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Nota di Andrea Lariccia sulla riapertura della Biblioteca Comunale di Torremaggiore

Sabato scorso, dopo anni di interruzione del servizio, ha riaperto i battenti la biblioteca comunale di Torremaggiore, fiore all’occhiello del patrimonio culturale cittadino. Un simpatico e colorato manifestino, con tanto di citazione di Orhan Pamuk, annunciava alla cittadinanza il lieto avvenimento. La vivace locandina ritraeva un bambino sorridente seduto su una pila di libri dalla copertina colorata. Pochi giorni fa, per compiacere il mio animo anfibio di cittadino e di lettore modesto, mi sono recato per la prima volta a far visita ai locali risistemati all’interno del castello ducale. Impaziente di entrare, mi presento forse un po’troppo presto per trovare già aperto. Decido di ritornare dopo poco, a differenza di due temerari bambini che invece, sfidando il freddo, attendono imperterriti l’orario di apertura. Dopo qualche giro di lancette, eccomi di nuovo là. Mi inoltro nella sala di ingresso, distraendo per la verità un gruppo di bambini intrattenuti da un singolare personaggio che spiegava loro l’importanza della lettura attraverso delle attività animate (non ho fatto caso se tra loro ci fossero anche i temerari della prima ora), e vengo subito accolto da un signore gentilissimo che decide di farmi fare un tour nei nuovi locali.

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Scoprirò più tardi che si chiama Salvatore e sarà lui a ricoprire l’incarico di aiutante bibliotecario già nell’immediato futuro. Incediamo lentamente tra gli scaffali riordinati, scambiando qualche chiacchiera sulla nuova sistemazione e sull’opportunità della riapertura. Piacevolmente soddisfatto del percorso compiuto, intervallato solo da alcune pause dovute al mio debole per il reparto dedicato alla filosofia, gli domando quando poter ritornare per una ricerca più calma. “Quando vuole! Ormai siamo aperti! Si ricordi però: solo il pomeriggio perché la mattina sono aperte le scuole”. Lo saluto, ringraziandolo per la cordiale compagnia, e mi avvio verso l’uscita. Affollato da emozioni e da pensieri, ritorno a casa riproponendomi di metterli quanto prima in ordine. Una sensazione strana mi avvolge: ogni cosa vista sembra che non mi sia passata inosservata. Libri, corridoi, stanze, luci, Salvatore e … i bambini! Ma sì! È come se quel pomeriggio avessi visto più bambini che libri! Bello, no?!(mi chiedo). Problematico quale sono mi rispondo: “Forse …”. “Non sarebbe stato più bello vedere più adulti e meno bambini? Forse!”. “Uffa, ma non mi accontento mai”.
Mi precipito sul web a cercare il programma delle manifestazioni della settimana di riapertura: presentazione di libri con la partecipazione degli autori, letture animate (ecco dov’ero capitato), reading letterari, laboratori artistici e spettacoli di artisti di strada tra gli appuntamenti più suggestivi. Istintivamente tiro un sospiro di sollievo. “Per fortuna hanno pensato anche ai grandi!” dico tra me e me. Scopro di provare interiormente un fastidio profondo, come quando mi trovo di fronte a una palese incoerenza, nel vedere associata la lettura alla fanciullezza (ben altro discorso vale invece per l’adolescenza). Da questo connubio infatti, a prima vista così normale, derivano a mio avviso delle conseguenze di non poco rilievo. Anzitutto per l’immaginario comune: è bene – si pensa – che legga chi è ancora piccolo. Tale raccomandazione, velata di tratti anche un tantino moralistici, è sbagliata e fuorviante. I confini della lettura, infatti, vanno ben oltre “I viaggi di Gulliver” o “Piccole donne”.
Altra conseguenza può riguardare l’esercizio stesso del leggere, il quale se fosse paragonato a un gioco cadrebbe in un indebito riduzionismo. Dovrebbe essere invece riscoperta e valorizzata una connotazione fatta di passione e assiduità tipica della ricerca piuttosto che dello svago (caratteristica che infatti non appartiene ancora ai bambini).
Ultima conseguenza mi sembra che sia squisitamente pedagogica e deriva da una domanda molto semplice e quasi scontata: se non siamo noi adulti a leggere, con quale coerenza possiamo chiedere ai più piccoli di farlo? Spesso diciamo di non avere il tempo per metterci di fronte a un buon libro. Ma allora perché chiedere ai bambini di farlo? Se dimostriamo loro che si può vivere benissimo di superficialità e senza avere del tempo necessario per coltivare noi stessi, perché dovremmo pretendere da loro un comportamento diverso? Il grande maestro Gaber lo avevo capito benissimo: “Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente”. Se fosse vivo, forse, mi darebbe ragione e cercherebbe di tenere aperta la biblioteca anche di mattina…

Nota di Andrea Lariccia, la responsabilità del contenuto è ESCLUSIVAMENTE dell’autore

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