{"id":29388,"date":"2025-01-18T17:08:17","date_gmt":"2025-01-18T15:08:17","guid":{"rendered":"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/?p=29388"},"modified":"2025-01-19T22:27:21","modified_gmt":"2025-01-19T20:27:21","slug":"torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2025\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/","title":{"rendered":"Torremaggioresi illustri: non dimentichiamo la figura del Pittore, Scultore, Architetto e Docente Nicola Schiavone nel 118\u00b0 anniversario dalla nascita ovvero il 12 gennaio 1907"},"content":{"rendered":"<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter\"><a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/profile.php?id=100007984811038\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"750\" height=\"274\" src=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/12\/image.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-29003\"\/><\/a><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p>DI seguito il profilo biografico del Prof Nicola Schiavone realizzato dal Prof. Gianfranco Piemontese; tutti i diritti sono di propriet\u00e0 esclusivamente dell\u2019autore. Il Prof. Nicola Schiavone era nato il 12\/01\/1907 ed \u00e8 deceduto il 5\/12\/1967.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"357\" height=\"600\" src=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/nicola-schiavone-scultore-01.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-27534\"\/><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p>Il percorso di avvicinamento all\u2019Arte di Nicola Schiavone si \u00e8 svolto in una duplice forma, per una parte a bottega da un ebanista di Torremaggiore e dall\u2019altra frequentando studi di scultori. Sicuramente quella di Schiavone \u00e8 stata una formazione tutta in salita. La sua famiglia era di origini modeste. Dopo la scuola elementare, frequent\u00f2 una bottega artigiana e, considerando il livello di maestria allora imperante nei piccoli centri del Sud, sicuramente si tratt\u00f2 di un\u2019importante esperienza propedeutica a quell\u2019aspirazione artistica che lo porter\u00e0 in seguito a divenire scultore. Per altro le difficili condizioni economiche dell\u2019epoca e l\u2019impatto con la dura realt\u00e0 quotidiana accentueranno anche l\u2019interesse per tematiche e figure legate ad umili e pesanti lavori come lo spaccapietre, l\u2019acquaiolo, il contadino. Della sua predisposizione al modellato abbiamo una prima testimonianza gi\u00e0 all\u2019et\u00e0 di tredici anni. Rimanda, infatti, al 1920 la realizzazione di una testa di&nbsp;<em>Cristo<\/em>&nbsp;realizzata prima in argilla e poi resa in gesso patinato. Un tema, quello del Nazareno, a lui caro visto che in seguito lo riproporr\u00e0 in diverse versioni e in pi\u00f9 mostre d\u2019arte. Dalle testimonianze delle figlie, risulta che dal 1926, Schiavone abbia vissuto per un periodo a Torino, dove frequent\u00f2 lo studio dello scultore Arturo Stagliano<a href=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2024\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-117-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#sdfootnote1sym\"><sup>1<\/sup><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Allo studio dell\u2019artista molisano, Schiavone giunse attraverso una segnalazione di Leonardo Bistolfi. Il giovane artista si era rivolto all\u2019anziano scultore e senatore del regno per poter entrare nel suo studio come allievo e quindi approfondire la pratica scultorea. All\u2019epoca Bistolfi, anziano e con problemi alla vista, non pot\u00e9 esaudire la sua richiesta. Di questo diniego esiste una lettera scritta da Lorenzo Bistolfi, figlio dello scultore, il 10 settembre del 1926, nella quale si comunicava allo Schiavone che gi\u00e0 da alcuni anni Bistolfi non accoglieva allievi nel suo studio a causa delle precarie condizioni di salute<sup><a href=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2024\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-117-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#sdfootnote2sym\"><sup>2<\/sup><\/a><\/sup>. Se il giovane scultore avesse, per\u00f2, inviato alcune fotografie di lavori da lui eseguiti, sicuramente il maestro Bistolfi avrebbe potuto dare consigli o l\u2019avrebbe indirizzato presso un altro artista. Il giovane Schiavone venne cos\u00ec indirizzato, su suggerimento e intervento di Bistolfi, presso lo studio di Arturo Stagliano. Bisogna ricordare che anche Stagliano era arrivato da Napoli a Torino dove trov\u00f2 nello studio di Bistolfi un ambiente favorevole e idoneo ad ampliare e arricchire la sua pratica scultorea. Schiavone avvi\u00f2 con lo scultore molisano una fattiva collaborazione che lo vide coinvolto anche nella realizzazione del monumento ai Caduti che Stagliano doveva realizzare per la citt\u00e0 di Treviso.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"456\" height=\"600\" src=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/nicola-schiavone-scultore-03.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-27535\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p>Sul soggiorno torinese abbiamo la testimonianza di una fotografia formato studio che il giovane Schiavone fece presso un importante fotografo di Torino che svolgeva la sua attivit\u00e0 nella centrale Via Roma. Sempre dalle figlie sappiamo che il giovane Schiavone rientr\u00f2 a Torremaggiore tra la fine del 1927 e i primi mesi del 1928, a causa della nascita del primogenito. Un rientro che signific\u00f2 in una certa misura il distacco da un ambiente, artistico importante e ricco di stimoli, di cui avrebbe in seguito sofferto la sua produzione artistica. Questa situazione non gli impedir\u00e0 di prendere parte ad una mostra provinciale che si tenne a Foggia nel settembre del 1928. Ma oltre che per ragioni di famiglia, lo Schiavone dovr\u00e0 interrompere per due anni l\u2019attivit\u00e0 artistica perch\u00e9 dal 6 novembre 1928 all\u20198 settembre 1930 sar\u00e0 chiamato ad assolvere il servizio di leva.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L\u2019attivit\u00e0 artistica a Torremaggiore<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Espletato il servizio di leva, al rientro a Torremaggiore, riprender\u00e0 la produzione artistica. Aprir\u00e0 uno studio-laboratorio ed inizier\u00e0 a progettare architettura cimiteriale, progetti che si trasformeranno in cappelle gentilizie, cippi funerari e bassorilievi per lapidi, di cui si ha anche un esemplare bronzeo. Gli anni che vanno dal 1930 al 1938 sono dedicati, quindi, a questo tipo di attivit\u00e0. Sar\u00e0 dal 1938 che Schiavone, come vedremo nei successivi paragrafi, riprender\u00e0 a partecipare all\u2019attivit\u00e0 artistica espositiva.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"840\" height=\"364\" src=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/nicola-schiavone-scultore-cimitero-04-840x364.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-27545\"\/><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"760\" height=\"608\" src=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/nicola-schiavone-scultore-cimitero-03.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-27546\"\/><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"515\" height=\"480\" src=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/nicola-schiavone-scultore-cimitero-00-515x480.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-27547\"\/><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"681\" height=\"752\" src=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/nicola-schiavone-scultore-cimitero-01.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-27548\"\/><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"445\" height=\"600\" src=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/nicola-schiavone-scultore-cimitero-02.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-27549\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p>In quegli anni, da parte del pubblico, ci fu una forte ripresa d\u2019interesse per la scultura. Questo era dovuto alla gran mole di monumenti, cippi e lapidi che ogni citt\u00e0 o piccolo centro d\u2019Italia aveva voluto realizzare in ricordo dei 600.000 e pi\u00f9 soldati che erano periti durante la guerra del 1915-18. Interesse verso la scultura che storicamente aveva sempre occupato una posizione minoritaria nel campo delle arti visive. A questa recente dimostrazione d\u2019interesse si univa una delle tradizionali destinazioni dell\u2019arte plastica ai monumenti destinati a cimiteri e\/o a chiese. Un settore che Schiavone aveva avuto modo di studiare nel suo soggiorno torinese, caratterizzato oltre che dalla pratica collaborazione alle opere di Stagliano, da frequenti viaggi in un luogo della Liguria che a ragione si pu\u00f2 ritenere un museo della scultura all\u2019aperto: il Cimitero di Staglieno a Genova. Un contesto ricco delle pi\u00f9 importanti opere di scultori operanti nel XIX e nel XX secolo. Di queste frequentazioni Schiavone fa tesoro, e lo vedremo in seguito nei lavori che realizzer\u00e0 fino a pochi mesi dalla morte.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"389\" height=\"600\" src=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/nicola-schiavone-scultore-02.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-27536\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p>Alla pratica di scultore, di pittore e di progettista di architetture funerarie, a partire dal 1941, si aggiunger\u00e0 quella di insegnante. Sar\u00e0 questo un importante momento di crescita culturale e di confronto per uomo che fino allora si era dedicato all\u2019arte in forma totale. L\u2019insegnamento sar\u00e0 caratterizzato da un inizio duro, all\u2019insegna della precariet\u00e0, cosa che nella scuola italiana, a distanza di oltre sessanta anni sembra non essere cambiata affatto. In quell\u2019anno Schiavone era docente di Disegno presso l\u2019istituto magistrale Carolina Poerio di Foggia.<sup><a href=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2024\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-117-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#sdfootnote3sym\"><sup>3<\/sup><\/a><\/sup>&nbsp;Un periodo di transizione che vide l\u2019artista impegnato a Foggia anche durante il mese di luglio 1943, dolorosamente impresso nella memoria della citt\u00e0 pugliese per i bombardamenti degli angloamericani. Una tragica situazione che per puro caso non coinvolse come vittima dei bombardamenti Schiavone. Trattenuto, infatti, dal preside del Magistrale prof. Pilla diretto anche egli a San Severo, riusc\u00ec a scampare ai bombardamenti utilizzando il rifugio antiaereo pi\u00f9 prossimo alla scuola. Il 1943 fu l\u2019anno dell\u2019armistizio e anche quello che vide, almeno per il Meridione d\u2019Italia, l\u2019interrompersi della dittatura fascista che tanto dolore aveva inflitto agli italiani e a quanti erano stati interessati dalle politiche espansionistiche del fascismo. Dall\u2019anno scolastico 1944 Schiavone risulter\u00e0 docente a San Severo, prima nell\u2019Istituto Magistrale e poi nel Liceo Scientifico. Dopo la guerra a partire dal 1945 a quanti lavoravano nelle amministrazioni statali era richiesto la compilazione di una dichiarazione giurata in cui si dovevano elencare qualsiasi forma di rapporti avuti durante il ventennio con il partito fascista e\/o le sue varie organizzazioni. Schiavone compil\u00f2 la sua scheda quando era in servizio presso il Poerio di Foggia. Veniamo cos\u00ec a conoscenza che l\u2019artista si era iscritto al partito fascista nel dicembre del 1941, per quasi vent\u2019anni era riuscito a non iscriversi. La scelta di farlo molto probabilmente fu causata da una lettera anonima fatta pervenire al Federale fascista in cui si denunciava lo Schiavone che insegnava pur non essendo iscritto al partito fascista<sup><a href=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2024\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-117-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#sdfootnote4sym\"><sup>4<\/sup><\/a><\/sup>. Dopo l\u2019esposto anonimo il professore fu allontanato dall\u2019insegnamento per circa due mesi, dopodich\u00e9 l\u2019iscrizione al partito gli permise il rientro in servizio. Una scelta dura a cui l\u2019artista, all\u2019epoca padre di tre figli,&nbsp;<em>ob torto<\/em>&nbsp;collo non poteva sottrarsi. Cos\u00ec all\u2019iscrizione al sindacato fascista belle arti si aggiunse anche quella al partito.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"421\" height=\"600\" src=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/nicola-schiavone-scultore-04.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-27537\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p>La carriera di docente di Disegno e storia dell\u2019arte lo metter\u00e0 a contatto con generazioni di donne e di uomini, alcuni dei quali diventeranno a loro volta importanti artisti, architetti e ingegneri<sup><a href=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2024\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-117-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#sdfootnote5sym\"><sup>5<\/sup><\/a><\/sup>. L\u2019impegno nella didattica Schiavone lo ha profuso anche in quelle fasce di istruzioni esistenti prima della riforma del 1962, ovvero nelle scuole di avviamento professionale. Allora non esisteva la scuola media dell\u2019obbligo, e l\u2019istruzione base garantita dallo Stato arrivava alla classe quinta delle elementari. Le scuole di avviamento professionale erano quelle \u201cdestinate\u201d alle fasce popolari a cui per i costi e per condizioni socio economiche erano in una certa misura precluse le scuole superiori. Questa esperienza l\u2019artista la svolse nella sua citt\u00e0, la scuola era diretta dal prof. Michele Cammisa, amico fraterno dell\u2019artista e primo Sindaco di Torremaggiore in epoca repubblicana. Durante quegli anni la conoscenza dell\u2019arte plastica venne ampiamente insegnata a molti giovani di Torremaggiore. Di questa esperienza ebbe a scrivere anche il settimanale&nbsp;<em>Il Foglietto<\/em>&nbsp;con un articolo su una delle periodiche mostre che venivano fatte dalla scuola per far conoscere i lavori degli allievi<sup><a href=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2024\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-117-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#sdfootnote6sym\"><sup>6<\/sup><\/a><\/sup>. Nella vicina citt\u00e0 di San Severo il professore Schiavone venne in contatto con un\u2019altra fascia sociale di studenti, proveniente dal mondo della piccola e della grande borghesia. Insegn\u00f2 all\u2019Istituto Magistrale prima e, poi al Liceo scientifico: Disegno e Storia dell\u2019Arte. Una disciplina che lo poneva a contatto con le espressioni artistiche antiche e moderne mettendolo in una condizione di continuo stimolo e aggiornamento. Erano anni cruciali per l\u2019Italia, dopo la guerra si era avviato il processo di ricostruzione e questo avveniva anche e soprattutto grazie alla formazione culturale dei cittadini. Se il nostro Paese \u00e8 poi diventato uno fra i pi\u00f9 sviluppati del mondo, questo \u00e8 stato possibile, grazie al contributo delle donne e degli formatisi nella Scuola italiana.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"233\" height=\"550\" src=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/nicola-schiavone-scultore-05.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-27538\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p>All\u2019intensa e proficua attivit\u00e0 di docente Schiavone affianc\u00f2 l\u2019impegno civile nella vita culturale e pubblica della sua citt\u00e0. Grazie ai suoi meriti artistici, frutto della trentennale attivit\u00e0 che lo aveva visto partecipare a mostre artistiche e alle sue riconosciute qualit\u00e0 didattiche sar\u00e0 nominato nel febbraio del 1962 dal Ministero della Pubblica Istruzione Ispettore onorario per le Opere di Antichit\u00e0 e d\u2019Arte per il Comune di Torremaggiore. Carica che gli permise espletare opera di vigilanza e promozione di tutela per il patrimonio storico artistico oltre ad entrare a far parte di diritto in un importante organismo che rilascia i pareri preventivi, come erano e sono le Commissioni edilizie comunali. Nell\u2019ambito del suo compito ispettivo ebbe anche da fare osservazioni verso l\u2019allora Sindaco di Torremaggiore che autorizz\u00f2 dei lavori di intonacatura e dipintura sulle pareti esterne del Castello ducale. E questo ci dice tutto sul carattere dell\u2019artista che davanti ad un errore, magari compiuto non in malafede, manteneva fermo il suo operare. Nella sua citt\u00e0, che vanta una poliedrica genia di artisti, musicisti e politici, Schiavone intrattenne sempre rapporti con quella che oggi si definirebbe l\u2019intellighenzia. Dal bibliotecario storico della comunale, Pasquale Ricciardelli, che all\u2019impegno di operatore culturale aggiungeva quello dell\u2019impegno in politica, a Michele Cammisa, a Domenico De Simone e tanti altri esponenti della cultura, della scuola e della politica di Torremagiore. Personalit\u00e0 che avevano in un\u2019edicola-libreria, il loro punto di incontro, una \u201cbasilica\u201d del dialogo e della polemica che animava la piccola piazza adiacente allo storico palazzo del municipio, come poteva accadere nelle agor\u00e0 di greca memoria. Dopo l\u2019importante nomina ministeriale arriv\u00f2 anche la nomina a membro dell\u2019Accademia dei \u2018500 di Roma, un sodalizio artistico che includeva fra i suoi associati importanti esponenti della vita artistica italiana.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"386\" height=\"600\" src=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/nicola-schiavone-scultore-06.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-27539\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p><strong>Schiavone e le esposizioni d\u2019arte tra gli anni Venti e Cinquanta del XX secolo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Come abbiamo evidenziato nel profilo biografico l\u2019arte plastica \u00e8 stata alla base del vivere dell\u2019artista. Qui vogliamo mettere in evidenza quali siano state le peculiarit\u00e0 del suo operare. Ad una formazione sostanzialmente da autodidatta, che poi \u00e8 quella che spesso ha caratterizzato gli scultori italiani del \u2018900, si \u00e8 aggiunta in seguito l\u2019attivit\u00e0 artistica ed espositiva, che lo ha messo in relazione con gli artisti della sua regione prima, e del resto d\u2019Italia dopo. Un\u2019attivit\u00e0 che proviamo a suddividere in tempi cronologici, nonostante la difficolt\u00e0 dovuta all\u2019assenza di date sui propri lavori; tuttavia giovandoci della puntuale presenza alle mostre e quindi dei rispettivi cataloghi, possiamo definire alcuni punti certi. Ad una suddivisione cronologica aggiungiamo una sistemazione in periodi che ci porta sostanzialmente a riconoscere in Schiavone due fasi artistiche distinte. Una prima che si ricollega alla presenza a Torino nella bottega di Stagliano, con un raggio temporale che si protrae fino al 1932. Una seconda, che parte dalla mostra del 1938 ed arriva al 1960. Due distinti periodi con una produzione scultorea sostanzialmente in terracotta con eccezioni di ritrattistica di tipo funerario, attivit\u00e0 che lo metter\u00e0 in contatto con il mondo toscano dei traduttori in marmo. E\u2019 in questa occasione che egli divenne prima committente e poi amico di Garibaldo Alessandrini, uno dei pi\u00f9 bravi allora operanti a Querceta. La ritrattistica \u00e8 documentabile ad un arco temporale che va dal 1940 al 1946, ovvero anni in cui realizzer\u00e0 dei busti di personalit\u00e0 della borghesia agraria di Torremaggiore.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"533\" height=\"618\" src=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/nicola-schiavone-scultore-07.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-27540\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p>Il soggiorno torinese lo aveva messo in contatto con il mondo artistico legato alla tradizione italiana ottocentesca, ancora fortemente maggioritaria nella pratica artistica di quegli anni. Cos\u00ec le prime opere che presenta in una mostra nel 1928, a soli 21 anni, sono opere come&nbsp;<em>Testa di<\/em>&nbsp;<em>Oplite&nbsp;<\/em>e&nbsp;<em>Jesus<\/em>. La maschera&nbsp;<em>Jesus<\/em>, \u00e8 in marmo bianco, materiale amato dallo scultore, ma usato pi\u00f9 nelle sue architetture che nelle sue sculture. Infatti ad oggi, oltre a questa opera, non si conoscono altre realizzazioni dirette in pietra e\/o marmo con le eccezioni della ritrattistica funeraria tradotta da Alessandrini. Il primo periodo \u00e8 anche caratterizzato dalla risposta ad una domanda di lapidi e piccoli monumenti funerari che lo impegnano ed allo stesso tempo gli garantiscono quel minimo di benessere economico per poter vivere. Tra l\u2019altro dal novembre 1928 al settembre 1930 la sua attivit\u00e0 artistica sar\u00e0, di fatto, inibita perch\u00e9 assolve gli obblighi militari.<\/p>\n\n\n\n<p>La prima opera realizzata dopo il 1930 di cui possiamo dare oggi una datazione in forma ordinaria, \u00e8 una lapide bronzea raffigurante&nbsp;<em><strong>Due angeli dolenti<\/strong><\/em>, dalle linee liberty rilevata all\u2019interno del cimitero di Torremaggiore. E\u2019 nel 1938 che Schiavone acquista uno status di artista con una propria cifra stilistica. La scultura di questi anni sar\u00e0 caratterizzata da una visione ossimorica: impressionista e espressionista allo stesso tempo. La figurativit\u00e0 mantenuta da Schiavone \u00e8 tipica del\u2019arte italiana fra le due guerre, un ritorno all\u2019ordine che aveva visto le propensioni delle avanguardie artistiche ridimensionate. Un fenomeno che aveva contribuito al riaffermarsi del figurativo sia in pittura che in scultura. E Schiavone non fu esente se pensiamo alla scultura&nbsp;<em><strong>Jesus<\/strong><\/em>, che lo avvicina ad Adolfo Wildt, che insieme a Medardo Rosso rappresentavano la scultura italiana agli inizi del XX secolo. Entrambi questi scultori saranno studiati e presi a modello da Schiavone, una influenza riscontrabile non solo nelle sue opere, ma anche in quasi tutta la produzione artistica degli scultori suoi coevi. L\u2019identica ieraticit\u00e0 della maschera in marmo verr\u00e0 riproposta a distanza di dieci anni nel Nazzareno, un gesso raffigurante il Cristo in una tipica espressione di bellezza novecentesca.<\/p>\n\n\n\n<p>Il tema del Cristo, nelle forme di testa o di busto \u00e8 testimoniato in Schiavone almeno in tre casi a cui si pu\u00f2 aggiungere la maschera di Jesus. Il primo esempio \u00e8 la&nbsp;<em><strong>Testa di Cristo<\/strong><\/em>, un\u2019opera in gesso patinato che risalirebbe all\u2019adolescenza dell\u2019artista. Quest\u2019opera contiene una serie di caratteristiche che ritorneranno nelle versioni successive. Una peculiarit\u00e0 lo sguardo trasognato con gli occhi socchiusi, una resa che Schiavone interpreta in maniera magistrale. Sguardo che provoca nell\u2019osservatore la sensazione di trovarsi di fronte al Cristo morto o dormiente. Una chioma che riprende i modelli storici, quindi lunga, fluente e ondulata insieme ad una barba altrettanto animata, racchiude il volto contratto. La fronte e le gote sono in tensione cos\u00ec pure il collo,e Schiavone usa queste tensioni per accentuare il pittoricismo di questa sua opera giovanile. Un gesso a cui l\u2019artista ha applicato una patina grigio scuro, colore che accentua ancora di pi\u00f9 il plasticismo.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche il&nbsp;<em><strong>Nazzareno<\/strong><\/em>, opera del 1938, che risente dell\u2019influenza di Wildt si ispira ai modelli neoclassici. Di quest\u2019opera si conserva una fotografia che ritrae lo Schiavone al lavoro vicino all\u2019opera. Un Cristo dal volto silente, palpebre socchiuse in una sorta di interpretazione di Cristo&nbsp;<em>dormiens<\/em>, solo che qui non c\u2019\u00e8 il Crocifisso. La testa, resa leggermente pi\u00f9 grande del vero, e cinta da una fluente capigliatura, che parte liscia dalla nuca e solo al termine prende una piega ondulata. Anche la barba non \u00e8 lunga ma ricorda piuttosto un pizzetto allungato. Quello che colpisce ancora di pi\u00f9 in questo Nazzareno sono i lineamenti del volto, che suscitano un senso di pacatezza simile a quella dei trecenteschi crocefissi lignei dipinti.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019altra scultura che ha come soggetto il Cristo \u00e8 quella di un&nbsp;<em><strong>Cristo deposto<\/strong><\/em>&nbsp;o meglio di una&nbsp;<em><strong>Piet\u00e0<\/strong><\/em>. Si tratta di un\u2019opera in gesso che riprende la figura del corpo di Cristo deposto nella tipica posizione rappresentata sia in pittura che in scultura fin dal Rinascimento; pensiamo al volto del Cristo della Piet\u00e0 di Michelangelo in San Pietro a Roma. Schiavone raffigura il busto del Cristo con lo stesso taglio compositivo con cui Antonello da Messina realizzava i suoi ritratti: le braccia ed il torace sono tagliati. Inquadrato in questa maniera l\u2019osservatore concentrer\u00e0 la sua attenzione sul capo reclinato perch\u00e9 quest\u2019opera \u00e8 una Piet\u00e0, definizione che sintetizza la sacra raffigurazione solitamente comprensiva di pi\u00f9 personaggi, dalla Madonna alla Maddalena e a San Giovanni Evangelista, ma qui il Cristo \u00e8 solo e il resto dei personaggi lo immaginiamo intorno a lui. Un\u2019opera di cui conosciamo le fattezze e l\u2019esistenza da una fotografia, immagine ripresa dallo stesso scultore che era solito fotografare i propri lavori. Riteniamo che la stessa, per il tema svolto, fosse destinata ad adornare qualche cappella funeraria.<\/p>\n\n\n\n<p>Per quanto relativo alla produzione scultorea che va dagli anni 1938 al 1960, lo Schiavone sar\u00e0 impegnato nella ritrattistica e nella raffigurazione del mondo del lavoro, e nello specifico quello agropastorale. La ritrattistica annovera numerose sculture di teste femminili e di bambini, opere che presenter\u00e0 alle diverse mostre degli anni fra le due guerre e fino agli anni \u201960 del XX secolo. Tra queste opere, una susciter\u00e0 il plauso e l\u2019attenzione della critica nella Mostra regionale di Bari del 1938. Si tratta di&nbsp;<em><strong>Gisella<\/strong><\/em>, una terracotta la cui bellezza colp\u00ec l\u2019attenzione di pubblico e critica tanto che venne acquistata per la Galleria Mussolini di Roma. Si tratta del ritratto di una donna incorniciato da una capigliatura che contribuisce a rendere il volto piuttosto enigmatico. La pelle di questa scultura \u00e8 trattata dall\u2019artista con la tecnica della spugnatura, lavorazione che dona all\u2019opera un effetto di particolare pittoricismo che aumenta gli effetti chiaroscurali. Lo sguardo di Gisella inquieto e allo stesso tempo enigmatico, incuriosisce l\u2019osservatore, si potrebbe definire la trasposizione tridimensionale dello sguardo e del sorriso della Gioconda. Non \u00e8 un caso che il critico della Gazzetta del Mezzogiorno us\u00f2 per quest\u2019opera parole come queste: \u201d \u2026procedimento di espressione che si fa poesia e musica\u201d<sup><a href=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2024\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-117-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#sdfootnote7sym\"><sup>7<\/sup><\/a><\/sup>.<\/p>\n\n\n\n<p>Dello stesso periodo \u00e8 un\u2019altra scultura, il&nbsp;<em><strong>San Giovannino<\/strong><\/em>, un gesso anche esso esposto a Bari nel 1938. Qui Schiavone applica la stessa impostazione della Piet\u00e0. Un busto che raffigura un giovane esile e dallo sguardo rivolto al cielo in esplicita rottura con l\u2019iconografia tradizionale che ci hanno trasmesso i maestri del Rinascimento e del Barocco, qui il fanciullo \u00e8 scarno, un fisico quasi da penitente. Altra cosa dai San Giovannino presenti nei dipinti di Raffaello e Leonardo, di cui \u00e8 difficile dimenticare le gote ed i corpi di paffuti fanciulli vestiti di vello e con fra le mani il bastone crucifero. Schiavone realizza un San Giovannino fuori da questi schemi, della tradizione conserva solo i simboli iconografici del vello e del bastone crucifero. Questo San Giovannino \u00e8 carico di pathos, elemento che dall\u2019antichit\u00e0 classica accompagna la scultura, e mai come in quest\u2019opera di Schiavone tale sentimento interiore traspare nell\u2019espressione del volto di questo bambino dal futuro segnato. La postura delle mani, una in procinto di benedire e l\u2019altra che regge il vessillo crucifero sono rese ancor pi\u00f9 cariche di significato dal tratteggio graffiato che l\u2019artista aveva fatto sul modello d\u2019argilla prima di tradurlo in gesso. Possiamo datare al 1938 la scelta di Schiavone di iniziare a realizzare le sue plastiche con un trattamento particolare delle superfici dei corpi, allora nella&nbsp;<em>Gisella<\/em>&nbsp;ora in&nbsp;<em>San Giovannino<\/em>; con una screziatura dell\u2019argilla crea una sorta di&nbsp;<em>texture<\/em>&nbsp;che poi rifrange la luce facendo percepire la scultura come qualcosa di iperleggero, quasi etereo. Un effetto che ritroveremo sempre nelle opere successive, quali&nbsp;<em><strong>Il pescatorello<\/strong><\/em>,&nbsp;<em><strong>Testa di bambino<\/strong><\/em>,&nbsp;<em><strong>Ritratto della moglie<\/strong><\/em>, o nella&nbsp;<em><strong>Donna<\/strong><\/em>&nbsp;creata per la fontana di San Paolo di Civitate, progettata dall\u2019architetto Concezio Petrucci. La stessa minuta lavorazione copre tutto il giovane corpo arrivando al volto e agli occhi, sgranati e incantati. Il volto \u00e8 chiuso da una capigliatura che ne evidenzia la delicatezza e la bellezza quasi efebica. L\u2019opera, dopo gli anni \u201950 venne distrutta dall\u2019autore quando questi lasci\u00f2 la casa studio di Vico Storto San Nicola. Di essa rimangono le fotografie ed un negativo 6 x 3 che lo scultore aveva conservato fra i suoi libri d\u2019arte.<\/p>\n\n\n\n<p>Un\u2019impostazione simile al San Giovannino la ritroviamo in un\u2019altra opera&nbsp;<em><strong>Il Pescatorello<\/strong><\/em>; una terracotta di cui non si conosce l\u2019attuale collocazione, dal tema fortemente ispirato a Gemito. Si tratta anche qui, come per il San Giovannino, della figura di un bambino forse di dieci anni, non di pi\u00f9, che viene raffigurato a tre quarti, il torso, le braccia e parte delle cosce. Un volto carico di espressione arricchita dalla lavorazione della superficie dell\u2019argilla. Testurizzazione della superficie che accentua la matericit\u00e0 della scultura. Il bambino \u00e8 rappresentato nell\u2019atto di slamare il pesce, per cui le sue braccia convergono sul petto ed il capo \u00e8 leggermente chinato con gli occhi attenti e puntati sull\u2019operazione che sta compiendo. Il corpo del bambino \u00e8 nudo ma Schiavone ci mostra una nudit\u00e0 innocente priva di qualsiasi senso di malizia. La naturalezza con cui egli definisce i capelli, il volto, le spalle e perfino la zona dell\u2019ombelico, con una piccola fossetta rientrante, che allontana l\u2019opera da una raffigurazione di genere come si poteva intendere dal titolo e ce la fa considerare come una bella espressione della scultura italiana di quegli anni.<\/p>\n\n\n\n<p>La scultura potrebbe datarsi agli anni 1938-39 perch\u00e9 nel maggio del 1939 l\u2019artista partecip\u00f2 alla VI Mostra sindacale di Bari con una scultura in terracotta<em><strong>Testa di Bambino<\/strong><\/em>. Dal confronto che abbiamo fatto con la fotografia di quest\u2019opera pubblicata nel Catalogo del 1939, risulta evidente che si tratti della stessa testa del Pescatorello, staccata e riusata per la mostra barese. Un\u2019operazione forse dovuta ad un ripensamento sollecitato da quel possibile confronto di idee e generi che sarebbe derivato partecipando alla mostra barese.<\/p>\n\n\n\n<p>Al periodo che va dal 1939 al 1943 appartengono opere come&nbsp;<em><strong>Maschera<\/strong><\/em>,&nbsp;<em><strong>Malata<\/strong><\/em><strong>,<\/strong>&nbsp;<em><strong>Lidia<\/strong><\/em>,&nbsp;<em><strong>Pastore&nbsp;<\/strong><\/em>ed una serie di&nbsp;<em><strong>Teste<\/strong><\/em>&nbsp;non meglio specificate nei cataloghi delle sindacali, che erano piuttosto parchi nell\u2019apparato fotografico, per cui non sempre gli artisti vedevano pubblicate all\u2019interno fotografie delle loro opere o magari dell\u2019allestimento generale della mostra. Quindi sulla base del catalogo della Seconda mostra del sindacato tenutasi nel marzo 1939 a Foggia sappiamo che Schiavone partecip\u00f2 con tre opere delle quali due erano state precedentemente esposte nel 1938 a Bari. La novit\u00e0 \u00e8 rappresentata dalla terracotta&nbsp;<em><strong>Malata<\/strong><\/em>, di cui non si hanno fotografie n\u00e9 notizie su dove possa essere oggi collocata. Nello stesso anno, in autunno, nella VI mostra che si tenne a Bari, Schiavone present\u00f2&nbsp;<em><strong>Testa di bambino<\/strong><\/em>&nbsp;e un&nbsp;<em><strong>Ritratto<\/strong><\/em>. Di entrambe le opere non se ne conosce la collocazione: della&nbsp;<em><strong>Testa del bambino<\/strong><\/em>&nbsp;si ha la fotografia pubblicata sul Catalogo, del&nbsp;<em><strong>Ritratto<\/strong><\/em>invece non si ha nessun riferimento e\/o fotografia. Risalirebbero al 1940&nbsp;<em><strong>Lidia<\/strong><\/em>,&nbsp;<em><strong>Maschera<\/strong><\/em>&nbsp;e&nbsp;<em><strong>Ritratto<\/strong><\/em>, opere in terracotta esposte alla VII mostra sindacale interprovinciale di Bari. Di queste tre opere&nbsp;<em><strong>Lidia<\/strong><\/em>&nbsp;\u00e8 pubblicata nel Catalogo, mentre della&nbsp;<em><strong>Maschera<\/strong><\/em>&nbsp;si conserva una fotografia.<\/p>\n\n\n\n<p>La scultura&nbsp;<em><strong>Lidia<\/strong><\/em>possiamo considerarla come la naturale continuazione della ritrattistica in stile Novecento che ha la sua capostipite nella&nbsp;<em><strong>Gisella<\/strong><\/em>del 1938. Qui lo sguardo sembra ammiccare un sorriso, anche se meno evidente. Risalta molto in questo ritratto femminile la capigliatura che ricorda anche la moda di quegli anni. Schiavone tratta la pelle del volto con il suo solito tocco fatto di screziature e piccole spugnature, operazioni che ingentiliscono il volto e gli fanno acquisire un certo aspetto enigmatico sostenuto anche da come sono resi gli occhi della donna. Possiamo dire che in questo, come negli altri ritratti femminili finora analizzati, la chiusura delle palpebre o la resa muta dell\u2019occhio ha conservato quel debito di ispirazione di Schiavone nei confronti di Wildt. Sul soggetto, poi, ci sarebbe da soffermarsi per un episodio accaduto a Torremaggiore nel 1940. Una donna di nome Lidia mor\u00ec all\u2019et\u00e0 di vent\u2019anni. In memoria di quella morte Giacomo Negri, concittadino di Schiavone, scolp\u00ec un busto marmoreo che oggi \u00e8 presente nella tomba di famiglia della giovane. Sembrerebbe che in un primo momento, l\u2019incarico per il bozzetto di un busto marmoreo da porre nella cappella di famiglia fosse stato dato allo Schiavone. Di questo episodio non abbiamo un riscontro nei documenti, ma solo una memoria orale, un nome simile ed una verosimiglianza fra la donna ritratta dal Negri e questa dello Schiavone.<\/p>\n\n\n\n<p><em><strong>Maschera<\/strong><\/em>, altra opera di questo periodo ci fa vedere con quanta maestria lo Schiavone opera con l\u2019argilla fino ad ottenere quegli effetti che Medardo Rosso otteneva con la cera. Un volto dai tratti femminili, delicati com\u2019\u00e8 delicato il passaggio delle dita dell\u2019artista che alle stecche aggiungeva le mani come utensili della modellazione. Una plasticit\u00e0 intrisa dalle impronte dei polpastrelli, un\u2019ulteriore forma di texture che carica di contrasto chiaroscurale tutta la superficie, dai capelli al volto. Questa analisi la compiamo con l\u2019ausilio di una fotografia dell\u2019opera, perch\u00e9 l\u2019originale risulta in collezione privata, ma restiamo del parere che a seguire questa&nbsp;<em>Maschera<\/em>, come vedremo, ci saranno pezzi come i ritratti, sempre femminili, di&nbsp;<em><strong>Ofelia<\/strong><\/em>,&nbsp;<em><strong>Fiorella<\/strong><\/em>,&nbsp;<em><strong>Ritratto di Rosalia<\/strong><\/em>,&nbsp;<em><strong>Ritratto di Maria<\/strong><\/em>,&nbsp;<em><strong>Ritratto della moglie Lucia<\/strong><\/em>, opere in cui trov\u00f2 ispirazione anche nelle figlie. Tra quelle in cui non \u00e8 esplicito il riferimento, la stessa&nbsp;<em><strong>Fiorella<\/strong><\/em>&nbsp;che per\u00f2 presenta i caratteri somatici dell\u2019ultimogenita di Schiavone: Telma.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019<em><strong>Ofelia<\/strong><\/em>, ritratto in terracotta di una giovanissima donna, dallo sguardo carico di dolcezza, che Schiavone ottiene con l\u2019argilla trattata alla stregua di cera, con velature dal lieve spessore. La figura dell\u2019ovale del viso \u00e8 in perfetta armonia con i capelli raccolti su due corte trecce, che ci fanno pensare alla giovane et\u00e0 della ragazza. La piccola testa \u00e8 sostenuta da un sottile e altrettanto delicato collo. L\u2019artista, pur fermandosi alla rappresentazione di una testa, ci ha posto nelle condizioni di immaginare questa ragazza, dagli occhi abbassati quasi esprimenti un certo disappunto o, se fosse stata viva, rossore. La scultura \u00e8 stata patinata, e questo rende la superficie pi\u00f9 facile al rifrangersi della luce che la colpisce. Quante cose pu\u00f2 esprimere una scultura e quanto ha espresso Schiavone in questo suo lavoro che riteniamo essere allo stesso livello di bellezza di&nbsp;<em><strong>Gisella<\/strong><\/em>, e con essa condivide l\u2019impostazione mentre riteniamo che l\u2019opera possa essere datata alla fine del 1939 o al pi\u00f9 nel 1940.<\/p>\n\n\n\n<p>Stessa impostazione abbiamo in un altro ritratto di ragazza, che noi qui chiameremo&nbsp;<em><strong>La ragazza con le trecce<\/strong><\/em>. In questo caso l\u2019artista realizza la scultura di una ragazza ma questa volta il suo sguardo \u00e8 alzato e diretto, gli occhi guardano con una certa fierezza davanti a s\u00e9. Anche la superficie del viso e i capelli hanno avuto un trattamento differente da&nbsp;<em><strong>Ofelia<\/strong><\/em>.&nbsp;<em><strong>La ragazza con le trecce<\/strong><\/em>sembra aver trasferito la fierezza dello sguardo nel frastagliarsi del viso ed in quello dei capelli. Cos\u00ec il collo, appena fuoriuscente da un colletto di camicetta, viene cinto da trecce che sembrano rivolgere le loro punte verso l\u2019osservatore, come gi\u00e0 fanno gli occhi. Come dicevamo, l\u2019impianto compositivo \u00e8 lo stesso utilizzato per&nbsp;<em><strong>Gisella<\/strong><\/em>, anche qui la parte inferiore del collo diviene piedistallo della scultura. Riteniamo che queste teste di ragazze siano state esposte nelle sindacali di Bari del 1940 e 1943, ed alla I Mostra sociale di Foggia del 1949.<\/p>\n\n\n\n<p>Risalirebbe ai primi anni Quaranta, forse il 1942, il&nbsp;<em><strong>Ritratto della moglie Lucia<\/strong><\/em>, una terracotta che lo scultore plasm\u00f2 in un periodo particolare della sua vita e della sua famiglia. La moglie all\u2019epoca trentaquattrenne \u00e8 ritratta in un\u2019espressione austera con uno sguardo che trasmette una sensazione di tristezza e nello stesso tempo appare pi\u00f9 anziana della sua et\u00e0. La&nbsp;<em>texture<\/em>&nbsp;che utilizza in questa scultura \u00e8 diversa dalle precedenti, le velature che ricordavano le pellicole di cera sono state sostituite da un\u2019intrecciata e fitta serie di piccoli tagli che danno l\u2019effetto della terra seccata dal sole che si rompe in cretacci. Alla stessa stregua, anche se i segni sono diversi, \u00e8 intervenuto sulla capigliatura creando nella massa di capelli un andamento ondulato. L\u2019intera figura \u00e8 innestata su un collo di piccole dimensioni appena accennato. Questo ritratto \u00e8 stato realizzato al vero, uno dei pochi in terracotta in cui l\u2019artista mantiene le proporzioni reali, mentre gli altri ritratti hanno una piccola riduzione rispetto alle dimensioni della figura originale.<\/p>\n\n\n\n<p>Appartiene a questo periodo anche il&nbsp;<em><strong>Ritratto di Rosalia<\/strong><\/em>, una terracotta che ritrae la penultima delle figlie. Il ritratto di una bambina che ha tra i capelli un nastro di quelli che negli anni Cinquanta usavano indossare le alunne delle scuole elementari, opera che possiamo datare al 1951. Un\u2019attribuzione temporale sulla scorta di una fotografia in cui \u00e8 ritratta la figlia Rosalia con grembiule e fiocco in testa, datata 1951, ma anche per l\u2019identica impostazione di texture adoperata per una delle opere che sottoporr\u00e0 alla Commissione d\u2019accettazione della Quadriennale d\u2019arte di Roma del 1951. Il volto tondeggiante esprime un sorriso solare, una caratteristica fisiognomica propria della bambina, a cui il padre scultore aggiunge luminosit\u00e0 con le superfici screziate derivate dalla stecca e dalle sue dita. Sono questi gli anni in cui Schiavone produce numerose sculture dal forte impatto espressivo, una produzione che gli permetter\u00e0 poi di essere accettato nel 1951 alla VI Quadriennale di Roma.<\/p>\n\n\n\n<p>Nell\u2019autunno del 1951 s\u2019inaugurava la VI Quadriennale d\u2019arte di Roma, la cui apertura non fu priva di polemiche, espresse nei mesi precedenti e durante i mesi successivi, e protrattesi fino alla chiusura nel maggio 1952. Tutto questo avveniva in un clima particolare quale era quello dei primi anni Cinquanta. L\u2019Italia aveva chiuso la sua disastrosa esperienza bellica e dittatoriale solo da sei anni. La cultura occupava un posto importante nelle intenzioni di quanti avevano contribuito alla Liberazione prima e alla nascita della Repubblica poi. Chi governava sapeva che il paese usciva da un periodo di macerie sociali, fisiche ed economiche, c\u2019era tutto da ricostruire. Sia a scala nazionale che a scala locale si riannodavano le fila di quanti nell\u2019ambito della cultura, ed in quella specifica delle arti visive, si attivavano per contribuire alla ricostruzione del paese. La Quadriennale romana era per gli artisti italiani la vetrina nazionale pi\u00f9 ambita, quindi essere accettati significava avere raggiunto un\u2019importanza fuori dalla cerchia provinciale e\/o regionale. Il ritratto femminile&nbsp;<em><strong>Graziella<\/strong><\/em>, un busto in terracotta, fu l\u2019unica delle tre opere presentate da Schiavone ad essere accettata dalla giuria della Quadriennale. Una scultura che confermava l\u2019attenzione dell\u2019artista alla ritrattistica con soggetto femminile.&nbsp;<em><strong>Graziella<\/strong><\/em>, una figura segnata da lunghe trecce che dalla nuca scendono sulle spalle ed arrivano a lambire il petto. Un volto leggermente inclinato verso sinistra e gli occhi socchiusi, rendono l\u2019espressione della ragazza quasi maliziosa.<\/p>\n\n\n\n<p>Altre tipologie di sculture sono quelle che Schiavone plasmer\u00e0 a partire dal 1949. Corrispondono infatti agli anni del dopoguerra i lavori a figura intera. Un\u2019evoluzione della scultura di Schiavone definita dal passaggio dall\u2019originario figurativismo ispirato al Cristo al ritratto femminile per poi approdare a svariati temi laici , se si esclude una piccola scultura di un&nbsp;<em><strong>San Francesco d\u2019Assisi<\/strong><\/em>&nbsp;di cui parleremo a parte. Una datazione di questa sua particolare produzione si pu\u00f2 indicare negli anni che vanno dal 1947 al 1949. Anni in cui si cimenter\u00e0 con temi allegorici quali&nbsp;<em><strong>Caino e Abele<\/strong><\/em>, Eva e con altri legati, come abbiamo accennato precedentemente, al mondo rurale e pastorale. Per questo motivo l\u2019artista modeller\u00e0&nbsp;<em><strong>La Bagnante<\/strong><\/em>,&nbsp;<em><strong>Modella<\/strong><\/em>,&nbsp;<em><strong>Pastore<\/strong><\/em>,&nbsp;<em><strong>Al pascolo<\/strong><\/em>,&nbsp;<em><strong>Lo spaccapietre<\/strong><\/em>,&nbsp;<em><strong>L\u2019acquaiolo<\/strong><\/em>, in due versioni quello maschile e quella femminile,&nbsp;<em><strong>Contadina che sgrana il mais<\/strong><\/em>. La costante di questi lavori \u00e8 quella di una raffigurazione di figure intere, in piedi e\/o sdraiate, anche se l\u2019artista lavora con rapporti proporzionali di molto inferiori al vero. Le dimensioni sono quelle di un rapporto di 1 a 4, in alcuni casi fino a 1 a 5. Una parte di queste opere verranno presentate alla prima mostra d\u2019arte sociale di artisti residenti in Capitanata che s\u2019inaugurer\u00e0 nell\u2019estate del 1949 a Foggia.