DI seguito il profilo biografico del Prof Nicola Schiavone realizzato dal Prof. Gianfranco Piemontese; tutti i diritti sono di proprietà esclusivamente dell’autore. Il Prof. Nicola Schiavone era nato il 12/01/1907 ed è deceduto il 5/12/1967.

Il percorso di avvicinamento all’Arte di Nicola Schiavone si è svolto in una duplice forma, per una parte a bottega da un ebanista di Torremaggiore e dall’altra frequentando studi di scultori. Sicuramente quella di Schiavone è stata una formazione tutta in salita. La sua famiglia era di origini modeste. Dopo la scuola elementare, frequentò una bottega artigiana e, considerando il livello di maestria allora imperante nei piccoli centri del Sud, sicuramente si trattò di un’importante esperienza propedeutica a quell’aspirazione artistica che lo porterà in seguito a divenire scultore. Per altro le difficili condizioni economiche dell’epoca e l’impatto con la dura realtà quotidiana accentueranno anche l’interesse per tematiche e figure legate ad umili e pesanti lavori come lo spaccapietre, l’acquaiolo, il contadino. Della sua predisposizione al modellato abbiamo una prima testimonianza già all’età di tredici anni. Rimanda, infatti, al 1920 la realizzazione di una testa di Cristo realizzata prima in argilla e poi resa in gesso patinato. Un tema, quello del Nazareno, a lui caro visto che in seguito lo riproporrà in diverse versioni e in più mostre d’arte. Dalle testimonianze delle figlie, risulta che dal 1926, Schiavone abbia vissuto per un periodo a Torino, dove frequentò lo studio dello scultore Arturo Stagliano1.
Allo studio dell’artista molisano, Schiavone giunse attraverso una segnalazione di Leonardo Bistolfi. Il giovane artista si era rivolto all’anziano scultore e senatore del regno per poter entrare nel suo studio come allievo e quindi approfondire la pratica scultorea. All’epoca Bistolfi, anziano e con problemi alla vista, non poté esaudire la sua richiesta. Di questo diniego esiste una lettera scritta da Lorenzo Bistolfi, figlio dello scultore, il 10 settembre del 1926, nella quale si comunicava allo Schiavone che già da alcuni anni Bistolfi non accoglieva allievi nel suo studio a causa delle precarie condizioni di salute2. Se il giovane scultore avesse, però, inviato alcune fotografie di lavori da lui eseguiti, sicuramente il maestro Bistolfi avrebbe potuto dare consigli o l’avrebbe indirizzato presso un altro artista. Il giovane Schiavone venne così indirizzato, su suggerimento e intervento di Bistolfi, presso lo studio di Arturo Stagliano. Bisogna ricordare che anche Stagliano era arrivato da Napoli a Torino dove trovò nello studio di Bistolfi un ambiente favorevole e idoneo ad ampliare e arricchire la sua pratica scultorea. Schiavone avviò con lo scultore molisano una fattiva collaborazione che lo vide coinvolto anche nella realizzazione del monumento ai Caduti che Stagliano doveva realizzare per la città di Treviso.

Sul soggiorno torinese abbiamo la testimonianza di una fotografia formato studio che il giovane Schiavone fece presso un importante fotografo di Torino che svolgeva la sua attività nella centrale Via Roma. Sempre dalle figlie sappiamo che il giovane Schiavone rientrò a Torremaggiore tra la fine del 1927 e i primi mesi del 1928, a causa della nascita del primogenito. Un rientro che significò in una certa misura il distacco da un ambiente, artistico importante e ricco di stimoli, di cui avrebbe in seguito sofferto la sua produzione artistica. Questa situazione non gli impedirà di prendere parte ad una mostra provinciale che si tenne a Foggia nel settembre del 1928. Ma oltre che per ragioni di famiglia, lo Schiavone dovrà interrompere per due anni l’attività artistica perché dal 6 novembre 1928 all’8 settembre 1930 sarà chiamato ad assolvere il servizio di leva.
L’attività artistica a Torremaggiore
Espletato il servizio di leva, al rientro a Torremaggiore, riprenderà la produzione artistica. Aprirà uno studio-laboratorio ed inizierà a progettare architettura cimiteriale, progetti che si trasformeranno in cappelle gentilizie, cippi funerari e bassorilievi per lapidi, di cui si ha anche un esemplare bronzeo. Gli anni che vanno dal 1930 al 1938 sono dedicati, quindi, a questo tipo di attività. Sarà dal 1938 che Schiavone, come vedremo nei successivi paragrafi, riprenderà a partecipare all’attività artistica espositiva.





In quegli anni, da parte del pubblico, ci fu una forte ripresa d’interesse per la scultura. Questo era dovuto alla gran mole di monumenti, cippi e lapidi che ogni città o piccolo centro d’Italia aveva voluto realizzare in ricordo dei 600.000 e più soldati che erano periti durante la guerra del 1915-18. Interesse verso la scultura che storicamente aveva sempre occupato una posizione minoritaria nel campo delle arti visive. A questa recente dimostrazione d’interesse si univa una delle tradizionali destinazioni dell’arte plastica ai monumenti destinati a cimiteri e/o a chiese. Un settore che Schiavone aveva avuto modo di studiare nel suo soggiorno torinese, caratterizzato oltre che dalla pratica collaborazione alle opere di Stagliano, da frequenti viaggi in un luogo della Liguria che a ragione si può ritenere un museo della scultura all’aperto: il Cimitero di Staglieno a Genova. Un contesto ricco delle più importanti opere di scultori operanti nel XIX e nel XX secolo. Di queste frequentazioni Schiavone fa tesoro, e lo vedremo in seguito nei lavori che realizzerà fino a pochi mesi dalla morte.

