a riservare alla storia, tout court, ed alle tradizioni del luogo in particolare, e poco di più ha potuto consegnare ad un folk-lore di gusto meramente provinciale.
Si costituiva, pertanto, anche il “Comitato nazionale per la tutela dei ruderi di Fiorentino”, con atto fondativo e statuto registrato a San Severo il 15 marzo 2017, al n° 443 serie 3a, con durata prevista fino a che non si sarebbero potuti conseguire gli scopi preposti e, in via principale, fino a che i ruderi insistenti sul sito dell’arce non sarebbero stati assunti nella lista dei beni protetti dall’UNESCO e, quindi, gestiti dalla fondazione che, promossa esclusivamente dal comitato fondatore, si fosse costituita ai sensi e per gli effetti degli artt. dal 15 al 35 del codice civile (art. 3 dell’atto di fondazione). Il Comitato – per il tiepido o quasi nullo sostegno dell’Ente attualmente titolare cartolare del sito – è tuttora in vita, ma, tecnicamente, in istato di quiescenza. Giova, ora, riportare qualche altro elemento di natura meramente storica riguardo all’antica diocesi di Fiorentino, aggiornandone, nei limiti del possibile, la cronotassi dei Vescovi, e proponendo due nomi relativi al primo millennio, ossia precedenti alla presenza dalle nostre parti del catapano bizantino Basilio Bojoannes, dal di cui epiteto la nostra regione, come esattamente tramandò il Marsicano, cardinale di Ostia (Chronica sacri monasterii casinensis, lib. II, cap. 50) trasse il toponimo.
Gli storici filocattolici, generalmente, sforzandosi di far coincedere l’origine della diocesi con un’epoca successiva all’arrivo del Bojoannes, ed alla ripresa del potere longobardico nel thema di Langobardia, pongono il primo presule, a nome Landolfo, nell’anno 1061. Tuttavia non possiamo passare sotto silenzio che il grande storico della Chiesa (quel cardinale Cesare Baronio che, unico e primo a poter consultare scientificamente gli archivî ecclesiastici, ebbe, e non è da poco, il coraggio di dichiarare spuria la famigerata donazione di Costantino) negli Annales (Historia ecclesiastica controversa, Romæ, ex typograpia Vaticana, 1599, tom. VIII, ad annos) assegna per il periodo 592-601 “un vescovo a nome Marziano alla città di Farentino, ovvero Ferentino, Ferenzuola, Florentino, Florentina in Capitanata …”. Ed, ancora che l’Ughelli (Italia sacra sive de episcopis Italiæ et insularum adiacentium …, VIII, Romæ MDCLXII, coll. 283-4) pur se con termini claudicanti ed aporetici, ci tramanda il primo vescovo della città, a nome Ignizzo, che vi avrebbe pontificato nel 969. L’elenco dei Presuli, generalmente condiviso, cessa con un non meglio conosciuto frater Melius, al decesso del quale, nel 1410, la sede residenziale venne soppressa ed il titolo (come, a qualche anno di distanza, anche quello di Tertiveri) annesso alla sede della viciniore Lucera, che lo ritenne fino allo scorso secolo XX, allorchè quei Vescovi – sicuramente Lorenzo Chieppa (1909-1918), ma anche il successore Giuseppe De Girolamo (1920-1941) continuarono ad esserne decorati con le pontificie bolle di nomina ed assunzione alla cattedra diocesana.


A seguito delle ecumeniche decisioni, adottate in concomitanza del Concilio Vaticano II, venne abbandonata la costumanza di nominare vescovi titolari in partibus e furono riscoperti i titoli delle antiche diocesi soppresse esistenti nei territorî della cattolicità. Fu, in tal modo, riesumato anche il titolo di Fiorentino, che venne, per la prima volta assegnato, col titolo di arcivescovo, ad personam et pro hac vice tantum, al quasi-conterraneo nostro (nativo di Atripalda, in Irpinia) rinomato diplomatico e Nunzio Apostolico, Luigi Barbarito (1922-2017): gli feci pervenire, nel 1969, un esemplare del mio Saggio storico sulla città di Fiorentino in Capitanata e mi riscontrò, benignamente, nei seguenti termini: “Monsignor Luigi Barbarito, Arcivescovo titolare di Fiorentino, Nunzio Apostolico in Haiti, ringrazia sentitamente il dott. M. Fiore per il cortese invio della monografia storica sulla città e la sede vescovile di Fiorentino in Capitanata, gli augura ogni bene ed apprezzando la sua nobile fatica di studioso invoca su di lui la benedizione del Signore. † Luigi Barbarito. – Roma 25-7-1969”. Successivamente – per il tramite dell’amico Claudio Matarese, assistente, in vita, alla “Sapienza” della cattedra di storia delle dottrine politiche – mi si fece sapere che l’alto Prelato, volentieri, sarebbe venuto a Torremaggiore per conoscere di persona il luogo del suo titolo arcivescovile. Girai tempestivamente la richiesta, per l’organizzazione dell’evento, ai responsabili di una delle tante locali associazioni di cultura, con la quale ero, in ossequio al fondatore ed amico, ormai venuto meno ai viventi, prof. Antonio Antonucci, collegato; ma tale istanza rimase – con varî, insussistenti, pretesti e con crassa insensibilità – lettera morta. E, qui, per amor del quieto vivere, mi tornano, nella mente e nel cuore gli endecasillabi imperituri dello Psicopompo del nostro Divino Poeta: (Æneid., VI, 850-853):