<\/p>\n\n\n\n<p>Di sculture intere si render\u00e0 artefice Schiavone ancora nel 1956. L\u2019occasione fu la partecipazione al concorso indetto dal comune di Foggia per il parco giordaniano. L\u2019idea di monumento dello Schiavone come dei molti altri partecipanti non ebbe una serena e obbiettiva valutazione, e di questo si parla nel capitolo relativo alle mostre d\u2019arte ed ai concorsi. Le figure abbozzate da Schiavone avevano la caratteristica&nbsp;<em>texture<\/em>&nbsp;di tipo espressionista che in quegli anni si era affermata ancora di pi\u00f9. Una scultura screziata e segnata dalle stecche e dai suoi polpastrelli, quasi in un desiderio di mantenere dentro le sue sculture una parte fisica di s\u00e9.<\/p>\n\n\n\n<p>Del repertorio a figure intere fanno parte anche due bassorilievi&nbsp;<em><strong>Donne nel bosco<\/strong><\/em>&nbsp;e&nbsp;<em><strong>Donne che danzano<\/strong><\/em>, opere che, ad un attento esame, ricordano per la&nbsp;<em>texture<\/em>&nbsp;usata i bozzetti del parco giordaniano, per cui si pu\u00f2 ipotizzare come data di realizzazione il 1956.<\/p>\n\n\n\n<p>A figura intera ma di dimensioni ridottissime \u00e8 un&nbsp;<em><strong>San Francesco d\u2019Assisi<\/strong><\/em>&nbsp;in terracotta. Qui l\u2019artista sembra tornare ad un figurativismo degli anni Trenta, cosa che autorizzerebbe a pensare che il lavoro, non datato, possa risalire a quegli anni. Una possibile tesi \u00e8 che l\u2019artista abbia elaborato la statuetta del Santo patrono d\u2019Italia nei primi anni Trenta, quando a Foggia si presentarono una serie di idee per la realizzazione di una statua di san Francesco da collocare in una piazza a lui dedicata. Questo sarebbe supportato anche dalla presentazione, in quegli anni, ad una mostra sindacale di una statua di san Francesco scolpita da Antonio Saggese, artista che poi sar\u00e0 incaricato di creare la statua definitiva per la piazza monumento dedicata a san Francesco.<\/p>\n\n\n\n<p>Ai primi anni Cinquanta risale la realizzazione della scultura diuna<em><strong>&nbsp;Donna<\/strong><\/em>&nbsp;e di tre pesci da inserire nella fontana progettata da Concezio Petrucci per il comune di San Paolo di Civitate. Si tratta di una donna nuda, dal corpo sinuoso e con la pelle resa quasi puntiforme dalla spugna umida passata sull\u2019argilla fresca effetto della spugnatura. Una tecnica che trasforma la pelle in modo tale da sembrare coperta da squame, come una creatura marina, effetto supportato anche dal fatto che i suoi piedi poggiano su un\u2019enorme valva di conchiglia di san Giacomo. A tutto questo dobbiamo aggiungere la sua somiglianza alle sirene descritte e cantate da Omero. Di questa statua, oltre alla versione in bronzo presente nella fontana di San Paolo di Civitate, si \u00e8 conservato il positivo in gesso utilizzato dalla fonderia. Del modello in argilla lo Schiavone scatt\u00f2 diverse fotografie, interessante documentazione perch\u00e9 testimonia le fasi di realizzazione di un\u2019opera, ci fa vedere lo studio-laboratorio in cui l\u2019artista operava, ed evidenzia inoltre la sua buona capacit\u00e0 di fotografare una scultura, operazione niente affatto semplice.<\/p>\n\n\n\n<p>E\u2019 del 1960 la scultura&nbsp;<em><strong>La sposa<\/strong><\/em>, ultima opera recensita in una mostra, dopodich\u00e9 non si hanno pi\u00f9 notizie di produzioni scultoree. Siamo in un periodo cruciale per lo scultore, l\u2019anno prima aveva presentato alla VIII Quadriennale un\u2019opera,&nbsp;<em><strong>Il missionario<\/strong><\/em>, lavoro che non era stato accettato dalla giuria. In quello stesso anno in occasione della Mostra nazionale Usbai di Foggia, aveva riproposto la scultura&nbsp;<em><strong>Graziella<\/strong><\/em>, l\u2019opera che aveva fatto parlare di Schiavone e di se, sia la stampa italiana e sia quella estera. Una sorta di rivalsa verso la Quadriennale. Ma cruciale, definiamo quel periodo, soprattutto per l\u2019isolamento in cui si venne a trovare Schiavone.<\/p>\n\n\n\n<p>Sempre all\u2019ambito della ritrattistica ed al periodo successivo alla partecipazione alla VI Quadriennale possiamo ascrivere la scultura&nbsp;<em><strong>Fiorella<\/strong><\/em>, un\u2019altra delicata raffigurazione di ragazza in terracotta.&nbsp;<em><strong>Fiorella<\/strong><\/em>&nbsp;ed&nbsp;<em><strong>Il Missionario<\/strong><\/em>, entrambe terrecotte, furono presentate alla Commissione di accettazione della VIII Quadriennale del 1959.&nbsp;<em><strong>Il Missionario<\/strong><\/em>&nbsp;\u00e8 un altro esempio di scultura a figura intera, anche se non al vero; una costante di Schiavone \u00e8 quella di creare statue di piccole dimensioni. La figura rientra nella scultura italiana che si era andata affermando dai primi anni Quaranta in poi e che ha avuto in Marino Marini il naturale prosecutore della tradizione iniziata sul finire dell\u2019\u2019800 da Medardo Rosso e andatasi sviluppando nelle pratiche artistiche di Martini.<\/p>\n\n\n\n<p>Purtroppo il giudizio della commissione di valutazione degli artisti non invitati per quella quadriennale fu piuttosto severo, non solo nei confronti di Schiavone, ma anche verso altri artisti pugliesi che avevano presentato delle opere. Tra gli esclusi figuravano i due fratelli Giacomo e Antonio Vittorio Negri, Salvatore Postiglione e, anche se residente a Milano, Guido Di Fidio<sup><a href=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2024\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-117-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#sdfootnote8sym\"><sup>8<\/sup><\/a><\/sup>. Tra l\u2019altro l\u2019opera&nbsp;<em><strong>Fiorella<\/strong><\/em>&nbsp;era stata registrata con il nome di&nbsp;<em><strong>Fioretta<\/strong><\/em>, un\u2019evidente confusione di consonanti, che doveva essere imputata al redattore dei registri il quale sempre nello stesso registro indica la scultura in gesso di Raffaele Giurgola&nbsp;<em>L\u2019Olimpionica<\/em>&nbsp;come&nbsp;<em>L\u2019olimbionica<\/em>&nbsp;(\u2026), Al di l\u00e0 delle valutazioni della commissione, scorrendo i registri degli artisti non invitati, ci siamo potuti rendere conto di come l\u2019attenzione e la risposta positiva d\u2019accettazione fossero molto pi\u00f9 favorevoli agli artisti residenti in Roma che a quelli di regioni lontane.<\/p>\n\n\n\n<p>Abbiamo parlato degli anni Cinquanta come di un periodo dei pi\u00f9 prolifici dell\u2019artista, una sottolineatura per introdurre invece ad una fase particolare che corrisponde agli ultimi sei anni vita, dove la produzione scultorea subir\u00e0 un arresto. Le ragioni hanno diverse origini. Una di queste sicuramente avvertita da Schiavone era un certo isolamento dal mondo artistico sia locale e sia nazionale.Pensiamo ad esempio alla non accettazione dei suoi lavori alla VIII Quadriennale del 1959, come in precedenza alla Mostra degli artisti meridionali di Roma del 1953 o a quella di Napoli. Esclusioni che devono aver messo in crisi l\u2019artista il cui atteggiamento era sempre stato di assoluto riserbo verso persone e cose, ma di vivo interesse verso i fenomeni artistici e il mondo dell\u2019arte e dell\u2019architettura. Alle assenze a quelle mostre, si uniscono quelle delle mostre organizzate a Foggia ed in Puglia, un\u2019ulteriore ferita interiore che si aggiunge al fatto che in quegli anni, nella sua numerosa famiglia, i figli erano cresciuti e lo spazio della vecchia casa-studio-laboratorio di Vico Storto San Nicola non era pi\u00f9 sufficiente. Si trasferir\u00e0 in una casa nuova, perdendo cos\u00ec lo spazio di laboratorio, il che significher\u00e0 la fine della sua attivit\u00e0 di scultore. L\u2019attenzione di Schiavone da questo momento sar\u00e0 tutta per l\u2019architettura funeraria e la pittura, come testimoniano le opere architettoniche di cui abbiamo gi\u00e0 scritto e come vedremo di seguito per quanto relativo alla pittura. Ma oltre a queste vicende, gli anni Sessanta saranno anche gli anni in cui inizier\u00e0 a manifestarsi la malattia, che nel volgere di poco tempo lo porter\u00e0 alla morte.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\"><a href=\"https:\/\/whatsapp.com\/channel\/0029VaDHLS73AzNIPF1REe36\">Segui Torremaggiore On Line su WhatsApp<\/a><br><br><a href=\"https:\/\/t.me\/torremaggioreonline\">Segui Torremaggiore On Line su Telegram<\/a><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><a href=\"https:\/\/autopneus.it\/\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1200\" height=\"180\" src=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/00_banner_grosso_auto_team.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-27999\" srcset=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/00_banner_grosso_auto_team.jpg 1200w, https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/09\/00_banner_grosso_auto_team-768x115.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2024\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-117-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#sdfootnote1anc\">1<\/a>&nbsp;Arturo Stagliano (Guglionesi 1867-Torino 1936), giovanissimo si trasferisce a Napoli dove frequenta l\u2019Istituto di Belle Arti, quale allievo del maestro Domenico Morelli. Dal 1900 al 1904 risiede a Capri dove, al Caff\u00e8 Morgano, incontra lo scultore Leonardo Bistolfi, che soleva trascorrere il periodo estivo nell\u2019isola. Dalla sua frequentazione sboccer\u00e0 la passione per la scultura, cui Stagliano comincer\u00e0 a dedicarsi nel 1904, abbandonando definitivamente la pittura. Poco dopo si trasferisce a Torino per lavorare nell\u2019atelier di Bistolfi col quale collabora fino alla morte del maestro, avvenuta nel 1933.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2024\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-117-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#sdfootnote2anc\">2<\/a>\u00a0Una fotografia della lettera \u00e8 stata pubblicata in L. Schiavone,\u00a0<em>L\u2019arte di Nicola Schiavone biografia e catalogo. Il ricordo di un artista del Sud<\/em>, Arezzo 2012.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2024\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-117-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#sdfootnote3anc\">3<\/a>&nbsp;Lo Schiavone risulta essere stato in servizio preso il Poerio negli anni scolastici 1941\/42 e 1942\/43, cfr. Archivio storico Istituto Magistrale,&nbsp;<em>Docenti in servizio presso l\u2019Istituto<\/em>, 1943.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2024\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-117-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#sdfootnote4anc\">4<\/a>&nbsp;Sulla questione non si hanno ancora riscontri documentali, ma solo il ricordo del Sen. Domenico De Simone gi\u00e0 Sindaco di Torremaggiore e delle figlie dello scultore.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2024\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-117-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#sdfootnote5anc\">5<\/a>&nbsp;Fra gli allievi di Schiavone ricordiamo qui solo alcuni dei tanti, come il prof. Luigi Irmici, lo scultore Germano, il pittore Gioioso, l\u2019ingegnere Berardi e l\u2019architetto Giovanni De Capua. Quest\u2019ultimo dopo aver ascoltato una conferenza su Schiavone tenuta da chi scrive a Torremaggiore il 4 dicembre 2012, invi\u00f2 una lettera alla figlia dello scultore Telma. Trascriviamo la lettera perch\u00e9 \u00e8 una testimonianza viva di quale era il tipo di rapporto che il prof. Schiavone aveva con i suoi allievi, nelle vesti non solo di artista ma di pedagogo:&nbsp;<em>\u201c Gentilissima Telma, ripenso ancora con piacere alla sera del 4 dicembre nella bellissima sala del Castello di Torremaggiore. Saltare indietro di cinquanta anni e lasciarsi cullare dai ricordi \u00e8 stata un\u2019esperienza piacevolissima ed indimenticabile. Ho rivisto con commozione i luoghi dove ho fatto le medie e<\/em>&nbsp;<em>dove ho saputo che tuo padre ed il prof. Pelilli erano amici. Pensavo che ho avuto come insegnante di disegno l\u2019architetto Pelilli alle medie e tuo padre al liceo. Entrambi burberi, ma entrambi paste d\u2019uomo che si rivestivano di una scorza dura, all\u2019apparenza, per non essere sopraffatti. Ho potuto apprezzare l\u2019arte del prof. Schiavone e le sue architetture ancora attuali, perfettamente riuscite dal punto di vista compositivo. La sua pittura, poi, \u00e8 stata una vera sorpresa: in classe non ne aveva mai parlato. Mi ha ricordato, per la poetica, sia Rosai che Sironi (che prediligo). Ho finalmente saputo, dopo mezzo secolo, cosa aveva fatto del pennarello che una volta mi aveva chiesto in prestito: &lt;&lt;Di Capua, prestami per un po\u2019 la flou master&gt;&gt; (non esistevano ancora i pennarelli) e avevo trovato a Foggia da Leone questa penna a feltro ricaricabile. Quando ho visto i suoi bellissimi disegni (piazza di Campo dei Fiori a Roma), ho capito a che cosa gli era servito. Negli ultimi anni di liceo il rapporto con tuo padre non era pi\u00f9 quello tra docente e allievo, mi trattava come un collega, conservo ancora qualche disegno con le sue correzioni: \u201cNon lasciare spazi vuoti di carta bianca, non aver paura di adoperare segni rapidi e decisi \u201c, e nel dire questo tracciava sul foglio, da me iniziato, dei ghirigori senza pentimenti. Ho imparato cos\u00ec a disegnare senza il tracciato preliminare a matita, direttamente a penna sul foglio. Un po\u2019 come camminare sulla corda senza rete, o impari o cadi. L\u2019ultima volta che l\u2019ho rivisto \u00e8 stato nel 1965, era d\u2019estate, a San Severo, nei pressi della chiesa di San Lorenzo. Era in maniche di camicia, per il caldo. Mi riconobbe con un sorriso chiedendomi cosa facessi. Ci salutammo con le raccomandazioni consuete, in pi\u00f9: Non smettere mai di disegnare! Fu quella l\u2019ultima volta che lo vidi. Poi, dopo quarantasette anni il ricordo, l\u2019emozione. Ti ringrazio ancora per avermi reso partecipe dell\u2019evento e approfitto<\/em>&nbsp;<em>per farti i miei pi\u00f9 cari auguri per il Natale e per il nuovo anno. Con affetto Giovanni Di Capua. San Severo 20\/12\/2012<\/em>\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2024\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-117-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#sdfootnote6anc\">6<\/a>&nbsp;Cfr. Sul settimanale di Lucera era apparso l\u2019articolo&nbsp;<em>Mostra dei lavori alla Scuola di Avviamento<\/em>&nbsp;che descriveva con queste parole i lavori dagli allievi di Schiavone: \u201c&nbsp;<em>\u2026e cos\u00ec pure disegni di oggetti, paesaggi, scene di vita in bianco e nero e a colori su legno e su porcellana degli allievi del prof. Nicola Schiavone<\/em>\u201d, in&nbsp;<em>Il Foglietto<\/em>&nbsp;del 28\/6\/1956.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2024\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-117-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#sdfootnote7anc\">7<\/a>&nbsp;Cfr.&nbsp;<em>La Gazzetta del Mezzogiorno<\/em>&nbsp;del05\/06\/1938; l\u2019articolo era firmato mas, le iniziali del cognome del caporedattore Domenico Maselli.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2024\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-117-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#sdfootnote8anc\">8<\/a>&nbsp;Cfr. ASQII Registro spedizioni scultori non invitati b. 21 u.1.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>DI seguito il profilo biografico del Prof Nicola Schiavone realizzato dal Prof. Gianfranco Piemontese; tutti<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":27527,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[455,117,250],"tags":[4506,4508,4507,405,3957,4509,4505],"class_list":["post-29388","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-brevi-news","category-personalita-torremaggioresi","category-prima-pagina","tag-architettura","tag-arte","tag-docenza","tag-nicola-schiavone","tag-pittura","tag-prof-nicola-schiavone","tag-scultura"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.4 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Torremaggioresi illustri: non dimentichiamo la figura del Pittore, Scultore, Architetto e Docente Nicola Schiavone nel 118\u00b0 anniversario dalla nascita ovvero il 12 gennaio 1907 - Torremaggiore On Line<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"DI seguito il profilo biografico del Prof Nicola Schiavone realizzato dal Prof. Gianfranco Piemontese; tutti i diritti sono di propriet\u00e0 esclusivamente dell\u2019autore.Il percorso di avvicinamento all\u2019Arte di Nicola Schiavone si \u00e8 svolto in una duplice forma, per una parte a bottega da un ebanista di Torremaggiore e dall\u2019altra frequentando studi di scultori. Sicuramente quella di Schiavone \u00e8 stata una formazione tutta in salita. La sua famiglia era di origini modeste. Dopo la scuola elementare, frequent\u00f2 una bottega artigiana e, considerando il livello di maestria allora imperante nei piccoli centri del Sud, sicuramente si tratt\u00f2 di un\u2019importante esperienza propedeutica a quell\u2019aspirazione artistica che lo porter\u00e0 in seguito a divenire scultore. Per altro le difficili condizioni economiche dell\u2019epoca e l\u2019impatto con la dura realt\u00e0 quotidiana accentueranno anche l\u2019interesse per tematiche e figure legate ad umili e pesanti lavori come lo spaccapietre, l\u2019acquaiolo, il contadino. Della sua predisposizione al modellato abbiamo una prima testimonianza gi\u00e0 all\u2019et\u00e0 di tredici anni. Rimanda, infatti, al 1920 la realizzazione di una testa di Cristo realizzata prima in argilla e poi resa in gesso patinato. Un tema, quello del Nazareno, a lui caro visto che in seguito lo riproporr\u00e0 in diverse versioni e in pi\u00f9 mostre d\u2019arte. Dalle testimonianze delle figlie, risulta che dal 1926, Schiavone abbia vissuto per un periodo a Torino, dove frequent\u00f2 lo studio dello scultore Arturo Stagliano1.Allo studio dell\u2019artista molisano, Schiavone giunse attraverso una segnalazione di Leonardo Bistolfi. Il giovane artista si era rivolto all\u2019anziano scultore e senatore del regno per poter entrare nel suo studio come allievo e quindi approfondire la pratica scultorea. All\u2019epoca Bistolfi, anziano e con problemi alla vista, non pot\u00e9 esaudire la sua richiesta. Di questo diniego esiste una lettera scritta da Lorenzo Bistolfi, figlio dello scultore, il 10 settembre del 1926, nella quale si comunicava allo Schiavone che gi\u00e0 da alcuni anni Bistolfi non accoglieva allievi nel suo studio a causa delle precarie condizioni di salute2. Se il giovane scultore avesse, per\u00f2, inviato alcune fotografie di lavori da lui eseguiti, sicuramente il maestro Bistolfi avrebbe potuto dare consigli o l\u2019avrebbe indirizzato presso un altro artista. Il giovane Schiavone venne cos\u00ec indirizzato, su suggerimento e intervento di Bistolfi, presso lo studio di Arturo Stagliano. Bisogna ricordare che anche Stagliano era arrivato da Napoli a Torino dove trov\u00f2 nello studio di Bistolfi un ambiente favorevole e idoneo ad ampliare e arricchire la sua pratica scultorea. Schiavone avvi\u00f2 con lo scultore molisano una fattiva collaborazione che lo vide coinvolto anche nella realizzazione del monumento ai Caduti che Stagliano doveva realizzare per la citt\u00e0 di Treviso.Sul soggiorno torinese abbiamo la testimonianza di una fotografia formato studio che il giovane Schiavone fece presso un importante fotografo di Torino che svolgeva la sua attivit\u00e0 nella centrale Via Roma. Sempre dalle figlie sappiamo che il giovane Schiavone rientr\u00f2 a Torremaggiore tra la fine del 1927 e i primi mesi del 1928, a causa della nascita del primogenito. Un rientro che signific\u00f2 in una certa misura il distacco da un ambiente, artistico importante e ricco di stimoli, di cui avrebbe in seguito sofferto la sua produzione artistica. Questa situazione non gli impedir\u00e0 di prendere parte ad una mostra provinciale che si tenne a Foggia nel settembre del 1928. Ma oltre che per ragioni di famiglia, lo Schiavone dovr\u00e0 interrompere per due anni l\u2019attivit\u00e0 artistica perch\u00e9 dal 6 novembre 1928 all\u20198 settembre 1930 sar\u00e0 chiamato ad assolvere il servizio di leva.L\u2019attivit\u00e0 artistica a TorremaggioreEspletato il servizio di leva, al rientro a Torremaggiore, riprender\u00e0 la produzione artistica. Aprir\u00e0 uno studio-laboratorio ed inizier\u00e0 a progettare architettura cimiteriale, progetti che si trasformeranno in cappelle gentilizie, cippi funerari e bassorilievi per lapidi, di cui si ha anche un esemplare bronzeo. Gli anni che vanno dal 1930 al 1938 sono dedicati, quindi, a questo tipo di attivit\u00e0. Sar\u00e0 dal 1938 che Schiavone, come vedremo nei successivi paragrafi, riprender\u00e0 a partecipare all\u2019attivit\u00e0 artistica espositiva.In quegli anni, da parte del pubblico, ci fu una forte ripresa d\u2019interesse per la scultura. Questo era dovuto alla gran mole di monumenti, cippi e lapidi che ogni citt\u00e0 o piccolo centro d\u2019Italia aveva voluto realizzare in ricordo dei 600.000 e pi\u00f9 soldati che erano periti durante la guerra del 1915-18. Interesse verso la scultura che storicamente aveva sempre occupato una posizione minoritaria nel campo delle arti visive. A questa recente dimostrazione d\u2019interesse si univa una delle tradizionali destinazioni dell\u2019arte plastica ai monumenti destinati a cimiteri e\/o a chiese. Un settore che Schiavone aveva avuto modo di studiare nel suo soggiorno torinese, caratterizzato oltre che dalla pratica collaborazione alle opere di Stagliano, da frequenti viaggi in un luogo della Liguria che a ragione si pu\u00f2 ritenere un museo della scultura all\u2019aperto: il Cimitero di Staglieno a Genova. Un contesto ricco delle pi\u00f9 importanti opere di scultori operanti nel XIX e nel XX secolo. Di queste frequentazioni Schiavone fa tesoro, e lo vedremo in seguito nei lavori che realizzer\u00e0 fino a pochi mesi dalla morte.Alla pratica di scultore, di pittore e di progettista di architetture funerarie, a partire dal 1941, si aggiunger\u00e0 quella di insegnante. Sar\u00e0 questo un importante momento di crescita culturale e di confronto per uomo che fino allora si era dedicato all\u2019arte in forma totale. L\u2019insegnamento sar\u00e0 caratterizzato da un inizio duro, all\u2019insegna della precariet\u00e0, cosa che nella scuola italiana, a distanza di oltre sessanta anni sembra non essere cambiata affatto. In quell\u2019anno Schiavone era docente di Disegno presso l\u2019istituto magistrale Carolina Poerio di Foggia.3 Un periodo di transizione che vide l\u2019artista impegnato a Foggia anche durante il mese di luglio 1943, dolorosamente impresso nella memoria della citt\u00e0 pugliese per i bombardamenti degli angloamericani. Una tragica situazione che per puro caso non coinvolse come vittima dei bombardamenti Schiavone. Trattenuto, infatti, dal preside del Magistrale prof. Pilla diretto anche egli a San Severo, riusc\u00ec a scampare ai bombardamenti utilizzando il rifugio antiaereo pi\u00f9 prossimo alla scuola. Il 1943 fu l\u2019anno dell\u2019armistizio e anche quello che vide, almeno per il Meridione d\u2019Italia, l\u2019interrompersi della dittatura fascista che tanto dolore aveva inflitto agli italiani e a quanti erano stati interessati dalle politiche espansionistiche del fascismo. Dall\u2019anno scolastico 1944 Schiavone risulter\u00e0 docente a San Severo, prima nell\u2019Istituto Magistrale e poi nel Liceo Scientifico. Dopo la guerra a partire dal 1945 a quanti lavoravano nelle amministrazioni statali era richiesto la compilazione di una dichiarazione giurata in cui si dovevano elencare qualsiasi forma di rapporti avuti durante il ventennio con il partito fascista e\/o le sue varie organizzazioni. Schiavone compil\u00f2 la sua scheda quando era in servizio presso il Poerio di Foggia. Veniamo cos\u00ec a conoscenza che l\u2019artista si era iscritto al partito fascista nel dicembre del 1941, per quasi vent\u2019anni era riuscito a non iscriversi. La scelta di farlo molto probabilmente fu causata da una lettera anonima fatta pervenire al Federale fascista in cui si denunciava lo Schiavone che insegnava pur non essendo iscritto al partito fascista4. Dopo l\u2019esposto anonimo il professore fu allontanato dall\u2019insegnamento per circa due mesi, dopodich\u00e9 l\u2019iscrizione al partito gli permise il rientro in servizio. Una scelta dura a cui l\u2019artista, all\u2019epoca padre di tre figli, ob torto collo non poteva sottrarsi. Cos\u00ec all\u2019iscrizione al sindacato fascista belle arti si aggiunse anche quella al partito.La carriera di docente di Disegno e storia dell\u2019arte lo metter\u00e0 a contatto con generazioni di donne e di uomini, alcuni dei quali diventeranno a loro volta importanti artisti, architetti e ingegneri5. L\u2019impegno nella didattica Schiavone lo ha profuso anche in quelle fasce di istruzioni esistenti prima della riforma del 1962, ovvero nelle scuole di avviamento professionale. Allora non esisteva la scuola media dell\u2019obbligo, e l\u2019istruzione base garantita dallo Stato arrivava alla classe quinta delle elementari. Le scuole di avviamento professionale erano quelle \u201cdestinate\u201d alle fasce popolari a cui per i costi e per condizioni socio economiche erano in una certa misura precluse le scuole superiori. Questa esperienza l\u2019artista la svolse nella sua citt\u00e0, la scuola era diretta dal prof. Michele Cammisa, amico fraterno dell\u2019artista e primo Sindaco di Torremaggiore in epoca repubblicana. Durante quegli anni la conoscenza dell\u2019arte plastica venne ampiamente insegnata a molti giovani di Torremaggiore. Di questa esperienza ebbe a scrivere anche il settimanale Il Foglietto con un articolo su una delle periodiche mostre che venivano fatte dalla scuola per far conoscere i lavori degli allievi6. Nella vicina citt\u00e0 di San Severo il professore Schiavone venne in contatto con un\u2019altra fascia sociale di studenti, proveniente dal mondo della piccola e della grande borghesia. Insegn\u00f2 all\u2019Istituto Magistrale prima e, poi al Liceo scientifico: Disegno e Storia dell\u2019Arte. Una disciplina che lo poneva a contatto con le espressioni artistiche antiche e moderne mettendolo in una condizione di continuo stimolo e aggiornamento. Erano anni cruciali per l\u2019Italia, dopo la guerra si era avviato il processo di ricostruzione e questo avveniva anche e soprattutto grazie alla formazione culturale dei cittadini. Se il nostro Paese \u00e8 poi diventato uno fra i pi\u00f9 sviluppati del mondo, questo \u00e8 stato possibile, grazie al contributo delle donne e degli formatisi nella Scuola italiana.All\u2019intensa e proficua attivit\u00e0 di docente Schiavone affianc\u00f2 l\u2019impegno civile nella vita culturale e pubblica della sua citt\u00e0. Grazie ai suoi meriti artistici, frutto della trentennale attivit\u00e0 che lo aveva visto partecipare a mostre artistiche e alle sue riconosciute qualit\u00e0 didattiche sar\u00e0 nominato nel febbraio del 1962 dal Ministero della Pubblica Istruzione Ispettore onorario per le Opere di Antichit\u00e0 e d\u2019Arte per il Comune di Torremaggiore. Carica che gli permise espletare opera di vigilanza e promozione di tutela per il patrimonio storico artistico oltre ad entrare a far parte di diritto in un importante organismo che rilascia i pareri preventivi, come erano e sono le Commissioni edilizie comunali. Nell\u2019ambito del suo compito ispettivo ebbe anche da fare osservazioni verso l\u2019allora Sindaco di Torremaggiore che autorizz\u00f2 dei lavori di intonacatura e dipintura sulle pareti esterne del Castello ducale. E questo ci dice tutto sul carattere dell\u2019artista che davanti ad un errore, magari compiuto non in malafede, manteneva fermo il suo operare. Nella sua citt\u00e0, che vanta una poliedrica genia di artisti, musicisti e politici, Schiavone intrattenne sempre rapporti con quella che oggi si definirebbe l\u2019intellighenzia. Dal bibliotecario storico della comunale, Pasquale Ricciardelli, che all\u2019impegno di operatore culturale aggiungeva quello dell\u2019impegno in politica, a Michele Cammisa, a Domenico De Simone e tanti altri esponenti della cultura, della scuola e della politica di Torremagiore. Personalit\u00e0 che avevano in un\u2019edicola-libreria, il loro punto di incontro, una \u201cbasilica\u201d del dialogo e della polemica che animava la piccola piazza adiacente allo storico palazzo del municipio, come poteva accadere nelle agor\u00e0 di greca memoria. Dopo l\u2019importante nomina ministeriale arriv\u00f2 anche la nomina a membro dell\u2019Accademia dei \u2018500 di Roma, un sodalizio artistico che includeva fra i suoi associati importanti esponenti della vita artistica italiana.Schiavone e le esposizioni d\u2019arte tra gli anni Venti e Cinquanta del XX secoloCome abbiamo evidenziato nel profilo biografico l\u2019arte plastica \u00e8 stata alla base del vivere dell\u2019artista. Qui vogliamo mettere in evidenza quali siano state le peculiarit\u00e0 del suo operare. Ad una formazione sostanzialmente da autodidatta, che poi \u00e8 quella che spesso ha caratterizzato gli scultori italiani del \u2018900, si \u00e8 aggiunta in seguito l\u2019attivit\u00e0 artistica ed espositiva, che lo ha messo in relazione con gli artisti della sua regione prima, e del resto d\u2019Italia dopo. Un\u2019attivit\u00e0 che proviamo a suddividere in tempi cronologici, nonostante la difficolt\u00e0 dovuta all\u2019assenza di date sui propri lavori; tuttavia giovandoci della puntuale presenza alle mostre e quindi dei rispettivi cataloghi, possiamo definire alcuni punti certi. Ad una suddivisione cronologica aggiungiamo una sistemazione in periodi che ci porta sostanzialmente a riconoscere in Schiavone due fasi artistiche distinte. Una prima che si ricollega alla presenza a Torino nella bottega di Stagliano, con un raggio temporale che si protrae fino al 1932. Una seconda, che parte dalla mostra del 1938 ed arriva al 1960. Due distinti periodi con una produzione scultorea sostanzialmente in terracotta con eccezioni di ritrattistica di tipo funerario, attivit\u00e0 che lo metter\u00e0 in contatto con il mondo toscano dei traduttori in marmo. E\u2019 in questa occasione che egli divenne prima committente e poi amico di Garibaldo Alessandrini, uno dei pi\u00f9 bravi allora operanti a Querceta. La ritrattistica \u00e8 documentabile ad un arco temporale che va dal 1940 al 1946, ovvero anni in cui realizzer\u00e0 dei busti di personalit\u00e0 della borghesia agraria di Torremaggiore.Il soggiorno torinese lo aveva messo in contatto con il mondo artistico legato alla tradizione italiana ottocentesca, ancora fortemente maggioritaria nella pratica artistica di quegli anni. Cos\u00ec le prime opere che presenta in una mostra nel 1928, a soli 21 anni, sono opere come Testa di Oplite e Jesus. La maschera Jesus, \u00e8 in marmo bianco, materiale amato dallo scultore, ma usato pi\u00f9 nelle sue architetture che nelle sue sculture. Infatti ad oggi, oltre a questa opera, non si conoscono altre realizzazioni dirette in pietra e\/o marmo con le eccezioni della ritrattistica funeraria tradotta da Alessandrini. Il primo periodo \u00e8 anche caratterizzato dalla risposta ad una domanda di lapidi e piccoli monumenti funerari che lo impegnano ed allo stesso tempo gli garantiscono quel minimo di benessere economico per poter vivere. Tra l\u2019altro dal novembre 1928 al settembre 1930 la sua attivit\u00e0 artistica sar\u00e0, di fatto, inibita perch\u00e9 assolve gli obblighi militari.La prima opera realizzata dopo il 1930 di cui possiamo dare oggi una datazione in forma ordinaria, \u00e8 una lapide bronzea raffigurante Due angeli dolenti, dalle linee liberty rilevata all\u2019interno del cimitero di Torremaggiore. E\u2019 nel 1938 che Schiavone acquista uno status di artista con una propria cifra stilistica. La scultura di questi anni sar\u00e0 caratterizzata da una visione ossimorica: impressionista e espressionista allo stesso tempo. La figurativit\u00e0 mantenuta da Schiavone \u00e8 tipica del\u2019arte italiana fra le due guerre, un ritorno all\u2019ordine che aveva visto le propensioni delle avanguardie artistiche ridimensionate. Un fenomeno che aveva contribuito al riaffermarsi del figurativo sia in pittura che in scultura. E Schiavone non fu esente se pensiamo alla scultura Jesus, che lo avvicina ad Adolfo Wildt, che insieme a Medardo Rosso rappresentavano la scultura italiana agli inizi del XX secolo. Entrambi questi scultori saranno studiati e presi a modello da Schiavone, una influenza riscontrabile non solo nelle sue opere, ma anche in quasi tutta la produzione artistica degli scultori suoi coevi. L\u2019identica ieraticit\u00e0 della maschera in marmo verr\u00e0 riproposta a distanza di dieci anni nel Nazzareno, un gesso raffigurante il Cristo in una tipica espressione di bellezza novecentesca.Il tema del Cristo, nelle forme di testa o di busto \u00e8 testimoniato in Schiavone almeno in tre casi a cui si pu\u00f2 aggiungere la maschera di Jesus. Il primo esempio \u00e8 la Testa di Cristo, un\u2019opera in gesso patinato che risalirebbe all\u2019adolescenza dell\u2019artista. Quest\u2019opera contiene una serie di caratteristiche che ritorneranno nelle versioni successive. Una peculiarit\u00e0 lo sguardo trasognato con gli occhi socchiusi, una resa che Schiavone interpreta in maniera magistrale. Sguardo che provoca nell\u2019osservatore la sensazione di trovarsi di fronte al Cristo morto o dormiente. Una chioma che riprende i modelli storici, quindi lunga, fluente e ondulata insieme ad una barba altrettanto animata, racchiude il volto contratto. La fronte e le gote sono in tensione cos\u00ec pure il collo,e Schiavone usa queste tensioni per accentuare il pittoricismo di questa sua opera giovanile. Un gesso a cui l\u2019artista ha applicato una patina grigio scuro, colore che accentua ancora di pi\u00f9 il plasticismo.Anche il Nazzareno, opera del 1938, che risente dell\u2019influenza di Wildt si ispira ai modelli neoclassici. Di quest\u2019opera si conserva una fotografia che ritrae lo Schiavone al lavoro vicino all\u2019opera. Un Cristo dal volto silente, palpebre socchiuse in una sorta di interpretazione di Cristo dormiens, solo che qui non c\u2019\u00e8 il Crocifisso. La testa, resa leggermente pi\u00f9 grande del vero, e cinta da una fluente capigliatura, che parte liscia dalla nuca e solo al termine prende una piega ondulata. Anche la barba non \u00e8 lunga ma ricorda piuttosto un pizzetto allungato. Quello che colpisce ancora di pi\u00f9 in questo Nazzareno sono i lineamenti del volto, che suscitano un senso di pacatezza simile a quella dei trecenteschi crocefissi lignei dipinti.L\u2019altra scultura che ha come soggetto il Cristo \u00e8 quella di un Cristo deposto o meglio di una Piet\u00e0. Si tratta di un\u2019opera in gesso che riprende la figura del corpo di Cristo deposto nella tipica posizione rappresentata sia in pittura che in scultura fin dal Rinascimento; pensiamo al volto del Cristo della Piet\u00e0 di Michelangelo in San Pietro a Roma. Schiavone raffigura il busto del Cristo con lo stesso taglio compositivo con cui Antonello da Messina realizzava i suoi ritratti: le braccia ed il torace sono tagliati. Inquadrato in questa maniera l\u2019osservatore concentrer\u00e0 la sua attenzione sul capo reclinato perch\u00e9 quest\u2019opera \u00e8 una Piet\u00e0, definizione che sintetizza la sacra raffigurazione solitamente comprensiva di pi\u00f9 personaggi, dalla Madonna alla Maddalena e a San Giovanni Evangelista, ma qui il Cristo \u00e8 solo e il resto dei personaggi lo immaginiamo intorno a lui. Un\u2019opera di cui conosciamo le fattezze e l\u2019esistenza da una fotografia, immagine ripresa dallo stesso scultore che era solito fotografare i propri lavori. Riteniamo che la stessa, per il tema svolto, fosse destinata ad adornare qualche cappella funeraria.Per quanto relativo alla produzione scultorea che va dagli anni 1938 al 1960, lo Schiavone sar\u00e0 impegnato nella ritrattistica e nella raffigurazione del mondo del lavoro, e nello specifico quello agropastorale. La ritrattistica annovera numerose sculture di teste femminili e di bambini, opere che presenter\u00e0 alle diverse mostre degli anni fra le due guerre e fino agli anni \u201960 del XX secolo. Tra queste opere, una susciter\u00e0 il plauso e l\u2019attenzione della critica nella Mostra regionale di Bari del 1938. Si tratta di Gisella, una terracotta la cui bellezza colp\u00ec l\u2019attenzione di pubblico e critica tanto che venne acquistata per la Galleria Mussolini di Roma. Si tratta del ritratto di una donna incorniciato da una capigliatura che contribuisce a rendere il volto piuttosto enigmatico. La pelle di questa scultura \u00e8 trattata dall\u2019artista con la tecnica della spugnatura, lavorazione che dona all\u2019opera un effetto di particolare pittoricismo che aumenta gli effetti chiaroscurali. Lo sguardo di Gisella inquieto e allo stesso tempo enigmatico, incuriosisce l\u2019osservatore, si potrebbe definire la trasposizione tridimensionale dello sguardo e del sorriso della Gioconda. Non \u00e8 un caso che il critico della Gazzetta del Mezzogiorno us\u00f2 per quest\u2019opera parole come queste: \u201d \u2026procedimento di espressione che si fa poesia e musica\u201d7.Dello stesso periodo \u00e8 un\u2019altra scultura, il San Giovannino, un gesso anche esso esposto a Bari nel 1938. Qui Schiavone applica la stessa impostazione della Piet\u00e0. Un busto che raffigura un giovane esile e dallo sguardo rivolto al cielo in esplicita rottura con l\u2019iconografia tradizionale che ci hanno trasmesso i maestri del Rinascimento e del Barocco, qui il fanciullo \u00e8 scarno, un fisico quasi da penitente. Altra cosa dai San Giovannino presenti nei dipinti di Raffaello e Leonardo, di cui \u00e8 difficile dimenticare le gote ed i corpi di paffuti fanciulli vestiti di vello e con fra le mani il bastone crucifero. Schiavone realizza un San Giovannino fuori da questi schemi, della tradizione conserva solo i simboli iconografici del vello e del bastone crucifero. Questo San Giovannino \u00e8 carico di pathos, elemento che dall\u2019antichit\u00e0 classica accompagna la scultura, e mai come in quest\u2019opera di Schiavone tale sentimento interiore traspare nell\u2019espressione del volto di questo bambino dal futuro segnato. La postura delle mani, una in procinto di benedire e l\u2019altra che regge il vessillo crucifero sono rese ancor pi\u00f9 cariche di significato dal tratteggio graffiato che l\u2019artista aveva fatto sul modello d\u2019argilla prima di tradurlo in gesso. Possiamo datare al 1938 la scelta di Schiavone di iniziare a realizzare le sue plastiche con un trattamento particolare delle superfici dei corpi, allora nella Gisella ora in San Giovannino; con una screziatura dell\u2019argilla crea una sorta di texture che poi rifrange la luce facendo percepire la scultura come qualcosa di iperleggero, quasi etereo. Un effetto che ritroveremo sempre nelle opere successive, quali Il pescatorello, Testa di bambino, Ritratto della moglie, o nella Donna creata per la fontana di San Paolo di Civitate, progettata dall\u2019architetto Concezio Petrucci. La stessa minuta lavorazione copre tutto il giovane corpo arrivando al volto e agli occhi, sgranati e incantati. Il volto \u00e8 chiuso da una capigliatura che ne evidenzia la delicatezza e la bellezza quasi efebica. L\u2019opera, dopo gli anni \u201950 venne distrutta dall\u2019autore quando questi lasci\u00f2 la casa studio di Vico Storto San Nicola. Di essa rimangono le fotografie ed un negativo 6 x 3 che lo scultore aveva conservato fra i suoi libri d\u2019arte.Un\u2019impostazione simile al San Giovannino la ritroviamo in un\u2019altra opera Il Pescatorello; una terracotta di cui non si conosce l\u2019attuale collocazione, dal tema fortemente ispirato a Gemito. Si tratta anche qui, come per il San Giovannino, della figura di un bambino forse di dieci anni, non di pi\u00f9, che viene raffigurato a tre quarti, il torso, le braccia e parte delle cosce. Un volto carico di espressione arricchita dalla lavorazione della superficie dell\u2019argilla. Testurizzazione della superficie che accentua la matericit\u00e0 della scultura. Il bambino \u00e8 rappresentato nell\u2019atto di slamare il pesce, per cui le sue braccia convergono sul petto ed il capo \u00e8 leggermente chinato con gli occhi attenti e puntati sull\u2019operazione che sta compiendo. Il corpo del bambino \u00e8 nudo ma Schiavone ci mostra una nudit\u00e0 innocente priva di qualsiasi senso di malizia. La naturalezza con cui egli definisce i capelli, il volto, le spalle e perfino la zona dell\u2019ombelico, con una piccola fossetta rientrante, che allontana l\u2019opera da una raffigurazione di genere come si poteva intendere dal titolo e ce la fa considerare come una bella espressione della scultura italiana di quegli anni.La scultura potrebbe datarsi agli anni 1938-39 perch\u00e9 nel maggio del 1939 l\u2019artista partecip\u00f2 alla VI Mostra sindacale di Bari con una scultura in terracottaTesta di Bambino. Dal confronto che abbiamo fatto con la fotografia di quest\u2019opera pubblicata nel Catalogo del 1939, risulta evidente che si tratti della stessa testa del Pescatorello, staccata e riusata per la mostra barese. Un\u2019operazione forse dovuta ad un ripensamento sollecitato da quel possibile confronto di idee e generi che sarebbe derivato partecipando alla mostra barese.Al periodo che va dal 1939 al 1943 appartengono opere come Maschera, Malata, Lidia, Pastore ed una serie di Teste non meglio specificate nei cataloghi delle sindacali, che erano piuttosto parchi nell\u2019apparato fotografico, per cui non sempre gli artisti vedevano pubblicate all\u2019interno fotografie delle loro opere o magari dell\u2019allestimento generale della mostra. Quindi sulla base del catalogo della Seconda mostra del sindacato tenutasi nel marzo 1939 a Foggia sappiamo che Schiavone partecip\u00f2 con tre opere delle quali due erano state precedentemente esposte nel 1938 a Bari. La novit\u00e0 \u00e8 rappresentata dalla terracotta Malata, di cui non si hanno fotografie n\u00e9 notizie su dove possa essere oggi collocata. Nello stesso anno, in autunno, nella VI mostra che si tenne a Bari, Schiavone present\u00f2 Testa di bambino e un Ritratto. Di entrambe le opere non se ne conosce la collocazione: della Testa del bambino si ha la fotografia pubblicata sul Catalogo, del Ritrattoinvece non si ha nessun riferimento e\/o fotografia. Risalirebbero al 1940 Lidia, Maschera e Ritratto, opere in terracotta esposte alla VII mostra sindacale interprovinciale di Bari. Di queste tre opere Lidia \u00e8 pubblicata nel Catalogo, mentre della Maschera si conserva una fotografia.La scultura Lidiapossiamo considerarla come la naturale continuazione della ritrattistica in stile Novecento che ha la sua capostipite nella Giselladel 1938. Qui lo sguardo sembra ammiccare un sorriso, anche se meno evidente. Risalta molto in questo ritratto femminile la capigliatura che ricorda anche la moda di quegli anni. Schiavone tratta la pelle del volto con il suo solito tocco fatto di screziature e piccole spugnature, operazioni che ingentiliscono il volto e gli fanno acquisire un certo aspetto enigmatico sostenuto anche da come sono resi gli occhi della donna. Possiamo dire che in questo, come negli altri ritratti femminili finora analizzati, la chiusura delle palpebre o la resa muta dell\u2019occhio ha conservato quel debito di ispirazione di Schiavone nei confronti di Wildt. Sul soggetto, poi, ci sarebbe da soffermarsi per un episodio accaduto a Torremaggiore nel 1940. Una donna di nome Lidia mor\u00ec all\u2019et\u00e0 di vent\u2019anni. In memoria di quella morte Giacomo Negri, concittadino di Schiavone, scolp\u00ec un busto marmoreo che oggi \u00e8 presente nella tomba di famiglia della giovane. Sembrerebbe che in un primo momento, l\u2019incarico per il bozzetto di un busto marmoreo da porre nella cappella di famiglia fosse stato dato allo Schiavone. Di questo episodio non abbiamo un riscontro nei documenti, ma solo una memoria orale, un nome simile ed una verosimiglianza fra la donna ritratta dal Negri e questa dello Schiavone.Maschera, altra opera di questo periodo ci fa vedere con quanta maestria lo Schiavone opera con l\u2019argilla fino ad ottenere quegli effetti che Medardo Rosso otteneva con la cera. Un volto dai tratti femminili, delicati com\u2019\u00e8 delicato il passaggio delle dita dell\u2019artista che alle stecche aggiungeva le mani come utensili della modellazione. Una plasticit\u00e0 intrisa dalle impronte dei polpastrelli, un\u2019ulteriore forma di texture che carica di contrasto chiaroscurale tutta la superficie, dai capelli al volto. Questa analisi la compiamo con l\u2019ausilio di una fotografia dell\u2019opera, perch\u00e9 l\u2019originale risulta in