Alla pratica di scultore, di pittore e di progettista di architetture funerarie, a partire dal 1941, si aggiungerà quella di insegnante. Sarà questo un importante momento di crescita culturale e di confronto per uomo che fino allora si era dedicato all’arte in forma totale. L’insegnamento sarà caratterizzato da un inizio duro, all’insegna della precarietà, cosa che nella scuola italiana, a distanza di oltre sessanta anni sembra non essere cambiata affatto. In quell’anno Schiavone era docente di Disegno presso l’istituto magistrale Carolina Poerio di Foggia.3 Un periodo di transizione che vide l’artista impegnato a Foggia anche durante il mese di luglio 1943, dolorosamente impresso nella memoria della città pugliese per i bombardamenti degli angloamericani. Una tragica situazione che per puro caso non coinvolse come vittima dei bombardamenti Schiavone. Trattenuto, infatti, dal preside del Magistrale prof. Pilla diretto anche egli a San Severo, riuscì a scampare ai bombardamenti utilizzando il rifugio antiaereo più prossimo alla scuola. Il 1943 fu l’anno dell’armistizio e anche quello che vide, almeno per il Meridione d’Italia, l’interrompersi della dittatura fascista che tanto dolore aveva inflitto agli italiani e a quanti erano stati interessati dalle politiche espansionistiche del fascismo. Dall’anno scolastico 1944 Schiavone risulterà docente a San Severo, prima nell’Istituto Magistrale e poi nel Liceo Scientifico. Dopo la guerra a partire dal 1945 a quanti lavoravano nelle amministrazioni statali era richiesto la compilazione di una dichiarazione giurata in cui si dovevano elencare qualsiasi forma di rapporti avuti durante il ventennio con il partito fascista e/o le sue varie organizzazioni. Schiavone compilò la sua scheda quando era in servizio presso il Poerio di Foggia. Veniamo così a conoscenza che l’artista si era iscritto al partito fascista nel dicembre del 1941, per quasi vent’anni era riuscito a non iscriversi. La scelta di farlo molto probabilmente fu causata da una lettera anonima fatta pervenire al Federale fascista in cui si denunciava lo Schiavone che insegnava pur non essendo iscritto al partito fascista4. Dopo l’esposto anonimo il professore fu allontanato dall’insegnamento per circa due mesi, dopodiché l’iscrizione al partito gli permise il rientro in servizio. Una scelta dura a cui l’artista, all’epoca padre di tre figli, ob torto collo non poteva sottrarsi. Così all’iscrizione al sindacato fascista belle arti si aggiunse anche quella al partito.

La carriera di docente di Disegno e storia dell’arte lo metterà a contatto con generazioni di donne e di uomini, alcuni dei quali diventeranno a loro volta importanti artisti, architetti e ingegneri5. L’impegno nella didattica Schiavone lo ha profuso anche in quelle fasce di istruzioni esistenti prima della riforma del 1962, ovvero nelle scuole di avviamento professionale. Allora non esisteva la scuola media dell’obbligo, e l’istruzione base garantita dallo Stato arrivava alla classe quinta delle elementari. Le scuole di avviamento professionale erano quelle “destinate” alle fasce popolari a cui per i costi e per condizioni socio economiche erano in una certa misura precluse le scuole superiori. Questa esperienza l’artista la svolse nella sua città, la scuola era diretta dal prof. Michele Cammisa, amico fraterno dell’artista e primo Sindaco di Torremaggiore in epoca repubblicana. Durante quegli anni la conoscenza dell’arte plastica venne ampiamente insegnata a molti giovani di Torremaggiore. Di questa esperienza ebbe a scrivere anche il settimanale Il Foglietto con un articolo su una delle periodiche mostre che venivano fatte dalla scuola per far conoscere i lavori degli allievi6. Nella vicina città di San Severo il professore Schiavone venne in contatto con un’altra fascia sociale di studenti, proveniente dal mondo della piccola e della grande borghesia. Insegnò all’Istituto Magistrale prima e, poi al Liceo scientifico: Disegno e Storia dell’Arte. Una disciplina che lo poneva a contatto con le espressioni artistiche antiche e moderne mettendolo in una condizione di continuo stimolo e aggiornamento. Erano anni cruciali per l’Italia, dopo la guerra si era avviato il processo di ricostruzione e questo avveniva anche e soprattutto grazie alla formazione culturale dei cittadini. Se il nostro Paese è poi diventato uno fra i più sviluppati del mondo, questo è stato possibile, grazie al contributo delle donne e degli formatisi nella Scuola italiana.

All’intensa e proficua attività di docente Schiavone affiancò l’impegno civile nella vita culturale e pubblica della sua città. Grazie ai suoi meriti artistici, frutto della trentennale attività che lo aveva visto partecipare a mostre artistiche e alle sue riconosciute qualità didattiche sarà nominato nel febbraio del 1962 dal Ministero della Pubblica Istruzione Ispettore onorario per le Opere di Antichità e d’Arte per il Comune di Torremaggiore. Carica che gli permise espletare opera di vigilanza e promozione di tutela per il patrimonio storico artistico oltre ad entrare a far parte di diritto in un importante organismo che rilascia i pareri preventivi, come erano e sono le Commissioni edilizie comunali. Nell’ambito del suo compito ispettivo ebbe anche da fare osservazioni verso l’allora Sindaco di Torremaggiore che autorizzò dei lavori di intonacatura e dipintura sulle pareti esterne del Castello ducale. E questo ci dice tutto sul carattere dell’artista che davanti ad un errore, magari compiuto non in malafede, manteneva fermo il suo operare. Nella sua città, che vanta una poliedrica genia di artisti, musicisti e politici, Schiavone intrattenne sempre rapporti con quella che oggi si definirebbe l’intellighenzia. Dal bibliotecario storico della comunale, Pasquale Ricciardelli, che all’impegno di operatore culturale aggiungeva quello dell’impegno in politica, a Michele Cammisa, a Domenico De Simone e tanti altri esponenti della cultura, della scuola e della politica di Torremagiore. Personalità che avevano in un’edicola-libreria, il loro punto di incontro, una “basilica” del dialogo e della polemica che animava la piccola piazza adiacente allo storico palazzo del municipio, come poteva accadere nelle agorà di greca memoria. Dopo l’importante nomina ministeriale arrivò anche la nomina a membro dell’Accademia dei ‘500 di Roma, un sodalizio artistico che includeva fra i suoi associati importanti esponenti della vita artistica italiana.

