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Lettera aperta di Peppino Lamedica al Sindaco di Torremaggiore Lino Monteleone

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Caro Lino,
un beneaugurante e affettuoso “buon lavoro” e, insieme con esso, uno scaramantico “in bocca al lupo”.
Quest’ultimo, sono certo, non è fuori luogo e di esso hai un grandissimo bisogno per le difficoltà che incontrerai nel corso del mandato affidatoti dai torremaggioresi.

Esse, che non mancheranno e che non saranno nemmeno poche, traggono tutte la loro origine (cito un pensiero di Mario Manfredi tratto dal suo Diario frammentario di un Sindaco del Sud) “dalle cattive abitudini di una società civile con la quale, per decenni, la classe politica ha intrattenuto un rapporto fatto prevalentemente di manutenzione del consenso”.
Queste, le “cattive abitudini” e “la manutenzione del consenso”, sono purtroppo peculiari di quelle comunità dove il politico, con arroganza, si fa “padrone” ed il popolo, con volontaria viltà, si fa “servo”.
A te l’arduo compito di spezzare il perverso rapporto politici-padroni/cittadini-servi che, con le elargizioni -da una parte- e le richieste –dall’altra- di favori, come fossero queste stritolanti ganasce di una morsa mortale, conculca e mortifica la libera e civile convivenza dei membri di siffatte comunità.

A tal proposito, al fine di affrontare al meglio questa sfida, mi piace qui citare questi due pensieri del sociologo e filosofo Max Weber, tratti dalla sua conferenza Politik als Beruf del 28 gennaio 1919:
“Tre qualità sono soprattutto decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza”.
“l’uomo politico deve dominare in se stesso, ogni giorno e ogni ora, un nemico del tutto banale e fin troppo umano: la vanità comune a tutti, la nemica mortale di ogni dedizione a una causa”. […..] Il peccato contro lo spirito santo della sua professione [politica] ha inizio là dove questa aspirazione al potere diviene priva di causa e si trasforma in oggetto di autoesaltazione puramente personale, invece di porsi esclusivamente al servizio della causa”.

Per concludere, ti rammento inoltre queste nobilissime e bellissime parole che Benedetto Croce rivolse alla classe politica del Meridione d’Italia, nel corso di un discorso tenuto a Muro Lucano il 10 giugno 1923:

“È necessario che si diffonda o si radichi il sentimento che il miglior pregio della vita, la maggiore soddisfazione che in essa possa provarsi, è data non dalle fortune materiali, non dagli arricchimenti, non dai gradi conseguiti, non dagli onori, ma dal produrre qualcosa di obiettivo e di universale, dal promuovere un nuovo e più alto costume, una nuova e più alta disposizione negli animi e nelle volontà, dal modificare in meglio la società in mezzo a cui si vive, godendo di questa opera come un artista della sua pittura o della sua statua, e un poeta della sua poesia”.

Caro Lino, fa sì che alla fine del tuo mandato tu possa guardare alle tue realizzazioni e godere della tua opera come “un artista della sua pittura e un poeta della sua poesia”.

Questo il mio viatico. Ti abbraccio e “ad maiora”,
Peppino.

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