collezione privata, ma restiamo del parere che a seguire questa Maschera, come vedremo, ci saranno pezzi come i ritratti, sempre femminili, di Ofelia, Fiorella, Ritratto di Rosalia, Ritratto di Maria, Ritratto della moglie Lucia, opere in cui trov\u00f2 ispirazione anche nelle figlie. Tra quelle in cui non \u00e8 esplicito il riferimento, la stessa Fiorella che per\u00f2 presenta i caratteri somatici dell\u2019ultimogenita di Schiavone: Telma.L\u2019Ofelia, ritratto in terracotta di una giovanissima donna, dallo sguardo carico di dolcezza, che Schiavone ottiene con l\u2019argilla trattata alla stregua di cera, con velature dal lieve spessore. La figura dell\u2019ovale del viso \u00e8 in perfetta armonia con i capelli raccolti su due corte trecce, che ci fanno pensare alla giovane et\u00e0 della ragazza. La piccola testa \u00e8 sostenuta da un sottile e altrettanto delicato collo. L\u2019artista, pur fermandosi alla rappresentazione di una testa, ci ha posto nelle condizioni di immaginare questa ragazza, dagli occhi abbassati quasi esprimenti un certo disappunto o, se fosse stata viva, rossore. La scultura \u00e8 stata patinata, e questo rende la superficie pi\u00f9 facile al rifrangersi della luce che la colpisce. Quante cose pu\u00f2 esprimere una scultura e quanto ha espresso Schiavone in questo suo lavoro che riteniamo essere allo stesso livello di bellezza di Gisella, e con essa condivide l\u2019impostazione mentre riteniamo che l\u2019opera possa essere datata alla fine del 1939 o al pi\u00f9 nel 1940.Stessa impostazione abbiamo in un altro ritratto di ragazza, che noi qui chiameremo La ragazza con le trecce. In questo caso l\u2019artista realizza la scultura di una ragazza ma questa volta il suo sguardo \u00e8 alzato e diretto, gli occhi guardano con una certa fierezza davanti a s\u00e9. Anche la superficie del viso e i capelli hanno avuto un trattamento differente da Ofelia. La ragazza con le treccesembra aver trasferito la fierezza dello sguardo nel frastagliarsi del viso ed in quello dei capelli. Cos\u00ec il collo, appena fuoriuscente da un colletto di camicetta, viene cinto da trecce che sembrano rivolgere le loro punte verso l\u2019osservatore, come gi\u00e0 fanno gli occhi. Come dicevamo, l\u2019impianto compositivo \u00e8 lo stesso utilizzato per Gisella, anche qui la parte inferiore del collo diviene piedistallo della scultura. Riteniamo che queste teste di ragazze siano state esposte nelle sindacali di Bari del 1940 e 1943, ed alla I Mostra sociale di Foggia del 1949.Risalirebbe ai primi anni Quaranta, forse il 1942, il Ritratto della moglie Lucia, una terracotta che lo scultore plasm\u00f2 in un periodo particolare della sua vita e della sua famiglia. La moglie all\u2019epoca trentaquattrenne \u00e8 ritratta in un\u2019espressione austera con uno sguardo che trasmette una sensazione di tristezza e nello stesso tempo appare pi\u00f9 anziana della sua et\u00e0. La texture che utilizza in questa scultura \u00e8 diversa dalle precedenti, le velature che ricordavano le pellicole di cera sono state sostituite da un\u2019intrecciata e fitta serie di piccoli tagli che danno l\u2019effetto della terra seccata dal sole che si rompe in cretacci. Alla stessa stregua, anche se i segni sono diversi, \u00e8 intervenuto sulla capigliatura creando nella massa di capelli un andamento ondulato. L\u2019intera figura \u00e8 innestata su un collo di piccole dimensioni appena accennato. Questo ritratto \u00e8 stato realizzato al vero, uno dei pochi in terracotta in cui l\u2019artista mantiene le proporzioni reali, mentre gli altri ritratti hanno una piccola riduzione rispetto alle dimensioni della figura originale.Appartiene a questo periodo anche il Ritratto di Rosalia, una terracotta che ritrae la penultima delle figlie. Il ritratto di una bambina che ha tra i capelli un nastro di quelli che negli anni Cinquanta usavano indossare le alunne delle scuole elementari, opera che possiamo datare al 1951. Un\u2019attribuzione temporale sulla scorta di una fotografia in cui \u00e8 ritratta la figlia Rosalia con grembiule e fiocco in testa, datata 1951, ma anche per l\u2019identica impostazione di texture adoperata per una delle opere che sottoporr\u00e0 alla Commissione d\u2019accettazione della Quadriennale d\u2019arte di Roma del 1951. Il volto tondeggiante esprime un sorriso solare, una caratteristica fisiognomica propria della bambina, a cui il padre scultore aggiunge luminosit\u00e0 con le superfici screziate derivate dalla stecca e dalle sue dita. Sono questi gli anni in cui Schiavone produce numerose sculture dal forte impatto espressivo, una produzione che gli permetter\u00e0 poi di essere accettato nel 1951 alla VI Quadriennale di Roma.Nell\u2019autunno del 1951 s\u2019inaugurava la VI Quadriennale d\u2019arte di Roma, la cui apertura non fu priva di polemiche, espresse nei mesi precedenti e durante i mesi successivi, e protrattesi fino alla chiusura nel maggio 1952. Tutto questo avveniva in un clima particolare quale era quello dei primi anni Cinquanta. L\u2019Italia aveva chiuso la sua disastrosa esperienza bellica e dittatoriale solo da sei anni. La cultura occupava un posto importante nelle intenzioni di quanti avevano contribuito alla Liberazione prima e alla nascita della Repubblica poi. Chi governava sapeva che il paese usciva da un periodo di macerie sociali, fisiche ed economiche, c\u2019era tutto da ricostruire. Sia a scala nazionale che a scala locale si riannodavano le fila di quanti nell\u2019ambito della cultura, ed in quella specifica delle arti visive, si attivavano per contribuire alla ricostruzione del paese. La Quadriennale romana era per gli artisti italiani la vetrina nazionale pi\u00f9 ambita, quindi essere accettati significava avere raggiunto un\u2019importanza fuori dalla cerchia provinciale e\/o regionale. Il ritratto femminile Graziella, un busto in terracotta, fu l\u2019unica delle tre opere presentate da Schiavone ad essere accettata dalla giuria della Quadriennale. Una scultura che confermava l\u2019attenzione dell\u2019artista alla ritrattistica con soggetto femminile. Graziella, una figura segnata da lunghe trecce che dalla nuca scendono sulle spalle ed arrivano a lambire il petto. Un volto leggermente inclinato verso sinistra e gli occhi socchiusi, rendono l\u2019espressione della ragazza quasi maliziosa.Altre tipologie di sculture sono quelle che Schiavone plasmer\u00e0 a partire dal 1949. Corrispondono infatti agli anni del dopoguerra i lavori a figura intera. Un\u2019evoluzione della scultura di Schiavone definita dal passaggio dall\u2019originario figurativismo ispirato al Cristo al ritratto femminile per poi approdare a svariati temi laici , se si esclude una piccola scultura di un San Francesco d\u2019Assisi di cui parleremo a parte. Una datazione di questa sua particolare produzione si pu\u00f2 indicare negli anni che vanno dal 1947 al 1949. Anni in cui si cimenter\u00e0 con temi allegorici quali Caino e Abele, Eva e con altri legati, come abbiamo accennato precedentemente, al mondo rurale e pastorale. Per questo motivo l\u2019artista modeller\u00e0 La Bagnante, Modella, Pastore, Al pascolo, Lo spaccapietre, L\u2019acquaiolo, in due versioni quello maschile e quella femminile, Contadina che sgrana il mais. La costante di questi lavori \u00e8 quella di una raffigurazione di figure intere, in piedi e\/o sdraiate, anche se l\u2019artista lavora con rapporti proporzionali di molto inferiori al vero. Le dimensioni sono quelle di un rapporto di 1 a 4, in alcuni casi fino a 1 a 5. Una parte di queste opere verranno presentate alla prima mostra d\u2019arte sociale di artisti residenti in Capitanata che s\u2019inaugurer\u00e0 nell\u2019estate del 1949 a Foggia.Di sculture intere si render\u00e0 artefice Schiavone ancora nel 1956. L\u2019occasione fu la partecipazione al concorso indetto dal comune di Foggia per il parco giordaniano. L\u2019idea di monumento dello Schiavone come dei molti altri partecipanti non ebbe una serena e obbiettiva valutazione, e di questo si parla nel capitolo relativo alle mostre d\u2019arte ed ai concorsi. Le figure abbozzate da Schiavone avevano la caratteristica texture di tipo espressionista che in quegli anni si era affermata ancora di pi\u00f9. Una scultura screziata e segnata dalle stecche e dai suoi polpastrelli, quasi in un desiderio di mantenere dentro le sue sculture una parte fisica di s\u00e9.Del repertorio a figure intere fanno parte anche due bassorilievi Donne nel bosco e Donne che danzano, opere che, ad un attento esame, ricordano per la texture usata i bozzetti del parco giordaniano, per cui si pu\u00f2 ipotizzare come data di realizzazione il 1956.A figura intera ma di dimensioni ridottissime \u00e8 un San Francesco d\u2019Assisi in terracotta. Qui l\u2019artista sembra tornare ad un figurativismo degli anni Trenta, cosa che autorizzerebbe a pensare che il lavoro, non datato, possa risalire a quegli anni. Una possibile tesi \u00e8 che l\u2019artista abbia elaborato la statuetta del Santo patrono d\u2019Italia nei primi anni Trenta, quando a Foggia si presentarono una serie di idee per la realizzazione di una statua di san Francesco da collocare in una piazza a lui dedicata. Questo sarebbe supportato anche dalla presentazione, in quegli anni, ad una mostra sindacale di una statua di san Francesco scolpita da Antonio Saggese, artista che poi sar\u00e0 incaricato di creare la statua definitiva per la piazza monumento dedicata a san Francesco.Ai primi anni Cinquanta risale la realizzazione della scultura diuna Donna e di tre pesci da inserire nella fontana progettata da Concezio Petrucci per il comune di San Paolo di Civitate. Si tratta di una donna nuda, dal corpo sinuoso e con la pelle resa quasi puntiforme dalla spugna umida passata sull\u2019argilla fresca effetto della spugnatura. Una tecnica che trasforma la pelle in modo tale da sembrare coperta da squame, come una creatura marina, effetto supportato anche dal fatto che i suoi piedi poggiano su un\u2019enorme valva di conchiglia di san Giacomo. A tutto questo dobbiamo aggiungere la sua somiglianza alle sirene descritte e cantate da Omero. Di questa statua, oltre alla versione in bronzo presente nella fontana di San Paolo di Civitate, si \u00e8 conservato il positivo in gesso utilizzato dalla fonderia. Del modello in argilla lo Schiavone scatt\u00f2 diverse fotografie, interessante documentazione perch\u00e9 testimonia le fasi di realizzazione di un\u2019opera, ci fa vedere lo studio-laboratorio in cui l\u2019artista operava, ed evidenzia inoltre la sua buona capacit\u00e0 di fotografare una scultura, operazione niente affatto semplice.E\u2019 del 1960 la scultura La sposa, ultima opera recensita in una mostra, dopodich\u00e9 non si hanno pi\u00f9 notizie di produzioni scultoree. Siamo in un periodo cruciale per lo scultore, l\u2019anno prima aveva presentato alla VIII Quadriennale un\u2019opera, Il missionario, lavoro che non era stato accettato dalla giuria. In quello stesso anno in occasione della Mostra nazionale Usbai di Foggia, aveva riproposto la scultura Graziella, l\u2019opera che aveva fatto parlare di Schiavone e di se, sia la stampa italiana e sia quella estera. Una sorta di rivalsa verso la Quadriennale. Ma cruciale, definiamo quel periodo, soprattutto per l\u2019isolamento in cui si venne a trovare Schiavone.Sempre all\u2019ambito della ritrattistica ed al periodo successivo alla partecipazione alla VI Quadriennale possiamo ascrivere la scultura Fiorella, un\u2019altra delicata raffigurazione di ragazza in terracotta. Fiorella ed Il Missionario, entrambe terrecotte, furono presentate alla Commissione di accettazione della VIII Quadriennale del 1959. Il Missionario \u00e8 un altro esempio di scultura a figura intera, anche se non al vero; una costante di Schiavone \u00e8 quella di creare statue di piccole dimensioni. La figura rientra nella scultura italiana che si era andata affermando dai primi anni Quaranta in poi e che ha avuto in Marino Marini il naturale prosecutore della tradizione iniziata sul finire dell\u2019\u2019800 da Medardo Rosso e andatasi sviluppando nelle pratiche artistiche di Martini.Purtroppo il giudizio della commissione di valutazione degli artisti non invitati per quella quadriennale fu piuttosto severo, non solo nei confronti di Schiavone, ma anche verso altri artisti pugliesi che avevano presentato delle opere. Tra gli esclusi figuravano i due fratelli Giacomo e Antonio Vittorio Negri, Salvatore Postiglione e, anche se residente a Milano, Guido Di Fidio8. Tra l\u2019altro l\u2019opera Fiorella era stata registrata con il nome di Fioretta, un\u2019evidente confusione di consonanti, che doveva essere imputata al redattore dei registri il quale sempre nello stesso registro indica la scultura in gesso di Raffaele Giurgola L\u2019Olimpionica come L\u2019olimbionica (\u2026), Al di l\u00e0 delle valutazioni della commissione, scorrendo i registri degli artisti non invitati, ci siamo potuti rendere conto di come l\u2019attenzione e la risposta positiva d\u2019accettazione fossero molto pi\u00f9 favorevoli agli artisti residenti in Roma che a quelli di regioni lontane.Abbiamo parlato degli anni Cinquanta come di un periodo dei pi\u00f9 prolifici dell\u2019artista, una sottolineatura per introdurre invece ad una fase particolare che corrisponde agli ultimi sei anni vita, dove la produzione scultorea subir\u00e0 un arresto. Le ragioni hanno diverse origini. Una di queste sicuramente avvertita da Schiavone era un certo isolamento dal mondo artistico sia locale e sia nazionale.Pensiamo ad esempio alla non accettazione dei suoi lavori alla VIII Quadriennale del 1959, come in precedenza alla Mostra degli artisti meridionali di Roma del 1953 o a quella di Napoli. Esclusioni che devono aver messo in crisi l\u2019artista il cui atteggiamento era sempre stato di assoluto riserbo verso persone e cose, ma di vivo interesse verso i fenomeni artistici e il mondo dell\u2019arte e dell\u2019architettura. Alle assenze a quelle mostre, si uniscono quelle delle mostre organizzate a Foggia ed in Puglia, un\u2019ulteriore ferita interiore che si aggiunge al fatto che in quegli anni, nella sua numerosa famiglia, i figli erano cresciuti e lo spazio della vecchia casa-studio-laboratorio di Vico Storto San Nicola non era pi\u00f9 sufficiente. Si trasferir\u00e0 in una casa nuova, perdendo cos\u00ec lo spazio di laboratorio, il che significher\u00e0 la fine della sua attivit\u00e0 di scultore. L\u2019attenzione di Schiavone da questo momento sar\u00e0 tutta per l\u2019architettura funeraria e la pittura, come testimoniano le opere architettoniche di cui abbiamo gi\u00e0 scritto e come vedremo di seguito per quanto relativo alla pittura. Ma oltre a queste vicende, gli anni Sessanta saranno anche gli anni in cui inizier\u00e0 a manifestarsi la malattia, che nel volgere di poco tempo lo porter\u00e0 alla morte.1 Arturo Stagliano (Guglionesi 1867-Torino 1936), giovanissimo si trasferisce a Napoli dove frequenta l\u2019Istituto di Belle Arti, quale allievo del maestro Domenico Morelli. Dal 1900 al 1904 risiede a Capri dove, al Caff\u00e8 Morgano, incontra lo scultore Leonardo Bistolfi, che soleva trascorrere il periodo estivo nell\u2019isola. Dalla sua frequentazione sboccer\u00e0 la passione per la scultura, cui Stagliano comincer\u00e0 a dedicarsi nel 1904, abbandonando definitivamente la pittura. Poco dopo si trasferisce a Torino per lavorare nell\u2019atelier di Bistolfi col quale collabora fino alla morte del maestro, avvenuta nel 1933.2 Una fotografia della lettera \u00e8 stata pubblicata in L. Schiavone, L\u2019arte di Nicola Schiavone biografia e catalogo. Il ricordo di un artista del Sud, Arezzo 2012. La lettera originale, insieme a tutto il materiale documentario relativo alla breve ma intensa carriera artistica di Schiavone, venne dato in custodia dalle figlie al fratello Edio. Alle stesse non \u00e8 stata concessa pi\u00f9 la possibilit\u00e0 di visionare tale materiale.3 Lo Schiavone risulta essere stato in servizio preso il Poerio negli anni scolastici 1941\/42 e 1942\/43, cfr. Archivio storico Istituto Magistrale, Docenti in servizio presso l\u2019Istituto, 1943.4 Sulla questione non si hanno ancora riscontri documentali, ma solo il ricordo del Sen. Domenico De Simone gi\u00e0 Sindaco di Torremaggiore e delle figlie dello scultore.5 Fra gli allievi di Schiavone ricordiamo qui solo alcuni dei tanti, come il prof. Luigi Irmici, lo scultore Germano, il pittore Gioioso, l\u2019ingegnere Berardi e l\u2019architetto Giovanni De Capua. Quest\u2019ultimo dopo aver ascoltato una conferenza su Schiavone tenuta da chi scrive a Torremaggiore il 4 dicembre 2012, invi\u00f2 una lettera alla figlia dello scultore Telma. Trascriviamo la lettera perch\u00e9 \u00e8 una testimonianza viva di quale era il tipo di rapporto che il prof. Schiavone aveva con i suoi allievi, nelle vesti non solo di artista ma di pedagogo: \u201c Gentilissima Telma, ripenso ancora con piacere alla sera del 4 dicembre nella bellissima sala del Castello di Torremaggiore. Saltare indietro di cinquanta anni e lasciarsi cullare dai ricordi \u00e8 stata un\u2019esperienza piacevolissima ed indimenticabile. Ho rivisto con commozione i luoghi dove ho fatto le medie e dove ho saputo che tuo padre ed il prof. Pelilli erano amici. Pensavo che ho avuto come insegnante di disegno l\u2019architetto Pelilli alle medie e tuo padre al liceo. Entrambi burberi, ma entrambi paste d\u2019uomo che si rivestivano di una scorza dura, all\u2019apparenza, per non essere sopraffatti. Ho potuto apprezzare l\u2019arte del prof. Schiavone e le sue architetture ancora attuali, perfettamente riuscite dal punto di vista compositivo. La sua pittura, poi, \u00e8 stata una vera sorpresa: in classe non ne aveva mai parlato. Mi ha ricordato, per la poetica, sia Rosai che Sironi (che prediligo). Ho finalmente saputo, dopo mezzo secolo, cosa aveva fatto del pennarello che una volta mi aveva chiesto in prestito: (non esistevano ancora i pennarelli) e avevo trovato a Foggia da Leone questa penna a feltro ricaricabile. Quando ho visto i suoi bellissimi disegni (piazza di Campo dei Fiori a Roma), ho capito a che cosa gli era servito. Negli ultimi anni di liceo il rapporto con tuo padre non era pi\u00f9 quello tra docente e allievo, mi trattava come un collega, conservo ancora qualche disegno con le sue correzioni: \u201cNon lasciare spazi vuoti di carta bianca, non aver paura di adoperare segni rapidi e decisi \u201c, e nel dire questo tracciava sul foglio, da me iniziato, dei ghirigori senza pentimenti. Ho imparato cos\u00ec a disegnare senza il tracciato preliminare a matita, direttamente a penna sul foglio. Un po\u2019 come camminare sulla corda senza rete, o impari o cadi. L\u2019ultima volta che l\u2019ho rivisto \u00e8 stato nel 1965, era d\u2019estate, a San Severo, nei pressi della chiesa di San Lorenzo. Era in maniche di camicia, per il caldo. Mi riconobbe con un sorriso chiedendomi cosa facessi. Ci salutammo con le raccomandazioni consuete, in pi\u00f9: Non smettere mai di disegnare! Fu quella l\u2019ultima volta che lo vidi. Poi, dopo quarantasette anni il ricordo, l\u2019emozione. Ti ringrazio ancora per avermi reso partecipe dell\u2019evento e approfitto per farti i miei pi\u00f9 cari auguri per il Natale e per il nuovo anno. Con affetto Giovanni Di Capua. San Severo 20\/12\/2012\u201d.6 Cfr. Sul settimanale di Lucera era apparso l\u2019articolo Mostra dei lavori alla Scuola di Avviamento che descriveva con queste parole i lavori dagli allievi di Schiavone: \u201c \u2026e cos\u00ec pure disegni di oggetti, paesaggi, scene di vita in bianco e nero e a colori su legno e su porcellana degli allievi del prof. Nicola Schiavone\u201d, in Il Foglietto del 28\/6\/1956.7 Cfr. La Gazzetta del Mezzogiorno del05\/06\/1938; l\u2019articolo era firmato mas, le iniziali del cognome del caporedattore Domenico Maselli.8 Cfr. ASQII Registro spedizioni scultori non invitati b. 21 u.1.\" \/>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2025\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Torremaggioresi illustri: non dimentichiamo la figura del Pittore, Scultore, Architetto e Docente Nicola Schiavone nel 118\u00b0 anniversario dalla nascita ovvero il 12 gennaio 1907 - Torremaggiore On Line\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"DI seguito il profilo biografico del Prof Nicola Schiavone realizzato dal Prof. Gianfranco Piemontese; tutti i diritti sono di propriet\u00e0 esclusivamente dell\u2019autore.Il percorso di avvicinamento all\u2019Arte di Nicola Schiavone si \u00e8 svolto in una duplice forma, per una parte a bottega da un ebanista di Torremaggiore e dall\u2019altra frequentando studi di scultori. Sicuramente quella di Schiavone \u00e8 stata una formazione tutta in salita. La sua famiglia era di origini modeste. Dopo la scuola elementare, frequent\u00f2 una bottega artigiana e, considerando il livello di maestria allora imperante nei piccoli centri del Sud, sicuramente si tratt\u00f2 di un\u2019importante esperienza propedeutica a quell\u2019aspirazione artistica che lo porter\u00e0 in seguito a divenire scultore. Per altro le difficili condizioni economiche dell\u2019epoca e l\u2019impatto con la dura realt\u00e0 quotidiana accentueranno anche l\u2019interesse per tematiche e figure legate ad umili e pesanti lavori come lo spaccapietre, l\u2019acquaiolo, il contadino. Della sua predisposizione al modellato abbiamo una prima testimonianza gi\u00e0 all\u2019et\u00e0 di tredici anni. Rimanda, infatti, al 1920 la realizzazione di una testa di Cristo realizzata prima in argilla e poi resa in gesso patinato. Un tema, quello del Nazareno, a lui caro visto che in seguito lo riproporr\u00e0 in diverse versioni e in pi\u00f9 mostre d\u2019arte. Dalle testimonianze delle figlie, risulta che dal 1926, Schiavone abbia vissuto per un periodo a Torino, dove frequent\u00f2 lo studio dello scultore Arturo Stagliano1.Allo studio dell\u2019artista molisano, Schiavone giunse attraverso una segnalazione di Leonardo Bistolfi. Il giovane artista si era rivolto all\u2019anziano scultore e senatore del regno per poter entrare nel suo studio come allievo e quindi approfondire la pratica scultorea. All\u2019epoca Bistolfi, anziano e con problemi alla vista, non pot\u00e9 esaudire la sua richiesta. Di questo diniego esiste una lettera scritta da Lorenzo Bistolfi, figlio dello scultore, il 10 settembre del 1926, nella quale si comunicava allo Schiavone che gi\u00e0 da alcuni anni Bistolfi non accoglieva allievi nel suo studio a causa delle precarie condizioni di salute2. Se il giovane scultore avesse, per\u00f2, inviato alcune fotografie di lavori da lui eseguiti, sicuramente il maestro Bistolfi avrebbe potuto dare consigli o l\u2019avrebbe indirizzato presso un altro artista. Il giovane Schiavone venne cos\u00ec indirizzato, su suggerimento e intervento di Bistolfi, presso lo studio di Arturo Stagliano. Bisogna ricordare che anche Stagliano era arrivato da Napoli a Torino dove trov\u00f2 nello studio di Bistolfi un ambiente favorevole e idoneo ad ampliare e arricchire la sua pratica scultorea. Schiavone avvi\u00f2 con lo scultore molisano una fattiva collaborazione che lo vide coinvolto anche nella realizzazione del monumento ai Caduti che Stagliano doveva realizzare per la citt\u00e0 di Treviso.Sul soggiorno torinese abbiamo la testimonianza di una fotografia formato studio che il giovane Schiavone fece presso un importante fotografo di Torino che svolgeva la sua attivit\u00e0 nella centrale Via Roma. Sempre dalle figlie sappiamo che il giovane Schiavone rientr\u00f2 a Torremaggiore tra la fine del 1927 e i primi mesi del 1928, a causa della nascita del primogenito. Un rientro che signific\u00f2 in una certa misura il distacco da un ambiente, artistico importante e ricco di stimoli, di cui avrebbe in seguito sofferto la sua produzione artistica. Questa situazione non gli impedir\u00e0 di prendere parte ad una mostra provinciale che si tenne a Foggia nel settembre del 1928. Ma oltre che per ragioni di famiglia, lo Schiavone dovr\u00e0 interrompere per due anni l\u2019attivit\u00e0 artistica perch\u00e9 dal 6 novembre 1928 all\u20198 settembre 1930 sar\u00e0 chiamato ad assolvere il servizio di leva.L\u2019attivit\u00e0 artistica a TorremaggioreEspletato il servizio di leva, al rientro a Torremaggiore, riprender\u00e0 la produzione artistica. Aprir\u00e0 uno studio-laboratorio ed inizier\u00e0 a progettare architettura cimiteriale, progetti che si trasformeranno in cappelle gentilizie, cippi funerari e bassorilievi per lapidi, di cui si ha anche un esemplare bronzeo. Gli anni che vanno dal 1930 al 1938 sono dedicati, quindi, a questo tipo di attivit\u00e0. Sar\u00e0 dal 1938 che Schiavone, come vedremo nei successivi paragrafi, riprender\u00e0 a partecipare all\u2019attivit\u00e0 artistica espositiva.In quegli anni, da parte del pubblico, ci fu una forte ripresa d\u2019interesse per la scultura. Questo era dovuto alla gran mole di monumenti, cippi e lapidi che ogni citt\u00e0 o piccolo centro d\u2019Italia aveva voluto realizzare in ricordo dei 600.000 e pi\u00f9 soldati che erano periti durante la guerra del 1915-18. Interesse verso la scultura che storicamente aveva sempre occupato una posizione minoritaria nel campo delle arti visive. A questa recente dimostrazione d\u2019interesse si univa una delle tradizionali destinazioni dell\u2019arte plastica ai monumenti destinati a cimiteri e\/o a chiese. Un settore che Schiavone aveva avuto modo di studiare nel suo soggiorno torinese, caratterizzato oltre che dalla pratica collaborazione alle opere di Stagliano, da frequenti viaggi in un luogo della Liguria che a ragione si pu\u00f2 ritenere un museo della scultura all\u2019aperto: il Cimitero di Staglieno a Genova. Un contesto ricco delle pi\u00f9 importanti opere di scultori operanti nel XIX e nel XX secolo. Di queste frequentazioni Schiavone fa tesoro, e lo vedremo in seguito nei lavori che realizzer\u00e0 fino a pochi mesi dalla morte.Alla pratica di scultore, di pittore e di progettista di architetture funerarie, a partire dal 1941, si aggiunger\u00e0 quella di insegnante. Sar\u00e0 questo un importante momento di crescita culturale e di confronto per uomo che fino allora si era dedicato all\u2019arte in forma totale. L\u2019insegnamento sar\u00e0 caratterizzato da un inizio duro, all\u2019insegna della precariet\u00e0, cosa che nella scuola italiana, a distanza di oltre sessanta anni sembra non essere cambiata affatto. In quell\u2019anno Schiavone era docente di Disegno presso l\u2019istituto magistrale Carolina Poerio di Foggia.3 Un periodo di transizione che vide l\u2019artista impegnato a Foggia anche durante il mese di luglio 1943, dolorosamente impresso nella memoria della citt\u00e0 pugliese per i bombardamenti degli angloamericani. Una tragica situazione che per puro caso non coinvolse come vittima dei bombardamenti Schiavone. Trattenuto, infatti, dal preside del Magistrale prof. Pilla diretto anche egli a San Severo, riusc\u00ec a scampare ai bombardamenti utilizzando il rifugio antiaereo pi\u00f9 prossimo alla scuola. Il 1943 fu l\u2019anno dell\u2019armistizio e anche quello che vide, almeno per il Meridione d\u2019Italia, l\u2019interrompersi della dittatura fascista che tanto dolore aveva inflitto agli italiani e a quanti erano stati interessati dalle politiche espansionistiche del fascismo. Dall\u2019anno scolastico 1944 Schiavone risulter\u00e0 docente a San Severo, prima nell\u2019Istituto Magistrale e poi nel Liceo Scientifico. Dopo la guerra a partire dal 1945 a quanti lavoravano nelle amministrazioni statali era richiesto la compilazione di una dichiarazione giurata in cui si dovevano elencare qualsiasi forma di rapporti avuti durante il ventennio con il partito fascista e\/o le sue varie organizzazioni. Schiavone compil\u00f2 la sua scheda quando era in servizio presso il Poerio di Foggia. Veniamo cos\u00ec a conoscenza che l\u2019artista si era iscritto al partito fascista nel dicembre del 1941, per quasi vent\u2019anni era riuscito a non iscriversi. La scelta di farlo molto probabilmente fu causata da una lettera anonima fatta pervenire al Federale fascista in cui si denunciava lo Schiavone che insegnava pur non essendo iscritto al partito fascista4. Dopo l\u2019esposto anonimo il professore fu allontanato dall\u2019insegnamento per circa due mesi, dopodich\u00e9 l\u2019iscrizione al partito gli permise il rientro in servizio. Una scelta dura a cui l\u2019artista, all\u2019epoca padre di tre figli, ob torto collo non poteva sottrarsi. Cos\u00ec all\u2019iscrizione al sindacato fascista belle arti si aggiunse anche quella al partito.La carriera di docente di Disegno e storia dell\u2019arte lo metter\u00e0 a contatto con generazioni di donne e di uomini, alcuni dei quali diventeranno a loro volta importanti artisti, architetti e ingegneri5. L\u2019impegno nella didattica Schiavone lo ha profuso anche in quelle fasce di istruzioni esistenti prima della riforma del 1962, ovvero nelle scuole di avviamento professionale. Allora non esisteva la scuola media dell\u2019obbligo, e l\u2019istruzione base garantita dallo Stato arrivava alla classe quinta delle elementari. Le scuole di avviamento professionale erano quelle \u201cdestinate\u201d alle fasce popolari a cui per i costi e per condizioni socio economiche erano in una certa misura precluse le scuole superiori. Questa esperienza l\u2019artista la svolse nella sua citt\u00e0, la scuola era diretta dal prof. Michele Cammisa, amico fraterno dell\u2019artista e primo Sindaco di Torremaggiore in epoca repubblicana. Durante quegli anni la conoscenza dell\u2019arte plastica venne ampiamente insegnata a molti giovani di Torremaggiore. Di questa esperienza ebbe a scrivere anche il settimanale Il Foglietto con un articolo su una delle periodiche mostre che venivano fatte dalla scuola per far conoscere i lavori degli allievi6. Nella vicina citt\u00e0 di San Severo il professore Schiavone venne in contatto con un\u2019altra fascia sociale di studenti, proveniente dal mondo della piccola e della grande borghesia. Insegn\u00f2 all\u2019Istituto Magistrale prima e, poi al Liceo scientifico: Disegno e Storia dell\u2019Arte. Una disciplina che lo poneva a contatto con le espressioni artistiche antiche e moderne mettendolo in una condizione di continuo stimolo e aggiornamento. Erano anni cruciali per l\u2019Italia, dopo la guerra si era avviato il processo di ricostruzione e questo avveniva anche e soprattutto grazie alla formazione culturale dei cittadini. Se il nostro Paese \u00e8 poi diventato uno fra i pi\u00f9 sviluppati del mondo, questo \u00e8 stato possibile, grazie al contributo delle donne e degli formatisi nella Scuola italiana.All\u2019intensa e proficua attivit\u00e0 di docente Schiavone affianc\u00f2 l\u2019impegno civile nella vita culturale e pubblica della sua citt\u00e0. Grazie ai suoi meriti artistici, frutto della trentennale attivit\u00e0 che lo aveva visto partecipare a mostre artistiche e alle sue riconosciute qualit\u00e0 didattiche sar\u00e0 nominato nel febbraio del 1962 dal Ministero della Pubblica Istruzione Ispettore onorario per le Opere di Antichit\u00e0 e d\u2019Arte per il Comune di Torremaggiore. Carica che gli permise espletare opera di vigilanza e promozione di tutela per il patrimonio storico artistico oltre ad entrare a far parte di diritto in un importante organismo che rilascia i pareri preventivi, come erano e sono le Commissioni edilizie comunali. Nell\u2019ambito del suo compito ispettivo ebbe anche da fare osservazioni verso l\u2019allora Sindaco di Torremaggiore che autorizz\u00f2 dei lavori di intonacatura e dipintura sulle pareti esterne del Castello ducale. E questo ci dice tutto sul carattere dell\u2019artista che davanti ad un errore, magari compiuto non in malafede, manteneva fermo il suo operare. Nella sua citt\u00e0, che vanta una poliedrica genia di artisti, musicisti e politici, Schiavone intrattenne sempre rapporti con quella che oggi si definirebbe l\u2019intellighenzia. Dal bibliotecario storico della comunale, Pasquale Ricciardelli, che all\u2019impegno di operatore culturale aggiungeva quello dell\u2019impegno in politica, a Michele Cammisa, a Domenico De Simone e tanti altri esponenti della cultura, della scuola e della politica di Torremagiore. Personalit\u00e0 che avevano in un\u2019edicola-libreria, il loro punto di incontro, una \u201cbasilica\u201d del dialogo e della polemica che animava la piccola piazza adiacente allo storico palazzo del municipio, come poteva accadere nelle agor\u00e0 di greca memoria. Dopo l\u2019importante nomina ministeriale arriv\u00f2 anche la nomina a membro dell\u2019Accademia dei \u2018500 di Roma, un sodalizio artistico che includeva fra i suoi associati importanti esponenti della vita artistica italiana.Schiavone e le esposizioni d\u2019arte tra gli anni Venti e Cinquanta del XX secoloCome abbiamo evidenziato nel profilo biografico l\u2019arte plastica \u00e8 stata alla base del vivere dell\u2019artista. Qui vogliamo mettere in evidenza quali siano state le peculiarit\u00e0 del suo operare. Ad una formazione sostanzialmente da autodidatta, che poi \u00e8 quella che spesso ha caratterizzato gli scultori italiani del \u2018900, si \u00e8 aggiunta in seguito l\u2019attivit\u00e0 artistica ed espositiva, che lo ha messo in relazione con gli artisti della sua regione prima, e del resto d\u2019Italia dopo. Un\u2019attivit\u00e0 che proviamo a suddividere in tempi cronologici, nonostante la difficolt\u00e0 dovuta all\u2019assenza di date sui propri lavori; tuttavia giovandoci della puntuale presenza alle mostre e quindi dei rispettivi cataloghi, possiamo definire alcuni punti certi. Ad una suddivisione cronologica aggiungiamo una sistemazione in periodi che ci porta sostanzialmente a riconoscere in Schiavone due fasi artistiche distinte. Una prima che si ricollega alla presenza a Torino nella bottega di Stagliano, con un raggio temporale che si protrae fino al 1932. Una seconda, che parte dalla mostra del 1938 ed arriva al 1960. Due distinti periodi con una produzione scultorea sostanzialmente in terracotta con eccezioni di ritrattistica di tipo funerario, attivit\u00e0 che lo metter\u00e0 in contatto con il mondo toscano dei traduttori in marmo. E\u2019 in questa occasione che egli divenne prima committente e poi amico di Garibaldo Alessandrini, uno dei pi\u00f9 bravi allora operanti a Querceta. La ritrattistica \u00e8 documentabile ad un arco temporale che va dal 1940 al 1946, ovvero anni in cui realizzer\u00e0 dei busti di personalit\u00e0 della borghesia agraria di Torremaggiore.Il soggiorno torinese lo aveva messo in contatto con il mondo artistico legato alla tradizione italiana ottocentesca, ancora fortemente maggioritaria nella pratica artistica di quegli anni. Cos\u00ec le prime opere che presenta in una mostra nel 1928, a soli 21 anni, sono opere come Testa di Oplite e Jesus. La maschera Jesus, \u00e8 in marmo bianco, materiale amato dallo scultore, ma usato pi\u00f9 nelle sue architetture che nelle sue sculture. Infatti ad oggi, oltre a questa opera, non si conoscono altre realizzazioni dirette in pietra e\/o marmo con le eccezioni della ritrattistica funeraria tradotta da Alessandrini. Il primo periodo \u00e8 anche caratterizzato dalla risposta ad una domanda di lapidi e piccoli monumenti funerari che lo impegnano ed allo stesso tempo gli garantiscono quel minimo di benessere economico per poter vivere. Tra l\u2019altro dal novembre 1928 al settembre 1930 la sua attivit\u00e0 artistica sar\u00e0, di fatto, inibita perch\u00e9 assolve gli obblighi militari.La prima opera realizzata dopo il 1930 di cui possiamo dare oggi una datazione in forma ordinaria, \u00e8 una lapide bronzea raffigurante Due angeli dolenti, dalle linee liberty rilevata all\u2019interno del cimitero di Torremaggiore. E\u2019 nel 1938 che Schiavone acquista uno status di artista con una propria cifra stilistica. La scultura di questi anni sar\u00e0 caratterizzata da una visione ossimorica: impressionista e espressionista allo stesso tempo. La figurativit\u00e0 mantenuta da Schiavone \u00e8 tipica del\u2019arte italiana fra le due guerre, un ritorno all\u2019ordine che aveva visto le propensioni delle avanguardie artistiche ridimensionate. Un fenomeno che aveva contribuito al riaffermarsi del figurativo sia in pittura che in scultura. E Schiavone non fu esente se pensiamo alla scultura Jesus, che lo avvicina ad Adolfo Wildt, che insieme a Medardo Rosso rappresentavano la scultura italiana agli inizi del XX secolo. Entrambi questi scultori saranno studiati e presi a modello da Schiavone, una influenza riscontrabile non solo nelle sue opere, ma anche in quasi tutta la produzione artistica degli scultori suoi coevi. L\u2019identica ieraticit\u00e0 della maschera in marmo verr\u00e0 riproposta a distanza di dieci anni nel Nazzareno, un gesso raffigurante il Cristo in una tipica espressione di bellezza novecentesca.Il tema del Cristo, nelle forme di testa o di busto \u00e8 testimoniato in Schiavone almeno in tre casi a cui si pu\u00f2 aggiungere la maschera di Jesus. Il primo esempio \u00e8 la Testa di Cristo, un\u2019opera in gesso patinato che risalirebbe all\u2019adolescenza dell\u2019artista. Quest\u2019opera contiene una serie di caratteristiche che ritorneranno nelle versioni successive. Una peculiarit\u00e0 lo sguardo trasognato con gli occhi socchiusi, una resa che Schiavone interpreta in maniera magistrale. Sguardo che provoca nell\u2019osservatore la sensazione di trovarsi di fronte al Cristo morto o dormiente. Una chioma che riprende i modelli storici, quindi lunga, fluente e ondulata insieme ad una barba altrettanto animata, racchiude il volto contratto. La fronte e le gote sono in tensione cos\u00ec pure il collo,e Schiavone usa queste tensioni per accentuare il pittoricismo di questa sua opera giovanile. Un gesso a cui l\u2019artista ha applicato una patina grigio scuro, colore che accentua ancora di pi\u00f9 il plasticismo.Anche il Nazzareno, opera del 1938, che risente dell\u2019influenza di Wildt si ispira ai modelli neoclassici. Di quest\u2019opera si conserva una fotografia che ritrae lo Schiavone al lavoro vicino all\u2019opera. Un Cristo dal volto silente, palpebre socchiuse in una sorta di interpretazione di Cristo dormiens, solo che qui non c\u2019\u00e8 il Crocifisso. La testa, resa leggermente pi\u00f9 grande del vero, e cinta da una fluente capigliatura, che parte liscia dalla nuca e solo al termine prende una piega ondulata. Anche la barba non \u00e8 lunga ma ricorda piuttosto un pizzetto allungato. Quello che colpisce ancora di pi\u00f9 in questo Nazzareno sono i lineamenti del volto, che suscitano un senso di pacatezza simile a quella dei trecenteschi crocefissi lignei dipinti.L\u2019altra scultura che ha come soggetto il Cristo \u00e8 quella di un Cristo deposto o meglio di una Piet\u00e0. Si tratta di un\u2019opera in gesso che riprende la figura del corpo di Cristo deposto nella tipica posizione rappresentata sia in pittura che in scultura fin dal Rinascimento; pensiamo al volto del Cristo della Piet\u00e0 di Michelangelo in San Pietro a Roma. Schiavone raffigura il busto del Cristo con lo stesso taglio compositivo con cui Antonello da Messina realizzava i suoi ritratti: le braccia ed il torace sono tagliati. Inquadrato in questa maniera l\u2019osservatore concentrer\u00e0 la sua attenzione sul capo reclinato perch\u00e9 quest\u2019opera \u00e8 una Piet\u00e0, definizione che sintetizza la sacra raffigurazione solitamente comprensiva di pi\u00f9 personaggi, dalla Madonna alla Maddalena e a San Giovanni Evangelista, ma qui il Cristo \u00e8 solo e il resto dei personaggi lo immaginiamo intorno a lui. Un\u2019opera di cui conosciamo le fattezze e l\u2019esistenza da una fotografia, immagine ripresa dallo stesso scultore che era solito fotografare i propri lavori. Riteniamo che la stessa, per il tema svolto, fosse destinata ad adornare qualche cappella funeraria.Per quanto relativo alla produzione scultorea che va dagli anni 1938 al 1960, lo Schiavone sar\u00e0 impegnato nella ritrattistica e nella raffigurazione del mondo del lavoro, e nello specifico quello agropastorale. La ritrattistica annovera numerose sculture di teste femminili e di bambini, opere che presenter\u00e0 alle diverse mostre degli anni fra le due guerre e fino agli anni \u201960 del XX secolo. Tra queste opere, una susciter\u00e0 il plauso e l\u2019attenzione della critica nella Mostra regionale di Bari del 1938. Si tratta di Gisella, una terracotta la cui bellezza colp\u00ec l\u2019attenzione di pubblico e critica tanto che venne acquistata per la Galleria Mussolini di Roma. Si tratta del ritratto di una donna incorniciato da una capigliatura che contribuisce a rendere il volto piuttosto enigmatico. La pelle di questa scultura \u00e8 trattata dall\u2019artista con la tecnica della spugnatura, lavorazione che dona all\u2019opera un effetto di particolare pittoricismo che aumenta gli effetti chiaroscurali. Lo sguardo di Gisella inquieto e allo stesso tempo enigmatico, incuriosisce l\u2019osservatore, si potrebbe definire la trasposizione tridimensionale dello sguardo e del sorriso della Gioconda. Non \u00e8 un caso che il critico della Gazzetta del Mezzogiorno us\u00f2 per quest\u2019opera parole come queste: \u201d \u2026procedimento di espressione che si fa poesia e musica\u201d7.Dello stesso periodo \u00e8 un\u2019altra scultura, il San Giovannino, un gesso anche esso esposto a Bari nel 1938. Qui Schiavone applica la stessa impostazione della Piet\u00e0. Un busto che raffigura un giovane esile e dallo sguardo rivolto al cielo in esplicita rottura con l\u2019iconografia tradizionale che ci hanno trasmesso i maestri del Rinascimento e del Barocco, qui il fanciullo \u00e8 scarno, un fisico quasi da penitente. Altra cosa dai San Giovannino presenti nei dipinti di Raffaello e Leonardo, di cui \u00e8 difficile dimenticare le gote ed i corpi di paffuti fanciulli vestiti di vello e con fra le mani il bastone crucifero. Schiavone realizza un San Giovannino fuori da questi schemi, della tradizione conserva solo i simboli iconografici del vello e del bastone crucifero. Questo San Giovannino \u00e8 carico di pathos, elemento che dall\u2019antichit\u00e0 classica accompagna la scultura, e mai come in quest\u2019opera di Schiavone tale sentimento interiore traspare nell\u2019espressione del volto di questo bambino dal futuro segnato. La postura delle mani, una in procinto di benedire e l\u2019altra che regge il vessillo crucifero sono rese ancor pi\u00f9 cariche di significato dal tratteggio graffiato che l\u2019artista aveva fatto sul modello d\u2019argilla prima di tradurlo in gesso. Possiamo datare al 1938 la scelta di Schiavone di iniziare a realizzare le sue plastiche con un trattamento particolare delle superfici dei corpi, allora nella Gisella ora in San Giovannino; con una screziatura dell\u2019argilla crea una sorta di texture che poi rifrange la luce facendo percepire la scultura come qualcosa di iperleggero, quasi etereo. Un effetto che ritroveremo sempre nelle opere successive, quali Il pescatorello, Testa di bambino, Ritratto della moglie, o nella Donna creata per la fontana di San Paolo di Civitate, progettata dall\u2019architetto Concezio Petrucci. La stessa minuta lavorazione copre tutto il giovane corpo arrivando al volto e agli occhi, sgranati e incantati. Il volto \u00e8 chiuso da una capigliatura che ne evidenzia la delicatezza e la bellezza quasi efebica. L\u2019opera, dopo gli anni \u201950 venne distrutta dall\u2019autore quando questi lasci\u00f2 la casa studio di Vico Storto San Nicola. Di essa rimangono le fotografie ed un negativo 6 x 3 che lo scultore aveva conservato fra i suoi libri d\u2019arte.Un\u2019impostazione simile al San Giovannino la ritroviamo in un\u2019altra opera Il Pescatorello; una terracotta di cui non si conosce l\u2019attuale collocazione, dal tema fortemente ispirato a Gemito. Si tratta anche qui, come per il San Giovannino, della figura di un bambino forse di dieci anni, non di pi\u00f9, che viene raffigurato a tre quarti, il torso, le braccia e parte delle cosce. Un volto carico di espressione arricchita dalla lavorazione della superficie dell\u2019argilla. Testurizzazione della superficie che accentua la matericit\u00e0 della scultura. Il bambino \u00e8 rappresentato nell\u2019atto di slamare il pesce, per cui le sue braccia convergono sul petto ed il capo \u00e8 leggermente chinato con gli occhi attenti e puntati sull\u2019operazione che sta compiendo. Il corpo del bambino \u00e8 nudo ma Schiavone ci mostra una nudit\u00e0 innocente priva di qualsiasi senso di malizia. La naturalezza con cui egli definisce i capelli, il volto, le spalle e perfino la zona dell\u2019ombelico, con una piccola fossetta rientrante, che allontana l\u2019opera da una raffigurazione di genere come si poteva intendere dal titolo e ce la fa considerare come una bella espressione della