Schiavone e le esposizioni d’arte tra gli anni Venti e Cinquanta del XX secolo
Come abbiamo evidenziato nel profilo biografico l’arte plastica è stata alla base del vivere dell’artista. Qui vogliamo mettere in evidenza quali siano state le peculiarità del suo operare. Ad una formazione sostanzialmente da autodidatta, che poi è quella che spesso ha caratterizzato gli scultori italiani del ‘900, si è aggiunta in seguito l’attività artistica ed espositiva, che lo ha messo in relazione con gli artisti della sua regione prima, e del resto d’Italia dopo. Un’attività che proviamo a suddividere in tempi cronologici, nonostante la difficoltà dovuta all’assenza di date sui propri lavori; tuttavia giovandoci della puntuale presenza alle mostre e quindi dei rispettivi cataloghi, possiamo definire alcuni punti certi. Ad una suddivisione cronologica aggiungiamo una sistemazione in periodi che ci porta sostanzialmente a riconoscere in Schiavone due fasi artistiche distinte. Una prima che si ricollega alla presenza a Torino nella bottega di Stagliano, con un raggio temporale che si protrae fino al 1932. Una seconda, che parte dalla mostra del 1938 ed arriva al 1960. Due distinti periodi con una produzione scultorea sostanzialmente in terracotta con eccezioni di ritrattistica di tipo funerario, attività che lo metterà in contatto con il mondo toscano dei traduttori in marmo. E’ in questa occasione che egli divenne prima committente e poi amico di Garibaldo Alessandrini, uno dei più bravi allora operanti a Querceta. La ritrattistica è documentabile ad un arco temporale che va dal 1940 al 1946, ovvero anni in cui realizzerà dei busti di personalità della borghesia agraria di Torremaggiore.

Il soggiorno torinese lo aveva messo in contatto con il mondo artistico legato alla tradizione italiana ottocentesca, ancora fortemente maggioritaria nella pratica artistica di quegli anni. Così le prime opere che presenta in una mostra nel 1928, a soli 21 anni, sono opere come Testa di Oplite e Jesus. La maschera Jesus, è in marmo bianco, materiale amato dallo scultore, ma usato più nelle sue architetture che nelle sue sculture. Infatti ad oggi, oltre a questa opera, non si conoscono altre realizzazioni dirette in pietra e/o marmo con le eccezioni della ritrattistica funeraria tradotta da Alessandrini. Il primo periodo è anche caratterizzato dalla risposta ad una domanda di lapidi e piccoli monumenti funerari che lo impegnano ed allo stesso tempo gli garantiscono quel minimo di benessere economico per poter vivere. Tra l’altro dal novembre 1928 al settembre 1930 la sua attività artistica sarà, di fatto, inibita perché assolve gli obblighi militari.
La prima opera realizzata dopo il 1930 di cui possiamo dare oggi una datazione in forma ordinaria, è una lapide bronzea raffigurante Due angeli dolenti, dalle linee liberty rilevata all’interno del cimitero di Torremaggiore. E’ nel 1938 che Schiavone acquista uno status di artista con una propria cifra stilistica. La scultura di questi anni sarà caratterizzata da una visione ossimorica: impressionista e espressionista allo stesso tempo. La figuratività mantenuta da Schiavone è tipica del’arte italiana fra le due guerre, un ritorno all’ordine che aveva visto le propensioni delle avanguardie artistiche ridimensionate. Un fenomeno che aveva contribuito al riaffermarsi del figurativo sia in pittura che in scultura. E Schiavone non fu esente se pensiamo alla scultura Jesus, che lo avvicina ad Adolfo Wildt, che insieme a Medardo Rosso rappresentavano la scultura italiana agli inizi del XX secolo. Entrambi questi scultori saranno studiati e presi a modello da Schiavone, una influenza riscontrabile non solo nelle sue opere, ma anche in quasi tutta la produzione artistica degli scultori suoi coevi. L’identica ieraticità della maschera in marmo verrà riproposta a distanza di dieci anni nel Nazzareno, un gesso raffigurante il Cristo in una tipica espressione di bellezza novecentesca.
Il tema del Cristo, nelle forme di testa o di busto è testimoniato in Schiavone almeno in tre casi a cui si può aggiungere la maschera di Jesus. Il primo esempio è la Testa di Cristo, un’opera in gesso patinato che risalirebbe all’adolescenza dell’artista. Quest’opera contiene una serie di caratteristiche che ritorneranno nelle versioni successive. Una peculiarità lo sguardo trasognato con gli occhi socchiusi, una resa che Schiavone interpreta in maniera magistrale. Sguardo che provoca nell’osservatore la sensazione di trovarsi di fronte al Cristo morto o dormiente. Una chioma che riprende i modelli storici, quindi lunga, fluente e ondulata insieme ad una barba altrettanto animata, racchiude il volto contratto. La fronte e le gote sono in tensione così pure il collo,e Schiavone usa queste tensioni per accentuare il pittoricismo di questa sua opera giovanile. Un gesso a cui l’artista ha applicato una patina grigio scuro, colore che accentua ancora di più il plasticismo.
Anche il Nazzareno, opera del 1938, che risente dell’influenza di Wildt si ispira ai modelli neoclassici. Di quest’opera si conserva una fotografia che ritrae lo Schiavone al lavoro vicino all’opera. Un Cristo dal volto silente, palpebre socchiuse in una sorta di interpretazione di Cristo dormiens, solo che qui non c’è il Crocifisso. La testa, resa leggermente più grande del vero, e cinta da una fluente capigliatura, che parte liscia dalla nuca e solo al termine prende una piega ondulata. Anche la barba non è lunga ma ricorda piuttosto un pizzetto allungato. Quello che colpisce ancora di più in questo Nazzareno sono i lineamenti del volto, che suscitano un senso di pacatezza simile a quella dei trecenteschi crocefissi lignei dipinti.
