Coronavirus Covid19: i dubbi del giornalista torremaggiorese Antonio Moscatello

Ho dei dubbi, e non riesco a togliermeli dalla testa. Il governo ci ha vietato di uscire senza giustificato motivo, di baciare, di abbracciare e va bene. Io sono un bravo cittadino e rispetto le regole. Ma non potrà impedirci di avere dei dubbi. E non potranno farlo neanche gli sceriffi del pensiero e dell’azione che vedo moltiplicarsi ogni giorno di più.

1. IL PICCO

Da diversi giorni sento gli esperti che dichiarano una loro valutazione su quando sarà il picco, poi però quella stima viene sempre più spostata in là. Oggi ho sentito addirittura qualcuno dire che prima di vedere la luce passerà l’estate. L’esperto fa il suo lavoro, ma visto che dagli esperti dall’inizio dell’epidemia abbiamo sentito molte versioni, spesso contrastanti, forse sarebbe bene che anche loro attivassero una modalità di raccontare le cose più ponderata.

2. LA DURATA

Io in questo momento campo, sto facendo Smart working ecc., ma ci sono tantissime persone che hanno perso il lavoro e più si prolunga questa vicenda più rischiano di non avere di che sostentarsi. “Cura Italia” in questo senso è un provvedimento del tutto insufficiente. Mi pare evidente che il governo non abbia un piano, e quindi viva alla giornata sulle pulsioni che arrivano dalle autorità territoriali, negoziandole e arrivando a una mediazione sempre più restrittiva, e poi sempre ricevendo ulteriori input a stringere ancor di più la corda al collo dell’impiccato. Questo non può funzionare ancora a lungo: bisogna avere una strategia con dei tempi e delle risorse.

3. MONODISCIPLINARITA’ E POLITICA

È certo che durante un’epidemia la voce più rilevante sia quella di medici, epidemiologi, virologi e quant’altro. Non c’è neanche da discuterne. Ma attenzione: affidarsi solo a una disciplina è un pericolo enorme. Un’epidemia è un problema sanitario, ma anche economico, sociale, comunicativo, politico, psicologico, geopolitico. Faccio un esempio: abbiamo deciso di perseguire la via cinese (persino facendoci prendere a schiaffoni dagli esperti cinesi, ai quali forse bisognerebbe chiedere cosa facessero quando il povero dottor Li e altri sette denunciavano l’epidemia e venivano perseguiti), ma abbiamo provato a ragionare SE (e sottolineo SE) una parte della perdita economica stimata non si potesse evitare per destinare denaro ad adeguare rapidamente ospedali, a costruire in emergenza terapie intensive? A reperire personale? Avendo i soldi, le cose si fanno. Cioè, se al posto di essere costretti a fare una manovra di 25 mld per cercare di tenere in vita l’economia (praticamente una specie di finanziaria-terapia intensiva), avessimo fatto una chiusura più modulata – con all’inizio un periodo shock (chiudendo magari le fabbriche che non producono beni di prima necessità per un paio di settimane, così si evita di riempire le metropolitane) – come questa che stiamo vivendo ora, ma già programmando una graduale apertura e stimando la possibile minor perdita in modo che sia destinata immediatamente una cifra – che so, 5 miliardi di euro, ma è solo un esempio – a riaprire subito reparti, costruirne in strutture ora dismesse o esistenti che però non hanno terapie intensive? O ad allestire laboratori per fare tamponi in maniera più intensiva? O ad assumere personale? Magari sto affermando sciocchezze, però dico: si è valutato? Perché a me sembra invece che si stia giocando a chi strilla più forte in una spirale che prima o poi porterà qualcuno – magari proprio quelli che sono tra i responsabili dello sfascio della sanità – a chiedere di sparare a vista ai runner, al vecchietto che fa la passeggiata perché glielo aveva ordinato il medico e via dicendo. O a usare il lanciafiamme, come ha appena ipotizzato il governatore della Campania. Stare sospesi tra teatro e dittatura, tra pagliacciate e torsioni autoritarie, senza avere una precisa idea di tempi, modi e sostenibilità dell’impresa che siamo costretti ad affrontare, è da irresponsabili.