tu regere imperio populos, Romane, memento
– hae tibi erunt artes – pacique imponere morem,
parcere subiectis et debellare superbos
che il tormentato Astigiano così volle volgere nel nostro idioma:
“Tu, Romano, rimembrati, nascesti
All’impero del Mondo: arti fien tue
L’ìmpor di pace leggi; il dare ai vinti
Perdono; e alle superbe genti, morte”.


Ti accennavo, mio caro Direttore, a mons. Ignazio Ceffalia, chiamato da Papa Francesco al titolo arcivescovile di Fiorentino. È il caso, ora, di aggiungere che l’alto Prelato, nato a Palermo il 28 aprile 1975 – e colgo la fausta occasione per formulare e rivolgerli il mio sentito: πολλά ἕτη, Δέσποτα – appartiene al Clero di rito greco di Piana degli Albanesi (località, che ben si tenga a mente dai nostri compaesani, celebrata per la coltivazione dell’olivo e la produzione di eccellente olio): ed a tutto quanto fin qui dis-velato avrei, forse, potuto brevemente accennare lo scorso 14 aprile, se non fossi stato bruscamente deprivato della parola: ma tant’è: nolite dare sanctum …, con tutto quel che segue. Dobbiamo, oggi, prendere e dare atto del provvedimento, come annotavo sul principio di questi miei appunti, illuminato (ed, oso pensare, al limite del profetico) di Papa Francesco nell’assegnare a mons. Ceffalia la sede titolare di Fiorentino. In quella citta, infatti, si celebrava col rito greco e tanto si desumeva dalla scritta incisa sulle porte bronzee della Metropolitana del Sannio, che, col De Nicastro (Beneventana pinacotheca … auctore JOANNE DE NICASTRO …, Beneventi ex Archiepiscopali Typographia MDCCXX; De Beneventana provincia, caput ultimum, pp. 61, s.), mi si consenta di riportare nella lingua originale:


«Amplos plane explicat fines Beneventana Provincia. Ampliores vero retroactis temporibus explicavit, duas, ac triginta Episcopales Sedes subiectas jactans; adeo ut Beneventanus Pontifex Campaniæ, Apuliæ, et Aprutii Metropolita haberetur. At Sipontina Ecclesia jamdiu Beneventanæ unita, in Metropolitanam evecta, aliisque Ecclesiis aut unitis, aut suppressis, aut exemptione donatis, ad
viginti quatuor redactæ fuere, et Episcoporum nomina in Metropolitanæ Ecclesiæ æreis Valvis adhuc leguntur. Ibi et Metropolita Camauro ornato a consecrato Suffraganeo oblationem suscipiens effulget. Omnes Episcopi Græco pallio amicti, græcoque itidem ritu benedicentes, hi sunt: …… Episcopus Florentini … (tutti i Vescovi indossano il pallio alla greca (ὠμοφόριον) ed, allo stesso modo, benedicono secondo il rituale dei Greci: e questi sono …… il Vescovo di Fiorentino … .


En passant, ma non più di tanto, ricordo agli studiosi distratti lo stretto legame che una località della diocesi sanseverese, a quel tempo di Larino – Chieuti – ebbe con Mezzojuso, glorioso paese osservante ancor oggi (per fortuna e con l’aiuto dell’Onnipotente) il rito greco durante il secolo XVIII e riguardante l’arciprete dottor don Nicolò Figlia, personalità di sensibile ed elevata cultura.