L’altra scultura che ha come soggetto il Cristo è quella di un Cristo deposto o meglio di una Pietà. Si tratta di un’opera in gesso che riprende la figura del corpo di Cristo deposto nella tipica posizione rappresentata sia in pittura che in scultura fin dal Rinascimento; pensiamo al volto del Cristo della Pietà di Michelangelo in San Pietro a Roma. Schiavone raffigura il busto del Cristo con lo stesso taglio compositivo con cui Antonello da Messina realizzava i suoi ritratti: le braccia ed il torace sono tagliati. Inquadrato in questa maniera l’osservatore concentrerà la sua attenzione sul capo reclinato perché quest’opera è una Pietà, definizione che sintetizza la sacra raffigurazione solitamente comprensiva di più personaggi, dalla Madonna alla Maddalena e a San Giovanni Evangelista, ma qui il Cristo è solo e il resto dei personaggi lo immaginiamo intorno a lui. Un’opera di cui conosciamo le fattezze e l’esistenza da una fotografia, immagine ripresa dallo stesso scultore che era solito fotografare i propri lavori. Riteniamo che la stessa, per il tema svolto, fosse destinata ad adornare qualche cappella funeraria.
Per quanto relativo alla produzione scultorea che va dagli anni 1938 al 1960, lo Schiavone sarà impegnato nella ritrattistica e nella raffigurazione del mondo del lavoro, e nello specifico quello agropastorale. La ritrattistica annovera numerose sculture di teste femminili e di bambini, opere che presenterà alle diverse mostre degli anni fra le due guerre e fino agli anni ’60 del XX secolo. Tra queste opere, una susciterà il plauso e l’attenzione della critica nella Mostra regionale di Bari del 1938. Si tratta di Gisella, una terracotta la cui bellezza colpì l’attenzione di pubblico e critica tanto che venne acquistata per la Galleria Mussolini di Roma. Si tratta del ritratto di una donna incorniciato da una capigliatura che contribuisce a rendere il volto piuttosto enigmatico. La pelle di questa scultura è trattata dall’artista con la tecnica della spugnatura, lavorazione che dona all’opera un effetto di particolare pittoricismo che aumenta gli effetti chiaroscurali. Lo sguardo di Gisella inquieto e allo stesso tempo enigmatico, incuriosisce l’osservatore, si potrebbe definire la trasposizione tridimensionale dello sguardo e del sorriso della Gioconda. Non è un caso che il critico della Gazzetta del Mezzogiorno usò per quest’opera parole come queste: ” …procedimento di espressione che si fa poesia e musica”7.
Dello stesso periodo è un’altra scultura, il San Giovannino, un gesso anche esso esposto a Bari nel 1938. Qui Schiavone applica la stessa impostazione della Pietà. Un busto che raffigura un giovane esile e dallo sguardo rivolto al cielo in esplicita rottura con l’iconografia tradizionale che ci hanno trasmesso i maestri del Rinascimento e del Barocco, qui il fanciullo è scarno, un fisico quasi da penitente. Altra cosa dai San Giovannino presenti nei dipinti di Raffaello e Leonardo, di cui è difficile dimenticare le gote ed i corpi di paffuti fanciulli vestiti di vello e con fra le mani il bastone crucifero. Schiavone realizza un San Giovannino fuori da questi schemi, della tradizione conserva solo i simboli iconografici del vello e del bastone crucifero. Questo San Giovannino è carico di pathos, elemento che dall’antichità classica accompagna la scultura, e mai come in quest’opera di Schiavone tale sentimento interiore traspare nell’espressione del volto di questo bambino dal futuro segnato. La postura delle mani, una in procinto di benedire e l’altra che regge il vessillo crucifero sono rese ancor più cariche di significato dal tratteggio graffiato che l’artista aveva fatto sul modello d’argilla prima di tradurlo in gesso. Possiamo datare al 1938 la scelta di Schiavone di iniziare a realizzare le sue plastiche con un trattamento particolare delle superfici dei corpi, allora nella Gisella ora in San Giovannino; con una screziatura dell’argilla crea una sorta di texture che poi rifrange la luce facendo percepire la scultura come qualcosa di iperleggero, quasi etereo. Un effetto che ritroveremo sempre nelle opere successive, quali Il pescatorello, Testa di bambino, Ritratto della moglie, o nella Donna creata per la fontana di San Paolo di Civitate, progettata dall’architetto Concezio Petrucci. La stessa minuta lavorazione copre tutto il giovane corpo arrivando al volto e agli occhi, sgranati e incantati. Il volto è chiuso da una capigliatura che ne evidenzia la delicatezza e la bellezza quasi efebica. L’opera, dopo gli anni ’50 venne distrutta dall’autore quando questi lasciò la casa studio di Vico Storto San Nicola. Di essa rimangono le fotografie ed un negativo 6 x 3 che lo scultore aveva conservato fra i suoi libri d’arte.
Un’impostazione simile al San Giovannino la ritroviamo in un’altra opera Il Pescatorello; una terracotta di cui non si conosce l’attuale collocazione, dal tema fortemente ispirato a Gemito. Si tratta anche qui, come per il San Giovannino, della figura di un bambino forse di dieci anni, non di più, che viene raffigurato a tre quarti, il torso, le braccia e parte delle cosce. Un volto carico di espressione arricchita dalla lavorazione della superficie dell’argilla. Testurizzazione della superficie che accentua la matericità della scultura. Il bambino è rappresentato nell’atto di slamare il pesce, per cui le sue braccia convergono sul petto ed il capo è leggermente chinato con gli occhi attenti e puntati sull’operazione che sta compiendo. Il corpo del bambino è nudo ma Schiavone ci mostra una nudità innocente priva di qualsiasi senso di malizia. La naturalezza con cui egli definisce i capelli, il volto, le spalle e perfino la zona dell’ombelico, con una piccola fossetta rientrante, che allontana l’opera da una raffigurazione di genere come si poteva intendere dal titolo e ce la fa considerare come una bella espressione della scultura italiana di quegli anni.
