Il messaggio dell’ex sindaco Prof Michele Marinelli al compagno On Sen Domenico De Simone (1926-2019) durante la presentazione del libro di Lino Zicca avvenuta il 19 novembre 2021 a Torremaggiore

Riceviamo e pubblichiamo il messaggio dell’ex sindaco Prof Michele Marinelli al compagno On Sen Domenico De Simone (1926-2019) durante la presentazione del libro di Lino Zicca avvenuta il 19 novembre 2021 a Torremaggiore

Caro Nicolino, ti ringrazio per l’invito. La presentazione del libro di Lino Zicca su Domenico De Simone è
uno di quegli appuntamenti ai quali non ci si può sottrarre. Ma improrogabili impegni di famiglia, come ti ho detto quando mi hai telefonato, mi impediscono di essere presente. Hai pensato bene tu, allora, a suggerirmi di scrivere poche righe per ricordare la figura di un uomo che ha disegnato lineamenti inconfondibili nella vicenda politica e amministrativa di Torremaggiore. Ma anche nella storia dell’associazionismo e della cooperazione di Capitanata, fino ad essere poi dirigente nazionale della Lega delle cooperative. Veniva da lontano Domenico De Simone. Era giovanissimo quando divenne, come ci racconta Zicca nella sua ricostruzione, dapprima vice segretario della Fgci provinciale e poi, dopo un anno a Brindisi, segretario provinciale della Federazione giovanile comunista
di Capitanata in sostituzione di Mario Di Gioia. Protagonista delle lotte bracciantili dell’epoca, fu arrestato e
incarcerato alla fine di novembre del ’49 in occasione della tragica vicenda di Torremaggiore che vide soccombere Lavacca e Lamedica sotto il piombo della polizia di Scelba.


Nel 1960, due anni dopo essere stato eletto consigliere alla Provincia di Foggia, fu nominato Sindaco di Torremaggiore, carica che ricoprì fino al 1976. Per sedici anni De Simone sviluppò un’attività instancabile a servizio della sua Città. Impegnandosi a fondo per darle strumenti essenziali di governo e di buona vita sociale e civile come piano regolatore, viabilità urbana e pubblica illuminazione, istituzione del consultorio socio-sanitario oltre che della scuola musicale, della scuola materna comunale ed altro ancora, come si può leggere nella prefazione del compianto Antonio Bucz al libro di Zicca. De Simone sarà eletto nel giugno del 1976 senatore della Repubblica e successivamente, nel 1979, deputato al Parlamento, entrando a far parte della Commissione agricoltura. E pure in questaveste conseguì risultati lodevoli e di indiscusso valore con conseguente gratificazione del partito nel quale militava. Ma è come sindaco che egli ha lasciato il segno. Ha tracciato le coordinate fondamentali del fare politica al servizio di una comunità
cittadina. Colpivano la forza e la disinvoltura di una persona che padroneggiava il suo ruolo. Impressionavano la rapidità e l’efficacia delle decisioni, talvolta affidate più alla sua capacità intuitiva e argomentativa che al risultato di un articolato confronto democratico. E questo fino al punto di far lievitare lo scarto, pur necessario e fisiologico, tra la decisione politica collegiale e l’esecuzione degli atti conseguenti in sede amministrativa.


Di qui il suo carisma. Ma anche l’affaticamento, non sistematico eppure frequente, di ogni ipotesi confliggente con le sue vedute e con le sue decisioni. Per un consigliere comunale comunista poco più che ventiquattrenne, qual era allora lo scrivente, ciò voleva dire, in buona tstrade spoprche di zole di terra sostanza, come deve agire un sindaco deciso e capace. Ma voleva anche dire insufficiente disponibilità alle aperture e ai processi di maturazione democratica all’interno della vita amministrativa e nel gruppo dirigente del Partito che operava, come tutti sanno, in sintonia
permanente con i numerosi iscritti e militanti politici. La dolorosa vicenda della scissione nella compagine comunista di Torremaggiore che culminò, come si ricorderà, con le elezioni amministrative del 1978 aveva alle spalle, propriamente, uno stato di sofferenza del Partito, che giungeva fino al punto di permettere, non di rado, l’identificazione del confronto democratico con il calcolo aritmetico delle preferenze e simpatie di ognuno in ordine alle decisioni da adottare. Anche quelle di maggior peso e rilevanza.