scultura italiana di quegli anni.La scultura potrebbe datarsi agli anni 1938-39 perch\u00e9 nel maggio del 1939 l\u2019artista partecip\u00f2 alla VI Mostra sindacale di Bari con una scultura in terracottaTesta di Bambino. Dal confronto che abbiamo fatto con la fotografia di quest\u2019opera pubblicata nel Catalogo del 1939, risulta evidente che si tratti della stessa testa del Pescatorello, staccata e riusata per la mostra barese. Un\u2019operazione forse dovuta ad un ripensamento sollecitato da quel possibile confronto di idee e generi che sarebbe derivato partecipando alla mostra barese.Al periodo che va dal 1939 al 1943 appartengono opere come Maschera, Malata, Lidia, Pastore ed una serie di Teste non meglio specificate nei cataloghi delle sindacali, che erano piuttosto parchi nell\u2019apparato fotografico, per cui non sempre gli artisti vedevano pubblicate all\u2019interno fotografie delle loro opere o magari dell\u2019allestimento generale della mostra. Quindi sulla base del catalogo della Seconda mostra del sindacato tenutasi nel marzo 1939 a Foggia sappiamo che Schiavone partecip\u00f2 con tre opere delle quali due erano state precedentemente esposte nel 1938 a Bari. La novit\u00e0 \u00e8 rappresentata dalla terracotta Malata, di cui non si hanno fotografie n\u00e9 notizie su dove possa essere oggi collocata. Nello stesso anno, in autunno, nella VI mostra che si tenne a Bari, Schiavone present\u00f2 Testa di bambino e un Ritratto. Di entrambe le opere non se ne conosce la collocazione: della Testa del bambino si ha la fotografia pubblicata sul Catalogo, del Ritrattoinvece non si ha nessun riferimento e\/o fotografia. Risalirebbero al 1940 Lidia, Maschera e Ritratto, opere in terracotta esposte alla VII mostra sindacale interprovinciale di Bari. Di queste tre opere Lidia \u00e8 pubblicata nel Catalogo, mentre della Maschera si conserva una fotografia.La scultura Lidiapossiamo considerarla come la naturale continuazione della ritrattistica in stile Novecento che ha la sua capostipite nella Giselladel 1938. Qui lo sguardo sembra ammiccare un sorriso, anche se meno evidente. Risalta molto in questo ritratto femminile la capigliatura che ricorda anche la moda di quegli anni. Schiavone tratta la pelle del volto con il suo solito tocco fatto di screziature e piccole spugnature, operazioni che ingentiliscono il volto e gli fanno acquisire un certo aspetto enigmatico sostenuto anche da come sono resi gli occhi della donna. Possiamo dire che in questo, come negli altri ritratti femminili finora analizzati, la chiusura delle palpebre o la resa muta dell\u2019occhio ha conservato quel debito di ispirazione di Schiavone nei confronti di Wildt. Sul soggetto, poi, ci sarebbe da soffermarsi per un episodio accaduto a Torremaggiore nel 1940. Una donna di nome Lidia mor\u00ec all\u2019et\u00e0 di vent\u2019anni. In memoria di quella morte Giacomo Negri, concittadino di Schiavone, scolp\u00ec un busto marmoreo che oggi \u00e8 presente nella tomba di famiglia della giovane. Sembrerebbe che in un primo momento, l\u2019incarico per il bozzetto di un busto marmoreo da porre nella cappella di famiglia fosse stato dato allo Schiavone. Di questo episodio non abbiamo un riscontro nei documenti, ma solo una memoria orale, un nome simile ed una verosimiglianza fra la donna ritratta dal Negri e questa dello Schiavone.Maschera, altra opera di questo periodo ci fa vedere con quanta maestria lo Schiavone opera con l\u2019argilla fino ad ottenere quegli effetti che Medardo Rosso otteneva con la cera. Un volto dai tratti femminili, delicati com\u2019\u00e8 delicato il passaggio delle dita dell\u2019artista che alle stecche aggiungeva le mani come utensili della modellazione. Una plasticit\u00e0 intrisa dalle impronte dei polpastrelli, un\u2019ulteriore forma di texture che carica di contrasto chiaroscurale tutta la superficie, dai capelli al volto. Questa analisi la compiamo con l\u2019ausilio di una fotografia dell\u2019opera, perch\u00e9 l\u2019originale risulta in collezione privata, ma restiamo del parere che a seguire questa Maschera, come vedremo, ci saranno pezzi come i ritratti, sempre femminili, di Ofelia, Fiorella, Ritratto di Rosalia, Ritratto di Maria, Ritratto della moglie Lucia, opere in cui trov\u00f2 ispirazione anche nelle figlie. Tra quelle in cui non \u00e8 esplicito il riferimento, la stessa Fiorella che per\u00f2 presenta i caratteri somatici dell\u2019ultimogenita di Schiavone: Telma.L\u2019Ofelia, ritratto in terracotta di una giovanissima donna, dallo sguardo carico di dolcezza, che Schiavone ottiene con l\u2019argilla trattata alla stregua di cera, con velature dal lieve spessore. La figura dell\u2019ovale del viso \u00e8 in perfetta armonia con i capelli raccolti su due corte trecce, che ci fanno pensare alla giovane et\u00e0 della ragazza. La piccola testa \u00e8 sostenuta da un sottile e altrettanto delicato collo. L\u2019artista, pur fermandosi alla rappresentazione di una testa, ci ha posto nelle condizioni di immaginare questa ragazza, dagli occhi abbassati quasi esprimenti un certo disappunto o, se fosse stata viva, rossore. La scultura \u00e8 stata patinata, e questo rende la superficie pi\u00f9 facile al rifrangersi della luce che la colpisce. Quante cose pu\u00f2 esprimere una scultura e quanto ha espresso Schiavone in questo suo lavoro che riteniamo essere allo stesso livello di bellezza di Gisella, e con essa condivide l\u2019impostazione mentre riteniamo che l\u2019opera possa essere datata alla fine del 1939 o al pi\u00f9 nel 1940.Stessa impostazione abbiamo in un altro ritratto di ragazza, che noi qui chiameremo La ragazza con le trecce. In questo caso l\u2019artista realizza la scultura di una ragazza ma questa volta il suo sguardo \u00e8 alzato e diretto, gli occhi guardano con una certa fierezza davanti a s\u00e9. Anche la superficie del viso e i capelli hanno avuto un trattamento differente da Ofelia. La ragazza con le treccesembra aver trasferito la fierezza dello sguardo nel frastagliarsi del viso ed in quello dei capelli. Cos\u00ec il collo, appena fuoriuscente da un colletto di camicetta, viene cinto da trecce che sembrano rivolgere le loro punte verso l\u2019osservatore, come gi\u00e0 fanno gli occhi. Come dicevamo, l\u2019impianto compositivo \u00e8 lo stesso utilizzato per Gisella, anche qui la parte inferiore del collo diviene piedistallo della scultura. Riteniamo che queste teste di ragazze siano state esposte nelle sindacali di Bari del 1940 e 1943, ed alla I Mostra sociale di Foggia del 1949.Risalirebbe ai primi anni Quaranta, forse il 1942, il Ritratto della moglie Lucia, una terracotta che lo scultore plasm\u00f2 in un periodo particolare della sua vita e della sua famiglia. La moglie all\u2019epoca trentaquattrenne \u00e8 ritratta in un\u2019espressione austera con uno sguardo che trasmette una sensazione di tristezza e nello stesso tempo appare pi\u00f9 anziana della sua et\u00e0. La texture che utilizza in questa scultura \u00e8 diversa dalle precedenti, le velature che ricordavano le pellicole di cera sono state sostituite da un\u2019intrecciata e fitta serie di piccoli tagli che danno l\u2019effetto della terra seccata dal sole che si rompe in cretacci. Alla stessa stregua, anche se i segni sono diversi, \u00e8 intervenuto sulla capigliatura creando nella massa di capelli un andamento ondulato. L\u2019intera figura \u00e8 innestata su un collo di piccole dimensioni appena accennato. Questo ritratto \u00e8 stato realizzato al vero, uno dei pochi in terracotta in cui l\u2019artista mantiene le proporzioni reali, mentre gli altri ritratti hanno una piccola riduzione rispetto alle dimensioni della figura originale.Appartiene a questo periodo anche il Ritratto di Rosalia, una terracotta che ritrae la penultima delle figlie. Il ritratto di una bambina che ha tra i capelli un nastro di quelli che negli anni Cinquanta usavano indossare le alunne delle scuole elementari, opera che possiamo datare al 1951. Un\u2019attribuzione temporale sulla scorta di una fotografia in cui \u00e8 ritratta la figlia Rosalia con grembiule e fiocco in testa, datata 1951, ma anche per l\u2019identica impostazione di texture adoperata per una delle opere che sottoporr\u00e0 alla Commissione d\u2019accettazione della Quadriennale d\u2019arte di Roma del 1951. Il volto tondeggiante esprime un sorriso solare, una caratteristica fisiognomica propria della bambina, a cui il padre scultore aggiunge luminosit\u00e0 con le superfici screziate derivate dalla stecca e dalle sue dita. Sono questi gli anni in cui Schiavone produce numerose sculture dal forte impatto espressivo, una produzione che gli permetter\u00e0 poi di essere accettato nel 1951 alla VI Quadriennale di Roma.Nell\u2019autunno del 1951 s\u2019inaugurava la VI Quadriennale d\u2019arte di Roma, la cui apertura non fu priva di polemiche, espresse nei mesi precedenti e durante i mesi successivi, e protrattesi fino alla chiusura nel maggio 1952. Tutto questo avveniva in un clima particolare quale era quello dei primi anni Cinquanta. L\u2019Italia aveva chiuso la sua disastrosa esperienza bellica e dittatoriale solo da sei anni. La cultura occupava un posto importante nelle intenzioni di quanti avevano contribuito alla Liberazione prima e alla nascita della Repubblica poi. Chi governava sapeva che il paese usciva da un periodo di macerie sociali, fisiche ed economiche, c\u2019era tutto da ricostruire. Sia a scala nazionale che a scala locale si riannodavano le fila di quanti nell\u2019ambito della cultura, ed in quella specifica delle arti visive, si attivavano per contribuire alla ricostruzione del paese. La Quadriennale romana era per gli artisti italiani la vetrina nazionale pi\u00f9 ambita, quindi essere accettati significava avere raggiunto un\u2019importanza fuori dalla cerchia provinciale e\/o regionale. Il ritratto femminile Graziella, un busto in terracotta, fu l\u2019unica delle tre opere presentate da Schiavone ad essere accettata dalla giuria della Quadriennale. Una scultura che confermava l\u2019attenzione dell\u2019artista alla ritrattistica con soggetto femminile. Graziella, una figura segnata da lunghe trecce che dalla nuca scendono sulle spalle ed arrivano a lambire il petto. Un volto leggermente inclinato verso sinistra e gli occhi socchiusi, rendono l\u2019espressione della ragazza quasi maliziosa.Altre tipologie di sculture sono quelle che Schiavone plasmer\u00e0 a partire dal 1949. Corrispondono infatti agli anni del dopoguerra i lavori a figura intera. Un\u2019evoluzione della scultura di Schiavone definita dal passaggio dall\u2019originario figurativismo ispirato al Cristo al ritratto femminile per poi approdare a svariati temi laici , se si esclude una piccola scultura di un San Francesco d\u2019Assisi di cui parleremo a parte. Una datazione di questa sua particolare produzione si pu\u00f2 indicare negli anni che vanno dal 1947 al 1949. Anni in cui si cimenter\u00e0 con temi allegorici quali Caino e Abele, Eva e con altri legati, come abbiamo accennato precedentemente, al mondo rurale e pastorale. Per questo motivo l\u2019artista modeller\u00e0 La Bagnante, Modella, Pastore, Al pascolo, Lo spaccapietre, L\u2019acquaiolo, in due versioni quello maschile e quella femminile, Contadina che sgrana il mais. La costante di questi lavori \u00e8 quella di una raffigurazione di figure intere, in piedi e\/o sdraiate, anche se l\u2019artista lavora con rapporti proporzionali di molto inferiori al vero. Le dimensioni sono quelle di un rapporto di 1 a 4, in alcuni casi fino a 1 a 5. Una parte di queste opere verranno presentate alla prima mostra d\u2019arte sociale di artisti residenti in Capitanata che s\u2019inaugurer\u00e0 nell\u2019estate del 1949 a Foggia.Di sculture intere si render\u00e0 artefice Schiavone ancora nel 1956. L\u2019occasione fu la partecipazione al concorso indetto dal comune di Foggia per il parco giordaniano. L\u2019idea di monumento dello Schiavone come dei molti altri partecipanti non ebbe una serena e obbiettiva valutazione, e di questo si parla nel capitolo relativo alle mostre d\u2019arte ed ai concorsi. Le figure abbozzate da Schiavone avevano la caratteristica texture di tipo espressionista che in quegli anni si era affermata ancora di pi\u00f9. Una scultura screziata e segnata dalle stecche e dai suoi polpastrelli, quasi in un desiderio di mantenere dentro le sue sculture una parte fisica di s\u00e9.Del repertorio a figure intere fanno parte anche due bassorilievi Donne nel bosco e Donne che danzano, opere che, ad un attento esame, ricordano per la texture usata i bozzetti del parco giordaniano, per cui si pu\u00f2 ipotizzare come data di realizzazione il 1956.A figura intera ma di dimensioni ridottissime \u00e8 un San Francesco d\u2019Assisi in terracotta. Qui l\u2019artista sembra tornare ad un figurativismo degli anni Trenta, cosa che autorizzerebbe a pensare che il lavoro, non datato, possa risalire a quegli anni. Una possibile tesi \u00e8 che l\u2019artista abbia elaborato la statuetta del Santo patrono d\u2019Italia nei primi anni Trenta, quando a Foggia si presentarono una serie di idee per la realizzazione di una statua di san Francesco da collocare in una piazza a lui dedicata. Questo sarebbe supportato anche dalla presentazione, in quegli anni, ad una mostra sindacale di una statua di san Francesco scolpita da Antonio Saggese, artista che poi sar\u00e0 incaricato di creare la statua definitiva per la piazza monumento dedicata a san Francesco.Ai primi anni Cinquanta risale la realizzazione della scultura diuna Donna e di tre pesci da inserire nella fontana progettata da Concezio Petrucci per il comune di San Paolo di Civitate. Si tratta di una donna nuda, dal corpo sinuoso e con la pelle resa quasi puntiforme dalla spugna umida passata sull\u2019argilla fresca effetto della spugnatura. Una tecnica che trasforma la pelle in modo tale da sembrare coperta da squame, come una creatura marina, effetto supportato anche dal fatto che i suoi piedi poggiano su un\u2019enorme valva di conchiglia di san Giacomo. A tutto questo dobbiamo aggiungere la sua somiglianza alle sirene descritte e cantate da Omero. Di questa statua, oltre alla versione in bronzo presente nella fontana di San Paolo di Civitate, si \u00e8 conservato il positivo in gesso utilizzato dalla fonderia. Del modello in argilla lo Schiavone scatt\u00f2 diverse fotografie, interessante documentazione perch\u00e9 testimonia le fasi di realizzazione di un\u2019opera, ci fa vedere lo studio-laboratorio in cui l\u2019artista operava, ed evidenzia inoltre la sua buona capacit\u00e0 di fotografare una scultura, operazione niente affatto semplice.E\u2019 del 1960 la scultura La sposa, ultima opera recensita in una mostra, dopodich\u00e9 non si hanno pi\u00f9 notizie di produzioni scultoree. Siamo in un periodo cruciale per lo scultore, l\u2019anno prima aveva presentato alla VIII Quadriennale un\u2019opera, Il missionario, lavoro che non era stato accettato dalla giuria. In quello stesso anno in occasione della Mostra nazionale Usbai di Foggia, aveva riproposto la scultura Graziella, l\u2019opera che aveva fatto parlare di Schiavone e di se, sia la stampa italiana e sia quella estera. Una sorta di rivalsa verso la Quadriennale. Ma cruciale, definiamo quel periodo, soprattutto per l\u2019isolamento in cui si venne a trovare Schiavone.Sempre all\u2019ambito della ritrattistica ed al periodo successivo alla partecipazione alla VI Quadriennale possiamo ascrivere la scultura Fiorella, un\u2019altra delicata raffigurazione di ragazza in terracotta. Fiorella ed Il Missionario, entrambe terrecotte, furono presentate alla Commissione di accettazione della VIII Quadriennale del 1959. Il Missionario \u00e8 un altro esempio di scultura a figura intera, anche se non al vero; una costante di Schiavone \u00e8 quella di creare statue di piccole dimensioni. La figura rientra nella scultura italiana che si era andata affermando dai primi anni Quaranta in poi e che ha avuto in Marino Marini il naturale prosecutore della tradizione iniziata sul finire dell\u2019\u2019800 da Medardo Rosso e andatasi sviluppando nelle pratiche artistiche di Martini.Purtroppo il giudizio della commissione di valutazione degli artisti non invitati per quella quadriennale fu piuttosto severo, non solo nei confronti di Schiavone, ma anche verso altri artisti pugliesi che avevano presentato delle opere. Tra gli esclusi figuravano i due fratelli Giacomo e Antonio Vittorio Negri, Salvatore Postiglione e, anche se residente a Milano, Guido Di Fidio8. Tra l\u2019altro l\u2019opera Fiorella era stata registrata con il nome di Fioretta, un\u2019evidente confusione di consonanti, che doveva essere imputata al redattore dei registri il quale sempre nello stesso registro indica la scultura in gesso di Raffaele Giurgola L\u2019Olimpionica come L\u2019olimbionica (\u2026), Al di l\u00e0 delle valutazioni della commissione, scorrendo i registri degli artisti non invitati, ci siamo potuti rendere conto di come l\u2019attenzione e la risposta positiva d\u2019accettazione fossero molto pi\u00f9 favorevoli agli artisti residenti in Roma che a quelli di regioni lontane.Abbiamo parlato degli anni Cinquanta come di un periodo dei pi\u00f9 prolifici dell\u2019artista, una sottolineatura per introdurre invece ad una fase particolare che corrisponde agli ultimi sei anni vita, dove la produzione scultorea subir\u00e0 un arresto. Le ragioni hanno diverse origini. Una di queste sicuramente avvertita da Schiavone era un certo isolamento dal mondo artistico sia locale e sia nazionale.Pensiamo ad esempio alla non accettazione dei suoi lavori alla VIII Quadriennale del 1959, come in precedenza alla Mostra degli artisti meridionali di Roma del 1953 o a quella di Napoli. Esclusioni che devono aver messo in crisi l\u2019artista il cui atteggiamento era sempre stato di assoluto riserbo verso persone e cose, ma di vivo interesse verso i fenomeni artistici e il mondo dell\u2019arte e dell\u2019architettura. Alle assenze a quelle mostre, si uniscono quelle delle mostre organizzate a Foggia ed in Puglia, un\u2019ulteriore ferita interiore che si aggiunge al fatto che in quegli anni, nella sua numerosa famiglia, i figli erano cresciuti e lo spazio della vecchia casa-studio-laboratorio di Vico Storto San Nicola non era pi\u00f9 sufficiente. Si trasferir\u00e0 in una casa nuova, perdendo cos\u00ec lo spazio di laboratorio, il che significher\u00e0 la fine della sua attivit\u00e0 di scultore. L\u2019attenzione di Schiavone da questo momento sar\u00e0 tutta per l\u2019architettura funeraria e la pittura, come testimoniano le opere architettoniche di cui abbiamo gi\u00e0 scritto e come vedremo di seguito per quanto relativo alla pittura. Ma oltre a queste vicende, gli anni Sessanta saranno anche gli anni in cui inizier\u00e0 a manifestarsi la malattia, che nel volgere di poco tempo lo porter\u00e0 alla morte.1 Arturo Stagliano (Guglionesi 1867-Torino 1936), giovanissimo si trasferisce a Napoli dove frequenta l\u2019Istituto di Belle Arti, quale allievo del maestro Domenico Morelli. Dal 1900 al 1904 risiede a Capri dove, al Caff\u00e8 Morgano, incontra lo scultore Leonardo Bistolfi, che soleva trascorrere il periodo estivo nell\u2019isola. Dalla sua frequentazione sboccer\u00e0 la passione per la scultura, cui Stagliano comincer\u00e0 a dedicarsi nel 1904, abbandonando definitivamente la pittura. Poco dopo si trasferisce a Torino per lavorare nell\u2019atelier di Bistolfi col quale collabora fino alla morte del maestro, avvenuta nel 1933.2 Una fotografia della lettera \u00e8 stata pubblicata in L. Schiavone, L\u2019arte di Nicola Schiavone biografia e catalogo. Il ricordo di un artista del Sud, Arezzo 2012. La lettera originale, insieme a tutto il materiale documentario relativo alla breve ma intensa carriera artistica di Schiavone, venne dato in custodia dalle figlie al fratello Edio. Alle stesse non \u00e8 stata concessa pi\u00f9 la possibilit\u00e0 di visionare tale materiale.3 Lo Schiavone risulta essere stato in servizio preso il Poerio negli anni scolastici 1941\/42 e 1942\/43, cfr. Archivio storico Istituto Magistrale, Docenti in servizio presso l\u2019Istituto, 1943.4 Sulla questione non si hanno ancora riscontri documentali, ma solo il ricordo del Sen. Domenico De Simone gi\u00e0 Sindaco di Torremaggiore e delle figlie dello scultore.5 Fra gli allievi di Schiavone ricordiamo qui solo alcuni dei tanti, come il prof. Luigi Irmici, lo scultore Germano, il pittore Gioioso, l\u2019ingegnere Berardi e l\u2019architetto Giovanni De Capua. Quest\u2019ultimo dopo aver ascoltato una conferenza su Schiavone tenuta da chi scrive a Torremaggiore il 4 dicembre 2012, invi\u00f2 una lettera alla figlia dello scultore Telma. Trascriviamo la lettera perch\u00e9 \u00e8 una testimonianza viva di quale era il tipo di rapporto che il prof. Schiavone aveva con i suoi allievi, nelle vesti non solo di artista ma di pedagogo: \u201c Gentilissima Telma, ripenso ancora con piacere alla sera del 4 dicembre nella bellissima sala del Castello di Torremaggiore. Saltare indietro di cinquanta anni e lasciarsi cullare dai ricordi \u00e8 stata un\u2019esperienza piacevolissima ed indimenticabile. Ho rivisto con commozione i luoghi dove ho fatto le medie e dove ho saputo che tuo padre ed il prof. Pelilli erano amici. Pensavo che ho avuto come insegnante di disegno l\u2019architetto Pelilli alle medie e tuo padre al liceo. Entrambi burberi, ma entrambi paste d\u2019uomo che si rivestivano di una scorza dura, all\u2019apparenza, per non essere sopraffatti. Ho potuto apprezzare l\u2019arte del prof. Schiavone e le sue architetture ancora attuali, perfettamente riuscite dal punto di vista compositivo. La sua pittura, poi, \u00e8 stata una vera sorpresa: in classe non ne aveva mai parlato. Mi ha ricordato, per la poetica, sia Rosai che Sironi (che prediligo). Ho finalmente saputo, dopo mezzo secolo, cosa aveva fatto del pennarello che una volta mi aveva chiesto in prestito: (non esistevano ancora i pennarelli) e avevo trovato a Foggia da Leone questa penna a feltro ricaricabile. Quando ho visto i suoi bellissimi disegni (piazza di Campo dei Fiori a Roma), ho capito a che cosa gli era servito. Negli ultimi anni di liceo il rapporto con tuo padre non era pi\u00f9 quello tra docente e allievo, mi trattava come un collega, conservo ancora qualche disegno con le sue correzioni: \u201cNon lasciare spazi vuoti di carta bianca, non aver paura di adoperare segni rapidi e decisi \u201c, e nel dire questo tracciava sul foglio, da me iniziato, dei ghirigori senza pentimenti. Ho imparato cos\u00ec a disegnare senza il tracciato preliminare a matita, direttamente a penna sul foglio. Un po\u2019 come camminare sulla corda senza rete, o impari o cadi. L\u2019ultima volta che l\u2019ho rivisto \u00e8 stato nel 1965, era d\u2019estate, a San Severo, nei pressi della chiesa di San Lorenzo. Era in maniche di camicia, per il caldo. Mi riconobbe con un sorriso chiedendomi cosa facessi. Ci salutammo con le raccomandazioni consuete, in pi\u00f9: Non smettere mai di disegnare! Fu quella l\u2019ultima volta che lo vidi. Poi, dopo quarantasette anni il ricordo, l\u2019emozione. Ti ringrazio ancora per avermi reso partecipe dell\u2019evento e approfitto per farti i miei pi\u00f9 cari auguri per il Natale e per il nuovo anno. Con affetto Giovanni Di Capua. San Severo 20\/12\/2012\u201d.6 Cfr. Sul settimanale di Lucera era apparso l\u2019articolo Mostra dei lavori alla Scuola di Avviamento che descriveva con queste parole i lavori dagli allievi di Schiavone: \u201c \u2026e cos\u00ec pure disegni di oggetti, paesaggi, scene di vita in bianco e nero e a colori su legno e su porcellana degli allievi del prof. Nicola Schiavone\u201d, in Il Foglietto del 28\/6\/1956.7 Cfr. La Gazzetta del Mezzogiorno del05\/06\/1938; l\u2019articolo era firmato mas, le iniziali del cognome del caporedattore Domenico Maselli.8 Cfr. ASQII Registro spedizioni scultori non invitati b. 21 u.1.\" \/>\n<meta property=\"og:url\" content=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2025\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/\" \/>\n<meta property=\"og:site_name\" content=\"Torremaggiore On Line\" \/>\n<meta property=\"article:published_time\" content=\"2025-01-18T15:08:17+00:00\" \/>\n<meta property=\"article:modified_time\" content=\"2025-01-19T20:27:21+00:00\" \/>\n<meta property=\"og:image\" content=\"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/00_NICOLA_SCHIAVONE_SCULTORE.jpg\" \/>\n\t<meta property=\"og:image:width\" content=\"500\" \/>\n\t<meta property=\"og:image:height\" content=\"530\" \/>\n\t<meta property=\"og:image:type\" content=\"image\/jpeg\" \/>\n<meta name=\"author\" content=\"Staff\" \/>\n<meta name=\"twitter:card\" content=\"summary_large_image\" \/>\n<meta name=\"twitter:label1\" content=\"Scritto da\" \/>\n\t<meta name=\"twitter:data1\" content=\"Staff\" \/>\n\t<meta name=\"twitter:label2\" content=\"Tempo di lettura stimato\" \/>\n\t<meta name=\"twitter:data2\" content=\"42 minuti\" \/>\n<script type=\"application\/ld+json\" class=\"yoast-schema-graph\">{\"@context\":\"https:\\\/\\\/schema.org\",\"@graph\":[{\"@type\":\"Article\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/www.torremaggiore.com\\\/notizie\\\/2025\\\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\\\/#article\",\"isPartOf\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/www.torremaggiore.com\\\/notizie\\\/2025\\\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\\\/\"},\"author\":{\"name\":\"Staff\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/www.torremaggiore.com\\\/notizie\\\/#\\\/schema\\\/person\\\/b789462c927517766c1bcfb452c8d85e\"},\"headline\":\"Torremaggioresi illustri: non dimentichiamo la figura del Pittore, Scultore, Architetto e Docente Nicola Schiavone nel 118\u00b0 anniversario dalla nascita ovvero il 12 gennaio 1907\",\"datePublished\":\"2025-01-18T15:08:17+00:00\",\"dateModified\":\"2025-01-19T20:27:21+00:00\",\"mainEntityOfPage\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/www.torremaggiore.com\\\/notizie\\\/2025\\\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\\\/\"},\"wordCount\":7380,\"publisher\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/www.torremaggiore.com\\\/notizie\\\/#organization\"},\"image\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/www.torremaggiore.com\\\/notizie\\\/2025\\\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\\\/#primaryimage\"},\"thumbnailUrl\":\"https:\\\/\\\/www.torremaggiore.com\\\/notizie\\\/wp-content\\\/uploads\\\/2024\\\/06\\\/00_NICOLA_SCHIAVONE_SCULTORE.jpg\",\"keywords\":[\"architettura\",\"arte\",\"docenza\",\"nicola schiavone\",\"pittura\",\"prof nicola schiavone\",\"scultura\"],\"articleSection\":[\"Brevi News\",\"Personalit\u00e0 torremaggioresi\",\"Prima Pagina\"],\"inLanguage\":\"it-IT\"},{\"@type\":\"WebPage\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/www.torremaggiore.com\\\/notizie\\\/2025\\\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\\\/\",\"url\":\"https:\\\/\\\/www.torremaggiore.com\\\/notizie\\\/2025\\\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\\\/\",\"name\":\"Torremaggioresi illustri: non dimentichiamo la figura del Pittore, Scultore, Architetto e Docente Nicola Schiavone nel 118\u00b0 anniversario dalla nascita ovvero il 12 gennaio 1907 - 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Sicuramente quella di Schiavone \u00e8 stata una formazione tutta in salita. La sua famiglia era di origini modeste. Dopo la scuola elementare, frequent\u00f2 una bottega artigiana e, considerando il livello di maestria allora imperante nei piccoli centri del Sud, sicuramente si tratt\u00f2 di un\u2019importante esperienza propedeutica a quell\u2019aspirazione artistica che lo porter\u00e0 in seguito a divenire scultore. Per altro le difficili condizioni economiche dell\u2019epoca e l\u2019impatto con la dura realt\u00e0 quotidiana accentueranno anche l\u2019interesse per tematiche e figure legate ad umili e pesanti lavori come lo spaccapietre, l\u2019acquaiolo, il contadino. Della sua predisposizione al modellato abbiamo una prima testimonianza gi\u00e0 all\u2019et\u00e0 di tredici anni. Rimanda, infatti, al 1920 la realizzazione di una testa di Cristo realizzata prima in argilla e poi resa in gesso patinato. Un tema, quello del Nazareno, a lui caro visto che in seguito lo riproporr\u00e0 in diverse versioni e in pi\u00f9 mostre d\u2019arte. Dalle testimonianze delle figlie, risulta che dal 1926, Schiavone abbia vissuto per un periodo a Torino, dove frequent\u00f2 lo studio dello scultore Arturo Stagliano1.Allo studio dell\u2019artista molisano, Schiavone giunse attraverso una segnalazione di Leonardo Bistolfi. Il giovane artista si era rivolto all\u2019anziano scultore e senatore del regno per poter entrare nel suo studio come allievo e quindi approfondire la pratica scultorea. All\u2019epoca Bistolfi, anziano e con problemi alla vista, non pot\u00e9 esaudire la sua richiesta. Di questo diniego esiste una lettera scritta da Lorenzo Bistolfi, figlio dello scultore, il 10 settembre del 1926, nella quale si comunicava allo Schiavone che gi\u00e0 da alcuni anni Bistolfi non accoglieva allievi nel suo studio a causa delle precarie condizioni di salute2. Se il giovane scultore avesse, per\u00f2, inviato alcune fotografie di lavori da lui eseguiti, sicuramente il maestro Bistolfi avrebbe potuto dare consigli o l\u2019avrebbe indirizzato presso un altro artista. Il giovane Schiavone venne cos\u00ec indirizzato, su suggerimento e intervento di Bistolfi, presso lo studio di Arturo Stagliano. Bisogna ricordare che anche Stagliano era arrivato da Napoli a Torino dove trov\u00f2 nello studio di Bistolfi un ambiente favorevole e idoneo ad ampliare e arricchire la sua pratica scultorea. Schiavone avvi\u00f2 con lo scultore molisano una fattiva collaborazione che lo vide coinvolto anche nella realizzazione del monumento ai Caduti che Stagliano doveva realizzare per la citt\u00e0 di Treviso.Sul soggiorno torinese abbiamo la testimonianza di una fotografia formato studio che il giovane Schiavone fece presso un importante fotografo di Torino che svolgeva la sua attivit\u00e0 nella centrale Via Roma. Sempre dalle figlie sappiamo che il giovane Schiavone rientr\u00f2 a Torremaggiore tra la fine del 1927 e i primi mesi del 1928, a causa della nascita del primogenito. Un rientro che signific\u00f2 in una certa misura il distacco da un ambiente, artistico importante e ricco di stimoli, di cui avrebbe in seguito sofferto la sua produzione artistica. Questa situazione non gli impedir\u00e0 di prendere parte ad una mostra provinciale che si tenne a Foggia nel settembre del 1928. Ma oltre che per ragioni di famiglia, lo Schiavone dovr\u00e0 interrompere per due anni l\u2019attivit\u00e0 artistica perch\u00e9 dal 6 novembre 1928 all\u20198 settembre 1930 sar\u00e0 chiamato ad assolvere il servizio di leva.L\u2019attivit\u00e0 artistica a TorremaggioreEspletato il servizio di leva, al rientro a Torremaggiore, riprender\u00e0 la produzione artistica. Aprir\u00e0 uno studio-laboratorio ed inizier\u00e0 a progettare architettura cimiteriale, progetti che si trasformeranno in cappelle gentilizie, cippi funerari e bassorilievi per lapidi, di cui si ha anche un esemplare bronzeo. Gli anni che vanno dal 1930 al 1938 sono dedicati, quindi, a questo tipo di attivit\u00e0. Sar\u00e0 dal 1938 che Schiavone, come vedremo nei successivi paragrafi, riprender\u00e0 a partecipare all\u2019attivit\u00e0 artistica espositiva.In quegli anni, da parte del pubblico, ci fu una forte ripresa d\u2019interesse per la scultura. Questo era dovuto alla gran mole di monumenti, cippi e lapidi che ogni citt\u00e0 o piccolo centro d\u2019Italia aveva voluto realizzare in ricordo dei 600.000 e pi\u00f9 soldati che erano periti durante la guerra del 1915-18. Interesse verso la scultura che storicamente aveva sempre occupato una posizione minoritaria nel campo delle arti visive. A questa recente dimostrazione d\u2019interesse si univa una delle tradizionali destinazioni dell\u2019arte plastica ai monumenti destinati a cimiteri e\\\/o a chiese. Un settore che Schiavone aveva avuto modo di studiare nel suo soggiorno torinese, caratterizzato oltre che dalla pratica collaborazione alle opere di Stagliano, da frequenti viaggi in un luogo della Liguria che a ragione si pu\u00f2 ritenere un museo della scultura all\u2019aperto: il Cimitero di Staglieno a Genova. Un contesto ricco delle pi\u00f9 importanti opere di scultori operanti nel XIX e nel XX secolo. Di queste frequentazioni Schiavone fa tesoro, e lo vedremo in seguito nei lavori che realizzer\u00e0 fino a pochi mesi dalla morte.Alla pratica di scultore, di pittore e di progettista di architetture funerarie, a partire dal 1941, si aggiunger\u00e0 quella di insegnante. Sar\u00e0 questo un importante momento di crescita culturale e di confronto per uomo che fino allora si era dedicato all\u2019arte in forma totale. L\u2019insegnamento sar\u00e0 caratterizzato da un inizio duro, all\u2019insegna della precariet\u00e0, cosa che nella scuola italiana, a distanza di oltre sessanta anni sembra non essere cambiata affatto. In quell\u2019anno Schiavone era docente di Disegno presso l\u2019istituto magistrale Carolina Poerio di Foggia.3 Un periodo di transizione che vide l\u2019artista impegnato a Foggia anche durante il mese di luglio 1943, dolorosamente impresso nella memoria della citt\u00e0 pugliese per i bombardamenti degli angloamericani. Una tragica situazione che per puro caso non coinvolse come vittima dei bombardamenti Schiavone. Trattenuto, infatti, dal preside del Magistrale prof. Pilla diretto anche egli a San Severo, riusc\u00ec a scampare ai bombardamenti utilizzando il rifugio antiaereo pi\u00f9 prossimo alla scuola. Il 1943 fu l\u2019anno dell\u2019armistizio e anche quello che vide, almeno per il Meridione d\u2019Italia, l\u2019interrompersi della dittatura fascista che tanto dolore aveva inflitto agli italiani e a quanti erano stati interessati dalle politiche espansionistiche del fascismo. Dall\u2019anno scolastico 1944 Schiavone risulter\u00e0 docente a San Severo, prima nell\u2019Istituto Magistrale e poi nel Liceo Scientifico. Dopo la guerra a partire dal 1945 a quanti lavoravano nelle amministrazioni statali era richiesto la compilazione di una dichiarazione giurata in cui si dovevano elencare qualsiasi forma di rapporti avuti durante il ventennio con il partito fascista e\\\/o le sue varie organizzazioni. Schiavone compil\u00f2 la sua scheda quando era in servizio presso il Poerio di Foggia. Veniamo cos\u00ec a conoscenza che l\u2019artista si era iscritto al partito fascista nel dicembre del 1941, per quasi vent\u2019anni era riuscito a non iscriversi. La scelta di farlo molto probabilmente fu causata da una lettera anonima fatta pervenire al Federale fascista in cui si denunciava lo Schiavone che insegnava pur non essendo iscritto al partito fascista4. Dopo l\u2019esposto anonimo il professore fu allontanato dall\u2019insegnamento per circa due mesi, dopodich\u00e9 l\u2019iscrizione al partito gli permise il rientro in servizio. Una scelta dura a cui l\u2019artista, all\u2019epoca padre di tre figli, ob torto collo non poteva sottrarsi. Cos\u00ec all\u2019iscrizione al sindacato fascista belle arti si aggiunse anche quella al partito.La carriera di docente di Disegno e storia dell\u2019arte lo metter\u00e0 a contatto con generazioni di donne e di uomini, alcuni dei quali diventeranno a loro volta importanti artisti, architetti e ingegneri5. L\u2019impegno nella didattica Schiavone lo ha profuso anche in quelle fasce di istruzioni esistenti prima della riforma del 1962, ovvero nelle scuole di avviamento professionale. Allora non esisteva la scuola media dell\u2019obbligo, e l\u2019istruzione base garantita dallo Stato arrivava alla classe quinta delle elementari. Le scuole di avviamento professionale erano quelle \u201cdestinate\u201d alle fasce popolari a cui per i costi e per condizioni socio economiche erano in una certa misura precluse le scuole superiori. Questa esperienza l\u2019artista la svolse nella sua citt\u00e0, la scuola era diretta dal prof. Michele Cammisa, amico fraterno dell\u2019artista e primo Sindaco di Torremaggiore in epoca repubblicana. Durante quegli anni la conoscenza dell\u2019arte plastica venne ampiamente insegnata a molti giovani di Torremaggiore. Di questa esperienza ebbe a scrivere anche il settimanale Il Foglietto con un articolo su una delle periodiche mostre che venivano fatte dalla scuola per far conoscere i lavori degli allievi6. Nella vicina citt\u00e0 di San Severo il professore Schiavone venne in contatto con un\u2019altra fascia sociale di studenti, proveniente dal mondo della piccola e della grande borghesia. Insegn\u00f2 all\u2019Istituto Magistrale prima e, poi al Liceo scientifico: Disegno e Storia dell\u2019Arte. Una disciplina che lo poneva a contatto con le espressioni artistiche antiche e moderne mettendolo in una condizione di continuo stimolo e aggiornamento. Erano anni cruciali per l\u2019Italia, dopo la guerra si era avviato il processo di ricostruzione e questo avveniva anche e soprattutto grazie alla formazione culturale dei cittadini. Se il nostro Paese \u00e8 poi diventato uno fra i pi\u00f9 sviluppati del mondo, questo \u00e8 stato possibile, grazie al contributo delle donne e degli formatisi nella Scuola italiana.All\u2019intensa e proficua attivit\u00e0 di docente Schiavone affianc\u00f2 l\u2019impegno civile nella vita culturale e pubblica della sua citt\u00e0. Grazie ai suoi meriti artistici, frutto della trentennale attivit\u00e0 che lo aveva visto partecipare a mostre artistiche e alle sue riconosciute qualit\u00e0 didattiche sar\u00e0 nominato nel febbraio del 1962 dal Ministero della Pubblica Istruzione Ispettore onorario per le Opere di Antichit\u00e0 e d\u2019Arte per il Comune di Torremaggiore. Carica che gli permise espletare opera di vigilanza e promozione di tutela per il patrimonio storico artistico oltre ad entrare a far parte di diritto in un importante organismo che rilascia i pareri preventivi, come erano e sono le Commissioni edilizie comunali. Nell\u2019ambito del suo compito ispettivo ebbe anche da fare osservazioni verso l\u2019allora Sindaco di Torremaggiore che autorizz\u00f2 dei lavori di intonacatura e dipintura sulle pareti esterne del Castello ducale. E questo ci dice tutto sul carattere dell\u2019artista che davanti ad un errore, magari compiuto non in malafede, manteneva fermo il suo operare. Nella sua citt\u00e0, che vanta una poliedrica genia di artisti, musicisti e politici, Schiavone intrattenne sempre rapporti con quella che oggi si definirebbe l\u2019intellighenzia. Dal bibliotecario storico della comunale, Pasquale Ricciardelli, che all\u2019impegno di operatore culturale aggiungeva quello dell\u2019impegno in politica, a Michele Cammisa, a Domenico De Simone e tanti altri esponenti della cultura, della scuola e della politica di Torremagiore. Personalit\u00e0 che avevano in un\u2019edicola-libreria, il loro punto di incontro, una \u201cbasilica\u201d del dialogo e della polemica che animava la piccola piazza adiacente allo storico palazzo del municipio, come poteva accadere nelle agor\u00e0 di greca memoria. Dopo l\u2019importante nomina ministeriale arriv\u00f2 anche la nomina a membro dell\u2019Accademia dei \u2018500 di Roma, un sodalizio artistico che includeva fra i suoi associati importanti esponenti della vita artistica italiana.Schiavone e le esposizioni d\u2019arte tra gli anni Venti e Cinquanta del XX secoloCome abbiamo evidenziato nel profilo biografico l\u2019arte plastica \u00e8 stata alla base del vivere dell\u2019artista. Qui vogliamo mettere in evidenza quali siano state le peculiarit\u00e0 del suo operare. Ad una formazione sostanzialmente da autodidatta, che poi \u00e8 quella che spesso ha caratterizzato gli scultori italiani del \u2018900, si \u00e8 aggiunta in seguito l\u2019attivit\u00e0 artistica ed espositiva, che lo ha messo in relazione con gli artisti della sua regione prima, e del resto d\u2019Italia dopo. Un\u2019attivit\u00e0 che proviamo a suddividere in tempi cronologici, nonostante la difficolt\u00e0 dovuta all\u2019assenza di date sui propri lavori; tuttavia giovandoci della puntuale presenza alle mostre e quindi dei rispettivi cataloghi, possiamo definire alcuni punti certi. Ad una suddivisione cronologica aggiungiamo una sistemazione in periodi che ci porta sostanzialmente a riconoscere in Schiavone due fasi artistiche distinte. Una prima che si ricollega alla presenza a Torino nella bottega di Stagliano, con un raggio temporale che si protrae fino al 1932. Una seconda, che parte dalla mostra del 1938 ed arriva al 1960. Due distinti periodi con una produzione scultorea sostanzialmente in terracotta con eccezioni di ritrattistica di tipo funerario, attivit\u00e0 che lo metter\u00e0 in contatto con il mondo toscano dei traduttori in marmo. E\u2019 in questa occasione che egli divenne prima committente e poi amico di Garibaldo Alessandrini, uno dei pi\u00f9 bravi allora operanti a Querceta. La ritrattistica \u00e8 documentabile ad un arco temporale che va dal 1940 al 1946, ovvero anni in cui realizzer\u00e0 dei busti di personalit\u00e0 della borghesia agraria di Torremaggiore.Il soggiorno torinese lo aveva messo in contatto con il mondo artistico legato alla tradizione italiana ottocentesca, ancora fortemente maggioritaria nella pratica artistica di quegli anni. Cos\u00ec le prime opere che presenta in una mostra nel 1928, a soli 21 anni, sono opere come Testa di Oplite e Jesus. La maschera Jesus, \u00e8 in marmo bianco, materiale amato dallo scultore, ma usato pi\u00f9 nelle sue architetture che nelle sue sculture. Infatti ad oggi, oltre a questa opera, non si conoscono altre realizzazioni dirette in pietra e\\\/o marmo con le eccezioni della ritrattistica funeraria tradotta da Alessandrini. Il primo periodo \u00e8 anche caratterizzato dalla risposta ad una domanda di lapidi e piccoli monumenti funerari che lo impegnano ed allo stesso tempo gli garantiscono quel minimo di benessere economico per poter vivere. Tra l\u2019altro dal novembre 1928 al settembre 1930 la sua attivit\u00e0 artistica sar\u00e0, di fatto, inibita perch\u00e9 assolve gli obblighi militari.La prima opera realizzata dopo il 1930 di cui possiamo dare oggi una datazione in forma ordinaria, \u00e8 una lapide bronzea raffigurante Due angeli dolenti, dalle linee liberty rilevata all\u2019interno del cimitero di Torremaggiore. E\u2019 nel 1938 che Schiavone acquista uno status di artista con una propria cifra stilistica. La scultura di questi anni sar\u00e0 caratterizzata da una visione ossimorica: impressionista e espressionista allo stesso tempo. La figurativit\u00e0 mantenuta da Schiavone \u00e8 tipica del\u2019arte italiana fra le due guerre, un ritorno all\u2019ordine che aveva visto le propensioni delle avanguardie artistiche ridimensionate. Un fenomeno che aveva contribuito al riaffermarsi del figurativo sia in pittura che in scultura. E Schiavone non fu esente se pensiamo alla scultura Jesus, che lo avvicina ad Adolfo Wildt, che insieme a Medardo Rosso rappresentavano la scultura italiana agli inizi del XX secolo. Entrambi questi scultori saranno studiati e presi a modello da Schiavone, una influenza riscontrabile non solo nelle sue opere, ma anche in quasi tutta la produzione artistica degli scultori suoi coevi. L\u2019identica ieraticit\u00e0 della maschera in marmo verr\u00e0 riproposta a distanza di dieci anni nel Nazzareno, un gesso raffigurante il Cristo in una tipica espressione di bellezza novecentesca.Il tema del Cristo, nelle forme di testa o di busto \u00e8 testimoniato in Schiavone almeno in tre casi a cui si pu\u00f2 aggiungere la maschera di Jesus. Il primo esempio \u00e8 la Testa di Cristo, un\u2019opera in gesso patinato che risalirebbe all\u2019adolescenza dell\u2019artista. Quest\u2019opera contiene una serie di caratteristiche che ritorneranno nelle versioni successive. Una peculiarit\u00e0 lo sguardo trasognato con gli occhi socchiusi, una resa che Schiavone interpreta in maniera magistrale. Sguardo che provoca nell\u2019osservatore la sensazione di trovarsi di fronte al Cristo morto o dormiente. Una chioma che riprende i modelli storici, quindi lunga, fluente e ondulata insieme ad una barba altrettanto animata, racchiude il volto contratto. La fronte e le gote sono in tensione cos\u00ec pure il collo,e Schiavone usa queste tensioni per accentuare il pittoricismo di questa sua opera giovanile. Un gesso a cui l\u2019artista ha applicato una patina grigio scuro, colore che accentua ancora di pi\u00f9 il plasticismo.Anche il Nazzareno, opera del 1938, che risente dell\u2019influenza di Wildt si ispira ai modelli neoclassici. Di quest\u2019opera si conserva una fotografia che ritrae lo Schiavone al lavoro vicino all\u2019opera. Un Cristo dal volto silente, palpebre socchiuse in una sorta di interpretazione