La scultura potrebbe datarsi agli anni 1938-39 perché nel maggio del 1939 l’artista partecipò alla VI Mostra sindacale di Bari con una scultura in terracottaTesta di Bambino. Dal confronto che abbiamo fatto con la fotografia di quest’opera pubblicata nel Catalogo del 1939, risulta evidente che si tratti della stessa testa del Pescatorello, staccata e riusata per la mostra barese. Un’operazione forse dovuta ad un ripensamento sollecitato da quel possibile confronto di idee e generi che sarebbe derivato partecipando alla mostra barese.
Al periodo che va dal 1939 al 1943 appartengono opere come Maschera, Malata, Lidia, Pastore ed una serie di Teste non meglio specificate nei cataloghi delle sindacali, che erano piuttosto parchi nell’apparato fotografico, per cui non sempre gli artisti vedevano pubblicate all’interno fotografie delle loro opere o magari dell’allestimento generale della mostra. Quindi sulla base del catalogo della Seconda mostra del sindacato tenutasi nel marzo 1939 a Foggia sappiamo che Schiavone partecipò con tre opere delle quali due erano state precedentemente esposte nel 1938 a Bari. La novità è rappresentata dalla terracotta Malata, di cui non si hanno fotografie né notizie su dove possa essere oggi collocata. Nello stesso anno, in autunno, nella VI mostra che si tenne a Bari, Schiavone presentò Testa di bambino e un Ritratto. Di entrambe le opere non se ne conosce la collocazione: della Testa del bambino si ha la fotografia pubblicata sul Catalogo, del Ritrattoinvece non si ha nessun riferimento e/o fotografia. Risalirebbero al 1940 Lidia, Maschera e Ritratto, opere in terracotta esposte alla VII mostra sindacale interprovinciale di Bari. Di queste tre opere Lidia è pubblicata nel Catalogo, mentre della Maschera si conserva una fotografia.
La scultura Lidiapossiamo considerarla come la naturale continuazione della ritrattistica in stile Novecento che ha la sua capostipite nella Giselladel 1938. Qui lo sguardo sembra ammiccare un sorriso, anche se meno evidente. Risalta molto in questo ritratto femminile la capigliatura che ricorda anche la moda di quegli anni. Schiavone tratta la pelle del volto con il suo solito tocco fatto di screziature e piccole spugnature, operazioni che ingentiliscono il volto e gli fanno acquisire un certo aspetto enigmatico sostenuto anche da come sono resi gli occhi della donna. Possiamo dire che in questo, come negli altri ritratti femminili finora analizzati, la chiusura delle palpebre o la resa muta dell’occhio ha conservato quel debito di ispirazione di Schiavone nei confronti di Wildt. Sul soggetto, poi, ci sarebbe da soffermarsi per un episodio accaduto a Torremaggiore nel 1940. Una donna di nome Lidia morì all’età di vent’anni. In memoria di quella morte Giacomo Negri, concittadino di Schiavone, scolpì un busto marmoreo che oggi è presente nella tomba di famiglia della giovane. Sembrerebbe che in un primo momento, l’incarico per il bozzetto di un busto marmoreo da porre nella cappella di famiglia fosse stato dato allo Schiavone. Di questo episodio non abbiamo un riscontro nei documenti, ma solo una memoria orale, un nome simile ed una verosimiglianza fra la donna ritratta dal Negri e questa dello Schiavone.
Maschera, altra opera di questo periodo ci fa vedere con quanta maestria lo Schiavone opera con l’argilla fino ad ottenere quegli effetti che Medardo Rosso otteneva con la cera. Un volto dai tratti femminili, delicati com’è delicato il passaggio delle dita dell’artista che alle stecche aggiungeva le mani come utensili della modellazione. Una plasticità intrisa dalle impronte dei polpastrelli, un’ulteriore forma di texture che carica di contrasto chiaroscurale tutta la superficie, dai capelli al volto. Questa analisi la compiamo con l’ausilio di una fotografia dell’opera, perché l’originale risulta in collezione privata, ma restiamo del parere che a seguire questa Maschera, come vedremo, ci saranno pezzi come i ritratti, sempre femminili, di Ofelia, Fiorella, Ritratto di Rosalia, Ritratto di Maria, Ritratto della moglie Lucia, opere in cui trovò ispirazione anche nelle figlie. Tra quelle in cui non è esplicito il riferimento, la stessa Fiorella che però presenta i caratteri somatici dell’ultimogenita di Schiavone: Telma.
L’Ofelia, ritratto in terracotta di una giovanissima donna, dallo sguardo carico di dolcezza, che Schiavone ottiene con l’argilla trattata alla stregua di cera, con velature dal lieve spessore. La figura dell’ovale del viso è in perfetta armonia con i capelli raccolti su due corte trecce, che ci fanno pensare alla giovane età della ragazza. La piccola testa è sostenuta da un sottile e altrettanto delicato collo. L’artista, pur fermandosi alla rappresentazione di una testa, ci ha posto nelle condizioni di immaginare questa ragazza, dagli occhi abbassati quasi esprimenti un certo disappunto o, se fosse stata viva, rossore. La scultura è stata patinata, e questo rende la superficie più facile al rifrangersi della luce che la colpisce. Quante cose può esprimere una scultura e quanto ha espresso Schiavone in questo suo lavoro che riteniamo essere allo stesso livello di bellezza di Gisella, e con essa condivide l’impostazione mentre riteniamo che l’opera possa essere datata alla fine del 1939 o al più nel 1940.