De Simone, così scrive Zicca a pagina 102 del suo libro, “riconobbe che da parte sua c’era stato sicuramente un errore. Quello di non aver saputo preparare il terreno per il necessario rinnovamentoe di non aver creato, quindi, le condizioni per assicurare la continuità dell’importante esperienza di governo del Pci a Torremaggiore”. Dire le cose in questa maniera vuol dire restare nell’ambiguità e nell’indeterminatezza. Non si capisce bene che cosa si voglia, in concreto, dire con queste parole ; siano esse parole testuali di De Simone oppure, più verosimilmente, dovute alla sintesi ricostruttiva dell’autore della biografia. Fatto sta che il trauma della rottura fu un errore capitale di tutti,
fu una lesione profonda inferta nel tessuto ancora sano del Partito. Fu un andare tutti quanti a sbattere contro un muro di cemento, come ebbe a dire allora un compagno straordinario come Guido Colella che un destino cattivo ci ha portato via prematuramente. Non si riuscì a percepire che quella fenditura attraversava non soltanto il gruppo dirigente del Partito, ma il corpo stesso dell’elettorato comunista, dividendolo a metà, come i risultati delle
elezioni confermarono. Invece si pensò maldestramente ad ambizioni ed interessi personali di “pochi facinorosi” e irresponsabili come fu detto in pubblica piazza. Sennonchè, in questa spaventevole circostanza, ebbe purtroppo a mancare il fiuto politico di De Simone. Il solo, autorevole uomo, oltretutto nella veste, ora, di senatore del Partito comunista, che poteva azionare un freno per impedire l’esito divisivo e lacerante degli eventi. L’unico che poteva arrestare o deviare la corsa vertiginosa di quella macchina impazzita. Anche lui, di solito lungimirante e
avveduto, non riuscì a capire quello che stava accadendo e, credendo in buona fede di salvaguardare e proteggere l’unità del Partito, sposò la logica della lotta aperta ai “pochi facinorosi” e guastatori. Questo fu il suo vero errore.


Tutto ciò, però, non fa cadere nessuno stigma sulla sua statura di uomo politico. Perchè, come sapeva il grandissimo Niccolò Machiavelli, solo chi non opera non sbaglia. E perchè dietro ai risultati cospicui dei suoi sedici anni di capo dell’Amministrazione comunale di Torremaggiore c’era il suo essere divenuto, nel tempo, totus politicus.In lui non era l’esperienza amministrativa a delineare, con i dovuti accomodamenti e adattamenti, la prospettiva politica, ma il contrario. Era la politica, la sua lievitazione nel dibattito pubblico e nella vita di partito, ad avere le sue corpose ricadute nelle decisioni amministrative. Hannah Arendt, l’illustre studiosa che molti conoscono per il suo famoso e discusso libro su La banalità del male nel nazismo germanico del secolo scorso, ebbe a scrivere di una importante differenza tra la POLITICA, la Politeia dei greci antichi, la Città bella, configurata secondo ineliminabili criteri di partecipazione, ordine,
misura e giustizia, e l’irruzione del POLITICO nella modernità dell’Occidente europeo ad opera specialmente di Thomas Hobbes con il suo Leviatano. Dove il POLITICO si configura come inarrestabile macchina amministrativa spesso caratterizzata da una fatale espropriazione della POLITICA. Si parva licet componere magnis come auspicava Virgilio, se
cioè è lecito paragonare le cose piccole alle grandi, allora, nel suo piccolo, Domenico De Simone è riuscito nella prodigiosa opera di far coesistere le due cose che il pensiero e la prassi della politica moderna hanno faticato a comporre, tenendole spesso separate. E’ stato cioè capace di coniugare l’idea della Politica e della Città bella
con l’instancabile lavoro richiesto dalla macchina amministrativa. Cosa unica a Torremaggiore, mai avvenuta dopo e fino ad oggi. E che vede sicuramente De Simone, in compagnia di Michele Cammisa, uomo della ricostruzione postbellica, al primo posto in una ideale classifica dei sindaci di Torremaggiore.


Si sarà forse notato come fin qui non sia mai comparso, se non in forma indiretta eppure necessaria, il pronome personale “io”, ndefinito il più lurido dei pronomi dallo scrittore e ingegnere Carlo Emilio Gadda, scomparso nel 1973. Non devo, però, scusarmi se a conclusione della presente testimonianza mi servo di questo pronome. Per dire solamente una cosa. Per dire cioè che io provengo dal mondo dei libri e della scuola, ma anche da sudate campagne
dove spendeva la sua anima antica un padre cafone, germogliatosopra una terra non sempre generosa, spesso opaca e fonte di amarezze. Ma se, ad un certo punto del mio percorso formativo, si è acceso dentro di me l’interesse per la politica, e se per essa ho speso gli anni migliori, lo devo a due persone in particolare. Una è proprio Domenico De Simone, con il quale a più riprese non sono mancati dissapori e contrasti, anche aspri. L’altra è l’amico e compagno di sempre : il “togliattista” Sabino Colangelo. Per entrambi conserverò immutata riconoscenza fino al termine dei miei giorni. De Simone ci ha lasciato nel giugno del 2019, alla veneranda età di 93 anni, lucido e consapevole come sempre. Se fosse ancora tra noi avrebbe nuovamente tanto altro da insegnarci con il suo fare sorridente e amichevole e però intransigente e determinato. Con quella sicurezza piena che infondeva fiducia. Con l’ottimismo cordiale del suo sguardo indimenticabile. Ma la sua Torremaggiore seducente e piena di luci, custodita gelosamente nella memoria di moltissimi concittadini e apprezzata pure dagli avversari politici, appartiene a un tempo ormai lontano.


Prof Michele Marinelli Milano, novembre 2021 ( già Sindaco di Torremaggiore dal 1976 al 1981)