di Cristo dormiens, solo che qui non c\u2019\u00e8 il Crocifisso. La testa, resa leggermente pi\u00f9 grande del vero, e cinta da una fluente capigliatura, che parte liscia dalla nuca e solo al termine prende una piega ondulata. Anche la barba non \u00e8 lunga ma ricorda piuttosto un pizzetto allungato. Quello che colpisce ancora di pi\u00f9 in questo Nazzareno sono i lineamenti del volto, che suscitano un senso di pacatezza simile a quella dei trecenteschi crocefissi lignei dipinti.L\u2019altra scultura che ha come soggetto il Cristo \u00e8 quella di un Cristo deposto o meglio di una Piet\u00e0. Si tratta di un\u2019opera in gesso che riprende la figura del corpo di Cristo deposto nella tipica posizione rappresentata sia in pittura che in scultura fin dal Rinascimento; pensiamo al volto del Cristo della Piet\u00e0 di Michelangelo in San Pietro a Roma. Schiavone raffigura il busto del Cristo con lo stesso taglio compositivo con cui Antonello da Messina realizzava i suoi ritratti: le braccia ed il torace sono tagliati. Inquadrato in questa maniera l\u2019osservatore concentrer\u00e0 la sua attenzione sul capo reclinato perch\u00e9 quest\u2019opera \u00e8 una Piet\u00e0, definizione che sintetizza la sacra raffigurazione solitamente comprensiva di pi\u00f9 personaggi, dalla Madonna alla Maddalena e a San Giovanni Evangelista, ma qui il Cristo \u00e8 solo e il resto dei personaggi lo immaginiamo intorno a lui. Un\u2019opera di cui conosciamo le fattezze e l\u2019esistenza da una fotografia, immagine ripresa dallo stesso scultore che era solito fotografare i propri lavori. Riteniamo che la stessa, per il tema svolto, fosse destinata ad adornare qualche cappella funeraria.Per quanto relativo alla produzione scultorea che va dagli anni 1938 al 1960, lo Schiavone sar\u00e0 impegnato nella ritrattistica e nella raffigurazione del mondo del lavoro, e nello specifico quello agropastorale. La ritrattistica annovera numerose sculture di teste femminili e di bambini, opere che presenter\u00e0 alle diverse mostre degli anni fra le due guerre e fino agli anni \u201960 del XX secolo. Tra queste opere, una susciter\u00e0 il plauso e l\u2019attenzione della critica nella Mostra regionale di Bari del 1938. Si tratta di Gisella, una terracotta la cui bellezza colp\u00ec l\u2019attenzione di pubblico e critica tanto che venne acquistata per la Galleria Mussolini di Roma. Si tratta del ritratto di una donna incorniciato da una capigliatura che contribuisce a rendere il volto piuttosto enigmatico. La pelle di questa scultura \u00e8 trattata dall\u2019artista con la tecnica della spugnatura, lavorazione che dona all\u2019opera un effetto di particolare pittoricismo che aumenta gli effetti chiaroscurali. Lo sguardo di Gisella inquieto e allo stesso tempo enigmatico, incuriosisce l\u2019osservatore, si potrebbe definire la trasposizione tridimensionale dello sguardo e del sorriso della Gioconda. Non \u00e8 un caso che il critico della Gazzetta del Mezzogiorno us\u00f2 per quest\u2019opera parole come queste: \u201d \u2026procedimento di espressione che si fa poesia e musica\u201d7.Dello stesso periodo \u00e8 un\u2019altra scultura, il San Giovannino, un gesso anche esso esposto a Bari nel 1938. Qui Schiavone applica la stessa impostazione della Piet\u00e0. Un busto che raffigura un giovane esile e dallo sguardo rivolto al cielo in esplicita rottura con l\u2019iconografia tradizionale che ci hanno trasmesso i maestri del Rinascimento e del Barocco, qui il fanciullo \u00e8 scarno, un fisico quasi da penitente. Altra cosa dai San Giovannino presenti nei dipinti di Raffaello e Leonardo, di cui \u00e8 difficile dimenticare le gote ed i corpi di paffuti fanciulli vestiti di vello e con fra le mani il bastone crucifero. Schiavone realizza un San Giovannino fuori da questi schemi, della tradizione conserva solo i simboli iconografici del vello e del bastone crucifero. Questo San Giovannino \u00e8 carico di pathos, elemento che dall\u2019antichit\u00e0 classica accompagna la scultura, e mai come in quest\u2019opera di Schiavone tale sentimento interiore traspare nell\u2019espressione del volto di questo bambino dal futuro segnato. La postura delle mani, una in procinto di benedire e l\u2019altra che regge il vessillo crucifero sono rese ancor pi\u00f9 cariche di significato dal tratteggio graffiato che l\u2019artista aveva fatto sul modello d\u2019argilla prima di tradurlo in gesso. Possiamo datare al 1938 la scelta di Schiavone di iniziare a realizzare le sue plastiche con un trattamento particolare delle superfici dei corpi, allora nella Gisella ora in San Giovannino; con una screziatura dell\u2019argilla crea una sorta di texture che poi rifrange la luce facendo percepire la scultura come qualcosa di iperleggero, quasi etereo. Un effetto che ritroveremo sempre nelle opere successive, quali Il pescatorello, Testa di bambino, Ritratto della moglie, o nella Donna creata per la fontana di San Paolo di Civitate, progettata dall\u2019architetto Concezio Petrucci. La stessa minuta lavorazione copre tutto il giovane corpo arrivando al volto e agli occhi, sgranati e incantati. Il volto \u00e8 chiuso da una capigliatura che ne evidenzia la delicatezza e la bellezza quasi efebica. L\u2019opera, dopo gli anni \u201950 venne distrutta dall\u2019autore quando questi lasci\u00f2 la casa studio di Vico Storto San Nicola. Di essa rimangono le fotografie ed un negativo 6 x 3 che lo scultore aveva conservato fra i suoi libri d\u2019arte.Un\u2019impostazione simile al San Giovannino la ritroviamo in un\u2019altra opera Il Pescatorello; una terracotta di cui non si conosce l\u2019attuale collocazione, dal tema fortemente ispirato a Gemito. Si tratta anche qui, come per il San Giovannino, della figura di un bambino forse di dieci anni, non di pi\u00f9, che viene raffigurato a tre quarti, il torso, le braccia e parte delle cosce. Un volto carico di espressione arricchita dalla lavorazione della superficie dell\u2019argilla. Testurizzazione della superficie che accentua la matericit\u00e0 della scultura. Il bambino \u00e8 rappresentato nell\u2019atto di slamare il pesce, per cui le sue braccia convergono sul petto ed il capo \u00e8 leggermente chinato con gli occhi attenti e puntati sull\u2019operazione che sta compiendo. Il corpo del bambino \u00e8 nudo ma Schiavone ci mostra una nudit\u00e0 innocente priva di qualsiasi senso di malizia. La naturalezza con cui egli definisce i capelli, il volto, le spalle e perfino la zona dell\u2019ombelico, con una piccola fossetta rientrante, che allontana l\u2019opera da una raffigurazione di genere come si poteva intendere dal titolo e ce la fa considerare come una bella espressione della scultura italiana di quegli anni.La scultura potrebbe datarsi agli anni 1938-39 perch\u00e9 nel maggio del 1939 l\u2019artista partecip\u00f2 alla VI Mostra sindacale di Bari con una scultura in terracottaTesta di Bambino. Dal confronto che abbiamo fatto con la fotografia di quest\u2019opera pubblicata nel Catalogo del 1939, risulta evidente che si tratti della stessa testa del Pescatorello, staccata e riusata per la mostra barese. Un\u2019operazione forse dovuta ad un ripensamento sollecitato da quel possibile confronto di idee e generi che sarebbe derivato partecipando alla mostra barese.Al periodo che va dal 1939 al 1943 appartengono opere come Maschera, Malata, Lidia, Pastore ed una serie di Teste non meglio specificate nei cataloghi delle sindacali, che erano piuttosto parchi nell\u2019apparato fotografico, per cui non sempre gli artisti vedevano pubblicate all\u2019interno fotografie delle loro opere o magari dell\u2019allestimento generale della mostra. Quindi sulla base del catalogo della Seconda mostra del sindacato tenutasi nel marzo 1939 a Foggia sappiamo che Schiavone partecip\u00f2 con tre opere delle quali due erano state precedentemente esposte nel 1938 a Bari. La novit\u00e0 \u00e8 rappresentata dalla terracotta Malata, di cui non si hanno fotografie n\u00e9 notizie su dove possa essere oggi collocata. Nello stesso anno, in autunno, nella VI mostra che si tenne a Bari, Schiavone present\u00f2 Testa di bambino e un Ritratto. Di entrambe le opere non se ne conosce la collocazione: della Testa del bambino si ha la fotografia pubblicata sul Catalogo, del Ritrattoinvece non si ha nessun riferimento e\\\/o fotografia. Risalirebbero al 1940 Lidia, Maschera e Ritratto, opere in terracotta esposte alla VII mostra sindacale interprovinciale di Bari. Di queste tre opere Lidia \u00e8 pubblicata nel Catalogo, mentre della Maschera si conserva una fotografia.La scultura Lidiapossiamo considerarla come la naturale continuazione della ritrattistica in stile Novecento che ha la sua capostipite nella Giselladel 1938. Qui lo sguardo sembra ammiccare un sorriso, anche se meno evidente. Risalta molto in questo ritratto femminile la capigliatura che ricorda anche la moda di quegli anni. Schiavone tratta la pelle del volto con il suo solito tocco fatto di screziature e piccole spugnature, operazioni che ingentiliscono il volto e gli fanno acquisire un certo aspetto enigmatico sostenuto anche da come sono resi gli occhi della donna. Possiamo dire che in questo, come negli altri ritratti femminili finora analizzati, la chiusura delle palpebre o la resa muta dell\u2019occhio ha conservato quel debito di ispirazione di Schiavone nei confronti di Wildt. Sul soggetto, poi, ci sarebbe da soffermarsi per un episodio accaduto a Torremaggiore nel 1940. Una donna di nome Lidia mor\u00ec all\u2019et\u00e0 di vent\u2019anni. In memoria di quella morte Giacomo Negri, concittadino di Schiavone, scolp\u00ec un busto marmoreo che oggi \u00e8 presente nella tomba di famiglia della giovane. Sembrerebbe che in un primo momento, l\u2019incarico per il bozzetto di un busto marmoreo da porre nella cappella di famiglia fosse stato dato allo Schiavone. Di questo episodio non abbiamo un riscontro nei documenti, ma solo una memoria orale, un nome simile ed una verosimiglianza fra la donna ritratta dal Negri e questa dello Schiavone.Maschera, altra opera di questo periodo ci fa vedere con quanta maestria lo Schiavone opera con l\u2019argilla fino ad ottenere quegli effetti che Medardo Rosso otteneva con la cera. Un volto dai tratti femminili, delicati com\u2019\u00e8 delicato il passaggio delle dita dell\u2019artista che alle stecche aggiungeva le mani come utensili della modellazione. Una plasticit\u00e0 intrisa dalle impronte dei polpastrelli, un\u2019ulteriore forma di texture che carica di contrasto chiaroscurale tutta la superficie, dai capelli al volto. Questa analisi la compiamo con l\u2019ausilio di una fotografia dell\u2019opera, perch\u00e9 l\u2019originale risulta in collezione privata, ma restiamo del parere che a seguire questa Maschera, come vedremo, ci saranno pezzi come i ritratti, sempre femminili, di Ofelia, Fiorella, Ritratto di Rosalia, Ritratto di Maria, Ritratto della moglie Lucia, opere in cui trov\u00f2 ispirazione anche nelle figlie. Tra quelle in cui non \u00e8 esplicito il riferimento, la stessa Fiorella che per\u00f2 presenta i caratteri somatici dell\u2019ultimogenita di Schiavone: Telma.L\u2019Ofelia, ritratto in terracotta di una giovanissima donna, dallo sguardo carico di dolcezza, che Schiavone ottiene con l\u2019argilla trattata alla stregua di cera, con velature dal lieve spessore. La figura dell\u2019ovale del viso \u00e8 in perfetta armonia con i capelli raccolti su due corte trecce, che ci fanno pensare alla giovane et\u00e0 della ragazza. La piccola testa \u00e8 sostenuta da un sottile e altrettanto delicato collo. L\u2019artista, pur fermandosi alla rappresentazione di una testa, ci ha posto nelle condizioni di immaginare questa ragazza, dagli occhi abbassati quasi esprimenti un certo disappunto o, se fosse stata viva, rossore. La scultura \u00e8 stata patinata, e questo rende la superficie pi\u00f9 facile al rifrangersi della luce che la colpisce. Quante cose pu\u00f2 esprimere una scultura e quanto ha espresso Schiavone in questo suo lavoro che riteniamo essere allo stesso livello di bellezza di Gisella, e con essa condivide l\u2019impostazione mentre riteniamo che l\u2019opera possa essere datata alla fine del 1939 o al pi\u00f9 nel 1940.Stessa impostazione abbiamo in un altro ritratto di ragazza, che noi qui chiameremo La ragazza con le trecce. In questo caso l\u2019artista realizza la scultura di una ragazza ma questa volta il suo sguardo \u00e8 alzato e diretto, gli occhi guardano con una certa fierezza davanti a s\u00e9. Anche la superficie del viso e i capelli hanno avuto un trattamento differente da Ofelia. La ragazza con le treccesembra aver trasferito la fierezza dello sguardo nel frastagliarsi del viso ed in quello dei capelli. Cos\u00ec il collo, appena fuoriuscente da un colletto di camicetta, viene cinto da trecce che sembrano rivolgere le loro punte verso l\u2019osservatore, come gi\u00e0 fanno gli occhi. Come dicevamo, l\u2019impianto compositivo \u00e8 lo stesso utilizzato per Gisella, anche qui la parte inferiore del collo diviene piedistallo della scultura. Riteniamo che queste teste di ragazze siano state esposte nelle sindacali di Bari del 1940 e 1943, ed alla I Mostra sociale di Foggia del 1949.Risalirebbe ai primi anni Quaranta, forse il 1942, il Ritratto della moglie Lucia, una terracotta che lo scultore plasm\u00f2 in un periodo particolare della sua vita e della sua famiglia. La moglie all\u2019epoca trentaquattrenne \u00e8 ritratta in un\u2019espressione austera con uno sguardo che trasmette una sensazione di tristezza e nello stesso tempo appare pi\u00f9 anziana della sua et\u00e0. La texture che utilizza in questa scultura \u00e8 diversa dalle precedenti, le velature che ricordavano le pellicole di cera sono state sostituite da un\u2019intrecciata e fitta serie di piccoli tagli che danno l\u2019effetto della terra seccata dal sole che si rompe in cretacci. Alla stessa stregua, anche se i segni sono diversi, \u00e8 intervenuto sulla capigliatura creando nella massa di capelli un andamento ondulato. L\u2019intera figura \u00e8 innestata su un collo di piccole dimensioni appena accennato. Questo ritratto \u00e8 stato realizzato al vero, uno dei pochi in terracotta in cui l\u2019artista mantiene le proporzioni reali, mentre gli altri ritratti hanno una piccola riduzione rispetto alle dimensioni della figura originale.Appartiene a questo periodo anche il Ritratto di Rosalia, una terracotta che ritrae la penultima delle figlie. Il ritratto di una bambina che ha tra i capelli un nastro di quelli che negli anni Cinquanta usavano indossare le alunne delle scuole elementari, opera che possiamo datare al 1951. Un\u2019attribuzione temporale sulla scorta di una fotografia in cui \u00e8 ritratta la figlia Rosalia con grembiule e fiocco in testa, datata 1951, ma anche per l\u2019identica impostazione di texture adoperata per una delle opere che sottoporr\u00e0 alla Commissione d\u2019accettazione della Quadriennale d\u2019arte di Roma del 1951. Il volto tondeggiante esprime un sorriso solare, una caratteristica fisiognomica propria della bambina, a cui il padre scultore aggiunge luminosit\u00e0 con le superfici screziate derivate dalla stecca e dalle sue dita. Sono questi gli anni in cui Schiavone produce numerose sculture dal forte impatto espressivo, una produzione che gli permetter\u00e0 poi di essere accettato nel 1951 alla VI Quadriennale di Roma.Nell\u2019autunno del 1951 s\u2019inaugurava la VI Quadriennale d\u2019arte di Roma, la cui apertura non fu priva di polemiche, espresse nei mesi precedenti e durante i mesi successivi, e protrattesi fino alla chiusura nel maggio 1952. Tutto questo avveniva in un clima particolare quale era quello dei primi anni Cinquanta. L\u2019Italia aveva chiuso la sua disastrosa esperienza bellica e dittatoriale solo da sei anni. La cultura occupava un posto importante nelle intenzioni di quanti avevano contribuito alla Liberazione prima e alla nascita della Repubblica poi. Chi governava sapeva che il paese usciva da un periodo di macerie sociali, fisiche ed economiche, c\u2019era tutto da ricostruire. Sia a scala nazionale che a scala locale si riannodavano le fila di quanti nell\u2019ambito della cultura, ed in quella specifica delle arti visive, si attivavano per contribuire alla ricostruzione del paese. La Quadriennale romana era per gli artisti italiani la vetrina nazionale pi\u00f9 ambita, quindi essere accettati significava avere raggiunto un\u2019importanza fuori dalla cerchia provinciale e\\\/o regionale. Il ritratto femminile Graziella, un busto in terracotta, fu l\u2019unica delle tre opere presentate da Schiavone ad essere accettata dalla giuria della Quadriennale. Una scultura che confermava l\u2019attenzione dell\u2019artista alla ritrattistica con soggetto femminile. Graziella, una figura segnata da lunghe trecce che dalla nuca scendono sulle spalle ed arrivano a lambire il petto. Un volto leggermente inclinato verso sinistra e gli occhi socchiusi, rendono l\u2019espressione della ragazza quasi maliziosa.Altre tipologie di sculture sono quelle che Schiavone plasmer\u00e0 a partire dal 1949. Corrispondono infatti agli anni del dopoguerra i lavori a figura intera. Un\u2019evoluzione della scultura di Schiavone definita dal passaggio dall\u2019originario figurativismo ispirato al Cristo al ritratto femminile per poi approdare a svariati temi laici , se si esclude una piccola scultura di un San Francesco d\u2019Assisi di cui parleremo a parte. Una datazione di questa sua particolare produzione si pu\u00f2 indicare negli anni che vanno dal 1947 al 1949. Anni in cui si cimenter\u00e0 con temi allegorici quali Caino e Abele, Eva e con altri legati, come abbiamo accennato precedentemente, al mondo rurale e pastorale. Per questo motivo l\u2019artista modeller\u00e0 La Bagnante, Modella, Pastore, Al pascolo, Lo spaccapietre, L\u2019acquaiolo, in due versioni quello maschile e quella femminile, Contadina che sgrana il mais. La costante di questi lavori \u00e8 quella di una raffigurazione di figure intere, in piedi e\\\/o sdraiate, anche se l\u2019artista lavora con rapporti proporzionali di molto inferiori al vero. Le dimensioni sono quelle di un rapporto di 1 a 4, in alcuni casi fino a 1 a 5. Una parte di queste opere verranno presentate alla prima mostra d\u2019arte sociale di artisti residenti in Capitanata che s\u2019inaugurer\u00e0 nell\u2019estate del 1949 a Foggia.Di sculture intere si render\u00e0 artefice Schiavone ancora nel 1956. L\u2019occasione fu la partecipazione al concorso indetto dal comune di Foggia per il parco giordaniano. L\u2019idea di monumento dello Schiavone come dei molti altri partecipanti non ebbe una serena e obbiettiva valutazione, e di questo si parla nel capitolo relativo alle mostre d\u2019arte ed ai concorsi. Le figure abbozzate da Schiavone avevano la caratteristica texture di tipo espressionista che in quegli anni si era affermata ancora di pi\u00f9. Una scultura screziata e segnata dalle stecche e dai suoi polpastrelli, quasi in un desiderio di mantenere dentro le sue sculture una parte fisica di s\u00e9.Del repertorio a figure intere fanno parte anche due bassorilievi Donne nel bosco e Donne che danzano, opere che, ad un attento esame, ricordano per la texture usata i bozzetti del parco giordaniano, per cui si pu\u00f2 ipotizzare come data di realizzazione il 1956.A figura intera ma di dimensioni ridottissime \u00e8 un San Francesco d\u2019Assisi in terracotta. Qui l\u2019artista sembra tornare ad un figurativismo degli anni Trenta, cosa che autorizzerebbe a pensare che il lavoro, non datato, possa risalire a quegli anni. Una possibile tesi \u00e8 che l\u2019artista abbia elaborato la statuetta del Santo patrono d\u2019Italia nei primi anni Trenta, quando a Foggia si presentarono una serie di idee per la realizzazione di una statua di san Francesco da collocare in una piazza a lui dedicata. Questo sarebbe supportato anche dalla presentazione, in quegli anni, ad una mostra sindacale di una statua di san Francesco scolpita da Antonio Saggese, artista che poi sar\u00e0 incaricato di creare la statua definitiva per la piazza monumento dedicata a san Francesco.Ai primi anni Cinquanta risale la realizzazione della scultura diuna Donna e di tre pesci da inserire nella fontana progettata da Concezio Petrucci per il comune di San Paolo di Civitate. Si tratta di una donna nuda, dal corpo sinuoso e con la pelle resa quasi puntiforme dalla spugna umida passata sull\u2019argilla fresca effetto della spugnatura. Una tecnica che trasforma la pelle in modo tale da sembrare coperta da squame, come una creatura marina, effetto supportato anche dal fatto che i suoi piedi poggiano su un\u2019enorme valva di conchiglia di san Giacomo. A tutto questo dobbiamo aggiungere la sua somiglianza alle sirene descritte e cantate da Omero. Di questa statua, oltre alla versione in bronzo presente nella fontana di San Paolo di Civitate, si \u00e8 conservato il positivo in gesso utilizzato dalla fonderia. Del modello in argilla lo Schiavone scatt\u00f2 diverse fotografie, interessante documentazione perch\u00e9 testimonia le fasi di realizzazione di un\u2019opera, ci fa vedere lo studio-laboratorio in cui l\u2019artista operava, ed evidenzia inoltre la sua buona capacit\u00e0 di fotografare una scultura, operazione niente affatto semplice.E\u2019 del 1960 la scultura La sposa, ultima opera recensita in una mostra, dopodich\u00e9 non si hanno pi\u00f9 notizie di produzioni scultoree. Siamo in un periodo cruciale per lo scultore, l\u2019anno prima aveva presentato alla VIII Quadriennale un\u2019opera, Il missionario, lavoro che non era stato accettato dalla giuria. In quello stesso anno in occasione della Mostra nazionale Usbai di Foggia, aveva riproposto la scultura Graziella, l\u2019opera che aveva fatto parlare di Schiavone e di se, sia la stampa italiana e sia quella estera. Una sorta di rivalsa verso la Quadriennale. Ma cruciale, definiamo quel periodo, soprattutto per l\u2019isolamento in cui si venne a trovare Schiavone.Sempre all\u2019ambito della ritrattistica ed al periodo successivo alla partecipazione alla VI Quadriennale possiamo ascrivere la scultura Fiorella, un\u2019altra delicata raffigurazione di ragazza in terracotta. Fiorella ed Il Missionario, entrambe terrecotte, furono presentate alla Commissione di accettazione della VIII Quadriennale del 1959. Il Missionario \u00e8 un altro esempio di scultura a figura intera, anche se non al vero; una costante di Schiavone \u00e8 quella di creare statue di piccole dimensioni. La figura rientra nella scultura italiana che si era andata affermando dai primi anni Quaranta in poi e che ha avuto in Marino Marini il naturale prosecutore della tradizione iniziata sul finire dell\u2019\u2019800 da Medardo Rosso e andatasi sviluppando nelle pratiche artistiche di Martini.Purtroppo il giudizio della commissione di valutazione degli artisti non invitati per quella quadriennale fu piuttosto severo, non solo nei confronti di Schiavone, ma anche verso altri artisti pugliesi che avevano presentato delle opere. Tra gli esclusi figuravano i due fratelli Giacomo e Antonio Vittorio Negri, Salvatore Postiglione e, anche se residente a Milano, Guido Di Fidio8. Tra l\u2019altro l\u2019opera Fiorella era stata registrata con il nome di Fioretta, un\u2019evidente confusione di consonanti, che doveva essere imputata al redattore dei registri il quale sempre nello stesso registro indica la scultura in gesso di Raffaele Giurgola L\u2019Olimpionica come L\u2019olimbionica (\u2026), Al di l\u00e0 delle valutazioni della commissione, scorrendo i registri degli artisti non invitati, ci siamo potuti rendere conto di come l\u2019attenzione e la risposta positiva d\u2019accettazione fossero molto pi\u00f9 favorevoli agli artisti residenti in Roma che a quelli di regioni lontane.Abbiamo parlato degli anni Cinquanta come di un periodo dei pi\u00f9 prolifici dell\u2019artista, una sottolineatura per introdurre invece ad una fase particolare che corrisponde agli ultimi sei anni vita, dove la produzione scultorea subir\u00e0 un arresto. Le ragioni hanno diverse origini. Una di queste sicuramente avvertita da Schiavone era un certo isolamento dal mondo artistico sia locale e sia nazionale.Pensiamo ad esempio alla non accettazione dei suoi lavori alla VIII Quadriennale del 1959, come in precedenza alla Mostra degli artisti meridionali di Roma del 1953 o a quella di Napoli. Esclusioni che devono aver messo in crisi l\u2019artista il cui atteggiamento era sempre stato di assoluto riserbo verso persone e cose, ma di vivo interesse verso i fenomeni artistici e il mondo dell\u2019arte e dell\u2019architettura. Alle assenze a quelle mostre, si uniscono quelle delle mostre organizzate a Foggia ed in Puglia, un\u2019ulteriore ferita interiore che si aggiunge al fatto che in quegli anni, nella sua numerosa famiglia, i figli erano cresciuti e lo spazio della vecchia casa-studio-laboratorio di Vico Storto San Nicola non era pi\u00f9 sufficiente. Si trasferir\u00e0 in una casa nuova, perdendo cos\u00ec lo spazio di laboratorio, il che significher\u00e0 la fine della sua attivit\u00e0 di scultore. L\u2019attenzione di Schiavone da questo momento sar\u00e0 tutta per l\u2019architettura funeraria e la pittura, come testimoniano le opere architettoniche di cui abbiamo gi\u00e0 scritto e come vedremo di seguito per quanto relativo alla pittura. Ma oltre a queste vicende, gli anni Sessanta saranno anche gli anni in cui inizier\u00e0 a manifestarsi la malattia, che nel volgere di poco tempo lo porter\u00e0 alla morte.1 Arturo Stagliano (Guglionesi 1867-Torino 1936), giovanissimo si trasferisce a Napoli dove frequenta l\u2019Istituto di Belle Arti, quale allievo del maestro Domenico Morelli. Dal 1900 al 1904 risiede a Capri dove, al Caff\u00e8 Morgano, incontra lo scultore Leonardo Bistolfi, che soleva trascorrere il periodo estivo nell\u2019isola. Dalla sua frequentazione sboccer\u00e0 la passione per la scultura, cui Stagliano comincer\u00e0 a dedicarsi nel 1904, abbandonando definitivamente la pittura. Poco dopo si trasferisce a Torino per lavorare nell\u2019atelier di Bistolfi col quale collabora fino alla morte del maestro, avvenuta nel 1933.2 Una fotografia della lettera \u00e8 stata pubblicata in L. Schiavone, L\u2019arte di Nicola Schiavone biografia e catalogo. Il ricordo di un artista del Sud, Arezzo 2012. La lettera originale, insieme a tutto il materiale documentario relativo alla breve ma intensa carriera artistica di Schiavone, venne dato in custodia dalle figlie al fratello Edio. Alle stesse non \u00e8 stata concessa pi\u00f9 la possibilit\u00e0 di visionare tale materiale.3 Lo Schiavone risulta essere stato in servizio preso il Poerio negli anni scolastici 1941\\\/42 e 1942\\\/43, cfr. Archivio storico Istituto Magistrale, Docenti in servizio presso l\u2019Istituto, 1943.4 Sulla questione non si hanno ancora riscontri documentali, ma solo il ricordo del Sen. Domenico De Simone gi\u00e0 Sindaco di Torremaggiore e delle figlie dello scultore.5 Fra gli allievi di Schiavone ricordiamo qui solo alcuni dei tanti, come il prof. Luigi Irmici, lo scultore Germano, il pittore Gioioso, l\u2019ingegnere Berardi e l\u2019architetto Giovanni De Capua. Quest\u2019ultimo dopo aver ascoltato una conferenza su Schiavone tenuta da chi scrive a Torremaggiore il 4 dicembre 2012, invi\u00f2 una lettera alla figlia dello scultore Telma. Trascriviamo la lettera perch\u00e9 \u00e8 una testimonianza viva di quale era il tipo di rapporto che il prof. Schiavone aveva con i suoi allievi, nelle vesti non solo di artista ma di pedagogo: \u201c Gentilissima Telma, ripenso ancora con piacere alla sera del 4 dicembre nella bellissima sala del Castello di Torremaggiore. Saltare indietro di cinquanta anni e lasciarsi cullare dai ricordi \u00e8 stata un\u2019esperienza piacevolissima ed indimenticabile. Ho rivisto con commozione i luoghi dove ho fatto le medie e dove ho saputo che tuo padre ed il prof. Pelilli erano amici. Pensavo che ho avuto come insegnante di disegno l\u2019architetto Pelilli alle medie e tuo padre al liceo. Entrambi burberi, ma entrambi paste d\u2019uomo che si rivestivano di una scorza dura, all\u2019apparenza, per non essere sopraffatti. Ho potuto apprezzare l\u2019arte del prof. Schiavone e le sue architetture ancora attuali, perfettamente riuscite dal punto di vista compositivo. La sua pittura, poi, \u00e8 stata una vera sorpresa: in classe non ne aveva mai parlato. Mi ha ricordato, per la poetica, sia Rosai che Sironi (che prediligo). Ho finalmente saputo, dopo mezzo secolo, cosa aveva fatto del pennarello che una volta mi aveva chiesto in prestito: (non esistevano ancora i pennarelli) e avevo trovato a Foggia da Leone questa penna a feltro ricaricabile. Quando ho visto i suoi bellissimi disegni (piazza di Campo dei Fiori a Roma), ho capito a che cosa gli era servito. Negli ultimi anni di liceo il rapporto con tuo padre non era pi\u00f9 quello tra docente e allievo, mi trattava come un collega, conservo ancora qualche disegno con le sue correzioni: \u201cNon lasciare spazi vuoti di carta bianca, non aver paura di adoperare segni rapidi e decisi \u201c, e nel dire questo tracciava sul foglio, da me iniziato, dei ghirigori senza pentimenti. Ho imparato cos\u00ec a disegnare senza il tracciato preliminare a matita, direttamente a penna sul foglio. Un po\u2019 come camminare sulla corda senza rete, o impari o cadi. L\u2019ultima volta che l\u2019ho rivisto \u00e8 stato nel 1965, era d\u2019estate, a San Severo, nei pressi della chiesa di San Lorenzo. Era in maniche di camicia, per il caldo. Mi riconobbe con un sorriso chiedendomi cosa facessi. Ci salutammo con le raccomandazioni consuete, in pi\u00f9: Non smettere mai di disegnare! Fu quella l\u2019ultima volta che lo vidi. Poi, dopo quarantasette anni il ricordo, l\u2019emozione. Ti ringrazio ancora per avermi reso partecipe dell\u2019evento e approfitto per farti i miei pi\u00f9 cari auguri per il Natale e per il nuovo anno. Con affetto Giovanni Di Capua. San Severo 20\\\/12\\\/2012\u201d.6 Cfr. Sul settimanale di Lucera era apparso l\u2019articolo Mostra dei lavori alla Scuola di Avviamento che descriveva con queste parole i lavori dagli allievi di Schiavone: \u201c \u2026e cos\u00ec pure disegni di oggetti, paesaggi, scene di vita in bianco e nero e a colori su legno e su porcellana degli allievi del prof. Nicola Schiavone\u201d, in Il Foglietto del 28\\\/6\\\/1956.7 Cfr. La Gazzetta del Mezzogiorno del05\\\/06\\\/1938; l\u2019articolo era firmato mas, le iniziali del cognome del caporedattore Domenico Maselli.8 Cfr. 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Sicuramente quella di Schiavone \u00e8 stata una formazione tutta in salita. La sua famiglia era di origini modeste. Dopo la scuola elementare, frequent\u00f2 una bottega artigiana e, considerando il livello di maestria allora imperante nei piccoli centri del Sud, sicuramente si tratt\u00f2 di un\u2019importante esperienza propedeutica a quell\u2019aspirazione artistica che lo porter\u00e0 in seguito a divenire scultore. Per altro le difficili condizioni economiche dell\u2019epoca e l\u2019impatto con la dura realt\u00e0 quotidiana accentueranno anche l\u2019interesse per tematiche e figure legate ad umili e pesanti lavori come lo spaccapietre, l\u2019acquaiolo, il contadino. Della sua predisposizione al modellato abbiamo una prima testimonianza gi\u00e0 all\u2019et\u00e0 di tredici anni. Rimanda, infatti, al 1920 la realizzazione di una testa di Cristo realizzata prima in argilla e poi resa in gesso patinato. Un tema, quello del Nazareno, a lui caro visto che in seguito lo riproporr\u00e0 in diverse versioni e in pi\u00f9 mostre d\u2019arte. Dalle testimonianze delle figlie, risulta che dal 1926, Schiavone abbia vissuto per un periodo a Torino, dove frequent\u00f2 lo studio dello scultore Arturo Stagliano1.Allo studio dell\u2019artista molisano, Schiavone giunse attraverso una segnalazione di Leonardo Bistolfi. Il giovane artista si era rivolto all\u2019anziano scultore e senatore del regno per poter entrare nel suo studio come allievo e quindi approfondire la pratica scultorea. All\u2019epoca Bistolfi, anziano e con problemi alla vista, non pot\u00e9 esaudire la sua richiesta. Di questo diniego esiste una lettera scritta da Lorenzo Bistolfi, figlio dello scultore, il 10 settembre del 1926, nella quale si comunicava allo Schiavone che gi\u00e0 da alcuni anni Bistolfi non accoglieva allievi nel suo studio a causa delle precarie condizioni di salute2. Se il giovane scultore avesse, per\u00f2, inviato alcune fotografie di lavori da lui eseguiti, sicuramente il maestro Bistolfi avrebbe potuto dare consigli o l\u2019avrebbe indirizzato presso un altro artista. Il giovane Schiavone venne cos\u00ec indirizzato, su suggerimento e intervento di Bistolfi, presso lo studio di Arturo Stagliano. Bisogna ricordare che anche Stagliano era arrivato da Napoli a Torino dove trov\u00f2 nello studio di Bistolfi un ambiente favorevole e idoneo ad ampliare e arricchire la sua pratica scultorea. Schiavone avvi\u00f2 con lo scultore molisano una fattiva collaborazione che lo vide coinvolto anche nella realizzazione del monumento ai Caduti che Stagliano doveva realizzare per la citt\u00e0 di Treviso.Sul soggiorno torinese abbiamo la testimonianza di una fotografia formato studio che il giovane Schiavone fece presso un importante fotografo di Torino che svolgeva la sua attivit\u00e0 nella centrale Via Roma. Sempre dalle figlie sappiamo che il giovane Schiavone rientr\u00f2 a Torremaggiore tra la fine del 1927 e i primi mesi del 1928, a causa della nascita del primogenito. Un rientro che signific\u00f2 in una certa misura il distacco da un ambiente, artistico importante e ricco di stimoli, di cui avrebbe in seguito sofferto la sua produzione artistica. Questa situazione non gli impedir\u00e0 di prendere parte ad una mostra provinciale che si tenne a Foggia nel settembre del 1928. Ma oltre che per ragioni di famiglia, lo Schiavone dovr\u00e0 interrompere per due anni l\u2019attivit\u00e0 artistica perch\u00e9 dal 6 novembre 1928 all\u20198 settembre 1930 sar\u00e0 chiamato ad assolvere il servizio di leva.L\u2019attivit\u00e0 artistica a TorremaggioreEspletato il servizio di leva, al rientro a Torremaggiore, riprender\u00e0 la produzione artistica. Aprir\u00e0 uno studio-laboratorio ed inizier\u00e0 a progettare architettura cimiteriale, progetti che si trasformeranno in cappelle gentilizie, cippi funerari e bassorilievi per lapidi, di cui si ha anche un esemplare bronzeo. Gli anni che vanno dal 1930 al 1938 sono dedicati, quindi, a questo tipo di attivit\u00e0. Sar\u00e0 dal 1938 che Schiavone, come vedremo nei successivi paragrafi, riprender\u00e0 a partecipare all\u2019attivit\u00e0 artistica espositiva.In quegli anni, da parte del pubblico, ci fu una forte ripresa d\u2019interesse per la scultura. Questo era dovuto alla gran mole di monumenti, cippi e lapidi che ogni citt\u00e0 o piccolo centro d\u2019Italia aveva voluto realizzare in ricordo dei 600.000 e pi\u00f9 soldati che erano periti durante la guerra del 1915-18. Interesse verso la scultura che storicamente aveva sempre occupato una posizione minoritaria nel campo delle arti visive. A questa recente dimostrazione d\u2019interesse si univa una delle tradizionali destinazioni dell\u2019arte plastica ai monumenti destinati a cimiteri e\/o a chiese. Un settore che Schiavone aveva avuto modo di studiare nel suo soggiorno torinese, caratterizzato oltre che dalla pratica collaborazione alle opere di Stagliano, da frequenti viaggi in un luogo della Liguria che a ragione si pu\u00f2 ritenere un museo della scultura all\u2019aperto: il Cimitero di Staglieno a Genova. Un contesto ricco delle pi\u00f9 importanti opere di scultori operanti nel XIX e nel XX secolo. Di queste frequentazioni Schiavone fa tesoro, e lo vedremo in seguito nei lavori che realizzer\u00e0 fino a pochi mesi dalla morte.Alla pratica di scultore, di pittore e di progettista di architetture funerarie, a partire dal 1941, si aggiunger\u00e0 quella di insegnante. Sar\u00e0 questo un importante momento di crescita culturale e di confronto per uomo che fino allora si era dedicato all\u2019arte in forma totale. L\u2019insegnamento sar\u00e0 caratterizzato da un inizio duro, all\u2019insegna della precariet\u00e0, cosa che nella scuola italiana, a distanza di oltre sessanta anni sembra non essere cambiata affatto. In quell\u2019anno Schiavone era docente di Disegno presso l\u2019istituto magistrale Carolina Poerio di Foggia.3 Un periodo di transizione che vide l\u2019artista impegnato a Foggia anche durante il mese di luglio 1943, dolorosamente impresso nella memoria della citt\u00e0 pugliese per i bombardamenti degli angloamericani. Una tragica situazione che per puro caso non coinvolse come vittima dei bombardamenti Schiavone. Trattenuto, infatti, dal preside del Magistrale prof. Pilla diretto anche egli a San Severo, riusc\u00ec a scampare ai bombardamenti utilizzando il rifugio antiaereo pi\u00f9 prossimo alla scuola. Il 1943 fu l\u2019anno dell\u2019armistizio e anche quello che vide, almeno per il Meridione d\u2019Italia, l\u2019interrompersi della dittatura fascista che tanto dolore aveva inflitto agli italiani e a quanti erano stati interessati dalle politiche espansionistiche del fascismo. Dall\u2019anno scolastico 1944 Schiavone risulter\u00e0 docente a San Severo, prima nell\u2019Istituto Magistrale e poi nel Liceo Scientifico. Dopo la guerra a partire dal 1945 a quanti lavoravano nelle amministrazioni statali era richiesto la compilazione di una dichiarazione giurata in cui si dovevano elencare qualsiasi forma di rapporti avuti durante il ventennio con il partito fascista e\/o le sue varie organizzazioni. Schiavone compil\u00f2 la sua scheda quando era in servizio presso il Poerio di Foggia. Veniamo cos\u00ec a conoscenza che l\u2019artista si era iscritto al partito fascista nel dicembre del 1941, per quasi vent\u2019anni era riuscito a non iscriversi. La scelta di farlo molto probabilmente fu causata da una lettera anonima fatta pervenire al Federale fascista in cui si denunciava lo Schiavone che insegnava pur non essendo iscritto al partito fascista4. Dopo l\u2019esposto anonimo il professore fu allontanato dall\u2019insegnamento per circa due mesi, dopodich\u00e9 l\u2019iscrizione al partito gli permise il rientro in servizio. Una scelta dura a cui l\u2019artista, all\u2019epoca padre di tre figli, ob torto collo non poteva sottrarsi. Cos\u00ec all\u2019iscrizione al sindacato fascista belle arti si aggiunse anche quella al partito.La carriera di docente di Disegno e storia dell\u2019arte lo metter\u00e0 a contatto con generazioni di donne e di uomini, alcuni dei quali diventeranno a loro volta importanti artisti, architetti e ingegneri5. L\u2019impegno nella didattica Schiavone lo ha profuso anche in quelle fasce di istruzioni esistenti prima della riforma del 1962, ovvero nelle scuole di avviamento professionale. Allora non esisteva la scuola media dell\u2019obbligo, e l\u2019istruzione base garantita dallo Stato arrivava alla classe quinta delle elementari. Le scuole di avviamento professionale erano quelle \u201cdestinate\u201d alle fasce popolari a cui per i costi e per condizioni socio economiche erano in una certa misura precluse le scuole superiori. Questa esperienza l\u2019artista la svolse nella sua citt\u00e0, la scuola era diretta dal prof. Michele Cammisa, amico fraterno dell\u2019artista e primo Sindaco di Torremaggiore in epoca repubblicana. Durante quegli anni la conoscenza dell\u2019arte plastica venne ampiamente insegnata a molti giovani di Torremaggiore. Di questa esperienza ebbe a scrivere anche il settimanale Il Foglietto con un articolo su una delle periodiche mostre che venivano fatte dalla scuola per far conoscere i lavori degli allievi6. Nella vicina citt\u00e0 di San Severo il professore Schiavone venne in contatto con un\u2019altra fascia sociale di studenti, proveniente dal mondo della piccola e della grande borghesia. Insegn\u00f2 all\u2019Istituto Magistrale prima e, poi al Liceo scientifico: Disegno e Storia dell\u2019Arte. Una disciplina che lo poneva a contatto con le espressioni artistiche antiche e moderne mettendolo in una condizione di continuo stimolo e aggiornamento. Erano anni cruciali per l\u2019Italia, dopo la guerra si era avviato il processo di ricostruzione e questo avveniva anche e soprattutto grazie alla formazione culturale dei cittadini. Se il nostro Paese \u00e8 poi diventato uno fra i pi\u00f9 sviluppati del mondo, questo \u00e8 stato possibile, grazie al contributo delle donne e degli formatisi nella Scuola italiana.All\u2019intensa e proficua attivit\u00e0 di docente Schiavone affianc\u00f2 l\u2019impegno civile nella vita culturale e pubblica della sua citt\u00e0. Grazie ai suoi meriti artistici, frutto della trentennale attivit\u00e0 che lo aveva visto partecipare a mostre artistiche e alle sue riconosciute qualit\u00e0 didattiche sar\u00e0 nominato nel febbraio del 1962 dal Ministero della Pubblica Istruzione Ispettore onorario per le Opere di Antichit\u00e0 e d\u2019Arte per il Comune di Torremaggiore. Carica che gli permise espletare opera di vigilanza e promozione di tutela per il patrimonio storico artistico oltre ad entrare a far parte di diritto in un importante organismo che rilascia i pareri preventivi, come erano e sono le Commissioni edilizie comunali. Nell\u2019ambito del suo compito ispettivo ebbe anche da fare osservazioni verso l\u2019allora Sindaco di Torremaggiore che autorizz\u00f2 dei lavori di intonacatura e dipintura sulle pareti esterne del Castello ducale. E questo ci dice tutto sul carattere dell\u2019artista che davanti ad un errore, magari compiuto non in malafede, manteneva fermo il suo operare. Nella sua citt\u00e0, che vanta una poliedrica genia di artisti, musicisti e politici, Schiavone intrattenne sempre rapporti con quella che oggi si definirebbe l\u2019intellighenzia. Dal bibliotecario storico della comunale, Pasquale Ricciardelli, che all\u2019impegno di operatore culturale aggiungeva quello dell\u2019impegno in politica, a Michele Cammisa, a Domenico De Simone e tanti altri esponenti della cultura, della scuola e della politica di Torremagiore. Personalit\u00e0 che avevano in un\u2019edicola-libreria, il loro punto di incontro, una \u201cbasilica\u201d del dialogo e della polemica che animava la piccola piazza adiacente allo storico palazzo del municipio, come poteva accadere nelle agor\u00e0 di greca memoria. Dopo l\u2019importante nomina ministeriale arriv\u00f2 anche la nomina a membro dell\u2019Accademia dei \u2018500 di Roma, un sodalizio artistico che includeva fra i suoi associati importanti esponenti della vita artistica italiana.Schiavone e le esposizioni d\u2019arte tra gli anni Venti e Cinquanta del XX secoloCome abbiamo evidenziato nel profilo biografico l\u2019arte plastica \u00e8 stata alla base del vivere dell\u2019artista. Qui vogliamo mettere in evidenza quali siano state le peculiarit\u00e0 del suo operare. Ad una formazione sostanzialmente da autodidatta, che poi \u00e8 quella che spesso ha caratterizzato gli scultori italiani del \u2018900, si \u00e8 aggiunta in seguito l\u2019attivit\u00e0 artistica ed espositiva, che lo ha messo in relazione con gli artisti della sua regione prima, e del resto d\u2019Italia dopo. Un\u2019attivit\u00e0 che proviamo a suddividere in tempi cronologici, nonostante la difficolt\u00e0 dovuta all\u2019assenza di date sui propri lavori; tuttavia giovandoci della puntuale presenza alle mostre e quindi dei rispettivi cataloghi, possiamo definire alcuni punti certi. Ad una suddivisione cronologica aggiungiamo una sistemazione in periodi che ci porta sostanzialmente a riconoscere in Schiavone due fasi artistiche distinte. Una prima che si ricollega alla presenza a Torino nella bottega di Stagliano, con un raggio temporale che si protrae fino al 1932. Una seconda, che parte dalla mostra del 1938 ed arriva al 1960. Due distinti periodi con una produzione scultorea sostanzialmente in terracotta con eccezioni di ritrattistica di tipo funerario, attivit\u00e0 che lo metter\u00e0 in contatto con il mondo toscano dei traduttori in marmo. E\u2019 in questa occasione che egli divenne prima committente e poi amico di Garibaldo Alessandrini, uno dei pi\u00f9 bravi allora operanti a Querceta. La ritrattistica \u00e8 documentabile ad un arco temporale che va dal 1940 al 1946, ovvero anni in cui realizzer\u00e0 dei busti di personalit\u00e0 della borghesia agraria di Torremaggiore.Il soggiorno torinese lo aveva messo in contatto con il mondo artistico legato alla tradizione italiana ottocentesca, ancora fortemente maggioritaria nella pratica artistica di quegli anni. Cos\u00ec le prime opere che presenta in una mostra nel 1928, a soli 21 anni, sono opere come Testa di Oplite e Jesus. La maschera Jesus, \u00e8 in marmo bianco, materiale amato dallo scultore, ma usato pi\u00f9 nelle sue architetture