4. PSICOLOGIA

In realtà si sta sempre più chiedendo un inasprimento delle limitazioni, apparentemente con decisioni che vengono dalla pancia. E si assumono iniziative illogiche, come restringere gli orari di funzionamento dei supermercati o vietare la passeggiata individuale. Ma ci si sta chiedendo se la popolazione è in grado di sopportare a lungo una condizione nella quale ogni giorno si vede sottrarre spazi di agibilità civile e persino – in prospettiva – la materiale capacità di reperire al supermercato sotto casa i mezzi di sostentamento? Guardate che, non so se ve ne siete accorti, ma il clima comincia a diventare pesante e, se passerà la linea di stringere ulteriormente, e passerà, non crediate che il consenso per queste azioni possa durare al lungo. Quindi attenzione a non tirare troppo e troppo a lungo una corda che si potrebbe spezzare. Una valvola di sfogo comunque serve e serve anche cominciare a dare alla gente la possibilità di immaginare quando e come potrà guadagnarsi da vivere, ricostruirsi, dare una speranza a quei figli che – soprattutto bambini – oggi sono tra le vittime principali della situazione. Senza dire bugie, ma anche senza prospettare un “fine-pena-mai”.

IL FOCUS

Il focus è riuscire ad allargare il collo di bottiglia, in modo da salvare le categorie a rischio, non rendere la vita impossibile a tutti. Cosa intendo per “collo della bottiglia”? Se ho capito ciò che ho sentito dire da tanti esperti, il tema è far sì che le terapie intensive riescano a trattare le emergenze (e non solo quelle di COVID-19, perché si continua a morire anche di altro). Non è evitare di contagiarci. Il non detto, finora, è che gran parte della popolazione, a meno che non arrivi un vaccino a tempo di record (e non arriverà), verrà contagiata. Merkel l’ha affermato chiaro e tondo, senza ipocrisie e senza nascondersi dietro a un dito. Quindi tutelare le categorie a rischio significa fare in modo che possano accedere all’infrastruttura di cura che salvi loro la vita: terapie intensive, ventilatori, procedure, addetti. Ciò che è stato aggredito, negli ultimi trenta anni dal modo di governare scellerato che ancora tiene in mano il timone (e in qualche cosa persino le persone sono quelle). Serve tutto questo. L’idea di sterilizzare il Paese è un’illusoria utopia.

Naturalmente, se c’è qualcuno che mi tira fuori studi e ragionamenti sensati per i quali il virus si riesce a fermare in tempi gestibili e non infetta più nessuno, ditemelo, perché al momento io non credo di aver letto nulla di tutto questo. E, se pure dovessimo arrivare a zero con una politica di restrizioni tipo Wuhan, mentre il resto d’Europa esplode di COVID-19? Credete che sigillandoci avremmo un futuro? Sono aperto a tutte le ipotesi e, come ho scritto in premessa, i miei sono dubbi non certezze e finché non mi vietano di aver dubbi, li espongo.

5. ECONOMIA DI GUERRA

L’Italia non è in guerra. Chi usa come metafora la guerra, non sa cosa sia. Io l’ho vista e, vi assicuro, non è la stessa cosa, non è neanche paragonabile. Ma, se proprio volete pensare che lo sia, fatelo. Allora se per voi è in guerra, vi voglio segnalare che la guerra si fa prima di tutto coi soldi, non col terrore. L’ha fatta coi soldi anche la Cina. Ma noi non siamo la Cina: non lo siamo né per le libertà costituzionali di cui godiamo, né per la struttura della ricchezza.

L’Italia ha uno stato super-indebitato ma, nello stesso tempo, un’eccezionale ricchezza privata, più anche della Germania. L’economia di guerra – e se usate l’esercito vuol dire che ritenete che siamo in guerra – prevede strumenti per accedere a quella ricchezza privata. E con quei fondi si possono produrre risorse con l’obiettivo, sempre, di allargare il collo di bottiglia di cui parlavo sopra. Si è pensato a una patrimoniale ponderata, che pesi su chi i soldi ce li ha davvero (e quindi non intendo un prelievo sui conti correnti alla Amato)? Oppure questa crisi la devono pagare solo camerieri, guide turistiche, artisti, commessi dei negozi e altri che hanno già perso il lavoro?

E’ sempre così. Quando c’è da affrontare una crisi, se da un lato effettui dei tagli (in questo caso un taglio delle libertà costituzionali di ognuno di noi), dall’altro devi mettere in campo un investimento. E visto che la flessibilità l’Ue ce l’ha data e che la ricchezza privata, come dicevo sopra, c’è, è ora di mettere in campo miliardi di euro perché in tempi rapidissimi – lo spazio di giorni, non di mesi,, tempi alla Wuhan per intenderci – bisogna creare un’infrastruttura sanitaria che affronti questa emergenza e che poi resti in piedi anche dopo.