Stessa impostazione abbiamo in un altro ritratto di ragazza, che noi qui chiameremo La ragazza con le trecce. In questo caso l’artista realizza la scultura di una ragazza ma questa volta il suo sguardo è alzato e diretto, gli occhi guardano con una certa fierezza davanti a sé. Anche la superficie del viso e i capelli hanno avuto un trattamento differente da Ofelia. La ragazza con le treccesembra aver trasferito la fierezza dello sguardo nel frastagliarsi del viso ed in quello dei capelli. Così il collo, appena fuoriuscente da un colletto di camicetta, viene cinto da trecce che sembrano rivolgere le loro punte verso l’osservatore, come già fanno gli occhi. Come dicevamo, l’impianto compositivo è lo stesso utilizzato per Gisella, anche qui la parte inferiore del collo diviene piedistallo della scultura. Riteniamo che queste teste di ragazze siano state esposte nelle sindacali di Bari del 1940 e 1943, ed alla I Mostra sociale di Foggia del 1949.
Risalirebbe ai primi anni Quaranta, forse il 1942, il Ritratto della moglie Lucia, una terracotta che lo scultore plasmò in un periodo particolare della sua vita e della sua famiglia. La moglie all’epoca trentaquattrenne è ritratta in un’espressione austera con uno sguardo che trasmette una sensazione di tristezza e nello stesso tempo appare più anziana della sua età. La texture che utilizza in questa scultura è diversa dalle precedenti, le velature che ricordavano le pellicole di cera sono state sostituite da un’intrecciata e fitta serie di piccoli tagli che danno l’effetto della terra seccata dal sole che si rompe in cretacci. Alla stessa stregua, anche se i segni sono diversi, è intervenuto sulla capigliatura creando nella massa di capelli un andamento ondulato. L’intera figura è innestata su un collo di piccole dimensioni appena accennato. Questo ritratto è stato realizzato al vero, uno dei pochi in terracotta in cui l’artista mantiene le proporzioni reali, mentre gli altri ritratti hanno una piccola riduzione rispetto alle dimensioni della figura originale.
Appartiene a questo periodo anche il Ritratto di Rosalia, una terracotta che ritrae la penultima delle figlie. Il ritratto di una bambina che ha tra i capelli un nastro di quelli che negli anni Cinquanta usavano indossare le alunne delle scuole elementari, opera che possiamo datare al 1951. Un’attribuzione temporale sulla scorta di una fotografia in cui è ritratta la figlia Rosalia con grembiule e fiocco in testa, datata 1951, ma anche per l’identica impostazione di texture adoperata per una delle opere che sottoporrà alla Commissione d’accettazione della Quadriennale d’arte di Roma del 1951. Il volto tondeggiante esprime un sorriso solare, una caratteristica fisiognomica propria della bambina, a cui il padre scultore aggiunge luminosità con le superfici screziate derivate dalla stecca e dalle sue dita. Sono questi gli anni in cui Schiavone produce numerose sculture dal forte impatto espressivo, una produzione che gli permetterà poi di essere accettato nel 1951 alla VI Quadriennale di Roma.
Nell’autunno del 1951 s’inaugurava la VI Quadriennale d’arte di Roma, la cui apertura non fu priva di polemiche, espresse nei mesi precedenti e durante i mesi successivi, e protrattesi fino alla chiusura nel maggio 1952. Tutto questo avveniva in un clima particolare quale era quello dei primi anni Cinquanta. L’Italia aveva chiuso la sua disastrosa esperienza bellica e dittatoriale solo da sei anni. La cultura occupava un posto importante nelle intenzioni di quanti avevano contribuito alla Liberazione prima e alla nascita della Repubblica poi. Chi governava sapeva che il paese usciva da un periodo di macerie sociali, fisiche ed economiche, c’era tutto da ricostruire. Sia a scala nazionale che a scala locale si riannodavano le fila di quanti nell’ambito della cultura, ed in quella specifica delle arti visive, si attivavano per contribuire alla ricostruzione del paese. La Quadriennale romana era per gli artisti italiani la vetrina nazionale più ambita, quindi essere accettati significava avere raggiunto un’importanza fuori dalla cerchia provinciale e/o regionale. Il ritratto femminile Graziella, un busto in terracotta, fu l’unica delle tre opere presentate da Schiavone ad essere accettata dalla giuria della Quadriennale. Una scultura che confermava l’attenzione dell’artista alla ritrattistica con soggetto femminile. Graziella, una figura segnata da lunghe trecce che dalla nuca scendono sulle spalle ed arrivano a lambire il petto. Un volto leggermente inclinato verso sinistra e gli occhi socchiusi, rendono l’espressione della ragazza quasi maliziosa.
Altre tipologie di sculture sono quelle che Schiavone plasmerà a partire dal 1949. Corrispondono infatti agli anni del dopoguerra i lavori a figura intera. Un’evoluzione della scultura di Schiavone definita dal passaggio dall’originario figurativismo ispirato al Cristo al ritratto femminile per poi approdare a svariati temi laici , se si esclude una piccola scultura di un San Francesco d’Assisi di cui parleremo a parte. Una datazione di questa sua particolare produzione si può indicare negli anni che vanno dal 1947 al 1949. Anni in cui si cimenterà con temi allegorici quali Caino e Abele, Eva e con altri legati, come abbiamo accennato precedentemente, al mondo rurale e pastorale. Per questo motivo l’artista modellerà La Bagnante, Modella, Pastore, Al pascolo, Lo spaccapietre, L’acquaiolo, in due versioni quello maschile e quella femminile, Contadina che sgrana il mais. La costante di questi lavori è quella di una raffigurazione di figure intere, in piedi e/o sdraiate, anche se l’artista lavora con rapporti proporzionali di molto inferiori al vero. Le dimensioni sono quelle di un rapporto di 1 a 4, in alcuni casi fino a 1 a 5. Una parte di queste opere verranno presentate alla prima mostra d’arte sociale di artisti residenti in Capitanata che s’inaugurerà nell’estate del 1949 a Foggia.