che nelle sue sculture. Infatti ad oggi, oltre a questa opera, non si conoscono altre realizzazioni dirette in pietra e\/o marmo con le eccezioni della ritrattistica funeraria tradotta da Alessandrini. Il primo periodo \u00e8 anche caratterizzato dalla risposta ad una domanda di lapidi e piccoli monumenti funerari che lo impegnano ed allo stesso tempo gli garantiscono quel minimo di benessere economico per poter vivere. Tra l\u2019altro dal novembre 1928 al settembre 1930 la sua attivit\u00e0 artistica sar\u00e0, di fatto, inibita perch\u00e9 assolve gli obblighi militari.La prima opera realizzata dopo il 1930 di cui possiamo dare oggi una datazione in forma ordinaria, \u00e8 una lapide bronzea raffigurante Due angeli dolenti, dalle linee liberty rilevata all\u2019interno del cimitero di Torremaggiore. E\u2019 nel 1938 che Schiavone acquista uno status di artista con una propria cifra stilistica. La scultura di questi anni sar\u00e0 caratterizzata da una visione ossimorica: impressionista e espressionista allo stesso tempo. La figurativit\u00e0 mantenuta da Schiavone \u00e8 tipica del\u2019arte italiana fra le due guerre, un ritorno all\u2019ordine che aveva visto le propensioni delle avanguardie artistiche ridimensionate. Un fenomeno che aveva contribuito al riaffermarsi del figurativo sia in pittura che in scultura. E Schiavone non fu esente se pensiamo alla scultura Jesus, che lo avvicina ad Adolfo Wildt, che insieme a Medardo Rosso rappresentavano la scultura italiana agli inizi del XX secolo. Entrambi questi scultori saranno studiati e presi a modello da Schiavone, una influenza riscontrabile non solo nelle sue opere, ma anche in quasi tutta la produzione artistica degli scultori suoi coevi. L\u2019identica ieraticit\u00e0 della maschera in marmo verr\u00e0 riproposta a distanza di dieci anni nel Nazzareno, un gesso raffigurante il Cristo in una tipica espressione di bellezza novecentesca.Il tema del Cristo, nelle forme di testa o di busto \u00e8 testimoniato in Schiavone almeno in tre casi a cui si pu\u00f2 aggiungere la maschera di Jesus. Il primo esempio \u00e8 la Testa di Cristo, un\u2019opera in gesso patinato che risalirebbe all\u2019adolescenza dell\u2019artista. Quest\u2019opera contiene una serie di caratteristiche che ritorneranno nelle versioni successive. Una peculiarit\u00e0 lo sguardo trasognato con gli occhi socchiusi, una resa che Schiavone interpreta in maniera magistrale. Sguardo che provoca nell\u2019osservatore la sensazione di trovarsi di fronte al Cristo morto o dormiente. Una chioma che riprende i modelli storici, quindi lunga, fluente e ondulata insieme ad una barba altrettanto animata, racchiude il volto contratto. La fronte e le gote sono in tensione cos\u00ec pure il collo,e Schiavone usa queste tensioni per accentuare il pittoricismo di questa sua opera giovanile. Un gesso a cui l\u2019artista ha applicato una patina grigio scuro, colore che accentua ancora di pi\u00f9 il plasticismo.Anche il Nazzareno, opera del 1938, che risente dell\u2019influenza di Wildt si ispira ai modelli neoclassici. Di quest\u2019opera si conserva una fotografia che ritrae lo Schiavone al lavoro vicino all\u2019opera. Un Cristo dal volto silente, palpebre socchiuse in una sorta di interpretazione di Cristo dormiens, solo che qui non c\u2019\u00e8 il Crocifisso. La testa, resa leggermente pi\u00f9 grande del vero, e cinta da una fluente capigliatura, che parte liscia dalla nuca e solo al termine prende una piega ondulata. Anche la barba non \u00e8 lunga ma ricorda piuttosto un pizzetto allungato. Quello che colpisce ancora di pi\u00f9 in questo Nazzareno sono i lineamenti del volto, che suscitano un senso di pacatezza simile a quella dei trecenteschi crocefissi lignei dipinti.L\u2019altra scultura che ha come soggetto il Cristo \u00e8 quella di un Cristo deposto o meglio di una Piet\u00e0. Si tratta di un\u2019opera in gesso che riprende la figura del corpo di Cristo deposto nella tipica posizione rappresentata sia in pittura che in scultura fin dal Rinascimento; pensiamo al volto del Cristo della Piet\u00e0 di Michelangelo in San Pietro a Roma. Schiavone raffigura il busto del Cristo con lo stesso taglio compositivo con cui Antonello da Messina realizzava i suoi ritratti: le braccia ed il torace sono tagliati. Inquadrato in questa maniera l\u2019osservatore concentrer\u00e0 la sua attenzione sul capo reclinato perch\u00e9 quest\u2019opera \u00e8 una Piet\u00e0, definizione che sintetizza la sacra raffigurazione solitamente comprensiva di pi\u00f9 personaggi, dalla Madonna alla Maddalena e a San Giovanni Evangelista, ma qui il Cristo \u00e8 solo e il resto dei personaggi lo immaginiamo intorno a lui. Un\u2019opera di cui conosciamo le fattezze e l\u2019esistenza da una fotografia, immagine ripresa dallo stesso scultore che era solito fotografare i propri lavori. Riteniamo che la stessa, per il tema svolto, fosse destinata ad adornare qualche cappella funeraria.Per quanto relativo alla produzione scultorea che va dagli anni 1938 al 1960, lo Schiavone sar\u00e0 impegnato nella ritrattistica e nella raffigurazione del mondo del lavoro, e nello specifico quello agropastorale. La ritrattistica annovera numerose sculture di teste femminili e di bambini, opere che presenter\u00e0 alle diverse mostre degli anni fra le due guerre e fino agli anni \u201960 del XX secolo. Tra queste opere, una susciter\u00e0 il plauso e l\u2019attenzione della critica nella Mostra regionale di Bari del 1938. Si tratta di Gisella, una terracotta la cui bellezza colp\u00ec l\u2019attenzione di pubblico e critica tanto che venne acquistata per la Galleria Mussolini di Roma. Si tratta del ritratto di una donna incorniciato da una capigliatura che contribuisce a rendere il volto piuttosto enigmatico. La pelle di questa scultura \u00e8 trattata dall\u2019artista con la tecnica della spugnatura, lavorazione che dona all\u2019opera un effetto di particolare pittoricismo che aumenta gli effetti chiaroscurali. Lo sguardo di Gisella inquieto e allo stesso tempo enigmatico, incuriosisce l\u2019osservatore, si potrebbe definire la trasposizione tridimensionale dello sguardo e del sorriso della Gioconda. Non \u00e8 un caso che il critico della Gazzetta del Mezzogiorno us\u00f2 per quest\u2019opera parole come queste: \u201d \u2026procedimento di espressione che si fa poesia e musica\u201d7.Dello stesso periodo \u00e8 un\u2019altra scultura, il San Giovannino, un gesso anche esso esposto a Bari nel 1938. Qui Schiavone applica la stessa impostazione della Piet\u00e0. Un busto che raffigura un giovane esile e dallo sguardo rivolto al cielo in esplicita rottura con l\u2019iconografia tradizionale che ci hanno trasmesso i maestri del Rinascimento e del Barocco, qui il fanciullo \u00e8 scarno, un fisico quasi da penitente. Altra cosa dai San Giovannino presenti nei dipinti di Raffaello e Leonardo, di cui \u00e8 difficile dimenticare le gote ed i corpi di paffuti fanciulli vestiti di vello e con fra le mani il bastone crucifero. Schiavone realizza un San Giovannino fuori da questi schemi, della tradizione conserva solo i simboli iconografici del vello e del bastone crucifero. Questo San Giovannino \u00e8 carico di pathos, elemento che dall\u2019antichit\u00e0 classica accompagna la scultura, e mai come in quest\u2019opera di Schiavone tale sentimento interiore traspare nell\u2019espressione del volto di questo bambino dal futuro segnato. La postura delle mani, una in procinto di benedire e l\u2019altra che regge il vessillo crucifero sono rese ancor pi\u00f9 cariche di significato dal tratteggio graffiato che l\u2019artista aveva fatto sul modello d\u2019argilla prima di tradurlo in gesso. Possiamo datare al 1938 la scelta di Schiavone di iniziare a realizzare le sue plastiche con un trattamento particolare delle superfici dei corpi, allora nella Gisella ora in San Giovannino; con una screziatura dell\u2019argilla crea una sorta di texture che poi rifrange la luce facendo percepire la scultura come qualcosa di iperleggero, quasi etereo. Un effetto che ritroveremo sempre nelle opere successive, quali Il pescatorello, Testa di bambino, Ritratto della moglie, o nella Donna creata per la fontana di San Paolo di Civitate, progettata dall\u2019architetto Concezio Petrucci. La stessa minuta lavorazione copre tutto il giovane corpo arrivando al volto e agli occhi, sgranati e incantati. Il volto \u00e8 chiuso da una capigliatura che ne evidenzia la delicatezza e la bellezza quasi efebica. L\u2019opera, dopo gli anni \u201950 venne distrutta dall\u2019autore quando questi lasci\u00f2 la casa studio di Vico Storto San Nicola. Di essa rimangono le fotografie ed un negativo 6 x 3 che lo scultore aveva conservato fra i suoi libri d\u2019arte.Un\u2019impostazione simile al San Giovannino la ritroviamo in un\u2019altra opera Il Pescatorello; una terracotta di cui non si conosce l\u2019attuale collocazione, dal tema fortemente ispirato a Gemito. Si tratta anche qui, come per il San Giovannino, della figura di un bambino forse di dieci anni, non di pi\u00f9, che viene raffigurato a tre quarti, il torso, le braccia e parte delle cosce. Un volto carico di espressione arricchita dalla lavorazione della superficie dell\u2019argilla. Testurizzazione della superficie che accentua la matericit\u00e0 della scultura. Il bambino \u00e8 rappresentato nell\u2019atto di slamare il pesce, per cui le sue braccia convergono sul petto ed il capo \u00e8 leggermente chinato con gli occhi attenti e puntati sull\u2019operazione che sta compiendo. Il corpo del bambino \u00e8 nudo ma Schiavone ci mostra una nudit\u00e0 innocente priva di qualsiasi senso di malizia. La naturalezza con cui egli definisce i capelli, il volto, le spalle e perfino la zona dell\u2019ombelico, con una piccola fossetta rientrante, che allontana l\u2019opera da una raffigurazione di genere come si poteva intendere dal titolo e ce la fa considerare come una bella espressione della scultura italiana di quegli anni.La scultura potrebbe datarsi agli anni 1938-39 perch\u00e9 nel maggio del 1939 l\u2019artista partecip\u00f2 alla VI Mostra sindacale di Bari con una scultura in terracottaTesta di Bambino. Dal confronto che abbiamo fatto con la fotografia di quest\u2019opera pubblicata nel Catalogo del 1939, risulta evidente che si tratti della stessa testa del Pescatorello, staccata e riusata per la mostra barese. Un\u2019operazione forse dovuta ad un ripensamento sollecitato da quel possibile confronto di idee e generi che sarebbe derivato partecipando alla mostra barese.Al periodo che va dal 1939 al 1943 appartengono opere come Maschera, Malata, Lidia, Pastore ed una serie di Teste non meglio specificate nei cataloghi delle sindacali, che erano piuttosto parchi nell\u2019apparato fotografico, per cui non sempre gli artisti vedevano pubblicate all\u2019interno fotografie delle loro opere o magari dell\u2019allestimento generale della mostra. Quindi sulla base del catalogo della Seconda mostra del sindacato tenutasi nel marzo 1939 a Foggia sappiamo che Schiavone partecip\u00f2 con tre opere delle quali due erano state precedentemente esposte nel 1938 a Bari. La novit\u00e0 \u00e8 rappresentata dalla terracotta Malata, di cui non si hanno fotografie n\u00e9 notizie su dove possa essere oggi collocata. Nello stesso anno, in autunno, nella VI mostra che si tenne a Bari, Schiavone present\u00f2 Testa di bambino e un Ritratto. Di entrambe le opere non se ne conosce la collocazione: della Testa del bambino si ha la fotografia pubblicata sul Catalogo, del Ritrattoinvece non si ha nessun riferimento e\/o fotografia. Risalirebbero al 1940 Lidia, Maschera e Ritratto, opere in terracotta esposte alla VII mostra sindacale interprovinciale di Bari. Di queste tre opere Lidia \u00e8 pubblicata nel Catalogo, mentre della Maschera si conserva una fotografia.La scultura Lidiapossiamo considerarla come la naturale continuazione della ritrattistica in stile Novecento che ha la sua capostipite nella Giselladel 1938. Qui lo sguardo sembra ammiccare un sorriso, anche se meno evidente. Risalta molto in questo ritratto femminile la capigliatura che ricorda anche la moda di quegli anni. Schiavone tratta la pelle del volto con il suo solito tocco fatto di screziature e piccole spugnature, operazioni che ingentiliscono il volto e gli fanno acquisire un certo aspetto enigmatico sostenuto anche da come sono resi gli occhi della donna. Possiamo dire che in questo, come negli altri ritratti femminili finora analizzati, la chiusura delle palpebre o la resa muta dell\u2019occhio ha conservato quel debito di ispirazione di Schiavone nei confronti di Wildt. Sul soggetto, poi, ci sarebbe da soffermarsi per un episodio accaduto a Torremaggiore nel 1940. Una donna di nome Lidia mor\u00ec all\u2019et\u00e0 di vent\u2019anni. In memoria di quella morte Giacomo Negri, concittadino di Schiavone, scolp\u00ec un busto marmoreo che oggi \u00e8 presente nella tomba di famiglia della giovane. Sembrerebbe che in un primo momento, l\u2019incarico per il bozzetto di un busto marmoreo da porre nella cappella di famiglia fosse stato dato allo Schiavone. Di questo episodio non abbiamo un riscontro nei documenti, ma solo una memoria orale, un nome simile ed una verosimiglianza fra la donna ritratta dal Negri e questa dello Schiavone.Maschera, altra opera di questo periodo ci fa vedere con quanta maestria lo Schiavone opera con l\u2019argilla fino ad ottenere quegli effetti che Medardo Rosso otteneva con la cera. Un volto dai tratti femminili, delicati com\u2019\u00e8 delicato il passaggio delle dita dell\u2019artista che alle stecche aggiungeva le mani come utensili della modellazione. Una plasticit\u00e0 intrisa dalle impronte dei polpastrelli, un\u2019ulteriore forma di texture che carica di contrasto chiaroscurale tutta la superficie, dai capelli al volto. Questa analisi la compiamo con l\u2019ausilio di una fotografia dell\u2019opera, perch\u00e9 l\u2019originale risulta in collezione privata, ma restiamo del parere che a seguire questa Maschera, come vedremo, ci saranno pezzi come i ritratti, sempre femminili, di Ofelia, Fiorella, Ritratto di Rosalia, Ritratto di Maria, Ritratto della moglie Lucia, opere in cui trov\u00f2 ispirazione anche nelle figlie. Tra quelle in cui non \u00e8 esplicito il riferimento, la stessa Fiorella che per\u00f2 presenta i caratteri somatici dell\u2019ultimogenita di Schiavone: Telma.L\u2019Ofelia, ritratto in terracotta di una giovanissima donna, dallo sguardo carico di dolcezza, che Schiavone ottiene con l\u2019argilla trattata alla stregua di cera, con velature dal lieve spessore. La figura dell\u2019ovale del viso \u00e8 in perfetta armonia con i capelli raccolti su due corte trecce, che ci fanno pensare alla giovane et\u00e0 della ragazza. La piccola testa \u00e8 sostenuta da un sottile e altrettanto delicato collo. L\u2019artista, pur fermandosi alla rappresentazione di una testa, ci ha posto nelle condizioni di immaginare questa ragazza, dagli occhi abbassati quasi esprimenti un certo disappunto o, se fosse stata viva, rossore. La scultura \u00e8 stata patinata, e questo rende la superficie pi\u00f9 facile al rifrangersi della luce che la colpisce. Quante cose pu\u00f2 esprimere una scultura e quanto ha espresso Schiavone in questo suo lavoro che riteniamo essere allo stesso livello di bellezza di Gisella, e con essa condivide l\u2019impostazione mentre riteniamo che l\u2019opera possa essere datata alla fine del 1939 o al pi\u00f9 nel 1940.Stessa impostazione abbiamo in un altro ritratto di ragazza, che noi qui chiameremo La ragazza con le trecce. In questo caso l\u2019artista realizza la scultura di una ragazza ma questa volta il suo sguardo \u00e8 alzato e diretto, gli occhi guardano con una certa fierezza davanti a s\u00e9. Anche la superficie del viso e i capelli hanno avuto un trattamento differente da Ofelia. La ragazza con le treccesembra aver trasferito la fierezza dello sguardo nel frastagliarsi del viso ed in quello dei capelli. Cos\u00ec il collo, appena fuoriuscente da un colletto di camicetta, viene cinto da trecce che sembrano rivolgere le loro punte verso l\u2019osservatore, come gi\u00e0 fanno gli occhi. Come dicevamo, l\u2019impianto compositivo \u00e8 lo stesso utilizzato per Gisella, anche qui la parte inferiore del collo diviene piedistallo della scultura. Riteniamo che queste teste di ragazze siano state esposte nelle sindacali di Bari del 1940 e 1943, ed alla I Mostra sociale di Foggia del 1949.Risalirebbe ai primi anni Quaranta, forse il 1942, il Ritratto della moglie Lucia, una terracotta che lo scultore plasm\u00f2 in un periodo particolare della sua vita e della sua famiglia. La moglie all\u2019epoca trentaquattrenne \u00e8 ritratta in un\u2019espressione austera con uno sguardo che trasmette una sensazione di tristezza e nello stesso tempo appare pi\u00f9 anziana della sua et\u00e0. La texture che utilizza in questa scultura \u00e8 diversa dalle precedenti, le velature che ricordavano le pellicole di cera sono state sostituite da un\u2019intrecciata e fitta serie di piccoli tagli che danno l\u2019effetto della terra seccata dal sole che si rompe in cretacci. Alla stessa stregua, anche se i segni sono diversi, \u00e8 intervenuto sulla capigliatura creando nella massa di capelli un andamento ondulato. L\u2019intera figura \u00e8 innestata su un collo di piccole dimensioni appena accennato. Questo ritratto \u00e8 stato realizzato al vero, uno dei pochi in terracotta in cui l\u2019artista mantiene le proporzioni reali, mentre gli altri ritratti hanno una piccola riduzione rispetto alle dimensioni della figura originale.Appartiene a questo periodo anche il Ritratto di Rosalia, una terracotta che ritrae la penultima delle figlie. Il ritratto di una bambina che ha tra i capelli un nastro di quelli che negli anni Cinquanta usavano indossare le alunne delle scuole elementari, opera che possiamo datare al 1951. Un\u2019attribuzione temporale sulla scorta di una fotografia in cui \u00e8 ritratta la figlia Rosalia con grembiule e fiocco in testa, datata 1951, ma anche per l\u2019identica impostazione di texture adoperata per una delle opere che sottoporr\u00e0 alla Commissione d\u2019accettazione della Quadriennale d\u2019arte di Roma del 1951. Il volto tondeggiante esprime un sorriso solare, una caratteristica fisiognomica propria della bambina, a cui il padre scultore aggiunge luminosit\u00e0 con le superfici screziate derivate dalla stecca e dalle sue dita. Sono questi gli anni in cui Schiavone produce numerose sculture dal forte impatto espressivo, una produzione che gli permetter\u00e0 poi di essere accettato nel 1951 alla VI Quadriennale di Roma.Nell\u2019autunno del 1951 s\u2019inaugurava la VI Quadriennale d\u2019arte di Roma, la cui apertura non fu priva di polemiche, espresse nei mesi precedenti e durante i mesi successivi, e protrattesi fino alla chiusura nel maggio 1952. Tutto questo avveniva in un clima particolare quale era quello dei primi anni Cinquanta. L\u2019Italia aveva chiuso la sua disastrosa esperienza bellica e dittatoriale solo da sei anni. La cultura occupava un posto importante nelle intenzioni di quanti avevano contribuito alla Liberazione prima e alla nascita della Repubblica poi. Chi governava sapeva che il paese usciva da un periodo di macerie sociali, fisiche ed economiche, c\u2019era tutto da ricostruire. Sia a scala nazionale che a scala locale si riannodavano le fila di quanti nell\u2019ambito della cultura, ed in quella specifica delle arti visive, si attivavano per contribuire alla ricostruzione del paese. La Quadriennale romana era per gli artisti italiani la vetrina nazionale pi\u00f9 ambita, quindi essere accettati significava avere raggiunto un\u2019importanza fuori dalla cerchia provinciale e\/o regionale. Il ritratto femminile Graziella, un busto in terracotta, fu l\u2019unica delle tre opere presentate da Schiavone ad essere accettata dalla giuria della Quadriennale. Una scultura che confermava l\u2019attenzione dell\u2019artista alla ritrattistica con soggetto femminile. Graziella, una figura segnata da lunghe trecce che dalla nuca scendono sulle spalle ed arrivano a lambire il petto. Un volto leggermente inclinato verso sinistra e gli occhi socchiusi, rendono l\u2019espressione della ragazza quasi maliziosa.Altre tipologie di sculture sono quelle che Schiavone plasmer\u00e0 a partire dal 1949. Corrispondono infatti agli anni del dopoguerra i lavori a figura intera. Un\u2019evoluzione della scultura di Schiavone definita dal passaggio dall\u2019originario figurativismo ispirato al Cristo al ritratto femminile per poi approdare a svariati temi laici , se si esclude una piccola scultura di un San Francesco d\u2019Assisi di cui parleremo a parte. Una datazione di questa sua particolare produzione si pu\u00f2 indicare negli anni che vanno dal 1947 al 1949. Anni in cui si cimenter\u00e0 con temi allegorici quali Caino e Abele, Eva e con altri legati, come abbiamo accennato precedentemente, al mondo rurale e pastorale. Per questo motivo l\u2019artista modeller\u00e0 La Bagnante, Modella, Pastore, Al pascolo, Lo spaccapietre, L\u2019acquaiolo, in due versioni quello maschile e quella femminile, Contadina che sgrana il mais. La costante di questi lavori \u00e8 quella di una raffigurazione di figure intere, in piedi e\/o sdraiate, anche se l\u2019artista lavora con rapporti proporzionali di molto inferiori al vero. Le dimensioni sono quelle di un rapporto di 1 a 4, in alcuni casi fino a 1 a 5. Una parte di queste opere verranno presentate alla prima mostra d\u2019arte sociale di artisti residenti in Capitanata che s\u2019inaugurer\u00e0 nell\u2019estate del 1949 a Foggia.Di sculture intere si render\u00e0 artefice Schiavone ancora nel 1956. L\u2019occasione fu la partecipazione al concorso indetto dal comune di Foggia per il parco giordaniano. L\u2019idea di monumento dello Schiavone come dei molti altri partecipanti non ebbe una serena e obbiettiva valutazione, e di questo si parla nel capitolo relativo alle mostre d\u2019arte ed ai concorsi. Le figure abbozzate da Schiavone avevano la caratteristica texture di tipo espressionista che in quegli anni si era affermata ancora di pi\u00f9. Una scultura screziata e segnata dalle stecche e dai suoi polpastrelli, quasi in un desiderio di mantenere dentro le sue sculture una parte fisica di s\u00e9.Del repertorio a figure intere fanno parte anche due bassorilievi Donne nel bosco e Donne che danzano, opere che, ad un attento esame, ricordano per la texture usata i bozzetti del parco giordaniano, per cui si pu\u00f2 ipotizzare come data di realizzazione il 1956.A figura intera ma di dimensioni ridottissime \u00e8 un San Francesco d\u2019Assisi in terracotta. Qui l\u2019artista sembra tornare ad un figurativismo degli anni Trenta, cosa che autorizzerebbe a pensare che il lavoro, non datato, possa risalire a quegli anni. Una possibile tesi \u00e8 che l\u2019artista abbia elaborato la statuetta del Santo patrono d\u2019Italia nei primi anni Trenta, quando a Foggia si presentarono una serie di idee per la realizzazione di una statua di san Francesco da collocare in una piazza a lui dedicata. Questo sarebbe supportato anche dalla presentazione, in quegli anni, ad una mostra sindacale di una statua di san Francesco scolpita da Antonio Saggese, artista che poi sar\u00e0 incaricato di creare la statua definitiva per la piazza monumento dedicata a san Francesco.Ai primi anni Cinquanta risale la realizzazione della scultura diuna Donna e di tre pesci da inserire nella fontana progettata da Concezio Petrucci per il comune di San Paolo di Civitate. Si tratta di una donna nuda, dal corpo sinuoso e con la pelle resa quasi puntiforme dalla spugna umida passata sull\u2019argilla fresca effetto della spugnatura. Una tecnica che trasforma la pelle in modo tale da sembrare coperta da squame, come una creatura marina, effetto supportato anche dal fatto che i suoi piedi poggiano su un\u2019enorme valva di conchiglia di san Giacomo. A tutto questo dobbiamo aggiungere la sua somiglianza alle sirene descritte e cantate da Omero. Di questa statua, oltre alla versione in bronzo presente nella fontana di San Paolo di Civitate, si \u00e8 conservato il positivo in gesso utilizzato dalla fonderia. Del modello in argilla lo Schiavone scatt\u00f2 diverse fotografie, interessante documentazione perch\u00e9 testimonia le fasi di realizzazione di un\u2019opera, ci fa vedere lo studio-laboratorio in cui l\u2019artista operava, ed evidenzia inoltre la sua buona capacit\u00e0 di fotografare una scultura, operazione niente affatto semplice.E\u2019 del 1960 la scultura La sposa, ultima opera recensita in una mostra, dopodich\u00e9 non si hanno pi\u00f9 notizie di produzioni scultoree. Siamo in un periodo cruciale per lo scultore, l\u2019anno prima aveva presentato alla VIII Quadriennale un\u2019opera, Il missionario, lavoro che non era stato accettato dalla giuria. In quello stesso anno in occasione della Mostra nazionale Usbai di Foggia, aveva riproposto la scultura Graziella, l\u2019opera che aveva fatto parlare di Schiavone e di se, sia la stampa italiana e sia quella estera. Una sorta di rivalsa verso la Quadriennale. Ma cruciale, definiamo quel periodo, soprattutto per l\u2019isolamento in cui si venne a trovare Schiavone.Sempre all\u2019ambito della ritrattistica ed al periodo successivo alla partecipazione alla VI Quadriennale possiamo ascrivere la scultura Fiorella, un\u2019altra delicata raffigurazione di ragazza in terracotta. Fiorella ed Il Missionario, entrambe terrecotte, furono presentate alla Commissione di accettazione della VIII Quadriennale del 1959. Il Missionario \u00e8 un altro esempio di scultura a figura intera, anche se non al vero; una costante di Schiavone \u00e8 quella di creare statue di piccole dimensioni. La figura rientra nella scultura italiana che si era andata affermando dai primi anni Quaranta in poi e che ha avuto in Marino Marini il naturale prosecutore della tradizione iniziata sul finire dell\u2019\u2019800 da Medardo Rosso e andatasi sviluppando nelle pratiche artistiche di Martini.Purtroppo il giudizio della commissione di valutazione degli artisti non invitati per quella quadriennale fu piuttosto severo, non solo nei confronti di Schiavone, ma anche verso altri artisti pugliesi che avevano presentato delle opere. Tra gli esclusi figuravano i due fratelli Giacomo e Antonio Vittorio Negri, Salvatore Postiglione e, anche se residente a Milano, Guido Di Fidio8. Tra l\u2019altro l\u2019opera Fiorella era stata registrata con il nome di Fioretta, un\u2019evidente confusione di consonanti, che doveva essere imputata al redattore dei registri il quale sempre nello stesso registro indica la scultura in gesso di Raffaele Giurgola L\u2019Olimpionica come L\u2019olimbionica (\u2026), Al di l\u00e0 delle valutazioni della commissione, scorrendo i registri degli artisti non invitati, ci siamo potuti rendere conto di come l\u2019attenzione e la risposta positiva d\u2019accettazione fossero molto pi\u00f9 favorevoli agli artisti residenti in Roma che a quelli di regioni lontane.Abbiamo parlato degli anni Cinquanta come di un periodo dei pi\u00f9 prolifici dell\u2019artista, una sottolineatura per introdurre invece ad una fase particolare che corrisponde agli ultimi sei anni vita, dove la produzione scultorea subir\u00e0 un arresto. Le ragioni hanno diverse origini. Una di queste sicuramente avvertita da Schiavone era un certo isolamento dal mondo artistico sia locale e sia nazionale.Pensiamo ad esempio alla non accettazione dei suoi lavori alla VIII Quadriennale del 1959, come in precedenza alla Mostra degli artisti meridionali di Roma del 1953 o a quella di Napoli. Esclusioni che devono aver messo in crisi l\u2019artista il cui atteggiamento era sempre stato di assoluto riserbo verso persone e cose, ma di vivo interesse verso i fenomeni artistici e il mondo dell\u2019arte e dell\u2019architettura. Alle assenze a quelle mostre, si uniscono quelle delle mostre organizzate a Foggia ed in Puglia, un\u2019ulteriore ferita interiore che si aggiunge al fatto che in quegli anni, nella sua numerosa famiglia, i figli erano cresciuti e lo spazio della vecchia casa-studio-laboratorio di Vico Storto San Nicola non era pi\u00f9 sufficiente. Si trasferir\u00e0 in una casa nuova, perdendo cos\u00ec lo spazio di laboratorio, il che significher\u00e0 la fine della sua attivit\u00e0 di scultore. L\u2019attenzione di Schiavone da questo momento sar\u00e0 tutta per l\u2019architettura funeraria e la pittura, come testimoniano le opere architettoniche di cui abbiamo gi\u00e0 scritto e come vedremo di seguito per quanto relativo alla pittura. Ma oltre a queste vicende, gli anni Sessanta saranno anche gli anni in cui inizier\u00e0 a manifestarsi la malattia, che nel volgere di poco tempo lo porter\u00e0 alla morte.1 Arturo Stagliano (Guglionesi 1867-Torino 1936), giovanissimo si trasferisce a Napoli dove frequenta l\u2019Istituto di Belle Arti, quale allievo del maestro Domenico Morelli. Dal 1900 al 1904 risiede a Capri dove, al Caff\u00e8 Morgano, incontra lo scultore Leonardo Bistolfi, che soleva trascorrere il periodo estivo nell\u2019isola. Dalla sua frequentazione sboccer\u00e0 la passione per la scultura, cui Stagliano comincer\u00e0 a dedicarsi nel 1904, abbandonando definitivamente la pittura. Poco dopo si trasferisce a Torino per lavorare nell\u2019atelier di Bistolfi col quale collabora fino alla morte del maestro, avvenuta nel 1933.2 Una fotografia della lettera \u00e8 stata pubblicata in L. Schiavone, L\u2019arte di Nicola Schiavone biografia e catalogo. Il ricordo di un artista del Sud, Arezzo 2012. La lettera originale, insieme a tutto il materiale documentario relativo alla breve ma intensa carriera artistica di Schiavone, venne dato in custodia dalle figlie al fratello Edio. Alle stesse non \u00e8 stata concessa pi\u00f9 la possibilit\u00e0 di visionare tale materiale.3 Lo Schiavone risulta essere stato in servizio preso il Poerio negli anni scolastici 1941\/42 e 1942\/43, cfr. Archivio storico Istituto Magistrale, Docenti in servizio presso l\u2019Istituto, 1943.4 Sulla questione non si hanno ancora riscontri documentali, ma solo il ricordo del Sen. Domenico De Simone gi\u00e0 Sindaco di Torremaggiore e delle figlie dello scultore.5 Fra gli allievi di Schiavone ricordiamo qui solo alcuni dei tanti, come il prof. Luigi Irmici, lo scultore Germano, il pittore Gioioso, l\u2019ingegnere Berardi e l\u2019architetto Giovanni De Capua. Quest\u2019ultimo dopo aver ascoltato una conferenza su Schiavone tenuta da chi scrive a Torremaggiore il 4 dicembre 2012, invi\u00f2 una lettera alla figlia dello scultore Telma. Trascriviamo la lettera perch\u00e9 \u00e8 una testimonianza viva di quale era il tipo di rapporto che il prof. Schiavone aveva con i suoi allievi, nelle vesti non solo di artista ma di pedagogo: \u201c Gentilissima Telma, ripenso ancora con piacere alla sera del 4 dicembre nella bellissima sala del Castello di Torremaggiore. Saltare indietro di cinquanta anni e lasciarsi cullare dai ricordi \u00e8 stata un\u2019esperienza piacevolissima ed indimenticabile. Ho rivisto con commozione i luoghi dove ho fatto le medie e dove ho saputo che tuo padre ed il prof. Pelilli erano amici. Pensavo che ho avuto come insegnante di disegno l\u2019architetto Pelilli alle medie e tuo padre al liceo. Entrambi burberi, ma entrambi paste d\u2019uomo che si rivestivano di una scorza dura, all\u2019apparenza, per non essere sopraffatti. Ho potuto apprezzare l\u2019arte del prof. Schiavone e le sue architetture ancora attuali, perfettamente riuscite dal punto di vista compositivo. La sua pittura, poi, \u00e8 stata una vera sorpresa: in classe non ne aveva mai parlato. Mi ha ricordato, per la poetica, sia Rosai che Sironi (che prediligo). Ho finalmente saputo, dopo mezzo secolo, cosa aveva fatto del pennarello che una volta mi aveva chiesto in prestito: (non esistevano ancora i pennarelli) e avevo trovato a Foggia da Leone questa penna a feltro ricaricabile. Quando ho visto i suoi bellissimi disegni (piazza di Campo dei Fiori a Roma), ho capito a che cosa gli era servito. Negli ultimi anni di liceo il rapporto con tuo padre non era pi\u00f9 quello tra docente e allievo, mi trattava come un collega, conservo ancora qualche disegno con le sue correzioni: \u201cNon lasciare spazi vuoti di carta bianca, non aver paura di adoperare segni rapidi e decisi \u201c, e nel dire questo tracciava sul foglio, da me iniziato, dei ghirigori senza pentimenti. Ho imparato cos\u00ec a disegnare senza il tracciato preliminare a matita, direttamente a penna sul foglio. Un po\u2019 come camminare sulla corda senza rete, o impari o cadi. L\u2019ultima volta che l\u2019ho rivisto \u00e8 stato nel 1965, era d\u2019estate, a San Severo, nei pressi della chiesa di San Lorenzo. Era in maniche di camicia, per il caldo. Mi riconobbe con un sorriso chiedendomi cosa facessi. Ci salutammo con le raccomandazioni consuete, in pi\u00f9: Non smettere mai di disegnare! Fu quella l\u2019ultima volta che lo vidi. Poi, dopo quarantasette anni il ricordo, l\u2019emozione. Ti ringrazio ancora per avermi reso partecipe dell\u2019evento e approfitto per farti i miei pi\u00f9 cari auguri per il Natale e per il nuovo anno. Con affetto Giovanni Di Capua. San Severo 20\/12\/2012\u201d.6 Cfr. Sul settimanale di Lucera era apparso l\u2019articolo Mostra dei lavori alla Scuola di Avviamento che descriveva con queste parole i lavori dagli allievi di Schiavone: \u201c \u2026e cos\u00ec pure disegni di oggetti, paesaggi, scene di vita in bianco e nero e a colori su legno e su porcellana degli allievi del prof. Nicola Schiavone\u201d, in Il Foglietto del 28\/6\/1956.7 Cfr. La Gazzetta del Mezzogiorno del05\/06\/1938; l\u2019articolo era firmato mas, le iniziali del cognome del caporedattore Domenico Maselli.8 Cfr. ASQII Registro spedizioni scultori non invitati b. 21 u.1.","robots":{"index":"index","follow":"follow","max-snippet":"max-snippet:-1","max-image-preview":"max-image-preview:large","max-video-preview":"max-video-preview:-1"},"canonical":"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2025\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/","og_locale":"it_IT","og_type":"article","og_title":"Torremaggioresi illustri: non dimentichiamo la figura del Pittore, Scultore, Architetto e Docente Nicola Schiavone nel 118\u00b0 anniversario dalla nascita ovvero il 12 gennaio 1907 - Torremaggiore On Line","og_description":"DI seguito il profilo biografico del Prof Nicola Schiavone realizzato dal Prof. Gianfranco Piemontese; tutti i diritti sono di propriet\u00e0 esclusivamente dell\u2019autore.Il percorso di avvicinamento all\u2019Arte di Nicola Schiavone si \u00e8 svolto in una duplice forma, per una parte a bottega da un ebanista di Torremaggiore e dall\u2019altra frequentando studi di scultori. Sicuramente quella di Schiavone \u00e8 stata una formazione tutta in salita. La sua famiglia era di origini modeste. Dopo la scuola elementare, frequent\u00f2 una bottega artigiana e, considerando il livello di maestria allora imperante nei piccoli centri del Sud, sicuramente si tratt\u00f2 di un\u2019importante esperienza propedeutica a quell\u2019aspirazione artistica che lo porter\u00e0 in seguito a divenire scultore. Per altro le difficili condizioni economiche dell\u2019epoca e l\u2019impatto con la dura realt\u00e0 quotidiana accentueranno anche l\u2019interesse per tematiche e figure legate ad umili e pesanti lavori come lo spaccapietre, l\u2019acquaiolo, il contadino. Della sua predisposizione al modellato abbiamo una prima testimonianza gi\u00e0 all\u2019et\u00e0 di tredici anni. Rimanda, infatti, al 1920 la realizzazione di una testa di Cristo realizzata prima in argilla e poi resa in gesso patinato. Un tema, quello del Nazareno, a lui caro visto che in seguito lo riproporr\u00e0 in diverse versioni e in pi\u00f9 mostre d\u2019arte. Dalle testimonianze delle figlie, risulta che dal 1926, Schiavone abbia vissuto per un periodo a Torino, dove frequent\u00f2 lo studio dello scultore Arturo Stagliano1.Allo studio dell\u2019artista molisano, Schiavone giunse attraverso una segnalazione di Leonardo Bistolfi. Il giovane artista si era rivolto all\u2019anziano scultore e senatore del regno per poter entrare nel suo studio come allievo e quindi approfondire la pratica scultorea. All\u2019epoca Bistolfi, anziano e con problemi alla vista, non pot\u00e9 esaudire la sua richiesta. Di questo diniego esiste una lettera scritta da Lorenzo Bistolfi, figlio dello scultore, il 10 settembre del 1926, nella quale si comunicava allo Schiavone che gi\u00e0 da alcuni anni Bistolfi non accoglieva allievi nel suo studio a causa delle precarie condizioni di salute2. Se il giovane scultore avesse, per\u00f2, inviato alcune fotografie di lavori da lui eseguiti, sicuramente il maestro Bistolfi avrebbe potuto dare consigli o l\u2019avrebbe indirizzato presso un altro artista. Il giovane Schiavone venne cos\u00ec indirizzato, su suggerimento e intervento di Bistolfi, presso lo studio di Arturo Stagliano. Bisogna ricordare che anche Stagliano era arrivato da Napoli a Torino dove trov\u00f2 nello studio di Bistolfi un ambiente favorevole e idoneo ad ampliare e arricchire la sua pratica scultorea. Schiavone avvi\u00f2 con lo scultore molisano una fattiva collaborazione che lo vide coinvolto anche nella realizzazione del monumento ai Caduti che Stagliano doveva realizzare per la citt\u00e0 di Treviso.Sul soggiorno torinese abbiamo la testimonianza di una fotografia formato studio che il giovane Schiavone fece presso un importante fotografo di Torino che svolgeva la sua attivit\u00e0 nella centrale Via Roma. Sempre dalle figlie sappiamo che il giovane Schiavone rientr\u00f2 a Torremaggiore tra la fine del 1927 e i primi mesi del 1928, a causa della nascita del primogenito. Un rientro che signific\u00f2 in una certa misura il distacco da un ambiente, artistico importante e ricco di stimoli, di cui avrebbe in seguito sofferto la sua produzione artistica. Questa situazione non gli impedir\u00e0 di prendere parte ad una mostra provinciale che si tenne a Foggia nel settembre del 1928. Ma oltre che per ragioni di famiglia, lo Schiavone dovr\u00e0 interrompere per due anni l\u2019attivit\u00e0 artistica perch\u00e9 dal 6 novembre 1928 all\u20198 settembre 1930 sar\u00e0 chiamato ad assolvere il servizio di leva.L\u2019attivit\u00e0 artistica a TorremaggioreEspletato il servizio di leva, al rientro a Torremaggiore, riprender\u00e0 la produzione artistica. Aprir\u00e0 uno studio-laboratorio ed inizier\u00e0 a progettare architettura cimiteriale, progetti che si trasformeranno in cappelle gentilizie, cippi funerari e bassorilievi per lapidi, di cui si ha anche un esemplare bronzeo. Gli anni che vanno dal 1930 al 1938 sono dedicati, quindi, a questo tipo di attivit\u00e0. Sar\u00e0 dal 1938 che Schiavone, come vedremo nei successivi paragrafi, riprender\u00e0 a partecipare all\u2019attivit\u00e0 artistica espositiva.In quegli anni, da parte del pubblico, ci fu una forte ripresa d\u2019interesse per la scultura. Questo era dovuto alla gran mole di monumenti, cippi e lapidi che ogni citt\u00e0 o piccolo centro d\u2019Italia aveva voluto realizzare in ricordo dei 600.000 e pi\u00f9 soldati che erano periti durante la guerra del 1915-18. Interesse verso la scultura che storicamente aveva sempre occupato una posizione minoritaria nel campo delle arti visive. A questa recente dimostrazione d\u2019interesse si univa una delle tradizionali destinazioni dell\u2019arte plastica ai monumenti destinati a cimiteri e\/o a chiese. Un settore che Schiavone aveva avuto modo di studiare nel suo soggiorno torinese, caratterizzato oltre che dalla pratica collaborazione alle opere di Stagliano, da frequenti viaggi in un luogo della Liguria che a ragione si pu\u00f2 ritenere un museo della scultura all\u2019aperto: il Cimitero di Staglieno a Genova. Un contesto ricco delle pi\u00f9 importanti opere di scultori operanti nel XIX e nel XX secolo. Di queste frequentazioni Schiavone fa tesoro, e lo vedremo in seguito nei lavori che realizzer\u00e0 fino a pochi mesi dalla morte.Alla pratica di scultore, di pittore e di progettista di architetture funerarie, a partire dal 1941, si aggiunger\u00e0 quella di insegnante. Sar\u00e0 questo un importante momento di crescita culturale e di confronto per uomo che fino allora si era dedicato all\u2019arte in forma totale. L\u2019insegnamento sar\u00e0 caratterizzato da un inizio duro, all\u2019insegna della precariet\u00e0, cosa che nella scuola italiana, a distanza di oltre sessanta anni sembra non essere cambiata affatto. In quell\u2019anno Schiavone era docente di Disegno presso l\u2019istituto magistrale Carolina Poerio di Foggia.3 Un periodo di transizione che vide l\u2019artista impegnato a Foggia anche durante il mese di luglio 1943, dolorosamente impresso nella memoria della citt\u00e0 pugliese per i bombardamenti degli angloamericani. Una tragica situazione che per puro caso non coinvolse come vittima dei bombardamenti Schiavone. Trattenuto, infatti, dal preside del Magistrale prof. Pilla diretto anche egli a San Severo, riusc\u00ec a scampare ai bombardamenti utilizzando il rifugio antiaereo pi\u00f9 prossimo alla scuola. Il 1943 fu l\u2019anno dell\u2019armistizio e anche quello che vide, almeno per il Meridione d\u2019Italia, l\u2019interrompersi della dittatura fascista che tanto dolore aveva inflitto agli italiani e a quanti erano stati interessati dalle politiche espansionistiche del fascismo. Dall\u2019anno scolastico 1944 Schiavone risulter\u00e0 docente a San Severo, prima nell\u2019Istituto Magistrale e poi nel Liceo Scientifico. Dopo la guerra a partire dal 1945 a quanti lavoravano nelle amministrazioni statali era richiesto la compilazione di una dichiarazione giurata in cui si dovevano elencare qualsiasi forma di rapporti avuti durante il ventennio con il partito fascista e\/o le sue varie organizzazioni. Schiavone compil\u00f2 la sua scheda quando era in servizio presso il Poerio di Foggia. Veniamo cos\u00ec a conoscenza che l\u2019artista si era iscritto al partito fascista nel dicembre del 1941, per quasi vent\u2019anni era riuscito a non iscriversi. La scelta di farlo molto probabilmente fu causata da una lettera anonima fatta pervenire al Federale fascista in cui si denunciava lo Schiavone che insegnava pur non essendo iscritto al partito fascista4. Dopo l\u2019esposto anonimo il professore fu allontanato dall\u2019insegnamento per circa due mesi, dopodich\u00e9 l\u2019iscrizione al partito gli permise il rientro in servizio. Una scelta dura a cui l\u2019artista, all\u2019epoca padre di tre figli, ob torto collo non poteva sottrarsi. Cos\u00ec all\u2019iscrizione al sindacato fascista belle arti si aggiunse anche quella al partito.La carriera di docente di Disegno e storia dell\u2019arte lo metter\u00e0 a contatto con generazioni di donne e di uomini, alcuni dei quali diventeranno a loro volta importanti artisti, architetti e ingegneri5. L\u2019impegno nella didattica Schiavone lo ha profuso anche in quelle fasce di istruzioni esistenti prima della riforma del 1962, ovvero nelle scuole di avviamento professionale. Allora non esisteva la scuola media dell\u2019obbligo, e l\u2019istruzione base garantita dallo Stato arrivava alla classe quinta delle elementari. Le scuole di avviamento professionale erano quelle \u201cdestinate\u201d alle fasce popolari a cui per i costi e per condizioni socio economiche erano in una certa misura precluse le scuole superiori. Questa esperienza l\u2019artista la svolse nella sua citt\u00e0, la scuola era diretta dal prof. Michele Cammisa, amico fraterno dell\u2019artista e primo Sindaco di Torremaggiore in epoca repubblicana. Durante quegli anni la conoscenza dell\u2019arte plastica venne ampiamente insegnata a molti giovani di Torremaggiore. Di questa esperienza ebbe a scrivere anche il settimanale Il Foglietto con un articolo su una delle periodiche mostre che venivano fatte dalla scuola per far conoscere i lavori degli allievi6. Nella vicina citt\u00e0 di San Severo il professore Schiavone venne in contatto con un\u2019altra fascia sociale di studenti, proveniente dal mondo della piccola e della grande borghesia. Insegn\u00f2 all\u2019Istituto Magistrale prima e, poi al Liceo scientifico: Disegno e Storia dell\u2019Arte. Una disciplina che lo poneva a contatto con le espressioni artistiche antiche e moderne mettendolo in una condizione di continuo stimolo e aggiornamento. Erano anni cruciali per l\u2019Italia, dopo la guerra si era avviato il processo di ricostruzione e questo avveniva anche e soprattutto grazie alla formazione culturale dei cittadini. Se il nostro Paese \u00e8 poi diventato uno fra i pi\u00f9 sviluppati del mondo, questo \u00e8 stato possibile, grazie al contributo delle donne e degli formatisi nella Scuola italiana.All\u2019intensa e proficua attivit\u00e0 di docente Schiavone affianc\u00f2 l\u2019impegno civile nella vita culturale e