La permanenza a Chieuti del Figlia si protrasse dalla fine del 1721 al maggio del 1727. Giunse in quella borgata, chiamatovi dal licenzioso e prepotente feudatario Giovanbattista d’Avalos, accompagnato dalla moglie e dal figlio Carmelo. Per quanto si apprende dalle Memorie del vescovo Tria, la comunità di rito greco al momento in cui lasciò Chieuti per la Sicilia era già minoritaria (a causa delle diuturne vessazioni dei Latini) rispetto a quella di rito latino: «ita ut in dicta prima nostra visitationescilicet anno 1727 animæ sub ritu Graeco erant numero 466. animæ vero sub ritu Latino erant numero 549. ut ex relatione Rev. D. Nicolai Figlia, Archipresbyteri ritus Graeci ejusdem Oppidi, in manibus nostris scripto dicta occasione exhibita». A distanza di un settennio la comunità primigenia si riduceva ancora, tanto che nel decreto del medesimo presule, da Ururi, die septima Mensis Septembris 1734, veniva affermato che hinc habitatores Ritus Latini numero 652 excedentes Italos-Graecos, qui sunt num. 377.

Trasferitosi da Chieuti alla nativa Mezzojuso, il Figlia diventò arciprete della matrice greca ivi esistente, dedicata a San Nicolò di Mira, che in quegli anni – tra il 1741 ed il 1752 – venne radicalmente trasformata, perdendo le originarie linee architettoniche di stile bizantino: tra i giurati della Chiesa si ritrova anche il figlio di don Nicolò, che si è visto nel dicembre 1724 a Chieuti visitato, quale scolaro – forse, del seminario diocesano – dal vescovo di Larino Carlo Maria Pianetto: don Carmelo Figlia. Nella patria d’origine, quale arciprete – protopapàs della chiesa matrice greca, don Nicolò presiedette ad un clero uniate, ben più ragguardevole di quello che aveva lasciato a Chieuti, formato da sei cappellani ed otto chierici (cfr. Breve ragguaglio della terra di Mezzojuso, in «Nuove Effemeridi: rassegna trimestrale di cultura», a. II, n. 6, Palermo, 1989, pp. 83-86, richiamato anche in NICOLÒ FIGLIA, Il codice chieutino, a cura di M. Mandalà … (Istituto di Lingua e letteratura Albanese, Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, a cura del Comune di Mezzoiuso, ivi 1995). L’A. scrive di sè in terza persona ed annota: «il reverendo dottor in Sacra Teologia D. Nicolò Figlia al presente archiprete Greco-Albanese eletto Canonicamente dall’Illustrissimo e Reverendissimo Monsignore Gasch Arcivescovo di Palermo nel 1727 quale feceli la bolla More solito, previo examine sinodali et in concurso more solito; quale archiprete fu traslato dalla terra di Chieuti ove era archiprete sotto il titolo di San Giorgio di detta terra di Chieuti … ove … fu chiamato da quel gran marchese del Vasto Aquino ed Aragona in qualità di archiprete eletto per amministrare li SS. Sagramenti nel rito greco a quel popolo albanese».


A questo periodo dell’esistenza del Figlia viene attribuito il c. d. Codice di Chieuti, contenente oltre ad altri scritti, una dottrina cattolica in idioma tosko (catechismo del cristiano – albanese), editato parzialmente la prima volta da Michele Marchianò, che si ricevette in dono il prezioso manoscritto dalla Famiglia Maurea, delle più distinte di Chieuti, e recentemente offerto in edizione critica da Matteo Mandalà.
Le fasi di composizioni del codice seu manoscritto di Chieuti furono tre e s’inseriscono nel periodo tra il 1736 e la morte del Figlia. Già il Marchianò avvertì l’opportunità di ripartirlo in cinque
parti: la prima rappresentata dal catechismo; la seconda includente una serie di poesie profane; la terza alcuni canti popolari; la quarta formata da poesie sacre; e la quinta da altre poesie sacre, quasi tutte con parafrasi in italiano o in dialetto siciliano. La compilazione del Figlia va ascritta tra i tentativi di elaborazione di una produzione letteraria italo-arbëresh vôlta all’avvicinamento degli oriundi ai nativi. (Cfr. il mio Cristiani d’Oriente in Puglia Dauna; contributo allo studio dell’immigrazione Arbëresh – prolegomeni d’indagine, vol. I, Società di Storia Patria per la Puglia, Bari 2024; capitolo V, § 6, p. CCLXXXVII e passim).


Ed ora non mi resta che chiederti di esortare, tramite il tuo prezioso giornale, gli amici tuoi ecclesiastici (ma anche gli altri della nobile diocesi di Santa Maria della Vittoria: Lucera) nonchè le rispettive rappresentanze civili-amministrative a rendere il dovuto omaggio al novello infulandus pontifex, prendendo parte all’imminente azione liturgica della sua consacrazione episcopale (liturgicamente: κειροϑεσία).

Mario A. Fiore

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