Lettera aperta di Giuseppe Ariano su slogan e altri incidenti

Pubblichiamo la lettera aperta di Giuseppe Ariano, la responsabilità del contenuto è ESCLUSIVAMENTE dell’autore.

[…]
La mia memoria è labile
non me la ritrovo più,
ma, se riesco a ricordarmene,
sai mi viene da ridere
[…]
canta Paolo Conte.

A me non viene molto da ridere.
Viviamo in una modernità liquida. Per dirla seguendo Zygmunt Bauman, ciò che conta è la velocità e non la durata. Tutto è vero fino a nuovo avviso. Ciò che importa non è la memoria, ma il dimenticare per accedere a nuova merce desiderabile, in un mondo composto non più da produttori, ma da consumatori.
Ma c’è chi fa fatica a dimenticare i fatti recenti e quelli lontani. Fino a poco fa “se non ora, quando?” era lo slogan di un movimento femminile formato da “un gruppo di donne diverse per età, professione, provenienza, appartenenza politica e religiosa […] appartenenti ad associazioni e gruppi femminili, donne indipendenti del mondo della politica, dei sindacati, dello spettacolo, del giornalismo, della scuola e di tutte le professioni. Se Non Ora Quando è un movimento trasversale, aperto e plurale” (cfr. http://www.senonoraquando.eu/?page_id=4).
Per carità, gli slogan non hanno il copyright, tanto caro al capitalismo e ai suoi strenui difensori, sostenitori di banche e banchieri, sicché ognuno è libero di usarne, anche di non del tutto originali, secondo il proprio buon gusto. Al massimo questo potrà ingenerare un po’ di confusione circa il sesso di chi ne fa uso. Magari con una foto a corredo si può dirimere il dubbio.
Il fatto è che, però, alcuni di noi hanno persino una memoria a lungo termine e ricordano che “Se non ora, quando?” è il titolo di un romanzo, anzi del romanzo, l’unico non autobiografico, di Primo Levi.
È parere del tutto personale che al grande scrittore non garberebbe se il titolo del romanzo fosse usato dagli epigoni del partito di Giorgio Almirante (MSI), il quale, a partire dal 20 settembre 1938, fu segretario di redazione della rivista “La Difesa della razza”. Questo era un libello che “attraverso la ripetizione martellante di stereotipi razzisti ammantati di autorevolezza scientifica”, con i suoi 118 numeri fornì, “se non altro, un pretesto a coloro che, tra il 1938 e il 1943, scelsero di non vedere, o di non preoccuparsi di ciò che stava accadendo sotto i loro occhi”. Quello che stava accadendo era la deportazione e lo sterminio di milioni di ebrei…
(cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/La_difesa_della_razza).

Tanto per non dimenticare, ora e per sempre.
Giuseppe Ariano

Commenti tramite Facebook

Related posts