pubblica della sua citt\u00e0. Grazie ai suoi meriti artistici, frutto della trentennale attivit\u00e0 che lo aveva visto partecipare a mostre artistiche e alle sue riconosciute qualit\u00e0 didattiche sar\u00e0 nominato nel febbraio del 1962 dal Ministero della Pubblica Istruzione Ispettore onorario per le Opere di Antichit\u00e0 e d\u2019Arte per il Comune di Torremaggiore. Carica che gli permise espletare opera di vigilanza e promozione di tutela per il patrimonio storico artistico oltre ad entrare a far parte di diritto in un importante organismo che rilascia i pareri preventivi, come erano e sono le Commissioni edilizie comunali. Nell\u2019ambito del suo compito ispettivo ebbe anche da fare osservazioni verso l\u2019allora Sindaco di Torremaggiore che autorizz\u00f2 dei lavori di intonacatura e dipintura sulle pareti esterne del Castello ducale. E questo ci dice tutto sul carattere dell\u2019artista che davanti ad un errore, magari compiuto non in malafede, manteneva fermo il suo operare. Nella sua citt\u00e0, che vanta una poliedrica genia di artisti, musicisti e politici, Schiavone intrattenne sempre rapporti con quella che oggi si definirebbe l\u2019intellighenzia. Dal bibliotecario storico della comunale, Pasquale Ricciardelli, che all\u2019impegno di operatore culturale aggiungeva quello dell\u2019impegno in politica, a Michele Cammisa, a Domenico De Simone e tanti altri esponenti della cultura, della scuola e della politica di Torremagiore. Personalit\u00e0 che avevano in un\u2019edicola-libreria, il loro punto di incontro, una \u201cbasilica\u201d del dialogo e della polemica che animava la piccola piazza adiacente allo storico palazzo del municipio, come poteva accadere nelle agor\u00e0 di greca memoria. Dopo l\u2019importante nomina ministeriale arriv\u00f2 anche la nomina a membro dell\u2019Accademia dei \u2018500 di Roma, un sodalizio artistico che includeva fra i suoi associati importanti esponenti della vita artistica italiana.Schiavone e le esposizioni d\u2019arte tra gli anni Venti e Cinquanta del XX secoloCome abbiamo evidenziato nel profilo biografico l\u2019arte plastica \u00e8 stata alla base del vivere dell\u2019artista. Qui vogliamo mettere in evidenza quali siano state le peculiarit\u00e0 del suo operare. Ad una formazione sostanzialmente da autodidatta, che poi \u00e8 quella che spesso ha caratterizzato gli scultori italiani del \u2018900, si \u00e8 aggiunta in seguito l\u2019attivit\u00e0 artistica ed espositiva, che lo ha messo in relazione con gli artisti della sua regione prima, e del resto d\u2019Italia dopo. Un\u2019attivit\u00e0 che proviamo a suddividere in tempi cronologici, nonostante la difficolt\u00e0 dovuta all\u2019assenza di date sui propri lavori; tuttavia giovandoci della puntuale presenza alle mostre e quindi dei rispettivi cataloghi, possiamo definire alcuni punti certi. Ad una suddivisione cronologica aggiungiamo una sistemazione in periodi che ci porta sostanzialmente a riconoscere in Schiavone due fasi artistiche distinte. Una prima che si ricollega alla presenza a Torino nella bottega di Stagliano, con un raggio temporale che si protrae fino al 1932. Una seconda, che parte dalla mostra del 1938 ed arriva al 1960. Due distinti periodi con una produzione scultorea sostanzialmente in terracotta con eccezioni di ritrattistica di tipo funerario, attivit\u00e0 che lo metter\u00e0 in contatto con il mondo toscano dei traduttori in marmo. E\u2019 in questa occasione che egli divenne prima committente e poi amico di Garibaldo Alessandrini, uno dei pi\u00f9 bravi allora operanti a Querceta. La ritrattistica \u00e8 documentabile ad un arco temporale che va dal 1940 al 1946, ovvero anni in cui realizzer\u00e0 dei busti di personalit\u00e0 della borghesia agraria di Torremaggiore.Il soggiorno torinese lo aveva messo in contatto con il mondo artistico legato alla tradizione italiana ottocentesca, ancora fortemente maggioritaria nella pratica artistica di quegli anni. Cos\u00ec le prime opere che presenta in una mostra nel 1928, a soli 21 anni, sono opere come Testa di Oplite e Jesus. La maschera Jesus, \u00e8 in marmo bianco, materiale amato dallo scultore, ma usato pi\u00f9 nelle sue architetture che nelle sue sculture. Infatti ad oggi, oltre a questa opera, non si conoscono altre realizzazioni dirette in pietra e\/o marmo con le eccezioni della ritrattistica funeraria tradotta da Alessandrini. Il primo periodo \u00e8 anche caratterizzato dalla risposta ad una domanda di lapidi e piccoli monumenti funerari che lo impegnano ed allo stesso tempo gli garantiscono quel minimo di benessere economico per poter vivere. Tra l\u2019altro dal novembre 1928 al settembre 1930 la sua attivit\u00e0 artistica sar\u00e0, di fatto, inibita perch\u00e9 assolve gli obblighi militari.La prima opera realizzata dopo il 1930 di cui possiamo dare oggi una datazione in forma ordinaria, \u00e8 una lapide bronzea raffigurante Due angeli dolenti, dalle linee liberty rilevata all\u2019interno del cimitero di Torremaggiore. E\u2019 nel 1938 che Schiavone acquista uno status di artista con una propria cifra stilistica. La scultura di questi anni sar\u00e0 caratterizzata da una visione ossimorica: impressionista e espressionista allo stesso tempo. La figurativit\u00e0 mantenuta da Schiavone \u00e8 tipica del\u2019arte italiana fra le due guerre, un ritorno all\u2019ordine che aveva visto le propensioni delle avanguardie artistiche ridimensionate. Un fenomeno che aveva contribuito al riaffermarsi del figurativo sia in pittura che in scultura. E Schiavone non fu esente se pensiamo alla scultura Jesus, che lo avvicina ad Adolfo Wildt, che insieme a Medardo Rosso rappresentavano la scultura italiana agli inizi del XX secolo. Entrambi questi scultori saranno studiati e presi a modello da Schiavone, una influenza riscontrabile non solo nelle sue opere, ma anche in quasi tutta la produzione artistica degli scultori suoi coevi. L\u2019identica ieraticit\u00e0 della maschera in marmo verr\u00e0 riproposta a distanza di dieci anni nel Nazzareno, un gesso raffigurante il Cristo in una tipica espressione di bellezza novecentesca.Il tema del Cristo, nelle forme di testa o di busto \u00e8 testimoniato in Schiavone almeno in tre casi a cui si pu\u00f2 aggiungere la maschera di Jesus. Il primo esempio \u00e8 la Testa di Cristo, un\u2019opera in gesso patinato che risalirebbe all\u2019adolescenza dell\u2019artista. Quest\u2019opera contiene una serie di caratteristiche che ritorneranno nelle versioni successive. Una peculiarit\u00e0 lo sguardo trasognato con gli occhi socchiusi, una resa che Schiavone interpreta in maniera magistrale. Sguardo che provoca nell\u2019osservatore la sensazione di trovarsi di fronte al Cristo morto o dormiente. Una chioma che riprende i modelli storici, quindi lunga, fluente e ondulata insieme ad una barba altrettanto animata, racchiude il volto contratto. La fronte e le gote sono in tensione cos\u00ec pure il collo,e Schiavone usa queste tensioni per accentuare il pittoricismo di questa sua opera giovanile. Un gesso a cui l\u2019artista ha applicato una patina grigio scuro, colore che accentua ancora di pi\u00f9 il plasticismo.Anche il Nazzareno, opera del 1938, che risente dell\u2019influenza di Wildt si ispira ai modelli neoclassici. Di quest\u2019opera si conserva una fotografia che ritrae lo Schiavone al lavoro vicino all\u2019opera. Un Cristo dal volto silente, palpebre socchiuse in una sorta di interpretazione di Cristo dormiens, solo che qui non c\u2019\u00e8 il Crocifisso. La testa, resa leggermente pi\u00f9 grande del vero, e cinta da una fluente capigliatura, che parte liscia dalla nuca e solo al termine prende una piega ondulata. Anche la barba non \u00e8 lunga ma ricorda piuttosto un pizzetto allungato. Quello che colpisce ancora di pi\u00f9 in questo Nazzareno sono i lineamenti del volto, che suscitano un senso di pacatezza simile a quella dei trecenteschi crocefissi lignei dipinti.L\u2019altra scultura che ha come soggetto il Cristo \u00e8 quella di un Cristo deposto o meglio di una Piet\u00e0. Si tratta di un\u2019opera in gesso che riprende la figura del corpo di Cristo deposto nella tipica posizione rappresentata sia in pittura che in scultura fin dal Rinascimento; pensiamo al volto del Cristo della Piet\u00e0 di Michelangelo in San Pietro a Roma. Schiavone raffigura il busto del Cristo con lo stesso taglio compositivo con cui Antonello da Messina realizzava i suoi ritratti: le braccia ed il torace sono tagliati. Inquadrato in questa maniera l\u2019osservatore concentrer\u00e0 la sua attenzione sul capo reclinato perch\u00e9 quest\u2019opera \u00e8 una Piet\u00e0, definizione che sintetizza la sacra raffigurazione solitamente comprensiva di pi\u00f9 personaggi, dalla Madonna alla Maddalena e a San Giovanni Evangelista, ma qui il Cristo \u00e8 solo e il resto dei personaggi lo immaginiamo intorno a lui. Un\u2019opera di cui conosciamo le fattezze e l\u2019esistenza da una fotografia, immagine ripresa dallo stesso scultore che era solito fotografare i propri lavori. Riteniamo che la stessa, per il tema svolto, fosse destinata ad adornare qualche cappella funeraria.Per quanto relativo alla produzione scultorea che va dagli anni 1938 al 1960, lo Schiavone sar\u00e0 impegnato nella ritrattistica e nella raffigurazione del mondo del lavoro, e nello specifico quello agropastorale. La ritrattistica annovera numerose sculture di teste femminili e di bambini, opere che presenter\u00e0 alle diverse mostre degli anni fra le due guerre e fino agli anni \u201960 del XX secolo. Tra queste opere, una susciter\u00e0 il plauso e l\u2019attenzione della critica nella Mostra regionale di Bari del 1938. Si tratta di Gisella, una terracotta la cui bellezza colp\u00ec l\u2019attenzione di pubblico e critica tanto che venne acquistata per la Galleria Mussolini di Roma. Si tratta del ritratto di una donna incorniciato da una capigliatura che contribuisce a rendere il volto piuttosto enigmatico. La pelle di questa scultura \u00e8 trattata dall\u2019artista con la tecnica della spugnatura, lavorazione che dona all\u2019opera un effetto di particolare pittoricismo che aumenta gli effetti chiaroscurali. Lo sguardo di Gisella inquieto e allo stesso tempo enigmatico, incuriosisce l\u2019osservatore, si potrebbe definire la trasposizione tridimensionale dello sguardo e del sorriso della Gioconda. Non \u00e8 un caso che il critico della Gazzetta del Mezzogiorno us\u00f2 per quest\u2019opera parole come queste: \u201d \u2026procedimento di espressione che si fa poesia e musica\u201d7.Dello stesso periodo \u00e8 un\u2019altra scultura, il San Giovannino, un gesso anche esso esposto a Bari nel 1938. Qui Schiavone applica la stessa impostazione della Piet\u00e0. Un busto che raffigura un giovane esile e dallo sguardo rivolto al cielo in esplicita rottura con l\u2019iconografia tradizionale che ci hanno trasmesso i maestri del Rinascimento e del Barocco, qui il fanciullo \u00e8 scarno, un fisico quasi da penitente. Altra cosa dai San Giovannino presenti nei dipinti di Raffaello e Leonardo, di cui \u00e8 difficile dimenticare le gote ed i corpi di paffuti fanciulli vestiti di vello e con fra le mani il bastone crucifero. Schiavone realizza un San Giovannino fuori da questi schemi, della tradizione conserva solo i simboli iconografici del vello e del bastone crucifero. Questo San Giovannino \u00e8 carico di pathos, elemento che dall\u2019antichit\u00e0 classica accompagna la scultura, e mai come in quest\u2019opera di Schiavone tale sentimento interiore traspare nell\u2019espressione del volto di questo bambino dal futuro segnato. La postura delle mani, una in procinto di benedire e l\u2019altra che regge il vessillo crucifero sono rese ancor pi\u00f9 cariche di significato dal tratteggio graffiato che l\u2019artista aveva fatto sul modello d\u2019argilla prima di tradurlo in gesso. Possiamo datare al 1938 la scelta di Schiavone di iniziare a realizzare le sue plastiche con un trattamento particolare delle superfici dei corpi, allora nella Gisella ora in San Giovannino; con una screziatura dell\u2019argilla crea una sorta di texture che poi rifrange la luce facendo percepire la scultura come qualcosa di iperleggero, quasi etereo. Un effetto che ritroveremo sempre nelle opere successive, quali Il pescatorello, Testa di bambino, Ritratto della moglie, o nella Donna creata per la fontana di San Paolo di Civitate, progettata dall\u2019architetto Concezio Petrucci. La stessa minuta lavorazione copre tutto il giovane corpo arrivando al volto e agli occhi, sgranati e incantati. Il volto \u00e8 chiuso da una capigliatura che ne evidenzia la delicatezza e la bellezza quasi efebica. L\u2019opera, dopo gli anni \u201950 venne distrutta dall\u2019autore quando questi lasci\u00f2 la casa studio di Vico Storto San Nicola. Di essa rimangono le fotografie ed un negativo 6 x 3 che lo scultore aveva conservato fra i suoi libri d\u2019arte.Un\u2019impostazione simile al San Giovannino la ritroviamo in un\u2019altra opera Il Pescatorello; una terracotta di cui non si conosce l\u2019attuale collocazione, dal tema fortemente ispirato a Gemito. Si tratta anche qui, come per il San Giovannino, della figura di un bambino forse di dieci anni, non di pi\u00f9, che viene raffigurato a tre quarti, il torso, le braccia e parte delle cosce. Un volto carico di espressione arricchita dalla lavorazione della superficie dell\u2019argilla. Testurizzazione della superficie che accentua la matericit\u00e0 della scultura. Il bambino \u00e8 rappresentato nell\u2019atto di slamare il pesce, per cui le sue braccia convergono sul petto ed il capo \u00e8 leggermente chinato con gli occhi attenti e puntati sull\u2019operazione che sta compiendo. Il corpo del bambino \u00e8 nudo ma Schiavone ci mostra una nudit\u00e0 innocente priva di qualsiasi senso di malizia. La naturalezza con cui egli definisce i capelli, il volto, le spalle e perfino la zona dell\u2019ombelico, con una piccola fossetta rientrante, che allontana l\u2019opera da una raffigurazione di genere come si poteva intendere dal titolo e ce la fa considerare come una bella espressione della scultura italiana di quegli anni.La scultura potrebbe datarsi agli anni 1938-39 perch\u00e9 nel maggio del 1939 l\u2019artista partecip\u00f2 alla VI Mostra sindacale di Bari con una scultura in terracottaTesta di Bambino. Dal confronto che abbiamo fatto con la fotografia di quest\u2019opera pubblicata nel Catalogo del 1939, risulta evidente che si tratti della stessa testa del Pescatorello, staccata e riusata per la mostra barese. Un\u2019operazione forse dovuta ad un ripensamento sollecitato da quel possibile confronto di idee e generi che sarebbe derivato partecipando alla mostra barese.Al periodo che va dal 1939 al 1943 appartengono opere come Maschera, Malata, Lidia, Pastore ed una serie di Teste non meglio specificate nei cataloghi delle sindacali, che erano piuttosto parchi nell\u2019apparato fotografico, per cui non sempre gli artisti vedevano pubblicate all\u2019interno fotografie delle loro opere o magari dell\u2019allestimento generale della mostra. Quindi sulla base del catalogo della Seconda mostra del sindacato tenutasi nel marzo 1939 a Foggia sappiamo che Schiavone partecip\u00f2 con tre opere delle quali due erano state precedentemente esposte nel 1938 a Bari. La novit\u00e0 \u00e8 rappresentata dalla terracotta Malata, di cui non si hanno fotografie n\u00e9 notizie su dove possa essere oggi collocata. Nello stesso anno, in autunno, nella VI mostra che si tenne a Bari, Schiavone present\u00f2 Testa di bambino e un Ritratto. Di entrambe le opere non se ne conosce la collocazione: della Testa del bambino si ha la fotografia pubblicata sul Catalogo, del Ritrattoinvece non si ha nessun riferimento e\/o fotografia. Risalirebbero al 1940 Lidia, Maschera e Ritratto, opere in terracotta esposte alla VII mostra sindacale interprovinciale di Bari. Di queste tre opere Lidia \u00e8 pubblicata nel Catalogo, mentre della Maschera si conserva una fotografia.La scultura Lidiapossiamo considerarla come la naturale continuazione della ritrattistica in stile Novecento che ha la sua capostipite nella Giselladel 1938. Qui lo sguardo sembra ammiccare un sorriso, anche se meno evidente. Risalta molto in questo ritratto femminile la capigliatura che ricorda anche la moda di quegli anni. Schiavone tratta la pelle del volto con il suo solito tocco fatto di screziature e piccole spugnature, operazioni che ingentiliscono il volto e gli fanno acquisire un certo aspetto enigmatico sostenuto anche da come sono resi gli occhi della donna. Possiamo dire che in questo, come negli altri ritratti femminili finora analizzati, la chiusura delle palpebre o la resa muta dell\u2019occhio ha conservato quel debito di ispirazione di Schiavone nei confronti di Wildt. Sul soggetto, poi, ci sarebbe da soffermarsi per un episodio accaduto a Torremaggiore nel 1940. Una donna di nome Lidia mor\u00ec all\u2019et\u00e0 di vent\u2019anni. In memoria di quella morte Giacomo Negri, concittadino di Schiavone, scolp\u00ec un busto marmoreo che oggi \u00e8 presente nella tomba di famiglia della giovane. Sembrerebbe che in un primo momento, l\u2019incarico per il bozzetto di un busto marmoreo da porre nella cappella di famiglia fosse stato dato allo Schiavone. Di questo episodio non abbiamo un riscontro nei documenti, ma solo una memoria orale, un nome simile ed una verosimiglianza fra la donna ritratta dal Negri e questa dello Schiavone.Maschera, altra opera di questo periodo ci fa vedere con quanta maestria lo Schiavone opera con l\u2019argilla fino ad ottenere quegli effetti che Medardo Rosso otteneva con la cera. Un volto dai tratti femminili, delicati com\u2019\u00e8 delicato il passaggio delle dita dell\u2019artista che alle stecche aggiungeva le mani come utensili della modellazione. Una plasticit\u00e0 intrisa dalle impronte dei polpastrelli, un\u2019ulteriore forma di texture che carica di contrasto chiaroscurale tutta la superficie, dai capelli al volto. Questa analisi la compiamo con l\u2019ausilio di una fotografia dell\u2019opera, perch\u00e9 l\u2019originale risulta in collezione privata, ma restiamo del parere che a seguire questa Maschera, come vedremo, ci saranno pezzi come i ritratti, sempre femminili, di Ofelia, Fiorella, Ritratto di Rosalia, Ritratto di Maria, Ritratto della moglie Lucia, opere in cui trov\u00f2 ispirazione anche nelle figlie. Tra quelle in cui non \u00e8 esplicito il riferimento, la stessa Fiorella che per\u00f2 presenta i caratteri somatici dell\u2019ultimogenita di Schiavone: Telma.L\u2019Ofelia, ritratto in terracotta di una giovanissima donna, dallo sguardo carico di dolcezza, che Schiavone ottiene con l\u2019argilla trattata alla stregua di cera, con velature dal lieve spessore. La figura dell\u2019ovale del viso \u00e8 in perfetta armonia con i capelli raccolti su due corte trecce, che ci fanno pensare alla giovane et\u00e0 della ragazza. La piccola testa \u00e8 sostenuta da un sottile e altrettanto delicato collo. L\u2019artista, pur fermandosi alla rappresentazione di una testa, ci ha posto nelle condizioni di immaginare questa ragazza, dagli occhi abbassati quasi esprimenti un certo disappunto o, se fosse stata viva, rossore. La scultura \u00e8 stata patinata, e questo rende la superficie pi\u00f9 facile al rifrangersi della luce che la colpisce. Quante cose pu\u00f2 esprimere una scultura e quanto ha espresso Schiavone in questo suo lavoro che riteniamo essere allo stesso livello di bellezza di Gisella, e con essa condivide l\u2019impostazione mentre riteniamo che l\u2019opera possa essere datata alla fine del 1939 o al pi\u00f9 nel 1940.Stessa impostazione abbiamo in un altro ritratto di ragazza, che noi qui chiameremo La ragazza con le trecce. In questo caso l\u2019artista realizza la scultura di una ragazza ma questa volta il suo sguardo \u00e8 alzato e diretto, gli occhi guardano con una certa fierezza davanti a s\u00e9. Anche la superficie del viso e i capelli hanno avuto un trattamento differente da Ofelia. La ragazza con le treccesembra aver trasferito la fierezza dello sguardo nel frastagliarsi del viso ed in quello dei capelli. Cos\u00ec il collo, appena fuoriuscente da un colletto di camicetta, viene cinto da trecce che sembrano rivolgere le loro punte verso l\u2019osservatore, come gi\u00e0 fanno gli occhi. Come dicevamo, l\u2019impianto compositivo \u00e8 lo stesso utilizzato per Gisella, anche qui la parte inferiore del collo diviene piedistallo della scultura. Riteniamo che queste teste di ragazze siano state esposte nelle sindacali di Bari del 1940 e 1943, ed alla I Mostra sociale di Foggia del 1949.Risalirebbe ai primi anni Quaranta, forse il 1942, il Ritratto della moglie Lucia, una terracotta che lo scultore plasm\u00f2 in un periodo particolare della sua vita e della sua famiglia. La moglie all\u2019epoca trentaquattrenne \u00e8 ritratta in un\u2019espressione austera con uno sguardo che trasmette una sensazione di tristezza e nello stesso tempo appare pi\u00f9 anziana della sua et\u00e0. La texture che utilizza in questa scultura \u00e8 diversa dalle precedenti, le velature che ricordavano le pellicole di cera sono state sostituite da un\u2019intrecciata e fitta serie di piccoli tagli che danno l\u2019effetto della terra seccata dal sole che si rompe in cretacci. Alla stessa stregua, anche se i segni sono diversi, \u00e8 intervenuto sulla capigliatura creando nella massa di capelli un andamento ondulato. L\u2019intera figura \u00e8 innestata su un collo di piccole dimensioni appena accennato. Questo ritratto \u00e8 stato realizzato al vero, uno dei pochi in terracotta in cui l\u2019artista mantiene le proporzioni reali, mentre gli altri ritratti hanno una piccola riduzione rispetto alle dimensioni della figura originale.Appartiene a questo periodo anche il Ritratto di Rosalia, una terracotta che ritrae la penultima delle figlie. Il ritratto di una bambina che ha tra i capelli un nastro di quelli che negli anni Cinquanta usavano indossare le alunne delle scuole elementari, opera che possiamo datare al 1951. Un\u2019attribuzione temporale sulla scorta di una fotografia in cui \u00e8 ritratta la figlia Rosalia con grembiule e fiocco in testa, datata 1951, ma anche per l\u2019identica impostazione di texture adoperata per una delle opere che sottoporr\u00e0 alla Commissione d\u2019accettazione della Quadriennale d\u2019arte di Roma del 1951. Il volto tondeggiante esprime un sorriso solare, una caratteristica fisiognomica propria della bambina, a cui il padre scultore aggiunge luminosit\u00e0 con le superfici screziate derivate dalla stecca e dalle sue dita. Sono questi gli anni in cui Schiavone produce numerose sculture dal forte impatto espressivo, una produzione che gli permetter\u00e0 poi di essere accettato nel 1951 alla VI Quadriennale di Roma.Nell\u2019autunno del 1951 s\u2019inaugurava la VI Quadriennale d\u2019arte di Roma, la cui apertura non fu priva di polemiche, espresse nei mesi precedenti e durante i mesi successivi, e protrattesi fino alla chiusura nel maggio 1952. Tutto questo avveniva in un clima particolare quale era quello dei primi anni Cinquanta. L\u2019Italia aveva chiuso la sua disastrosa esperienza bellica e dittatoriale solo da sei anni. La cultura occupava un posto importante nelle intenzioni di quanti avevano contribuito alla Liberazione prima e alla nascita della Repubblica poi. Chi governava sapeva che il paese usciva da un periodo di macerie sociali, fisiche ed economiche, c\u2019era tutto da ricostruire. Sia a scala nazionale che a scala locale si riannodavano le fila di quanti nell\u2019ambito della cultura, ed in quella specifica delle arti visive, si attivavano per contribuire alla ricostruzione del paese. La Quadriennale romana era per gli artisti italiani la vetrina nazionale pi\u00f9 ambita, quindi essere accettati significava avere raggiunto un\u2019importanza fuori dalla cerchia provinciale e\/o regionale. Il ritratto femminile Graziella, un busto in terracotta, fu l\u2019unica delle tre opere presentate da Schiavone ad essere accettata dalla giuria della Quadriennale. Una scultura che confermava l\u2019attenzione dell\u2019artista alla ritrattistica con soggetto femminile. Graziella, una figura segnata da lunghe trecce che dalla nuca scendono sulle spalle ed arrivano a lambire il petto. Un volto leggermente inclinato verso sinistra e gli occhi socchiusi, rendono l\u2019espressione della ragazza quasi maliziosa.Altre tipologie di sculture sono quelle che Schiavone plasmer\u00e0 a partire dal 1949. Corrispondono infatti agli anni del dopoguerra i lavori a figura intera. Un\u2019evoluzione della scultura di Schiavone definita dal passaggio dall\u2019originario figurativismo ispirato al Cristo al ritratto femminile per poi approdare a svariati temi laici , se si esclude una piccola scultura di un San Francesco d\u2019Assisi di cui parleremo a parte. Una datazione di questa sua particolare produzione si pu\u00f2 indicare negli anni che vanno dal 1947 al 1949. Anni in cui si cimenter\u00e0 con temi allegorici quali Caino e Abele, Eva e con altri legati, come abbiamo accennato precedentemente, al mondo rurale e pastorale. Per questo motivo l\u2019artista modeller\u00e0 La Bagnante, Modella, Pastore, Al pascolo, Lo spaccapietre, L\u2019acquaiolo, in due versioni quello maschile e quella femminile, Contadina che sgrana il mais. La costante di questi lavori \u00e8 quella di una raffigurazione di figure intere, in piedi e\/o sdraiate, anche se l\u2019artista lavora con rapporti proporzionali di molto inferiori al vero. Le dimensioni sono quelle di un rapporto di 1 a 4, in alcuni casi fino a 1 a 5. Una parte di queste opere verranno presentate alla prima mostra d\u2019arte sociale di artisti residenti in Capitanata che s\u2019inaugurer\u00e0 nell\u2019estate del 1949 a Foggia.Di sculture intere si render\u00e0 artefice Schiavone ancora nel 1956. L\u2019occasione fu la partecipazione al concorso indetto dal comune di Foggia per il parco giordaniano. L\u2019idea di monumento dello Schiavone come dei molti altri partecipanti non ebbe una serena e obbiettiva valutazione, e di questo si parla nel capitolo relativo alle mostre d\u2019arte ed ai concorsi. Le figure abbozzate da Schiavone avevano la caratteristica texture di tipo espressionista che in quegli anni si era affermata ancora di pi\u00f9. Una scultura screziata e segnata dalle stecche e dai suoi polpastrelli, quasi in un desiderio di mantenere dentro le sue sculture una parte fisica di s\u00e9.Del repertorio a figure intere fanno parte anche due bassorilievi Donne nel bosco e Donne che danzano, opere che, ad un attento esame, ricordano per la texture usata i bozzetti del parco giordaniano, per cui si pu\u00f2 ipotizzare come data di realizzazione il 1956.A figura intera ma di dimensioni ridottissime \u00e8 un San Francesco d\u2019Assisi in terracotta. Qui l\u2019artista sembra tornare ad un figurativismo degli anni Trenta, cosa che autorizzerebbe a pensare che il lavoro, non datato, possa risalire a quegli anni. Una possibile tesi \u00e8 che l\u2019artista abbia elaborato la statuetta del Santo patrono d\u2019Italia nei primi anni Trenta, quando a Foggia si presentarono una serie di idee per la realizzazione di una statua di san Francesco da collocare in una piazza a lui dedicata. Questo sarebbe supportato anche dalla presentazione, in quegli anni, ad una mostra sindacale di una statua di san Francesco scolpita da Antonio Saggese, artista che poi sar\u00e0 incaricato di creare la statua definitiva per la piazza monumento dedicata a san Francesco.Ai primi anni Cinquanta risale la realizzazione della scultura diuna Donna e di tre pesci da inserire nella fontana progettata da Concezio Petrucci per il comune di San Paolo di Civitate. Si tratta di una donna nuda, dal corpo sinuoso e con la pelle resa quasi puntiforme dalla spugna umida passata sull\u2019argilla fresca effetto della spugnatura. Una tecnica che trasforma la pelle in modo tale da sembrare coperta da squame, come una creatura marina, effetto supportato anche dal fatto che i suoi piedi poggiano su un\u2019enorme valva di conchiglia di san Giacomo. A tutto questo dobbiamo aggiungere la sua somiglianza alle sirene descritte e cantate da Omero. Di questa statua, oltre alla versione in bronzo presente nella fontana di San Paolo di Civitate, si \u00e8 conservato il positivo in gesso utilizzato dalla fonderia. Del modello in argilla lo Schiavone scatt\u00f2 diverse fotografie, interessante documentazione perch\u00e9 testimonia le fasi di realizzazione di un\u2019opera, ci fa vedere lo studio-laboratorio in cui l\u2019artista operava, ed evidenzia inoltre la sua buona capacit\u00e0 di fotografare una scultura, operazione niente affatto semplice.E\u2019 del 1960 la scultura La sposa, ultima opera recensita in una mostra, dopodich\u00e9 non si hanno pi\u00f9 notizie di produzioni scultoree. Siamo in un periodo cruciale per lo scultore, l\u2019anno prima aveva presentato alla VIII Quadriennale un\u2019opera, Il missionario, lavoro che non era stato accettato dalla giuria. In quello stesso anno in occasione della Mostra nazionale Usbai di Foggia, aveva riproposto la scultura Graziella, l\u2019opera che aveva fatto parlare di Schiavone e di se, sia la stampa italiana e sia quella estera. Una sorta di rivalsa verso la Quadriennale. Ma cruciale, definiamo quel periodo, soprattutto per l\u2019isolamento in cui si venne a trovare Schiavone.Sempre all\u2019ambito della ritrattistica ed al periodo successivo alla partecipazione alla VI Quadriennale possiamo ascrivere la scultura Fiorella, un\u2019altra delicata raffigurazione di ragazza in terracotta. Fiorella ed Il Missionario, entrambe terrecotte, furono presentate alla Commissione di accettazione della VIII Quadriennale del 1959. Il Missionario \u00e8 un altro esempio di scultura a figura intera, anche se non al vero; una costante di Schiavone \u00e8 quella di creare statue di piccole dimensioni. La figura rientra nella scultura italiana che si era andata affermando dai primi anni Quaranta in poi e che ha avuto in Marino Marini il naturale prosecutore della tradizione iniziata sul finire dell\u2019\u2019800 da Medardo Rosso e andatasi sviluppando nelle pratiche artistiche di Martini.Purtroppo il giudizio della commissione di valutazione degli artisti non invitati per quella quadriennale fu piuttosto severo, non solo nei confronti di Schiavone, ma anche verso altri artisti pugliesi che avevano presentato delle opere. Tra gli esclusi figuravano i due fratelli Giacomo e Antonio Vittorio Negri, Salvatore Postiglione e, anche se residente a Milano, Guido Di Fidio8. Tra l\u2019altro l\u2019opera Fiorella era stata registrata con il nome di Fioretta, un\u2019evidente confusione di consonanti, che doveva essere imputata al redattore dei registri il quale sempre nello stesso registro indica la scultura in gesso di Raffaele Giurgola L\u2019Olimpionica come L\u2019olimbionica (\u2026), Al di l\u00e0 delle valutazioni della commissione, scorrendo i registri degli artisti non invitati, ci siamo potuti rendere conto di come l\u2019attenzione e la risposta positiva d\u2019accettazione fossero molto pi\u00f9 favorevoli agli artisti residenti in Roma che a quelli di regioni lontane.Abbiamo parlato degli anni Cinquanta come di un periodo dei pi\u00f9 prolifici dell\u2019artista, una sottolineatura per introdurre invece ad una fase particolare che corrisponde agli ultimi sei anni vita, dove la produzione scultorea subir\u00e0 un arresto. Le ragioni hanno diverse origini. Una di queste sicuramente avvertita da Schiavone era un certo isolamento dal mondo artistico sia locale e sia nazionale.Pensiamo ad esempio alla non accettazione dei suoi lavori alla VIII Quadriennale del 1959, come in precedenza alla Mostra degli artisti meridionali di Roma del 1953 o a quella di Napoli. Esclusioni che devono aver messo in crisi l\u2019artista il cui atteggiamento era sempre stato di assoluto riserbo verso persone e cose, ma di vivo interesse verso i fenomeni artistici e il mondo dell\u2019arte e dell\u2019architettura. Alle assenze a quelle mostre, si uniscono quelle delle mostre organizzate a Foggia ed in Puglia, un\u2019ulteriore ferita interiore che si aggiunge al fatto che in quegli anni, nella sua numerosa famiglia, i figli erano cresciuti e lo spazio della vecchia casa-studio-laboratorio di Vico Storto San Nicola non era pi\u00f9 sufficiente. Si trasferir\u00e0 in una casa nuova, perdendo cos\u00ec lo spazio di laboratorio, il che significher\u00e0 la fine della sua attivit\u00e0 di scultore. L\u2019attenzione di Schiavone da questo momento sar\u00e0 tutta per l\u2019architettura funeraria e la pittura, come testimoniano le opere architettoniche di cui abbiamo gi\u00e0 scritto e come vedremo di seguito per quanto relativo alla pittura. Ma oltre a queste vicende, gli anni Sessanta saranno anche gli anni in cui inizier\u00e0 a manifestarsi la malattia, che nel volgere di poco tempo lo porter\u00e0 alla morte.1 Arturo Stagliano (Guglionesi 1867-Torino 1936), giovanissimo si trasferisce a Napoli dove frequenta l\u2019Istituto di Belle Arti, quale allievo del maestro Domenico Morelli. Dal 1900 al 1904 risiede a Capri dove, al Caff\u00e8 Morgano, incontra lo scultore Leonardo Bistolfi, che soleva trascorrere il periodo estivo nell\u2019isola. Dalla sua frequentazione sboccer\u00e0 la passione per la scultura, cui Stagliano comincer\u00e0 a dedicarsi nel 1904, abbandonando definitivamente la pittura. Poco dopo si trasferisce a Torino per lavorare nell\u2019atelier di Bistolfi col quale collabora fino alla morte del maestro, avvenuta nel 1933.2 Una fotografia della lettera \u00e8 stata pubblicata in L. Schiavone, L\u2019arte di Nicola Schiavone biografia e catalogo. Il ricordo di un artista del Sud, Arezzo 2012. La lettera originale, insieme a tutto il materiale documentario relativo alla breve ma intensa carriera artistica di Schiavone, venne dato in custodia dalle figlie al fratello Edio. Alle stesse non \u00e8 stata concessa pi\u00f9 la possibilit\u00e0 di visionare tale materiale.3 Lo Schiavone risulta essere stato in servizio preso il Poerio negli anni scolastici 1941\/42 e 1942\/43, cfr. Archivio storico Istituto Magistrale, Docenti in servizio presso l\u2019Istituto, 1943.4 Sulla questione non si hanno ancora riscontri documentali, ma solo il ricordo del Sen. Domenico De Simone gi\u00e0 Sindaco di Torremaggiore e delle figlie dello scultore.5 Fra gli allievi di Schiavone ricordiamo qui solo alcuni dei tanti, come il prof. Luigi Irmici, lo scultore Germano, il pittore Gioioso, l\u2019ingegnere Berardi e l\u2019architetto Giovanni De Capua. Quest\u2019ultimo dopo aver ascoltato una conferenza su Schiavone tenuta da chi scrive a Torremaggiore il 4 dicembre 2012, invi\u00f2 una lettera alla figlia dello scultore Telma. Trascriviamo la lettera perch\u00e9 \u00e8 una testimonianza viva di quale era il tipo di rapporto che il prof. Schiavone aveva con i suoi allievi, nelle vesti non solo di artista ma di pedagogo: \u201c Gentilissima Telma, ripenso ancora con piacere alla sera del 4 dicembre nella bellissima sala del Castello di Torremaggiore. Saltare indietro di cinquanta anni e lasciarsi cullare dai ricordi \u00e8 stata un\u2019esperienza piacevolissima ed indimenticabile. Ho rivisto con commozione i luoghi dove ho fatto le medie e dove ho saputo che tuo padre ed il prof. Pelilli erano amici. Pensavo che ho avuto come insegnante di disegno l\u2019architetto Pelilli alle medie e tuo padre al liceo. Entrambi burberi, ma entrambi paste d\u2019uomo che si rivestivano di una scorza dura, all\u2019apparenza, per non essere sopraffatti. Ho potuto apprezzare l\u2019arte del prof. Schiavone e le sue architetture ancora attuali, perfettamente riuscite dal punto di vista compositivo. La sua pittura, poi, \u00e8 stata una vera sorpresa: in classe non ne aveva mai parlato. Mi ha ricordato, per la poetica, sia Rosai che Sironi (che prediligo). Ho finalmente saputo, dopo mezzo secolo, cosa aveva fatto del pennarello che una volta mi aveva chiesto in prestito: (non esistevano ancora i pennarelli) e avevo trovato a Foggia da Leone questa penna a feltro ricaricabile. Quando ho visto i suoi bellissimi disegni (piazza di Campo dei Fiori a Roma), ho capito a che cosa gli era servito. Negli ultimi anni di liceo il rapporto con tuo padre non era pi\u00f9 quello tra docente e allievo, mi trattava come un collega, conservo ancora qualche disegno con le sue correzioni: \u201cNon lasciare spazi vuoti di carta bianca, non aver paura di adoperare segni rapidi e decisi \u201c, e nel dire questo tracciava sul foglio, da me iniziato, dei ghirigori senza pentimenti. Ho imparato cos\u00ec a disegnare senza il tracciato preliminare a matita, direttamente a penna sul foglio. Un po\u2019 come camminare sulla corda senza rete, o impari o cadi. L\u2019ultima volta che l\u2019ho rivisto \u00e8 stato nel 1965, era d\u2019estate, a San Severo, nei pressi della chiesa di San Lorenzo. Era in maniche di camicia, per il caldo. Mi riconobbe con un sorriso chiedendomi cosa facessi. Ci salutammo con le raccomandazioni consuete, in pi\u00f9: Non smettere mai di disegnare! Fu quella l\u2019ultima volta che lo vidi. Poi, dopo quarantasette anni il ricordo, l\u2019emozione. Ti ringrazio ancora per avermi reso partecipe dell\u2019evento e approfitto per farti i miei pi\u00f9 cari auguri per il Natale e per il nuovo anno. Con affetto Giovanni Di Capua. San Severo 20\/12\/2012\u201d.6 Cfr. Sul settimanale di Lucera era apparso l\u2019articolo Mostra dei lavori alla Scuola di Avviamento che descriveva con queste parole i lavori dagli allievi di Schiavone: \u201c \u2026e cos\u00ec pure disegni di oggetti, paesaggi, scene di vita in bianco e nero e a colori su legno e su porcellana degli allievi del prof. Nicola Schiavone\u201d, in Il Foglietto del 28\/6\/1956.7 Cfr. La Gazzetta del Mezzogiorno del05\/06\/1938; l\u2019articolo era firmato mas, le iniziali del cognome del caporedattore Domenico Maselli.8 Cfr. ASQII Registro spedizioni scultori non invitati b. 21 u.1.","og_url":"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2025\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/","og_site_name":"Torremaggiore On Line","article_published_time":"2025-01-18T15:08:17+00:00","article_modified_time":"2025-01-19T20:27:21+00:00","og_image":[{"width":500,"height":530,"url":"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/00_NICOLA_SCHIAVONE_SCULTORE.jpg","type":"image\/jpeg"}],"author":"Staff","twitter_card":"summary_large_image","twitter_misc":{"Scritto da":"Staff","Tempo di lettura stimato":"42 minuti"},"schema":{"@context":"https:\/\/schema.org","@graph":[{"@type":"Article","@id":"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2025\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#article","isPartOf":{"@id":"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2025\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/"},"author":{"name":"Staff","@id":"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/#\/schema\/person\/b789462c927517766c1bcfb452c8d85e"},"headline":"Torremaggioresi illustri: non dimentichiamo la figura del Pittore, Scultore, Architetto e Docente Nicola Schiavone nel 118\u00b0 anniversario dalla nascita ovvero il 12 gennaio 1907","datePublished":"2025-01-18T15:08:17+00:00","dateModified":"2025-01-19T20:27:21+00:00","mainEntityOfPage":{"@id":"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2025\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/"},"wordCount":7380,"publisher":{"@id":"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/#organization"},"image":{"@id":"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2025\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#primaryimage"},"thumbnailUrl":"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/00_NICOLA_SCHIAVONE_SCULTORE.jpg","keywords":["architettura","arte","docenza","nicola schiavone","pittura","prof nicola schiavone","scultura"],"articleSection":["Brevi News","Personalit\u00e0 torremaggioresi","Prima Pagina"],"inLanguage":"it-IT"},{"@type":"WebPage","@id":"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2025\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/","url":"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2025\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/","name":"Torremaggioresi illustri: non dimentichiamo la figura del Pittore, Scultore, Architetto e Docente Nicola Schiavone nel 118\u00b0 anniversario dalla nascita ovvero il 12 gennaio 1907 - Torremaggiore On Line","isPartOf":{"@id":"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/#website"},"primaryImageOfPage":{"@id":"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2025\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#primaryimage"},"image":{"@id":"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/2025\/torremaggioresi-illustri-non-dimentichiamo-la-figura-del-pittore-scultore-architetto-e-docente-nicola-schiavone-nel-118-anniversario-dalla-nascita-ovvero-il-12-gennaio-1907\/#primaryimage"},"thumbnailUrl":"https:\/\/www.torremaggiore.com\/notizie\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/00_NICOLA_SCHIAVONE_SCULTORE.jpg","datePublished":"2025-01-18T15:08:17+00:00","dateModified":"2025-01-19T20:27:21+00:00","description":"DI seguito il profilo biografico del Prof Nicola Schiavone realizzato dal Prof. Gianfranco Piemontese; tutti i diritti sono di propriet\u00e0 esclusivamente dell\u2019autore.Il percorso di avvicinamento all\u2019Arte di Nicola Schiavone si \u00e8 svolto in una duplice forma, per una parte a bottega da un ebanista di Torremaggiore e dall\u2019altra frequentando studi di scultori. Sicuramente quella di Schiavone \u00e8 stata una formazione tutta in salita. La sua famiglia era di origini modeste. Dopo la scuola elementare, frequent\u00f2 una bottega artigiana e, considerando il livello di maestria allora imperante nei piccoli centri del Sud, sicuramente si tratt\u00f2 di un\u2019importante esperienza propedeutica a quell\u2019aspirazione artistica che lo porter\u00e0 in seguito a divenire scultore. Per altro le difficili condizioni economiche dell\u2019epoca e l\u2019impatto con la dura realt\u00e0 quotidiana accentueranno anche l\u2019interesse per tematiche e figure legate ad umili e pesanti lavori come lo spaccapietre, l\u2019acquaiolo, il contadino. Della sua predisposizione al modellato abbiamo una prima testimonianza gi\u00e0 all\u2019et\u00e0 di tredici anni. Rimanda, infatti, al 1920 la realizzazione di una testa di Cristo realizzata prima in argilla e poi resa in gesso patinato. Un tema, quello del Nazareno, a lui caro visto che in seguito lo riproporr\u00e0 in diverse versioni e in pi\u00f9 mostre d\u2019arte. Dalle testimonianze delle figlie, risulta che dal 1926, Schiavone abbia vissuto per un periodo a Torino, dove frequent\u00f2 lo studio dello scultore Arturo Stagliano1.Allo studio dell\u2019artista molisano, Schiavone giunse attraverso una segnalazione di Leonardo Bistolfi. Il giovane artista si era rivolto all\u2019anziano scultore e senatore del regno per poter entrare nel suo studio come allievo e quindi approfondire la pratica scultorea. All\u2019epoca Bistolfi, anziano e con problemi alla vista, non pot\u00e9 esaudire la sua richiesta. Di questo diniego esiste una lettera scritta da Lorenzo Bistolfi, figlio dello scultore, il 10 settembre del 1926, nella quale si comunicava allo Schiavone che gi\u00e0 da alcuni anni Bistolfi non accoglieva allievi nel suo studio a causa delle precarie condizioni di salute2. Se il giovane scultore avesse, per\u00f2, inviato alcune fotografie di lavori da lui eseguiti, sicuramente il maestro Bistolfi avrebbe potuto dare consigli o l\u2019avrebbe indirizzato presso un altro artista. Il giovane Schiavone venne cos\u00ec indirizzato, su suggerimento e intervento di Bistolfi, presso lo studio di Arturo Stagliano. Bisogna ricordare che anche Stagliano era arrivato da Napoli a Torino dove trov\u00f2 nello studio di Bistolfi un ambiente favorevole e idoneo ad ampliare e arricchire la sua pratica scultorea. Schiavone avvi\u00f2 con lo scultore molisano una fattiva collaborazione che lo vide coinvolto anche nella realizzazione del monumento ai Caduti che Stagliano doveva realizzare per la citt\u00e0 di Treviso.Sul soggiorno torinese abbiamo la testimonianza di una fotografia formato studio che il giovane Schiavone fece presso un importante fotografo di Torino che svolgeva la sua attivit\u00e0 nella centrale Via Roma. Sempre dalle figlie sappiamo che il giovane Schiavone rientr\u00f2 a Torremaggiore tra la fine del 1927 e i primi mesi del 1928, a causa della nascita del primogenito. Un rientro che signific\u00f2 in una certa misura il distacco da un ambiente, artistico importante e ricco di stimoli, di cui avrebbe in seguito sofferto la sua produzione artistica. Questa situazione non gli impedir\u00e0 di prendere parte ad una mostra provinciale che si tenne a Foggia nel settembre