Di sculture intere si renderà artefice Schiavone ancora nel 1956. L’occasione fu la partecipazione al concorso indetto dal comune di Foggia per il parco giordaniano. L’idea di monumento dello Schiavone come dei molti altri partecipanti non ebbe una serena e obbiettiva valutazione, e di questo si parla nel capitolo relativo alle mostre d’arte ed ai concorsi. Le figure abbozzate da Schiavone avevano la caratteristica texture di tipo espressionista che in quegli anni si era affermata ancora di più. Una scultura screziata e segnata dalle stecche e dai suoi polpastrelli, quasi in un desiderio di mantenere dentro le sue sculture una parte fisica di sé.
Del repertorio a figure intere fanno parte anche due bassorilievi Donne nel bosco e Donne che danzano, opere che, ad un attento esame, ricordano per la texture usata i bozzetti del parco giordaniano, per cui si può ipotizzare come data di realizzazione il 1956.
A figura intera ma di dimensioni ridottissime è un San Francesco d’Assisi in terracotta. Qui l’artista sembra tornare ad un figurativismo degli anni Trenta, cosa che autorizzerebbe a pensare che il lavoro, non datato, possa risalire a quegli anni. Una possibile tesi è che l’artista abbia elaborato la statuetta del Santo patrono d’Italia nei primi anni Trenta, quando a Foggia si presentarono una serie di idee per la realizzazione di una statua di san Francesco da collocare in una piazza a lui dedicata. Questo sarebbe supportato anche dalla presentazione, in quegli anni, ad una mostra sindacale di una statua di san Francesco scolpita da Antonio Saggese, artista che poi sarà incaricato di creare la statua definitiva per la piazza monumento dedicata a san Francesco.
Ai primi anni Cinquanta risale la realizzazione della scultura diuna Donna e di tre pesci da inserire nella fontana progettata da Concezio Petrucci per il comune di San Paolo di Civitate. Si tratta di una donna nuda, dal corpo sinuoso e con la pelle resa quasi puntiforme dalla spugna umida passata sull’argilla fresca effetto della spugnatura. Una tecnica che trasforma la pelle in modo tale da sembrare coperta da squame, come una creatura marina, effetto supportato anche dal fatto che i suoi piedi poggiano su un’enorme valva di conchiglia di san Giacomo. A tutto questo dobbiamo aggiungere la sua somiglianza alle sirene descritte e cantate da Omero. Di questa statua, oltre alla versione in bronzo presente nella fontana di San Paolo di Civitate, si è conservato il positivo in gesso utilizzato dalla fonderia. Del modello in argilla lo Schiavone scattò diverse fotografie, interessante documentazione perché testimonia le fasi di realizzazione di un’opera, ci fa vedere lo studio-laboratorio in cui l’artista operava, ed evidenzia inoltre la sua buona capacità di fotografare una scultura, operazione niente affatto semplice.
E’ del 1960 la scultura La sposa, ultima opera recensita in una mostra, dopodiché non si hanno più notizie di produzioni scultoree. Siamo in un periodo cruciale per lo scultore, l’anno prima aveva presentato alla VIII Quadriennale un’opera, Il missionario, lavoro che non era stato accettato dalla giuria. In quello stesso anno in occasione della Mostra nazionale Usbai di Foggia, aveva riproposto la scultura Graziella, l’opera che aveva fatto parlare di Schiavone e di se, sia la stampa italiana e sia quella estera. Una sorta di rivalsa verso la Quadriennale. Ma cruciale, definiamo quel periodo, soprattutto per l’isolamento in cui si venne a trovare Schiavone.
Sempre all’ambito della ritrattistica ed al periodo successivo alla partecipazione alla VI Quadriennale possiamo ascrivere la scultura Fiorella, un’altra delicata raffigurazione di ragazza in terracotta. Fiorella ed Il Missionario, entrambe terrecotte, furono presentate alla Commissione di accettazione della VIII Quadriennale del 1959. Il Missionario è un altro esempio di scultura a figura intera, anche se non al vero; una costante di Schiavone è quella di creare statue di piccole dimensioni. La figura rientra nella scultura italiana che si era andata affermando dai primi anni Quaranta in poi e che ha avuto in Marino Marini il naturale prosecutore della tradizione iniziata sul finire dell’’800 da Medardo Rosso e andatasi sviluppando nelle pratiche artistiche di Martini.
Purtroppo il giudizio della commissione di valutazione degli artisti non invitati per quella quadriennale fu piuttosto severo, non solo nei confronti di Schiavone, ma anche verso altri artisti pugliesi che avevano presentato delle opere. Tra gli esclusi figuravano i due fratelli Giacomo e Antonio Vittorio Negri, Salvatore Postiglione e, anche se residente a Milano, Guido Di Fidio8. Tra l’altro l’opera Fiorella era stata registrata con il nome di Fioretta, un’evidente confusione di consonanti, che doveva essere imputata al redattore dei registri il quale sempre nello stesso registro indica la scultura in gesso di Raffaele Giurgola L’Olimpionica come L’olimbionica (…), Al di là delle valutazioni della commissione, scorrendo i registri degli artisti non invitati, ci siamo potuti rendere conto di come l’attenzione e la risposta positiva d’accettazione fossero molto più favorevoli agli artisti residenti in Roma che a quelli di regioni lontane.
Abbiamo parlato degli anni Cinquanta come di un periodo dei più prolifici dell’artista, una sottolineatura per introdurre invece ad una fase particolare che corrisponde agli ultimi sei anni vita, dove la produzione scultorea subirà un arresto. Le ragioni hanno diverse origini. Una di queste sicuramente avvertita da Schiavone era un certo isolamento dal mondo artistico sia locale e sia nazionale.Pensiamo ad esempio alla non accettazione dei suoi lavori alla VIII Quadriennale del 1959, come in precedenza alla Mostra degli artisti meridionali di Roma del 1953 o a quella di Napoli. Esclusioni che devono aver messo in crisi l’artista il cui atteggiamento era sempre stato di assoluto riserbo verso persone e cose, ma di vivo interesse verso i fenomeni artistici e il mondo dell’arte e dell’architettura. Alle assenze a quelle mostre, si uniscono quelle delle mostre organizzate a Foggia ed in Puglia, un’ulteriore ferita interiore che si aggiunge al fatto che in quegli anni, nella sua numerosa famiglia, i figli erano cresciuti e lo spazio della vecchia casa-studio-laboratorio di Vico Storto San Nicola non era più sufficiente. Si trasferirà in una casa nuova, perdendo così lo spazio di laboratorio, il che significherà la fine della sua attività di scultore. L’attenzione di Schiavone da questo momento sarà tutta per l’architettura funeraria e la pittura, come testimoniano le opere architettoniche di cui abbiamo già scritto e come vedremo di seguito per quanto relativo alla pittura. Ma oltre a queste vicende, gli anni Sessanta saranno anche gli anni in cui inizierà a manifestarsi la malattia, che nel volgere di poco tempo lo porterà alla morte.
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1 Arturo Stagliano (Guglionesi 1867-Torino 1936), giovanissimo si trasferisce a Napoli dove frequenta l’Istituto di Belle Arti, quale allievo del maestro Domenico Morelli. Dal 1900 al 1904 risiede a Capri dove, al Caffè Morgano, incontra lo scultore Leonardo Bistolfi, che soleva trascorrere il periodo estivo nell’isola. Dalla sua frequentazione sboccerà la passione per la scultura, cui Stagliano comincerà a dedicarsi nel 1904, abbandonando definitivamente la pittura. Poco dopo si trasferisce a Torino per lavorare nell’atelier di Bistolfi col quale collabora fino alla morte del maestro, avvenuta nel 1933.
2 Una fotografia della lettera è stata pubblicata in L. Schiavone, L’arte di Nicola Schiavone biografia e catalogo. Il ricordo di un artista del Sud, Arezzo 2012.
3 Lo Schiavone risulta essere stato in servizio preso il Poerio negli anni scolastici 1941/42 e 1942/43, cfr. Archivio storico Istituto Magistrale, Docenti in servizio presso l’Istituto, 1943.
4 Sulla questione non si hanno ancora riscontri documentali, ma solo il ricordo del Sen. Domenico De Simone già Sindaco di Torremaggiore e delle figlie dello scultore.
5 Fra gli allievi di Schiavone ricordiamo qui solo alcuni dei tanti, come il prof. Luigi Irmici, lo scultore Germano, il pittore Gioioso, l’ingegnere Berardi e l’architetto Giovanni De Capua. Quest’ultimo dopo aver ascoltato una conferenza su Schiavone tenuta da chi scrive a Torremaggiore il 4 dicembre 2012, inviò una lettera alla figlia dello scultore Telma. Trascriviamo la lettera perché è una testimonianza viva di quale era il tipo di rapporto che il prof. Schiavone aveva con i suoi allievi, nelle vesti non solo di artista ma di pedagogo: “ Gentilissima Telma, ripenso ancora con piacere alla sera del 4 dicembre nella bellissima sala del Castello di Torremaggiore. Saltare indietro di cinquanta anni e lasciarsi cullare dai ricordi è stata un’esperienza piacevolissima ed indimenticabile. Ho rivisto con commozione i luoghi dove ho fatto le medie e dove ho saputo che tuo padre ed il prof. Pelilli erano amici. Pensavo che ho avuto come insegnante di disegno l’architetto Pelilli alle medie e tuo padre al liceo. Entrambi burberi, ma entrambi paste d’uomo che si rivestivano di una scorza dura, all’apparenza, per non essere sopraffatti. Ho potuto apprezzare l’arte del prof. Schiavone e le sue architetture ancora attuali, perfettamente riuscite dal punto di vista compositivo. La sua pittura, poi, è stata una vera sorpresa: in classe non ne aveva mai parlato. Mi ha ricordato, per la poetica, sia Rosai che Sironi (che prediligo). Ho finalmente saputo, dopo mezzo secolo, cosa aveva fatto del pennarello che una volta mi aveva chiesto in prestito: <<Di Capua, prestami per un po’ la flou master>> (non esistevano ancora i pennarelli) e avevo trovato a Foggia da Leone questa penna a feltro ricaricabile. Quando ho visto i suoi bellissimi disegni (piazza di Campo dei Fiori a Roma), ho capito a che cosa gli era servito. Negli ultimi anni di liceo il rapporto con tuo padre non era più quello tra docente e allievo, mi trattava come un collega, conservo ancora qualche disegno con le sue correzioni: “Non lasciare spazi vuoti di carta bianca, non aver paura di adoperare segni rapidi e decisi “, e nel dire questo tracciava sul foglio, da me iniziato, dei ghirigori senza pentimenti. Ho imparato così a disegnare senza il tracciato preliminare a matita, direttamente a penna sul foglio. Un po’ come camminare sulla corda senza rete, o impari o cadi. L’ultima volta che l’ho rivisto è stato nel 1965, era d’estate, a San Severo, nei pressi della chiesa di San Lorenzo. Era in maniche di camicia, per il caldo. Mi riconobbe con un sorriso chiedendomi cosa facessi. Ci salutammo con le raccomandazioni consuete, in più: Non smettere mai di disegnare! Fu quella l’ultima volta che lo vidi. Poi, dopo quarantasette anni il ricordo, l’emozione. Ti ringrazio ancora per avermi reso partecipe dell’evento e approfitto per farti i miei più cari auguri per il Natale e per il nuovo anno. Con affetto Giovanni Di Capua. San Severo 20/12/2012”.
6 Cfr. Sul settimanale di Lucera era apparso l’articolo Mostra dei lavori alla Scuola di Avviamento che descriveva con queste parole i lavori dagli allievi di Schiavone: “ …e così pure disegni di oggetti, paesaggi, scene di vita in bianco e nero e a colori su legno e su porcellana degli allievi del prof. Nicola Schiavone”, in Il Foglietto del 28/6/1956.
7 Cfr. La Gazzetta del Mezzogiorno del05/06/1938; l’articolo era firmato mas, le iniziali del cognome del caporedattore Domenico Maselli.
8 Cfr. ASQII Registro spedizioni scultori non invitati b. 21 u.1.