del 1928. Ma oltre che per ragioni di famiglia, lo Schiavone dovr\u00e0 interrompere per due anni l\u2019attivit\u00e0 artistica perch\u00e9 dal 6 novembre 1928 all\u20198 settembre 1930 sar\u00e0 chiamato ad assolvere il servizio di leva.L\u2019attivit\u00e0 artistica a TorremaggioreEspletato il servizio di leva, al rientro a Torremaggiore, riprender\u00e0 la produzione artistica. Aprir\u00e0 uno studio-laboratorio ed inizier\u00e0 a progettare architettura cimiteriale, progetti che si trasformeranno in cappelle gentilizie, cippi funerari e bassorilievi per lapidi, di cui si ha anche un esemplare bronzeo. Gli anni che vanno dal 1930 al 1938 sono dedicati, quindi, a questo tipo di attivit\u00e0. Sar\u00e0 dal 1938 che Schiavone, come vedremo nei successivi paragrafi, riprender\u00e0 a partecipare all\u2019attivit\u00e0 artistica espositiva.In quegli anni, da parte del pubblico, ci fu una forte ripresa d\u2019interesse per la scultura. Questo era dovuto alla gran mole di monumenti, cippi e lapidi che ogni citt\u00e0 o piccolo centro d\u2019Italia aveva voluto realizzare in ricordo dei 600.000 e pi\u00f9 soldati che erano periti durante la guerra del 1915-18. Interesse verso la scultura che storicamente aveva sempre occupato una posizione minoritaria nel campo delle arti visive. A questa recente dimostrazione d\u2019interesse si univa una delle tradizionali destinazioni dell\u2019arte plastica ai monumenti destinati a cimiteri e\/o a chiese. Un settore che Schiavone aveva avuto modo di studiare nel suo soggiorno torinese, caratterizzato oltre che dalla pratica collaborazione alle opere di Stagliano, da frequenti viaggi in un luogo della Liguria che a ragione si pu\u00f2 ritenere un museo della scultura all\u2019aperto: il Cimitero di Staglieno a Genova. Un contesto ricco delle pi\u00f9 importanti opere di scultori operanti nel XIX e nel XX secolo. Di queste frequentazioni Schiavone fa tesoro, e lo vedremo in seguito nei lavori che realizzer\u00e0 fino a pochi mesi dalla morte.Alla pratica di scultore, di pittore e di progettista di architetture funerarie, a partire dal 1941, si aggiunger\u00e0 quella di insegnante. Sar\u00e0 questo un importante momento di crescita culturale e di confronto per uomo che fino allora si era dedicato all\u2019arte in forma totale. L\u2019insegnamento sar\u00e0 caratterizzato da un inizio duro, all\u2019insegna della precariet\u00e0, cosa che nella scuola italiana, a distanza di oltre sessanta anni sembra non essere cambiata affatto. In quell\u2019anno Schiavone era docente di Disegno presso l\u2019istituto magistrale Carolina Poerio di Foggia.3 Un periodo di transizione che vide l\u2019artista impegnato a Foggia anche durante il mese di luglio 1943, dolorosamente impresso nella memoria della citt\u00e0 pugliese per i bombardamenti degli angloamericani. Una tragica situazione che per puro caso non coinvolse come vittima dei bombardamenti Schiavone. Trattenuto, infatti, dal preside del Magistrale prof. Pilla diretto anche egli a San Severo, riusc\u00ec a scampare ai bombardamenti utilizzando il rifugio antiaereo pi\u00f9 prossimo alla scuola. Il 1943 fu l\u2019anno dell\u2019armistizio e anche quello che vide, almeno per il Meridione d\u2019Italia, l\u2019interrompersi della dittatura fascista che tanto dolore aveva inflitto agli italiani e a quanti erano stati interessati dalle politiche espansionistiche del fascismo. Dall\u2019anno scolastico 1944 Schiavone risulter\u00e0 docente a San Severo, prima nell\u2019Istituto Magistrale e poi nel Liceo Scientifico. Dopo la guerra a partire dal 1945 a quanti lavoravano nelle amministrazioni statali era richiesto la compilazione di una dichiarazione giurata in cui si dovevano elencare qualsiasi forma di rapporti avuti durante il ventennio con il partito fascista e\/o le sue varie organizzazioni. Schiavone compil\u00f2 la sua scheda quando era in servizio presso il Poerio di Foggia. Veniamo cos\u00ec a conoscenza che l\u2019artista si era iscritto al partito fascista nel dicembre del 1941, per quasi vent\u2019anni era riuscito a non iscriversi. La scelta di farlo molto probabilmente fu causata da una lettera anonima fatta pervenire al Federale fascista in cui si denunciava lo Schiavone che insegnava pur non essendo iscritto al partito fascista4. Dopo l\u2019esposto anonimo il professore fu allontanato dall\u2019insegnamento per circa due mesi, dopodich\u00e9 l\u2019iscrizione al partito gli permise il rientro in servizio. Una scelta dura a cui l\u2019artista, all\u2019epoca padre di tre figli, ob torto collo non poteva sottrarsi. Cos\u00ec all\u2019iscrizione al sindacato fascista belle arti si aggiunse anche quella al partito.La carriera di docente di Disegno e storia dell\u2019arte lo metter\u00e0 a contatto con generazioni di donne e di uomini, alcuni dei quali diventeranno a loro volta importanti artisti, architetti e ingegneri5. L\u2019impegno nella didattica Schiavone lo ha profuso anche in quelle fasce di istruzioni esistenti prima della riforma del 1962, ovvero nelle scuole di avviamento professionale. Allora non esisteva la scuola media dell\u2019obbligo, e l\u2019istruzione base garantita dallo Stato arrivava alla classe quinta delle elementari. Le scuole di avviamento professionale erano quelle \u201cdestinate\u201d alle fasce popolari a cui per i costi e per condizioni socio economiche erano in una certa misura precluse le scuole superiori. Questa esperienza l\u2019artista la svolse nella sua citt\u00e0, la scuola era diretta dal prof. Michele Cammisa, amico fraterno dell\u2019artista e primo Sindaco di Torremaggiore in epoca repubblicana. Durante quegli anni la conoscenza dell\u2019arte plastica venne ampiamente insegnata a molti giovani di Torremaggiore. Di questa esperienza ebbe a scrivere anche il settimanale Il Foglietto con un articolo su una delle periodiche mostre che venivano fatte dalla scuola per far conoscere i lavori degli allievi6. Nella vicina citt\u00e0 di San Severo il professore Schiavone venne in contatto con un\u2019altra fascia sociale di studenti, proveniente dal mondo della piccola e della grande borghesia. Insegn\u00f2 all\u2019Istituto Magistrale prima e, poi al Liceo scientifico: Disegno e Storia dell\u2019Arte. Una disciplina che lo poneva a contatto con le espressioni artistiche antiche e moderne mettendolo in una condizione di continuo stimolo e aggiornamento. Erano anni cruciali per l\u2019Italia, dopo la guerra si era avviato il processo di ricostruzione e questo avveniva anche e soprattutto grazie alla formazione culturale dei cittadini. Se il nostro Paese \u00e8 poi diventato uno fra i pi\u00f9 sviluppati del mondo, questo \u00e8 stato possibile, grazie al contributo delle donne e degli formatisi nella Scuola italiana.All\u2019intensa e proficua attivit\u00e0 di docente Schiavone affianc\u00f2 l\u2019impegno civile nella vita culturale e pubblica della sua citt\u00e0. Grazie ai suoi meriti artistici, frutto della trentennale attivit\u00e0 che lo aveva visto partecipare a mostre artistiche e alle sue riconosciute qualit\u00e0 didattiche sar\u00e0 nominato nel febbraio del 1962 dal Ministero della Pubblica Istruzione Ispettore onorario per le Opere di Antichit\u00e0 e d\u2019Arte per il Comune di Torremaggiore. Carica che gli permise espletare opera di vigilanza e promozione di tutela per il patrimonio storico artistico oltre ad entrare a far parte di diritto in un importante organismo che rilascia i pareri preventivi, come erano e sono le Commissioni edilizie comunali. Nell\u2019ambito del suo compito ispettivo ebbe anche da fare osservazioni verso l\u2019allora Sindaco di Torremaggiore che autorizz\u00f2 dei lavori di intonacatura e dipintura sulle pareti esterne del Castello ducale. E questo ci dice tutto sul carattere dell\u2019artista che davanti ad un errore, magari compiuto non in malafede, manteneva fermo il suo operare. Nella sua citt\u00e0, che vanta una poliedrica genia di artisti, musicisti e politici, Schiavone intrattenne sempre rapporti con quella che oggi si definirebbe l\u2019intellighenzia. Dal bibliotecario storico della comunale, Pasquale Ricciardelli, che all\u2019impegno di operatore culturale aggiungeva quello dell\u2019impegno in politica, a Michele Cammisa, a Domenico De Simone e tanti altri esponenti della cultura, della scuola e della politica di Torremagiore. Personalit\u00e0 che avevano in un\u2019edicola-libreria, il loro punto di incontro, una \u201cbasilica\u201d del dialogo e della polemica che animava la piccola piazza adiacente allo storico palazzo del municipio, come poteva accadere nelle agor\u00e0 di greca memoria. Dopo l\u2019importante nomina ministeriale arriv\u00f2 anche la nomina a membro dell\u2019Accademia dei \u2018500 di Roma, un sodalizio artistico che includeva fra i suoi associati importanti esponenti della vita artistica italiana.Schiavone e le esposizioni d\u2019arte tra gli anni Venti e Cinquanta del XX secoloCome abbiamo evidenziato nel profilo biografico l\u2019arte plastica \u00e8 stata alla base del vivere dell\u2019artista. Qui vogliamo mettere in evidenza quali siano state le peculiarit\u00e0 del suo operare. Ad una formazione sostanzialmente da autodidatta, che poi \u00e8 quella che spesso ha caratterizzato gli scultori italiani del \u2018900, si \u00e8 aggiunta in seguito l\u2019attivit\u00e0 artistica ed espositiva, che lo ha messo in relazione con gli artisti della sua regione prima, e del resto d\u2019Italia dopo. Un\u2019attivit\u00e0 che proviamo a suddividere in tempi cronologici, nonostante la difficolt\u00e0 dovuta all\u2019assenza di date sui propri lavori; tuttavia giovandoci della puntuale presenza alle mostre e quindi dei rispettivi cataloghi, possiamo definire alcuni punti certi. Ad una suddivisione cronologica aggiungiamo una sistemazione in periodi che ci porta sostanzialmente a riconoscere in Schiavone due fasi artistiche distinte. Una prima che si ricollega alla presenza a Torino nella bottega di Stagliano, con un raggio temporale che si protrae fino al 1932. Una seconda, che parte dalla mostra del 1938 ed arriva al 1960. Due distinti periodi con una produzione scultorea sostanzialmente in terracotta con eccezioni di ritrattistica di tipo funerario, attivit\u00e0 che lo metter\u00e0 in contatto con il mondo toscano dei traduttori in marmo. E\u2019 in questa occasione che egli divenne prima committente e poi amico di Garibaldo Alessandrini, uno dei pi\u00f9 bravi allora operanti a Querceta. La ritrattistica \u00e8 documentabile ad un arco temporale che va dal 1940 al 1946, ovvero anni in cui realizzer\u00e0 dei busti di personalit\u00e0 della borghesia agraria di Torremaggiore.Il soggiorno torinese lo aveva messo in contatto con il mondo artistico legato alla tradizione italiana ottocentesca, ancora fortemente maggioritaria nella pratica artistica di quegli anni. Cos\u00ec le prime opere che presenta in una mostra nel 1928, a soli 21 anni, sono opere come Testa di Oplite e Jesus. La maschera Jesus, \u00e8 in marmo bianco, materiale amato dallo scultore, ma usato pi\u00f9 nelle sue architetture che nelle sue sculture. Infatti ad oggi, oltre a questa opera, non si conoscono altre realizzazioni dirette in pietra e\/o marmo con le eccezioni della ritrattistica funeraria tradotta da Alessandrini. Il primo periodo \u00e8 anche caratterizzato dalla risposta ad una domanda di lapidi e piccoli monumenti funerari che lo impegnano ed allo stesso tempo gli garantiscono quel minimo di benessere economico per poter vivere. Tra l\u2019altro dal novembre 1928 al settembre 1930 la sua attivit\u00e0 artistica sar\u00e0, di fatto, inibita perch\u00e9 assolve gli obblighi militari.La prima opera realizzata dopo il 1930 di cui possiamo dare oggi una datazione in forma ordinaria, \u00e8 una lapide bronzea raffigurante Due angeli dolenti, dalle linee liberty rilevata all\u2019interno del cimitero di Torremaggiore. E\u2019 nel 1938 che Schiavone acquista uno status di artista con una propria cifra stilistica. La scultura di questi anni sar\u00e0 caratterizzata da una visione ossimorica: impressionista e espressionista allo stesso tempo. La figurativit\u00e0 mantenuta da Schiavone \u00e8 tipica del\u2019arte italiana fra le due guerre, un ritorno all\u2019ordine che aveva visto le propensioni delle avanguardie artistiche ridimensionate. Un fenomeno che aveva contribuito al riaffermarsi del figurativo sia in pittura che in scultura. E Schiavone non fu esente se pensiamo alla scultura Jesus, che lo avvicina ad Adolfo Wildt, che insieme a Medardo Rosso rappresentavano la scultura italiana agli inizi del XX secolo. Entrambi questi scultori saranno studiati e presi a modello da Schiavone, una influenza riscontrabile non solo nelle sue opere, ma anche in quasi tutta la produzione artistica degli scultori suoi coevi. L\u2019identica ieraticit\u00e0 della maschera in marmo verr\u00e0 riproposta a distanza di dieci anni nel Nazzareno, un gesso raffigurante il Cristo in una tipica espressione di bellezza novecentesca.Il tema del Cristo, nelle forme di testa o di busto \u00e8 testimoniato in Schiavone almeno in tre casi a cui si pu\u00f2 aggiungere la maschera di Jesus. Il primo esempio \u00e8 la Testa di Cristo, un\u2019opera in gesso patinato che risalirebbe all\u2019adolescenza dell\u2019artista. Quest\u2019opera contiene una serie di caratteristiche che ritorneranno nelle versioni successive. Una peculiarit\u00e0 lo sguardo trasognato con gli occhi socchiusi, una resa che Schiavone interpreta in maniera magistrale. Sguardo che provoca nell\u2019osservatore la sensazione di trovarsi di fronte al Cristo morto o dormiente. Una chioma che riprende i modelli storici, quindi lunga, fluente e ondulata insieme ad una barba altrettanto animata, racchiude il volto contratto. La fronte e le gote sono in tensione cos\u00ec pure il collo,e Schiavone usa queste tensioni per accentuare il pittoricismo di questa sua opera giovanile. Un gesso a cui l\u2019artista ha applicato una patina grigio scuro, colore che accentua ancora di pi\u00f9 il plasticismo.Anche il Nazzareno, opera del 1938, che risente dell\u2019influenza di Wildt si ispira ai modelli neoclassici. Di quest\u2019opera si conserva una fotografia che ritrae lo Schiavone al lavoro vicino all\u2019opera. Un Cristo dal volto silente, palpebre socchiuse in una sorta di interpretazione di Cristo dormiens, solo che qui non c\u2019\u00e8 il Crocifisso. La testa, resa leggermente pi\u00f9 grande del vero, e cinta da una fluente capigliatura, che parte liscia dalla nuca e solo al termine prende una piega ondulata. Anche la barba non \u00e8 lunga ma ricorda piuttosto un pizzetto allungato. Quello che colpisce ancora di pi\u00f9 in questo Nazzareno sono i lineamenti del volto, che suscitano un senso di pacatezza simile a quella dei trecenteschi crocefissi lignei dipinti.L\u2019altra scultura che ha come soggetto il Cristo \u00e8 quella di un Cristo deposto o meglio di una Piet\u00e0. Si tratta di un\u2019opera in gesso che riprende la figura del corpo di Cristo deposto nella tipica posizione rappresentata sia in pittura che in scultura fin dal Rinascimento; pensiamo al volto del Cristo della Piet\u00e0 di Michelangelo in San Pietro a Roma. Schiavone raffigura il busto del Cristo con lo stesso taglio compositivo con cui Antonello da Messina realizzava i suoi ritratti: le braccia ed il torace sono tagliati. Inquadrato in questa maniera l\u2019osservatore concentrer\u00e0 la sua attenzione sul capo reclinato perch\u00e9 quest\u2019opera \u00e8 una Piet\u00e0, definizione che sintetizza la sacra raffigurazione solitamente comprensiva di pi\u00f9 personaggi, dalla Madonna alla Maddalena e a San Giovanni Evangelista, ma qui il Cristo \u00e8 solo e il resto dei personaggi lo immaginiamo intorno a lui. Un\u2019opera di cui conosciamo le fattezze e l\u2019esistenza da una fotografia, immagine ripresa dallo stesso scultore che era solito fotografare i propri lavori. Riteniamo che la stessa, per il tema svolto, fosse destinata ad adornare qualche cappella funeraria.Per quanto relativo alla produzione scultorea che va dagli anni 1938 al 1960, lo Schiavone sar\u00e0 impegnato nella ritrattistica e nella raffigurazione del mondo del lavoro, e nello specifico quello agropastorale. La ritrattistica annovera numerose sculture di teste femminili e di bambini, opere che presenter\u00e0 alle diverse mostre degli anni fra le due guerre e fino agli anni \u201960 del XX secolo. Tra queste opere, una susciter\u00e0 il plauso e l\u2019attenzione della critica nella Mostra regionale di Bari del 1938. Si tratta di Gisella, una terracotta la cui bellezza colp\u00ec l\u2019attenzione di pubblico e critica tanto che venne acquistata per la Galleria Mussolini di Roma. Si tratta del ritratto di una donna incorniciato da una capigliatura che contribuisce a rendere il volto piuttosto enigmatico. La pelle di questa scultura \u00e8 trattata dall\u2019artista con la tecnica della spugnatura, lavorazione che dona all\u2019opera un effetto di particolare pittoricismo che aumenta gli effetti chiaroscurali. Lo sguardo di Gisella inquieto e allo stesso tempo enigmatico, incuriosisce l\u2019osservatore, si potrebbe definire la trasposizione tridimensionale dello sguardo e del sorriso della Gioconda. Non \u00e8 un caso che il critico della Gazzetta del Mezzogiorno us\u00f2 per quest\u2019opera parole come queste: \u201d \u2026procedimento di espressione che si fa poesia e musica\u201d7.Dello stesso periodo \u00e8 un\u2019altra scultura, il San Giovannino, un gesso anche esso esposto a Bari nel 1938. Qui Schiavone applica la stessa impostazione della Piet\u00e0. Un busto che raffigura un giovane esile e dallo sguardo rivolto al cielo in esplicita rottura con l\u2019iconografia tradizionale che ci hanno trasmesso i maestri del Rinascimento e del Barocco, qui il fanciullo \u00e8 scarno, un fisico quasi da penitente. Altra cosa dai San Giovannino presenti nei dipinti di Raffaello e Leonardo, di cui \u00e8 difficile dimenticare le gote ed i corpi di paffuti fanciulli vestiti di vello e con fra le mani il bastone crucifero. Schiavone realizza un San Giovannino fuori da questi schemi, della tradizione conserva solo i simboli iconografici del vello e del bastone crucifero. Questo San Giovannino \u00e8 carico di pathos, elemento che dall\u2019antichit\u00e0 classica accompagna la scultura, e mai come in quest\u2019opera di Schiavone tale sentimento interiore traspare nell\u2019espressione del volto di questo bambino dal futuro segnato. La postura delle mani, una in procinto di benedire e l\u2019altra che regge il vessillo crucifero sono rese ancor pi\u00f9 cariche di significato dal tratteggio graffiato che l\u2019artista aveva fatto sul modello d\u2019argilla prima di tradurlo in gesso. Possiamo datare al 1938 la scelta di Schiavone di iniziare a realizzare le sue plastiche con un trattamento particolare delle superfici dei corpi, allora nella Gisella ora in San Giovannino; con una screziatura dell\u2019argilla crea una sorta di texture che poi rifrange la luce facendo percepire la scultura come qualcosa di iperleggero, quasi etereo. Un effetto che ritroveremo sempre nelle opere successive, quali Il pescatorello, Testa di bambino, Ritratto della moglie, o nella Donna creata per la fontana di San Paolo di Civitate, progettata dall\u2019architetto Concezio Petrucci. La stessa minuta lavorazione copre tutto il giovane corpo arrivando al volto e agli occhi, sgranati e incantati. Il volto \u00e8 chiuso da una capigliatura che ne evidenzia la delicatezza e la bellezza quasi efebica. L\u2019opera, dopo gli anni \u201950 venne distrutta dall\u2019autore quando questi lasci\u00f2 la casa studio di Vico Storto San Nicola. Di essa rimangono le fotografie ed un negativo 6 x 3 che lo scultore aveva conservato fra i suoi libri d\u2019arte.Un\u2019impostazione simile al San Giovannino la ritroviamo in un\u2019altra opera Il Pescatorello; una terracotta di cui non si conosce l\u2019attuale collocazione, dal tema fortemente ispirato a Gemito. Si tratta anche qui, come per il San Giovannino, della figura di un bambino forse di dieci anni, non di pi\u00f9, che viene raffigurato a tre quarti, il torso, le braccia e parte delle cosce. Un volto carico di espressione arricchita dalla lavorazione della superficie dell\u2019argilla. Testurizzazione della superficie che accentua la matericit\u00e0 della scultura. Il bambino \u00e8 rappresentato nell\u2019atto di slamare il pesce, per cui le sue braccia convergono sul petto ed il capo \u00e8 leggermente chinato con gli occhi attenti e puntati sull\u2019operazione che sta compiendo. Il corpo del bambino \u00e8 nudo ma Schiavone ci mostra una nudit\u00e0 innocente priva di qualsiasi senso di malizia. La naturalezza con cui egli definisce i capelli, il volto, le spalle e perfino la zona dell\u2019ombelico, con una piccola fossetta rientrante, che allontana l\u2019opera da una raffigurazione di genere come si poteva intendere dal titolo e ce la fa considerare come una bella espressione della scultura italiana di quegli anni.La scultura potrebbe datarsi agli anni 1938-39 perch\u00e9 nel maggio del 1939 l\u2019artista partecip\u00f2 alla VI Mostra sindacale di Bari con una scultura in terracottaTesta di Bambino. Dal confronto che abbiamo fatto con la fotografia di quest\u2019opera pubblicata nel Catalogo del 1939, risulta evidente che si tratti della stessa testa del Pescatorello, staccata e riusata per la mostra barese. Un\u2019operazione forse dovuta ad un ripensamento sollecitato da quel possibile confronto di idee e generi che sarebbe derivato partecipando alla mostra barese.Al periodo che va dal 1939 al 1943 appartengono opere come Maschera, Malata, Lidia, Pastore ed una serie di Teste non meglio specificate nei cataloghi delle sindacali, che erano piuttosto parchi nell\u2019apparato fotografico, per cui non sempre gli artisti vedevano pubblicate all\u2019interno fotografie delle loro opere o magari dell\u2019allestimento generale della mostra. Quindi sulla base del catalogo della Seconda mostra del sindacato tenutasi nel marzo 1939 a Foggia sappiamo che Schiavone partecip\u00f2 con tre opere delle quali due erano state precedentemente esposte nel 1938 a Bari. La novit\u00e0 \u00e8 rappresentata dalla terracotta Malata, di cui non si hanno fotografie n\u00e9 notizie su dove possa essere oggi collocata. Nello stesso anno, in autunno, nella VI mostra che si tenne a Bari, Schiavone present\u00f2 Testa di bambino e un Ritratto. Di entrambe le opere non se ne conosce la collocazione: della Testa del bambino si ha la fotografia pubblicata sul Catalogo, del Ritrattoinvece non si ha nessun riferimento e\/o fotografia. Risalirebbero al 1940 Lidia, Maschera e Ritratto, opere in terracotta esposte alla VII mostra sindacale interprovinciale di Bari. Di queste tre opere Lidia \u00e8 pubblicata nel Catalogo, mentre della Maschera si conserva una fotografia.La scultura Lidiapossiamo considerarla come la naturale continuazione della ritrattistica in stile Novecento che ha la sua capostipite nella Giselladel 1938. Qui lo sguardo sembra ammiccare un sorriso, anche se meno evidente. Risalta molto in questo ritratto femminile la capigliatura che ricorda anche la moda di quegli anni. Schiavone tratta la pelle del volto con il suo solito tocco fatto di screziature e piccole spugnature, operazioni che ingentiliscono il volto e gli fanno acquisire un certo aspetto enigmatico sostenuto anche da come sono resi gli occhi della donna. Possiamo dire che in questo, come negli altri ritratti femminili finora analizzati, la chiusura delle palpebre o la resa muta dell\u2019occhio ha conservato quel debito di ispirazione di Schiavone nei confronti di Wildt. Sul soggetto, poi, ci sarebbe da soffermarsi per un episodio accaduto a Torremaggiore nel 1940. Una donna di nome Lidia mor\u00ec all\u2019et\u00e0 di vent\u2019anni. In memoria di quella morte Giacomo Negri, concittadino di Schiavone, scolp\u00ec un busto marmoreo che oggi \u00e8 presente nella tomba di famiglia della giovane. Sembrerebbe che in un primo momento, l\u2019incarico per il bozzetto di un busto marmoreo da porre nella cappella di famiglia fosse stato dato allo Schiavone. Di questo episodio non abbiamo un riscontro nei documenti, ma solo una memoria orale, un nome simile ed una verosimiglianza fra la donna ritratta dal Negri e questa dello Schiavone.Maschera, altra opera di questo periodo ci fa vedere con quanta maestria lo Schiavone opera con l\u2019argilla fino ad ottenere quegli effetti che Medardo Rosso otteneva con la cera. Un volto dai tratti femminili, delicati com\u2019\u00e8 delicato il passaggio delle dita dell\u2019artista che alle stecche aggiungeva le mani come utensili della modellazione. Una plasticit\u00e0 intrisa dalle impronte dei polpastrelli, un\u2019ulteriore forma di texture che carica di contrasto chiaroscurale tutta la superficie, dai capelli al volto. Questa analisi la compiamo con l\u2019ausilio di una fotografia dell\u2019opera, perch\u00e9 l\u2019originale risulta in collezione privata, ma restiamo del parere che a seguire questa Maschera, come vedremo, ci saranno pezzi come i ritratti, sempre femminili, di Ofelia, Fiorella, Ritratto di Rosalia, Ritratto di Maria, Ritratto della moglie Lucia, opere in cui trov\u00f2 ispirazione anche nelle figlie. Tra quelle in cui non \u00e8 esplicito il riferimento, la stessa Fiorella che per\u00f2 presenta i caratteri somatici dell\u2019ultimogenita di Schiavone: Telma.L\u2019Ofelia, ritratto in terracotta di una giovanissima donna, dallo sguardo carico di dolcezza, che Schiavone ottiene con l\u2019argilla trattata alla stregua di cera, con velature dal lieve spessore. La figura dell\u2019ovale del viso \u00e8 in perfetta armonia con i capelli raccolti su due corte trecce, che ci fanno pensare alla giovane et\u00e0 della ragazza. La piccola testa \u00e8 sostenuta da un sottile e altrettanto delicato collo. L\u2019artista, pur fermandosi alla rappresentazione di una testa, ci ha posto nelle condizioni di immaginare questa ragazza, dagli occhi abbassati quasi esprimenti un certo disappunto o, se fosse stata viva, rossore. La scultura \u00e8 stata patinata, e questo rende la superficie pi\u00f9 facile al rifrangersi della luce che la colpisce. Quante cose pu\u00f2 esprimere una scultura e quanto ha espresso Schiavone in questo suo lavoro che riteniamo essere allo stesso livello di bellezza di Gisella, e con essa condivide l\u2019impostazione mentre riteniamo che l\u2019opera possa essere datata alla fine del 1939 o al pi\u00f9 nel 1940.Stessa impostazione abbiamo in un altro ritratto di ragazza, che noi qui chiameremo La ragazza con le trecce. In questo caso l\u2019artista realizza la scultura di una ragazza ma questa volta il suo sguardo \u00e8 alzato e diretto, gli occhi guardano con una certa fierezza davanti a s\u00e9. Anche la superficie del viso e i capelli hanno avuto un trattamento differente da Ofelia. La ragazza con le treccesembra aver trasferito la fierezza dello sguardo nel frastagliarsi del viso ed in quello dei capelli. Cos\u00ec il collo, appena fuoriuscente da un colletto di camicetta, viene cinto da trecce che sembrano rivolgere le loro punte verso l\u2019osservatore, come gi\u00e0 fanno gli occhi. Come dicevamo, l\u2019impianto compositivo \u00e8 lo stesso utilizzato per Gisella, anche qui la parte inferiore del collo diviene piedistallo della scultura. Riteniamo che queste teste di ragazze siano state esposte nelle sindacali di Bari del 1940 e 1943, ed alla I Mostra sociale di Foggia del 1949.Risalirebbe ai primi anni Quaranta, forse il 1942, il Ritratto della moglie Lucia, una terracotta che lo scultore plasm\u00f2 in un periodo particolare della sua vita e della sua famiglia. La moglie all\u2019epoca trentaquattrenne \u00e8 ritratta in un\u2019espressione austera con uno sguardo che trasmette una sensazione di tristezza e nello stesso tempo appare pi\u00f9 anziana della sua et\u00e0. La texture che utilizza in questa scultura \u00e8 diversa dalle precedenti, le velature che ricordavano le pellicole di cera sono state sostituite da un\u2019intrecciata e fitta serie di piccoli tagli che danno l\u2019effetto della terra seccata dal sole che si rompe in cretacci. Alla stessa stregua, anche se i segni sono diversi, \u00e8 intervenuto sulla capigliatura creando nella massa di capelli un andamento ondulato. L\u2019intera figura \u00e8 innestata su un collo di piccole dimensioni appena accennato. Questo ritratto \u00e8 stato realizzato al vero, uno dei pochi in terracotta in cui l\u2019artista mantiene le proporzioni reali, mentre gli altri ritratti hanno una piccola riduzione rispetto alle dimensioni della figura originale.Appartiene a questo periodo anche il Ritratto di Rosalia, una terracotta che ritrae la penultima delle figlie. Il ritratto di una bambina che ha tra i capelli un nastro di quelli che negli anni Cinquanta usavano indossare le alunne delle scuole elementari, opera che possiamo datare al 1951. Un\u2019attribuzione temporale sulla scorta di una fotografia in cui \u00e8 ritratta la figlia Rosalia con grembiule e fiocco in testa, datata 1951, ma anche per l\u2019identica impostazione di texture adoperata per una delle opere che sottoporr\u00e0 alla Commissione d\u2019accettazione della Quadriennale d\u2019arte di Roma del 1951. Il volto tondeggiante esprime un sorriso solare, una caratteristica fisiognomica propria della bambina, a cui il padre scultore aggiunge luminosit\u00e0 con le superfici screziate derivate dalla stecca e dalle sue dita. Sono questi gli anni in cui Schiavone produce numerose sculture dal forte impatto espressivo, una produzione che gli permetter\u00e0 poi di essere accettato nel 1951 alla VI Quadriennale di Roma.Nell\u2019autunno del 1951 s\u2019inaugurava la VI Quadriennale d\u2019arte di Roma, la cui apertura non fu priva di polemiche, espresse nei mesi precedenti e durante i mesi successivi, e protrattesi fino alla chiusura nel maggio 1952. Tutto questo avveniva in un clima particolare quale era quello dei primi anni Cinquanta. L\u2019Italia aveva chiuso la sua disastrosa esperienza bellica e dittatoriale solo da sei anni. La cultura occupava un posto importante nelle intenzioni di quanti avevano contribuito alla Liberazione prima e alla nascita della Repubblica poi. Chi governava sapeva che il paese usciva da un periodo di macerie sociali, fisiche ed economiche, c\u2019era tutto da ricostruire. Sia a scala nazionale che a scala locale si riannodavano le fila di quanti nell\u2019ambito della cultura, ed in quella specifica delle arti visive, si attivavano per contribuire alla ricostruzione del paese. La Quadriennale romana era per gli artisti italiani la vetrina nazionale pi\u00f9 ambita, quindi essere accettati significava avere raggiunto un\u2019importanza fuori dalla cerchia provinciale e\/o regionale. Il ritratto femminile Graziella, un busto in terracotta, fu l\u2019unica delle tre opere presentate da Schiavone ad essere accettata dalla giuria della Quadriennale. Una scultura che confermava l\u2019attenzione dell\u2019artista alla ritrattistica con soggetto femminile. Graziella, una figura segnata da lunghe trecce che dalla nuca scendono sulle spalle ed arrivano a lambire il petto. Un volto leggermente inclinato verso sinistra e gli occhi socchiusi, rendono l\u2019espressione della ragazza quasi maliziosa.Altre tipologie di sculture sono quelle che Schiavone plasmer\u00e0 a partire dal 1949. Corrispondono infatti agli anni del dopoguerra i lavori a figura intera. Un\u2019evoluzione della scultura di Schiavone definita dal passaggio dall\u2019originario figurativismo ispirato al Cristo al ritratto femminile per poi approdare a svariati temi laici , se si esclude una piccola scultura di un San Francesco d\u2019Assisi di cui parleremo a parte. Una datazione di questa sua particolare produzione si pu\u00f2 indicare negli anni che vanno dal 1947 al 1949. Anni in cui si cimenter\u00e0 con temi allegorici quali Caino e Abele, Eva e con altri legati, come abbiamo accennato precedentemente, al mondo rurale e pastorale. Per questo motivo l\u2019artista modeller\u00e0 La Bagnante, Modella, Pastore, Al pascolo, Lo spaccapietre, L\u2019acquaiolo, in due versioni quello maschile e quella femminile, Contadina che sgrana il mais. La costante di questi lavori \u00e8 quella di una raffigurazione di figure intere, in piedi e\/o sdraiate, anche se l\u2019artista lavora con rapporti proporzionali di molto inferiori al vero. Le dimensioni sono quelle di un rapporto di 1 a 4, in alcuni casi fino a 1 a 5. Una parte di queste opere verranno presentate alla prima mostra d\u2019arte sociale di artisti residenti in Capitanata che s\u2019inaugurer\u00e0 nell\u2019estate del 1949 a Foggia.Di sculture intere si render\u00e0 artefice Schiavone ancora nel 1956. L\u2019occasione fu la partecipazione al concorso indetto dal comune di Foggia per il parco giordaniano. L\u2019idea di monumento dello Schiavone come dei molti altri partecipanti non ebbe una serena e obbiettiva valutazione, e di questo si parla nel capitolo relativo alle mostre d\u2019arte ed ai concorsi. Le figure abbozzate da Schiavone avevano la caratteristica texture di tipo espressionista che in quegli anni si era affermata ancora di pi\u00f9. Una scultura screziata e segnata dalle stecche e dai suoi polpastrelli, quasi in un desiderio di mantenere dentro le sue sculture una parte fisica di s\u00e9.Del repertorio a figure intere fanno parte anche due bassorilievi Donne nel bosco e Donne che danzano, opere che, ad un attento esame, ricordano per la texture usata i bozzetti del parco giordaniano, per cui si pu\u00f2 ipotizzare come data di realizzazione il 1956.A figura intera ma di dimensioni ridottissime \u00e8 un San Francesco d\u2019Assisi in terracotta. Qui l\u2019artista sembra tornare ad un figurativismo degli anni Trenta, cosa che autorizzerebbe a pensare che il lavoro, non datato, possa risalire a quegli anni. Una possibile tesi \u00e8 che l\u2019artista abbia elaborato la statuetta del Santo patrono d\u2019Italia nei primi anni Trenta, quando a Foggia si presentarono una serie di idee per la realizzazione di una statua di san Francesco da collocare in una piazza a lui dedicata. Questo sarebbe supportato anche dalla presentazione, in quegli anni, ad una mostra sindacale di una statua di san Francesco scolpita da Antonio Saggese, artista che poi sar\u00e0 incaricato di creare la statua definitiva per la piazza monumento dedicata a san Francesco.Ai primi anni Cinquanta risale la realizzazione della scultura diuna Donna e di tre pesci da inserire nella fontana progettata da Concezio Petrucci per il comune di San Paolo di Civitate. Si tratta di una donna nuda, dal corpo sinuoso e con la pelle resa quasi puntiforme dalla spugna umida passata sull\u2019argilla fresca effetto della spugnatura. Una tecnica che trasforma la pelle in modo tale da sembrare coperta da squame, come una creatura marina, effetto supportato anche dal fatto che i suoi piedi poggiano su un\u2019enorme valva di conchiglia di san Giacomo. A tutto questo dobbiamo aggiungere la sua somiglianza alle sirene descritte e cantate da Omero. Di questa statua, oltre alla versione in bronzo presente nella fontana di San Paolo di Civitate, si \u00e8 conservato il positivo in gesso utilizzato dalla fonderia. Del modello in argilla lo Schiavone scatt\u00f2 diverse fotografie, interessante documentazione perch\u00e9 testimonia le fasi di realizzazione di un\u2019opera, ci fa vedere lo studio-laboratorio in cui l\u2019artista operava, ed evidenzia inoltre la sua buona capacit\u00e0 di fotografare una scultura, operazione niente affatto semplice.E\u2019 del 1960 la scultura La sposa, ultima opera recensita in una mostra, dopodich\u00e9 non si hanno pi\u00f9 notizie di produzioni scultoree. Siamo in un periodo cruciale per lo scultore, l\u2019anno prima aveva presentato alla VIII Quadriennale un\u2019opera, Il missionario, lavoro che non era stato accettato dalla giuria. In quello stesso anno in occasione della Mostra nazionale Usbai di Foggia, aveva riproposto la scultura Graziella, l\u2019opera che aveva fatto parlare di Schiavone e di se, sia la stampa italiana e sia quella estera. Una sorta di rivalsa verso la Quadriennale. Ma cruciale, definiamo quel periodo, soprattutto per l\u2019isolamento in cui si venne a trovare Schiavone.Sempre all\u2019ambito della ritrattistica ed al periodo successivo alla partecipazione alla VI Quadriennale possiamo ascrivere la scultura Fiorella, un\u2019altra delicata raffigurazione di ragazza in terracotta. Fiorella ed Il Missionario, entrambe terrecotte, furono presentate alla Commissione di accettazione della VIII Quadriennale del 1959. Il Missionario \u00e8 un altro esempio di scultura a figura intera, anche se non al vero; una costante di Schiavone \u00e8 quella di creare statue di piccole dimensioni. La figura rientra nella scultura italiana che si era andata affermando dai primi anni Quaranta in poi e che ha avuto in Marino Marini il naturale prosecutore della tradizione iniziata sul finire dell\u2019\u2019800 da Medardo Rosso e andatasi sviluppando nelle pratiche artistiche di Martini.Purtroppo il giudizio della commissione di valutazione degli artisti non invitati per quella quadriennale fu piuttosto severo, non solo nei confronti di Schiavone, ma anche verso altri artisti pugliesi che avevano presentato delle opere. Tra gli esclusi figuravano i due fratelli Giacomo e Antonio Vittorio Negri, Salvatore Postiglione e, anche se residente a Milano, Guido Di Fidio8. Tra l\u2019altro l\u2019opera Fiorella era stata registrata con il nome di Fioretta, un\u2019evidente confusione di consonanti, che doveva essere imputata al redattore dei registri il quale sempre nello stesso registro indica la scultura in gesso di Raffaele Giurgola L\u2019Olimpionica come L\u2019olimbionica (\u2026), Al di l\u00e0 delle valutazioni della commissione, scorrendo i registri degli artisti non invitati, ci siamo potuti rendere conto di come l\u2019attenzione e la risposta positiva d\u2019accettazione fossero molto pi\u00f9 favorevoli agli artisti residenti in Roma che a quelli di regioni lontane.Abbiamo parlato degli anni Cinquanta come di un periodo dei pi\u00f9 prolifici dell\u2019artista, una sottolineatura per introdurre invece ad una fase particolare che corrisponde agli ultimi sei anni vita, dove la produzione scultorea subir\u00e0 un arresto. Le ragioni hanno diverse origini. Una di queste sicuramente avvertita da Schiavone era un certo isolamento dal mondo artistico sia locale e sia nazionale.Pensiamo ad esempio alla non accettazione dei suoi lavori alla VIII Quadriennale del 1959, come in precedenza alla Mostra degli artisti meridionali di Roma del 1953 o a quella di Napoli. Esclusioni che devono aver messo in crisi l\u2019artista il cui atteggiamento era sempre stato di assoluto riserbo verso persone e cose, ma di vivo interesse verso i fenomeni artistici e il mondo dell\u2019arte e dell\u2019architettura. Alle assenze a quelle mostre, si uniscono quelle delle mostre organizzate a Foggia ed in Puglia, un\u2019ulteriore ferita interiore che si aggiunge al fatto che in quegli anni, nella sua numerosa famiglia, i figli erano cresciuti e lo spazio della vecchia casa-studio-laboratorio di Vico Storto San Nicola non era pi\u00f9 sufficiente. Si trasferir\u00e0 in una casa nuova, perdendo cos\u00ec lo spazio di laboratorio, il che significher\u00e0 la fine della sua attivit\u00e0 di scultore. L\u2019attenzione di Schiavone da questo momento sar\u00e0 tutta per l\u2019architettura funeraria e la pittura, come testimoniano le opere architettoniche di cui abbiamo gi\u00e0 scritto e come vedremo di seguito per quanto relativo alla pittura. Ma oltre a queste vicende, gli anni Sessanta saranno anche gli anni in cui inizier\u00e0 a manifestarsi la malattia, che nel volgere di poco tempo lo porter\u00e0 alla morte.1 Arturo Stagliano (Guglionesi 1867-Torino 1936), giovanissimo si trasferisce a Napoli dove frequenta l\u2019Istituto di Belle Arti, quale allievo del maestro Domenico Morelli. Dal 1900 al 1904 risiede a Capri dove, al Caff\u00e8 Morgano, incontra lo scultore Leonardo Bistolfi, che soleva trascorrere il periodo estivo nell\u2019isola. Dalla sua frequentazione sboccer\u00e0 la passione per la scultura, cui Stagliano comincer\u00e0 a dedicarsi nel 1904, abbandonando definitivamente la pittura. Poco dopo si trasferisce a Torino per lavorare nell\u2019atelier di Bistolfi col quale collabora fino alla morte del maestro, avvenuta nel 1933.2 Una fotografia della lettera \u00e8 stata pubblicata in L. Schiavone, L\u2019arte di Nicola Schiavone biografia e catalogo. Il ricordo di un artista del Sud, Arezzo 2012. La lettera originale, insieme a tutto il materiale documentario relativo alla breve ma intensa carriera artistica di Schiavone, venne dato in custodia dalle figlie al fratello Edio. Alle stesse non \u00e8 stata concessa pi\u00f9 la possibilit\u00e0 di visionare tale materiale.3 Lo Schiavone risulta essere stato in servizio preso il Poerio negli anni scolastici 1941\/42 e 1942\/43, cfr. Archivio storico Istituto Magistrale, Docenti in servizio presso l\u2019Istituto, 1943.4 Sulla questione non si hanno ancora riscontri documentali, ma solo il ricordo del Sen. Domenico De Simone gi\u00e0 Sindaco di Torremaggiore e delle figlie dello scultore.5 Fra gli allievi di Schiavone ricordiamo qui solo alcuni dei tanti, come il prof. Luigi Irmici, lo scultore Germano, il pittore Gioioso, l\u2019ingegnere Berardi e l\u2019architetto Giovanni De Capua. Quest\u2019ultimo dopo aver ascoltato una conferenza su Schiavone tenuta da chi scrive a Torremaggiore il 4 dicembre 2012, invi\u00f2 una lettera alla figlia dello scultore Telma. Trascriviamo la lettera perch\u00e9 \u00e8 una testimonianza viva di quale era il tipo di rapporto che il prof. Schiavone aveva con i suoi allievi, nelle vesti non solo di artista ma di pedagogo: \u201c Gentilissima Telma, ripenso ancora con piacere alla sera del 4 dicembre nella bellissima sala del Castello di Torremaggiore. Saltare indietro di cinquanta anni e lasciarsi cullare dai ricordi \u00e8 stata un\u2019esperienza piacevolissima ed indimenticabile. Ho rivisto con commozione i luoghi dove ho fatto le medie e dove ho saputo che tuo padre ed il prof. Pelilli erano amici. Pensavo che ho avuto come insegnante di disegno l\u2019architetto Pelilli alle medie e tuo padre al liceo. Entrambi burberi, ma entrambi paste d\u2019uomo che si rivestivano di una scorza dura, all\u2019apparenza, per non essere sopraffatti. Ho potuto apprezzare l\u2019arte del prof. Schiavone e le sue architetture ancora attuali, perfettamente riuscite dal punto di vista compositivo. La sua pittura, poi, \u00e8 stata una vera sorpresa: in classe non ne aveva mai parlato. Mi ha ricordato, per la poetica, sia Rosai che Sironi (che prediligo). Ho finalmente saputo, dopo mezzo secolo, cosa aveva fatto del pennarello che una volta mi aveva chiesto in prestito: (non esistevano ancora i pennarelli) e avevo trovato a Foggia da Leone questa penna a feltro ricaricabile. Quando ho visto i suoi bellissimi disegni (piazza di Campo dei Fiori a Roma), ho capito a che cosa gli era servito. Negli ultimi anni di liceo il rapporto con tuo padre non era pi\u00f9 quello tra docente e allievo, mi trattava come un collega, conservo ancora qualche disegno con le sue correzioni: \u201cNon lasciare spazi vuoti di carta bianca, non aver paura di adoperare segni rapidi e decisi \u201c, e nel dire questo tracciava sul foglio, da me iniziato, dei ghirigori senza pentimenti. Ho imparato cos\u00ec a disegnare senza il tracciato preliminare a matita, direttamente a penna sul foglio. Un po\u2019 come camminare sulla corda senza rete, o impari o cadi. L\u2019ultima volta che l\u2019ho rivisto \u00e8 stato nel 1965, era d\u2019estate, a San Severo, nei pressi della chiesa di San Lorenzo. Era in maniche di camicia, per il caldo. Mi riconobbe con un sorriso chiedendomi cosa facessi. Ci salutammo con le raccomandazioni consuete, in pi\u00f9: Non smettere mai di disegnare! Fu quella l\u2019ultima volta che lo vidi. Poi, dopo quarantasette anni il ricordo, l\u2019emozione. Ti ringrazio ancora per avermi reso partecipe dell\u2019evento e approfitto per farti i miei pi\u00f9 cari auguri per il Natale e per il nuovo anno. Con affetto Giovanni Di Capua. San Severo 20\/12\/2012\u201d.6 Cfr. Sul settimanale di Lucera era apparso l\u2019articolo Mostra dei lavori alla Scuola di Avviamento che descriveva con queste parole i lavori dagli allievi di Schiavone: \u201c \u2026e cos\u00ec pure disegni di oggetti, paesaggi, scene di vita in bianco e nero e a colori su legno e su porcellana degli allievi del prof. Nicola Schiavone\u201d, in Il Foglietto del 28\/6\/1956.7 Cfr. La Gazzetta del Mezzogiorno del05\/06\/1938; l\u2019articolo era firmato mas, le iniziali del cognome del caporedattore Domenico Maselli.8 Cfr. ASQII Registro spedizioni scultori non invitati b. 21 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